L’ astensionismo: un dato che punisce il M5S. La protesta che protesta.

grillo-smorfia-1l test in Emilia Romagna e Calabria rappresenta una punizione sonoramente doppia, per il M5S. Nel primo caso, perché si conferma e rafforza il trend negativo dalle scorse Europee ad oggi (in Calabria, il Movimento ha perso i tre quarti dei suoi voti, in Emilia Romagna i due terzi), mentre nel secondo perché il grande astensionismo dimostra la sfiducia del cittadino anche e soprattutto verso quei soggetti nati per catalizzare il voto di protesta, ovvero l’elemento che portò le cinque stelle al 25,56 % nel 2013.

A danneggiare Grillo, il suo inattivismo, urlato e confuso, e il suo brusco cambiamento in corso d’opera; nato a sinistra con istanze di sinistra, il M5S è stato infatti traghettato verso i settori più reazionari della desta italiana e continentale, disorientando quell’elettorato che era l’ossatura e l’atomo primo del disegno pentastellato fin dai tempi dei Meetup.

Cercando di intercettare la pancia profonda della “silent majorty”, l’ex showman si è incagliato nelle secche di un ibridismo che non convince nessuno ma rischia di scontentare tutti.

Da Landini ai “Dem”. Tra archeologia della comunicazione e archeologia ideologica.

Dal dopo Giolitti, la sinistra italiana è riuscita ad imporsi in modo netto e su scala nazionale soltanto con Matteo Renzi, capace di traghettare, contro ogni pronostico, il blocco progressista al suo massimo assoluto (40, 8 %).

La motivazione di questa svolta storica va ricercata (in maggior misura) nell’abilità comunicativa del leader fiorentino, in grado di parlare all’uomo “qualunque” dei problemi dell’uomo “qualunque” con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo dinamico, rompendo così con una tradizione, tipica della sinistra nazionale, improntata ad un eccessivo dottrinarismo che era ed è statico, rigido, grigio, didascalico, elitario (si pensi alle recenti, insensate, affermazioni di Landini) lontano dal comune sentire, dal Paese “reale” e dall’immagine che esso ha di sé.

Per l’ “altra” sinistra, ovvero il segmento che si contrappone al Capo del Governo, è ora il momento di una scelta che si staglia come decisiva: rompere con il proprio impianto teoretico, modificando il proprio sistema normativo ed il proprio registro linguistico per avvicinarsi maggiormente alle istanze dell’ “everyman” (come in USA hanno fatto i Democratici da Clinton in avanti), oppure trincerarsi nella propria fisionomia classica e consueta, consegnandosi alla storia.

Un “turning point” si rende ad ogni modo necessario anche per Renzi; nella sua opera di seduzione del ventre popolare, il rischio sarà ed è infatti quello di smarrire l’altra metà del suo cielo elettorale, che è anche lo scheletro organizzativo del centro-sinistra.

P.s: una mutazione strategica e comunicativa non anderebbe interpretata come una “salvinzizzazione”, come un imbarbarimento, ma come la scelta di un modus operandi più duttile ed aggiornato. L’introduzione di Giolitti è una forzatura voluta.

Le bombe di Gerusalemme. Le colpe, antiche e moderne, del mondo musulmano nei confronti di israeliani e palestinesi.

Catalogato dagli storici come il secolo dei risvegli nazionali, l’800 vide la riaffermazione delle istanze indipendentiste e unitarie non solo in Germania, Italia e Grecia ma anche nel mondo ebraico. Sono di quel periodo, infatti, la nascita del Sionismo e il ritorno dell’emigrazione ebraica di massa in Palestina dopo le diaspore, drammatiche, delle epoche precedenti, ed è da questo momento che nasce l’idea dei “due popoli e due stati”.

La comunità arabo-musulmana, preponderante in Terra Santa dopo la conquista del VI sec d.c, si oppone tuttavia da allora al progetto, rifiutando l’esistenza di una nazione ebraica, autonomia e indipendente (a tal fine ed in funzione antisemita, il Gran Muftì di Gerusalemme si alleò con la Germania nazista e l’Italia fascista, prendendo attivamente parte alla Shoah). Una situazione che, a tutt’oggi, si presenta quasi immutata; dei 22 Paesi della Lega Araba (Jāmiʿat al-Duwal al-ʿArabiyya), infatti, soltanto due (Egitto e Giordania) riconoscono Israele e il suo diritto all’esistenza (Muḥammad Anwar al-Sādāt pagò con la vita la decisione di allacciare relazioni diplomatiche con Tel Aviv), mentre nel mondo musulmano più in generale, Iran, Ciad, Niger, Mali, Mauritania, Guinea, Indonesia, Malesia non hanno nessun tipo di legame politico e diplomatico con lo Stato ebraico, evocandone, in alcuni casi, la distruzione.

La stessa cosa per quanto riguarda Hamas, la principale organizzazione politico-militare palestinese, che ha come obiettivo statutario l’annientamento e la dispersione del rivale. A tutto questo, si dovranno aggiungere i tentativi di invasione di Israele perpetrati negli anni dai suoi vicini arabo-musulmani, come ad esempio la Guerra arabo-israeliana del 1948, scatenata da Egitto, Siria, Transgiordania, Libano, Iraq, Arabia Saudita, Yemen, Esercito del Sacro Jihad ed Esercito Arabo di Liberazione il giorno successivo la dichiarazione di indipendenza israeliana.

Al contrario, Tel Aviv ha tradizionalmente mostrato una maggiore flessibilità ed apertura, ritirando le colonie (kibbutz) da Gaza nel 2004-2005 (Piano di disimpegno unilaterale israeliano ) e restituendo il Sinai all’Egitto nel quadro degli accordi di Camp David del 1979.

L’opposizione storica all’esistenza di una nazione sotto la Stella di Davide, è dunque lo scoglio, per adesso insuperabile, che ostacola la nascita di uno Stato palestinese. Il giustificazionismo in merito ad attacchi brutali come quello alla sinagoga di qualche giorno fa, in nome della resistenza ad un ‘ “invasione” da parte israeliana, dovrà quindi essere respinto come inaccettabile, irricevibile ed irrazionale, non soltanto sotto il profilo morale ma anche alla luce dell’elemento storico e documentale.

Alessandra Moretti: una bella donna ma soprattutto una donna aggiornata. L’ “altra” sinistra e il limite storico della comunicazione.

L’invenzione del mezzo televisivo e la sua diffusione su larga scala nella società, ha avuto tra le sue conseguenze più significative e marcate la sovrapposizione e la commistione dell’essere con l’apparire, laddove, è bene ricordarlo, il concetto di “apparenza” non andrà inteso necessariamente come un’erosione della specificità del singolo ma anche come un suo arricchimento e completamento.

In special modo nel dibattito politico e nel mondo del marketing commerciale, l’immagine diventava un elemento fondamentale di promozione ed autopromozione, con il quale era necessario e imprescindibile negoziare e rapportarsi. Spin doctor e consulenti affiancano ormai da decenni ai consigli di natura dialettico-strategica anche quelli sul “look”, e nel 1960 uno dei valori aggiunti di Kennedy su Nixon fu proprio rappresentato dal maggiore appeal fisico-estetico di JFK.

Per questo, le dichiarazioni di Alessandra Moretti non dovranno sorprendere ma andranno inquadrate nell’ottica di un mondo nuovo che è nuovo ormai da tanto tempo. La porzione della sinistra che ha risposto in modo critico al format indicato dall’eurodeputata piddina, si dimostra al contrario non aggiornata, ossificata allo stereotipo del “byt” leniniano che faceva dell’austerità e del grigiore un punto di forza, confinando al di fuori del proprio sistema normativo ogni attenzione all’estetica, “marchiata” come superficiale ed inutile. A questo, si va a saldare il pregiudizio antirenziano, non di rado eccessivamente caotico e impulsivo.

“Gli stranieri prendono 40 euro al giorno mentre gli italiani non hanno lavoro”. Tecniche della propaganda nella costruzione delle “misperceptions” (false percezioni) e nel loro utilizzo.

La quota destinata dallo Stato ad ogni rifugiato è pari a circa 35-40 euro, ma soltanto 2,5 di essi (due euro e cinquanta), il cosiddetto “pocket money”, sono concessi allo straniero per le spese quotidiane, mentre il restante va alle cooperative che si occupano di gestire l’accoglienza. Ciononostante, la convinzione che il contribuente “regali” 40 euro al giorno ai migranti si staglia come sempre più radicata e diffusa, anche e soprattutto per effetto dell’azione, distorsiva, di alcuni soggetti politici ed organi di informazione.

Il fenomeno ci permetterà di catalogare ed osservare alcuni aspetti tipici della della propaganda “politica” e i loro effetti sulle masse.

1) Siamo in presenza di un caso di propaganda “grigia”, ovvero parzialmente falsa. Lo Stato dà, si, 40 euro per il migrante-rifugiato, ma non AL migrante-rifugiato

2) Siamo in presenza di un caso di propaganda “grassroots “, ovvero diretta agli strati più condizionabili, perché meno evoluti sul piano intellettivo e culturale, della popolazione, il “grass”, il prato. (la propaganda “treetops” è invece diretta al segmento più avanzato della popolazione”, il “tree”, i rami più alti dell’albero).

3) Siamo in presenza di un caso di propaganda “agitativa”, mirante a suscitare nelle masse un sentimento di odio e risentimento verso qualcuno o qualcosa (l’immigrato)

4) Lo slogan:
“Gli italiani non hanno lavoro e ai rifugiati diamo 40 euro al giorno”; questo, uno dei frame usati più assiduamente dai partiti e dai movimenti d’opinione ostili all’ingresso degli stranieri extracomunitari nel nostro Paese.

5) La ricerca del nemico e la sua demonizzazione:
Si cerca di individuare un nemico, in questo caso lo straniero, facendo leva sulle paure dei cittadini. Lo scopo, quello di guadagnare consenso, ponendosi come vicini al comune sentire. Si lega ed allaccia alla propaganda “agitativa”.

6) La ripetizione:
Ripetere, in modo continuo, il messaggio che si vuole lanciare e far affermare (gli immigrati che prendono 40 euro al giorno). Si lega ed allaccia allo “slogan”.

7) La semplificazione:
“Dinanzi a problemi complessi e di difficile enucleazione, il propagandista offre una semplificazione della realtà sociale, utilizzando generalizzazioni a lui favorevoli. Tortuosi problemi di natura economica , politica e militare, vengono spesso liquidati con con semplici risposte” (M.Ragnedda).

8) L’enfatizzazione della paura:
Attraverso questa tecnica, il propagandista cerca di instillare paura nella gente, così da convincerla della necessità di eliminare il presunto problema (l’immigrazione) e di affidarsi a lui per farlo. Si lega ed allaccia alla “semplificazione” ed alla “ricerca del nemico”.

La scaletta sarà applicabile anche allo studio della mitologia dell’ “invasione”, in realtà disancorata dall’elemento statistico.

Salvini contestato nel Meridione. La risposta del leader leghista come fenomenologia della destra nazionale.

Contestato in Campania, dove alcuni giovani dei centri sociali gli hanno gridato “lavati col fuoco”*, Matteo Salvini ha contrattaccato dicendo di aver pena di chi “fa casino”. La frase, all’apparenza scontata e banale, si rivelerà invece utilissima per comprendere la fisionomia cultuarale e strategica della destre italiane.

Generalmente duro e radicale nei confronti dell’avversario, al punto di ventilare soluzioni antidemocratiche ed insurrezionali (si pensi alla minaccia di un “blitz” armato per liberare i “tankisti” detenuti), il leader del Carroccio gioca adesso la carta del moderatismo, ponendosi nuovamente (dopo il piccolo assalto alla sua automobile) come la vittima, pacifica e mansueta, di un attacco, costretto sulla difensiva.

Lo scopo, quello di rivolgersi all’uomo della strada, alla “silent majority” lasseferista e storicamente attestata su posizioni moderato-conservatrici, ostile ad espressioni come il radicalismo di sinistra e, più in generale, alla contestazione “bordeline”.

Strategico anche l’utilizzo del termine “casino”, usato per dare una pennellata di “urban style” al concetto, così da stemperare l’elemento vittimistico/borghese che poco si addirebbe al suo personaggio.

Perché Obama è un’anatra zoppa ma non ha subìto una catastrofe Il “The six-year itch” e la lezione della storia.

Nella storia americana, soltanto in tre occasioni il partito del Presidente è riuscito a guadagnare terreno nelle elezioni di mediotermine: 1934 (F.D.Roosevelt), 1998 (W.J.Clinton) e 2002 (George W. Bush), due delle quali (1934 e 2002) sulla scia di eventi del tutto eccezionali e particolari (Grande Depressione/New Deal ed 11 Settembre). La motivazione sta nel fatto che chi è al potere tende solitamente a pagare il prezzo di un malcontento comunque ed in ogni caso latente tra gli elettori e pronto ad esplodere specialmente quando la contingenza obbliga a scelte impopolari.

La sconfitta patita dall’Asinello nella notte di ieri sera, pur sonora (il GOP controlla adesso entrambe le camere), dovrà quindi necessariamente passare attraverso il filtro di un’analisi più razionale e, quindi, del ridimensionamento; senza dubbio un segnale per la “lame duck” Barack Obama, che paga l’ incapacità di uscire dalla crisi in un Paese che conta 60 milioni di poveri, la crescita del gigante cinese e quella che (erroneamente) viene percepita come una sudditanza verso la Russia negli scacchieri internazionali (Siria, Donbass, ecc), il tutto in un revival del declinismo anni ’70, ma non una catastrofe come potrebbe sembrare agli occhi dell’osservatore meno attento alle vicende ed alla storia dell’aquila dalla testa bianca.

Le regioni italiane senza Roma e senza la NATO: tutti i rischi di un futuro da colonie.

Tra le istanze principali dei movimenti d’opinione secessionisti italiani (in ogni caso delle vocal minorities ), l’uscita, una volta ottenuta l’indipendenza, dalle principali assemblee internazionali, continentali ed extra-continentali. Tra queste, la NATO.

L’elemento, se da un lato ci rivela una delle cause principali dell’insofferenza alla base del secessionismo (l’ingerenza o presunta tale negli affari interni delle varie entità territoriali), dall’altro rappresenta la cartina di tornasole per cogliere e comprendere tutta la sprovvedutezza delle formazioni che mirano all’ autogestione. Il loro impianto politico-ideologico, infatti, poggia e si snoda su una “wishful thinking”, ovvero la convinzione dell’immutabilità dell’attuale status quo, basato, almeno in Occidente, sulla, democrazia ed il rispetto del diritto internazionale. Non è così, e per realtà quali il Veneto, il Friuli o la Sicilia, collocate in zone geostrategiche particolarmente delicate ed a ridosso di vicini spesso più forti, sicuramente più instabili e con i quali esistono ancora delle gravi pendenze storiche, l’assenza di una tutela sovranazionale potrebbe risultare fatale (non a caso, noteremo come tutti i paesi usciti dal blocco sovietico mirino oggi all’ingresso nella UE o nella NATO).

Soltanto un “hard power” adeguato (una “force de frappe” nucleare) potrebbe garantire la piena indipendenza ed autonomia, almento sul piano politico, ma si tratta di un’opzione della quale nessun soggetto separatista potrebbe mai dotarsi.

Da segnalare inoltre come, nell’immediato, la mancanza di un sostegno estero renderebbe impossibile per soggetti come la Sicilia la gestione dei flussi migratori dall’Africa.

Perché Beppe Grillo si ostina a parlar bene della Mafia ma commette un autogol. La comunicazione politica e le sue “no fly zone”.

Esistono, nella comunicazione politica, alcune “no fly zone”, argomentazioni e tesi da non toccare ed esporre, pena la condanna, unanime, e la marginalizzazione. Una di queste, è il tentativo di ridimensionamento della barbarie mafiosa.

Con la sua ultima boutade su Cosa Nostra (la prima volta sostenne che l’organizzazione non avesse mai sciolto nessuno nell’acido), il comico genovese ha commesso due errori, ugualmente macroscopici e deleteri, uno storico e l’altro, appunto, strategico-comunicativo.

Nel primo caso, perché la Mafia perse la sua quota residua di morale molto prima di incontrare la finanza, nel secondo perché ha violato questa zona d’interdizione, nel tentativo, ingenuo e scomposto, di accarezzare il ventre dell’elettorato antimondialista (quindi ostile alle lobby economico-finanziarie) e di un ipotetico retroterra culturale siciliano vicino alla Piovra (stava parlando nell’isola). Unico risultato, la condanna trasversale della politica, dei media e della società civile.

Una nuova Caporetto, dunque, dopo quel “siamo oltre Hitler” (altra “no fly zone”) che contribuì a portargli via tre milioni di voti alle scorse Europee