L’asse Roma-Parigi-Londra e l’illusione degli euroburocrati. La Bastiglia in cabina elettorale.

I “niet” di Parigi, ieri, e di Roma e Londra, oggi, all’irrazionale dottrina di euroausterity, potrebbe costituire l’atomo di una rivoluzione politica e culturale senza precedenti, di un vero “turning point” negli assetti continentali come li conosciamo oggi.

A battere i pugni sul tavolo, infatti, non è più il pittoresco esponente di qualche forza demagogico-qualunquista di minoranza a caccia di facili consensi, ma 3 delle 4 più importanti cancellerie europee (Roma è addirittura tra i fondatori dell’ Unione). “Vulnus” dell’attuale dirigenza politico-economica-burocratica del Vecchio Continente, quello di considerare l’attuale “status quo” immutabile (“l’euro è irreversibile”, ebbe a dire Giorgio Napolitano), sottovalutando così la capacità riformatrice dei popoli: una “wishful thinking”, un errore già sperimentato già in passato che, se non corretto, determinerà conseguenze impreviste ed imprevedibili.

Se infatti oggi la coscienza democratica impedisce il ricordo all’opzione rivoluzionaria-violenta, i politici non posso tuttavia prescindere dagli umori e dalla volontà del’elettrorato-folla, ed un elettorato-folla stanco della casa comune e delle sue forzature potrebbe indurre i pariti di maggioranza a ripensare la loro linea europeista

Le grandi intese prima delle grandi intese. L’asse d’Azeglio-Cavour-Rat­tazzi e l’importanza del dialogo tra le forze politiche.

Mazzini-Garibaldi-Cavour-Vittorio_ECon l’esaurirsi dei sussulti rivoluzionari del 1848, un’ondata di contro-riformismo oscurantista si abbatté sul Vecchio Continente, ma mentre nella maggior parte d’Europa e negli stati preunitari venivano abrogate le costituzioni e il dissenso perseguitato e cannoneggiato (si veda il massacro borbonico di Messina), il Piemonte di Vittorio Emanuele II conservava, irrobustiva ed ampliava le le sue prerogative democratiche.

La restaurazione dittatoriale-imperia­le in Francia e la pressione dall’Austria reazionaria, tuttavia, sembravano mettere a rischio non solo la vocazione liberale ma l’esistenza stessa del Regno di Sardegna; di quegli anni, ad esempio, la richiesta a Torino, da parte di Vienna e Parigi, di inasprire le leggi contro il dissenso (il Piemonte offriva riparo ai rivoluzionari di ogni parte d’Europa e d’Italia). I circoli più reazionari della destra piemontese colsero allora l’occasione per cercare di invertire i processi riformisti in atto nel Paese, facendo pressioni sul Governo d’Azeglio, il quale, però, trovo una “stampella” in Cavour (destra moderata) e in Rattazzi ( sinistra moderata).

Si ebbe in questo modo il cosiddetto “connubio”, ritenuto erroneamente da Mack Smith l’inizio del trasformismo italiano, laddove il termine-concetto viene inteso nella sua accezione più negativa. In realtà, si trattò di un progetto necessario per assicurare al piccolo Stato sabaudo la sopravvivenza democratica. Grazie al “connubio”, inoltre, Torino non soltanto scampò alla mannaia liberticida (furono varati soltanto alcuni provvedimenti che limitavano la possibilità per la stampa di insultare i capi di stato stranieri) ma, anzi, poté proseguire nella sua traiettoria innovatrice, ad esempio con il varo delle Leggi Siccardi (che spogliavano la Chiesa dei suoi più anacronistici privilegi) ed il matrimonio civile.

Marò: perché a Roma e Bruxelles non conviene il muro contro muro con Nuova Delhi

maròIn un precedente contributo, erano stati evidenziati gli ostacoli di natura diplomatica che rendono di difficile soluzione il nodo Marò, in primis la differenza tra il ruolo di “Great Power” (Grande Potenza) dell’India rispetto a quello di “Middle Power” (Media Potenza) del nostro Paese, differenza dovuta ad elementi di tipo geografico, demografico e militare. Oggi, l’analisi si soffermerà sui fattori di natura economica che condizionano, “obtorto collo”, le scelte dei nostro governi, complicando la soluzione della crisi con Nuova Delhi.

Con 1.210.193.422 di abitanti (seconda potenza demografica mondiale destinata a superare la Cina intorno al 2028 ), un’architettura democratica di tipo occidentale (pur con molte ed evidenti alcune) retaggio del dominio britannico, l’adozione dell’Inglese come seconda lingua ufficiale, un “know how” tecnologico di altissimo profilo e la sua vicinanza geografica al gigante cinese, l’India si pone infatti quale attore e mercato economico di primo piano, imprescindibile tanto per l’Europa quanto per l’Italia, forse destinato, secondo alcuni osservatori, a “mettere in discussione il sentiero canonico dello sviluppo economico” *

Entrando più nel dettaglio, noteremo come l’India risulti essere il primo partner commerciale della UE con un volume d’affari di circa 67 miliardi di euro, mentre per quel che concerne le relazioni con Roma sono circa 400 le imprese italiane ad operare nel Paese. Nell’ultimo decennio, inoltre, l’India è passata dalla posizione numero 45 alla 25 nella graduatoria dei clienti dell’Italia. Nel solco di questa partnership, il nostro Ministero degli esteri, l’ICE e l’Unioncamere hanno avviato nel 2006 l’iniziativa “Invest you talent in Italy”, rivolta agli studenti indiani allo scopo di attirare i “cervelli” di Nuova Delhi da noi. E’ dunque, l’India, un mercato in continua ed inarrestabile crescita dalle potenzialità enormi (che tuttavia Roma sfrutta molto meno dei suoi competitor più importanti), nel quale le strategie di “soft power” italiane potrebbero, con la dovuta assistenza e copertura delle nostre istituzioni, penetrare a beneficio dell’intero sistema Paese (si pensi ai beni di lusso per le classi emergenti indiane) con proiezioni interessanti sull’intero scacchiere asiatico, in un vero e proprio “win win scenario”.

Se ne deduce pertanto l’impossibilità (da parte di Roma e Bruxelles) di mettere a rischio un volume d’affari di miliardi di dollari e migliaia di posti di lavoro per l’errore (perché di questo pare trattarsi) di due singoli individui. Il prestigio dell’Italia, ad oggi limitata da fattori storici e culturali nel ricorso all’ “hard power”, passa anche e soprattutto dalla sua capacità di fare mercato.

Nda: proprio in ragione del prestigio indiano nel settore IT, il Premier cinese Weng Jaiabo definì nel 2005 il suo Paese l’hardware (la “fabbrica”) del mondo e l’India il software (il “cervello”).

*“Italia potenza globale? Il ruolo internazionale dell’Italia oggi”

Eutanasia, omosessuali, coppie di fatto. Perché l’Italia è indietro ma la Spagna non è avanti.

Se è indubbio che l’Italia accusi un ritardo, pesante ed anomalo per una grande democrazia occidentale, su alcuni temi etici di fondamentale importanza come i diritti di omosessuali e coppie di fatto e l’eutanasia, è altrettanto indubbia l’inconsistenza di qualsivoglia paragone ed accostamento con la Spagna o le realtà sudamericane, recentemente dotatesi di dispositivi a tutela delle sopracitate categorie e della libertà di scelta.

La motivazione sta nel fatto si tratti di Paesi da poco usciti da lunghi periodi dominati ed offuscati da colpi di stato e regimi dittatoriali di matrice reazionaria-fascista-militare, appoggiati da attori quali il Vaticano e gli Stati Uniti; di conseguenza, il movimento d’opinione conservatore e cattolico avrà, in quei contesti, una libertà di manovra inferiore rispetto a quella di cui dispone in Italia, mentre, al contrario, i segmenti progressisti e laici potranno contare su un margine d’azione superiore. Ecco perché nazioni arretrate quali Cile, Uruguay ed Argentina, hanno potuto equipaggiarsi di strumentazioni evolute a tutela delle minoranze e del libero arbitrio, allineandosi alle da sempre più evolute e mature società europee.

Siamo dunque in presenza di un fenomeno potenzialmente transitorio, sulla cui durata e capacità di sedimentazione non sussistono ancora elementi certi e provanti (la Spagna uscita dall’ubriacatura zapaterista vede oggi minacciato il diritto all’aborto).

Sul versante opposto, potremo invece rilevare come molti dei paesi ex comunisti dell’Europa orientale vedano la presenza di governi a trazione conservatrice (ad esempio Russia ed Ungheria) e stiano sperimentando un ritorno massiccio delle istanze monarchiche (ad esempio Romania, Bulgaria ed Albania) e dell’influenza della chiese cristiane ed ortodosse, nel segno della riscoperta e dell’attualizzazione delle loro tradizioni pre-marxiste.

L’ipocrisia strategica delle “Sentinelle in Piedi”. Gay e coppie “di fatto”: l’Italia recuperi il ritardo con l’Europa.

Allorquando nel nostro Paese torna a riaffacciarsi nel dibattito pubblico e collettivo l’ipotesi di un disegno di legge che integri la comunità LGBT o le coppie “di fatto” nei diritti civili, il movimento d’opinione conservatore sale sulle barricate, denunciando una presunta minaccia per la famiglia “tradizionale” o la società, nel suo insieme.

E’ accaduto ai tempi dei PACS (poi diventati DICO) e accade oggi con le “Sentinelle in Piedi”, schierate in nome della “libertà di espressione” contro il ddl Scalfarotto sull’omofobia e la transfobia. Appare del tutto evidente come né il matrimonio gay né un dispositivo contro l’ intolleranza omo-lesbo-transofoba possano né potrebbero, in nessun modo, interferire con le prerogative degli eterosessuali o con la vita democratica; si tratta, dunque, di escamotage che l’omofobo utilizza, via via, per dare una patente di legittimità a pulsioni e odii altrimenti inesportabili ed impresentabili.

E’ bene ricordare ai pasdaran del tradizionalismo più retrivo come la quasi totalità delle democrazie occidentali abbia equiparato, sul piano delle garanzie, eterosessuali ed omosessuali, coppie sposate e “di fatto”, senza nessuna conseguenza negativa per la famiglia “tradizionale” o per lo Stato. In molti casi, questi provvedimenti sono stati varati da governi conservatori e in Paesi retti dalla forma istituzionale monarchica. Tradizione fa rima con evoluzione; in tutti i sensi.

Quando la parola ferisce più dell’austerità. L’arroganza dialettica merkeliana: un rischio per l’Europa del domani

A mettere a rischio la credibilità e l’esistenza stessa della moneta unica e delle istituzioni comunitarie così come le conosciamo oggi, non soltanto l’irrazionale politica rigorista voluta ed imposta dalle nazioni più “virtuose” ma anche la loro scelta comunicativa.

La battuta del Cancelliere tedesco sui paesi che “devono fare i compiti”, riferita al “non possumus” francese sul limite del 3% tra deficit e Pil, non è, infatti, che l’ultima di una lunga serie di incursioni al limite del buongusto e del buonsenso (cui si aggiungono le minacce, continue e reiterate, della BCE sulla volubilità dei mercati e della loro fiducia). Una simile pedanteria didascalica ed una simile arroganza non possono trovare spazio nel confronto diplomatico, come non possono trovare spazio in un circuito nato e sviluppato per essere unione di uomini, popoli e idee, prima ancora che di monete e mercati.

Penalizzata dal suo passato recente, la Germania è, inoltre, meno di ogni altro nella condizione di potersi concedere simili prepotenze; il rischio è e sarà, infatti, quello di riaprire ferite mai del tutto cicatrizzate (si veda la richiesta greca per il risarcimento dei danni causati dall’invasione nazista), dissipando così gli sforzi di decenni e facendo tornare la lancetta della storia pericolosamente indietro.

Le scienze storiche ci insegnano che nessuna acquisizione è irreversibile ed immodificabile; questo vale anche per l’Euro e la UE, e commetterebbe un errore grave colui il quale non voglia rendersene conto

Austerity-L’insoffrenza francese: un’opportunità storica per Roma e Madrid.

Parigi non ha, da sola, la forza per opporsi in modo efficace e determinante a Bruxelles e Francoforte. Tuttavia, il suo “non possumus” all’austerity potrebbe diventare la spinta per la creazione di un asse mediterraneo con gli altri due big dell’area e dell’Eurozona (Italia e Spagna) in grado di smantellare l’ormai irrazionale e miope politica di contenimento ad ogni costo voluta, varata e difesa da Berlino e dalle altre cancellerie nordeuropee.

P.s: ricordiamo come il rapporto deficit/Pil della Francia sia al 4,3% mentre quello italiano al 3%

Il berlusconismo non esiste. Ecco perché Matteo Renzi non è Silvio Berlusconi.

La comunicazione dai Romani a JFK.

La corsa alla Casa Bianca del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon rappresentò un evento importante e fondamentale non soltanto per il suo significato politico ma anche perché vide, per la prima, volta un confronto televisivo tra i candidati (il primo dibattito “presidenziale” in assoluto fu nel 1858 tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas).

Kennedy, più fresco, più giovane e più intraprendente, giocò le sue carte migliori assicurandosi la vittoria davanti alle telecamere, sbaragliando un Nixon apparso al contrario impacciato, stanco e con una cattiva cera (si mormora gli avessero consigliato un dopobarba dozzinale che lo fece sudare).

La tv diventava quindi non solo un “medium” ma un attore principale nella comunicazione politica, sfruttata in modo magistrale negli anni a venire da Bob Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton ed altri, che ne utilizzarono il potenziale adattandolo alle loro differenti opzioni, strategie ed esigenze.

Non è con l’irruzione della tv, ad ogni modo, che il “contenitore” diventa importante e fa il suo ingresso nelle dinamiche del consenso; è già in epoca romana, infatti, che si hanno le prime forme di propaganda organizzata con gli “Acta Diurna” , e il ricorso agli artifici della promozione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa.

Il francese Gustave Le Bon (1841 – 1931), tra i padri della sociologia, faceva inoltre notare come fosse la forma, ancor prima della sostanza, la vera forza dell’ “animale politico”, forma che doveva essere semplice, astuta, tesa a toccare l’istintualità delle “folle” e non la loro intelligenza razionale. Per Le Bon, ad essere decisivo era il “prestigio” di un leader”, laddove “prestigio” indicava la sua capacità di fascinazione, immediata e diretta, al di là delle argomentazioni. Con l’avvento della fotografia, prima, della radio e della cinematografia, poi, ecco che la “parola” del capo diviene la “voce” del capo e poi il “corpo” del capo, in un crescendo ed in un evolversi di seduzioni istintuali che ha trovato e trova il suo acme con la televisione, dalla seconda metà del ‘900 in poi.

Berlusconi, dunque, ha soltanto introdotto ed importanto un modo di far politica, aggiornato ai tempi, che era già consolidato in altri paesi, quello stesso modo che oggi Renzi sta facendo proprio. Tuttavia, la scarsa offerta televisiva che per anni ha caratterizzato, penalizzandolo, il panorama mediatico italiano, la stagnazione generazionale della nostra classe dirigente (la cosiddetta Prima Repubblica ha visto il dominio cinquantennale di figure pre-televisive, nate nei primi anni-decenni del secolo XXesimo) e la paura , retaggio del periodo fascista, che una certa fetta dell’opinione pubblica italiana ha della figura “forte” , ha contribuito e contribuisce a creare e sedimentare un clima di sospetto intorno all’ex sindaco di Firenze, bollato, appunto, come un semplice megafono, un ambasciatore del nulla, un prodotto del berlusconismo.

Al contrario e come abbiamo avuto modo di vedere, Renzi è, come lo era il tycoon di Arcore, soltanto il prodotto di una politica nuova, non necessariamente vacua e dannosa, che è anche una cultura nuova, che è anche un mondo nuovo. Piaccia o meno.

Il no all’indipendenza di Edimburgo: un trauma nel trauma per la Lega Nord.

La debacle dei separatisti nel referendum scozzese rappresenta un trauma culturale, ancor prima che politico, specialmente per la Lega Nord italiana e la galassia di gruppi e micro-gruppi che animano l’universo antiunitario del nostro Settentrione.

Affamati di simbologie e miti da inserire in un pantheon vuoto, i leghisti italiani avevano infatti adottato come loro punto di riferimento, ideale ed assoluto, gli scozzesi; il mito di Sir William Wallace , la loro origine celtica, la collocazione geografica nel Nord Europa, il passato di eroici guerrieri contro la dominazione inglese, l’equivoco che li vuole tuttora legati a tradizionalismi rurali arcaici tra boschi e montagne, avevano fatto dei connazionali di Sean Connery un richiamo immaginifico irresistibile, eccitando un identitarismo machista e primitivo che ha da sempre ammaliato e contraddistinto il Carroccio ed i suoi emuli.

Il fatto, dunque, che proprio loro abbiano preferito alla mitologica “Europa dei popoli” quella di Strasburgo, all’indipendenza la coabitazione con gli ex invasori, alla tradizione una confederazione multietnica che permette agli omosessuali matrimonio e adozione, è per i “celti “ di casa nostra uno shock collettivo dal quale sarà difficile riprendersi

Braveheart è cambiato: usa Facebook e manda i figli al fare l’Erasmus. E magari ha anche una moglie che viene dal Senegal

Perchè separarsi non conviene, se non ai propri avversari.Russia contro Qatar.

Il 17 febbraio 2012 esplose una violenta lite tra l’ambasciatore russo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Vitaly Ivanovich Churkin, e il Primo Ministro degli Affari Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim Al- Thani , in merito alla questione siriana.

“Vi invito a guardarci da qualsiasi uso del veto sulla crisi in Siria. La Russia deve approvare la risoluzione, altrimenti perderà tutti i paesi arabi”, la richiesta a muso duro di Al-Thani a Churkin, il quale rispose: “Se ti rivolgi a me con quel tono ancora una volta , non ci sarà più qualcosa che si chiamerà Qatar. Voi siete un ospite del Consiglio di Sicurezza , rispettatelo e state a posto. E non vi parlerò più, poiché a nome della Grande Russia , mi rivolgo solo ai grandi”.

E’ bene ricordare come il Qatar non sia soltanto un grande produttore/esportatore di petrolio ma anche uno dei tre paesi con le maggiori riserve di “oro blu” in assoluto (insieme all’ Iran ed alla stessa Russia), rivale diretto di Mosca nello scacchiere euroasiatico, anche in ragione dei suoi progetti per la costruzione di gasdotti che aggirino la Russia, passando per la Siria (per questo Putin difende il regime baathista).

Doha, inoltre, vanta quote e presenze rilevanti in alcune delle maggiori realtà economiche, culturali e sportive francesi e tedesche (Louis Vuitton, Total, Le Figaro, Vinci, Vivendi, Glencore, Paris St.Germain, Volkswagen, Porsche, ecc), in una campagna di “conquista” del mondo occidentale che si sta facendo di anno in anno più imponente.

Ciononostante, un alto rappresentante russo poté concedersi il lusso di trattare un ministro qatriota con sufficienza e disprezzo, rispedendo al mittente le sue richieste.

Immaginiamo che cosa accadrebbe a singole porzioni di Italia, Spagna, Regno Unito, Francia o Germania (prive di gas e petrolio) una volta libere dall’ombrello dei Paesi originari; il loro potere contrattuale e la loro credibilità d’insieme, nelle assisi internazionali, sarebbero certamente molto più ridotti e ridimensionati, così da comprometterne, in modo decisivo, gli interessi.

Sostando sul il caso italiano, Roma è una “middle power” ed un ”regional power”, in virtù della sua appartenenza al G-8-G-20, del Nuclear Sharing e dei suoi oltre 60 milioni di abitanti, che le garantiscono un numero di rappresentanti a Strasburgo pari a quello di Regno Unito Francia, Ma che ne sarebbe di un Veneto lasciato a sé stesso? O di un Regno/Repubblica delle Due Sicilie (magari preda dalle mafie)? O di una Repubblica altoatesina? Molto verosimilmente, la loro forza d’azione non sarebbe sufficiente ad assicurare un’adeguata copertura ai loro interessi economici e strategici , esponendoli alle mire ed al ricatto delle grandi potenze continentali.