Marò: perché a Roma e Bruxelles non conviene il muro contro muro con Nuova Delhi

maròIn un precedente contributo, erano stati evidenziati gli ostacoli di natura diplomatica che rendono di difficile soluzione il nodo Marò, in primis la differenza tra il ruolo di “Great Power” (Grande Potenza) dell’India rispetto a quello di “Middle Power” (Media Potenza) del nostro Paese, differenza dovuta ad elementi di tipo geografico, demografico e militare. Oggi, l’analisi si soffermerà sui fattori di natura economica che condizionano, “obtorto collo”, le scelte dei nostro governi, complicando la soluzione della crisi con Nuova Delhi.

Con 1.210.193.422 di abitanti (seconda potenza demografica mondiale destinata a superare la Cina intorno al 2028 ), un’architettura democratica di tipo occidentale (pur con molte ed evidenti alcune) retaggio del dominio britannico, l’adozione dell’Inglese come seconda lingua ufficiale, un “know how” tecnologico di altissimo profilo e la sua vicinanza geografica al gigante cinese, l’India si pone infatti quale attore e mercato economico di primo piano, imprescindibile tanto per l’Europa quanto per l’Italia, forse destinato, secondo alcuni osservatori, a “mettere in discussione il sentiero canonico dello sviluppo economico” *

Entrando più nel dettaglio, noteremo come l’India risulti essere il primo partner commerciale della UE con un volume d’affari di circa 67 miliardi di euro, mentre per quel che concerne le relazioni con Roma sono circa 400 le imprese italiane ad operare nel Paese. Nell’ultimo decennio, inoltre, l’India è passata dalla posizione numero 45 alla 25 nella graduatoria dei clienti dell’Italia. Nel solco di questa partnership, il nostro Ministero degli esteri, l’ICE e l’Unioncamere hanno avviato nel 2006 l’iniziativa “Invest you talent in Italy”, rivolta agli studenti indiani allo scopo di attirare i “cervelli” di Nuova Delhi da noi. E’ dunque, l’India, un mercato in continua ed inarrestabile crescita dalle potenzialità enormi (che tuttavia Roma sfrutta molto meno dei suoi competitor più importanti), nel quale le strategie di “soft power” italiane potrebbero, con la dovuta assistenza e copertura delle nostre istituzioni, penetrare a beneficio dell’intero sistema Paese (si pensi ai beni di lusso per le classi emergenti indiane) con proiezioni interessanti sull’intero scacchiere asiatico, in un vero e proprio “win win scenario”.

Se ne deduce pertanto l’impossibilità (da parte di Roma e Bruxelles) di mettere a rischio un volume d’affari di miliardi di dollari e migliaia di posti di lavoro per l’errore (perché di questo pare trattarsi) di due singoli individui. Il prestigio dell’Italia, ad oggi limitata da fattori storici e culturali nel ricorso all’ “hard power”, passa anche e soprattutto dalla sua capacità di fare mercato.

Nda: proprio in ragione del prestigio indiano nel settore IT, il Premier cinese Weng Jaiabo definì nel 2005 il suo Paese l’hardware (la “fabbrica”) del mondo e l’India il software (il “cervello”).

*“Italia potenza globale? Il ruolo internazionale dell’Italia oggi”

Eutanasia, omosessuali, coppie di fatto. Perché l’Italia è indietro ma la Spagna non è avanti.

Se è indubbio che l’Italia accusi un ritardo, pesante ed anomalo per una grande democrazia occidentale, su alcuni temi etici di fondamentale importanza come i diritti di omosessuali e coppie di fatto e l’eutanasia, è altrettanto indubbia l’inconsistenza di qualsivoglia paragone ed accostamento con la Spagna o le realtà sudamericane, recentemente dotatesi di dispositivi a tutela delle sopracitate categorie e della libertà di scelta.

La motivazione sta nel fatto si tratti di Paesi da poco usciti da lunghi periodi dominati ed offuscati da colpi di stato e regimi dittatoriali di matrice reazionaria-fascista-militare, appoggiati da attori quali il Vaticano e gli Stati Uniti; di conseguenza, il movimento d’opinione conservatore e cattolico avrà, in quei contesti, una libertà di manovra inferiore rispetto a quella di cui dispone in Italia, mentre, al contrario, i segmenti progressisti e laici potranno contare su un margine d’azione superiore. Ecco perché nazioni arretrate quali Cile, Uruguay ed Argentina, hanno potuto equipaggiarsi di strumentazioni evolute a tutela delle minoranze e del libero arbitrio, allineandosi alle da sempre più evolute e mature società europee.

Siamo dunque in presenza di un fenomeno potenzialmente transitorio, sulla cui durata e capacità di sedimentazione non sussistono ancora elementi certi e provanti (la Spagna uscita dall’ubriacatura zapaterista vede oggi minacciato il diritto all’aborto).

Sul versante opposto, potremo invece rilevare come molti dei paesi ex comunisti dell’Europa orientale vedano la presenza di governi a trazione conservatrice (ad esempio Russia ed Ungheria) e stiano sperimentando un ritorno massiccio delle istanze monarchiche (ad esempio Romania, Bulgaria ed Albania) e dell’influenza della chiese cristiane ed ortodosse, nel segno della riscoperta e dell’attualizzazione delle loro tradizioni pre-marxiste.

Appunti di storia-57 anni fa, la pallina di alluminio che affascinò e spaventò il mondo.

Veniva lanciato dai sovietici esattamente 57 anni fa (4 ottobre 1957) il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1. Il “compagno di viaggio” (questo il significato della parola “sputnik”), rimase nello spazio per 57 giorni, compiendo in totale 1 400 orbite.

Il lancio esaltò il mondo comunista, da un lato, e terrorizzò l’Occidente, dall’altro. Negli Stati Uniti, le sirene di alcune fabbriche suonarono l’allarme, perché si pensava che il satellite potesse rappresentare una minaccia militare.

Gli USA si sarebbero rifatti pochi mesi dopo, mandando in orbita l’Explorer 1

Quando la parola ferisce più dell’austerità. L’arroganza dialettica merkeliana: un rischio per l’Europa del domani

A mettere a rischio la credibilità e l’esistenza stessa della moneta unica e delle istituzioni comunitarie così come le conosciamo oggi, non soltanto l’irrazionale politica rigorista voluta ed imposta dalle nazioni più “virtuose” ma anche la loro scelta comunicativa.

La battuta del Cancelliere tedesco sui paesi che “devono fare i compiti”, riferita al “non possumus” francese sul limite del 3% tra deficit e Pil, non è, infatti, che l’ultima di una lunga serie di incursioni al limite del buongusto e del buonsenso (cui si aggiungono le minacce, continue e reiterate, della BCE sulla volubilità dei mercati e della loro fiducia). Una simile pedanteria didascalica ed una simile arroganza non possono trovare spazio nel confronto diplomatico, come non possono trovare spazio in un circuito nato e sviluppato per essere unione di uomini, popoli e idee, prima ancora che di monete e mercati.

Penalizzata dal suo passato recente, la Germania è, inoltre, meno di ogni altro nella condizione di potersi concedere simili prepotenze; il rischio è e sarà, infatti, quello di riaprire ferite mai del tutto cicatrizzate (si veda la richiesta greca per il risarcimento dei danni causati dall’invasione nazista), dissipando così gli sforzi di decenni e facendo tornare la lancetta della storia pericolosamente indietro.

Le scienze storiche ci insegnano che nessuna acquisizione è irreversibile ed immodificabile; questo vale anche per l’Euro e la UE, e commetterebbe un errore grave colui il quale non voglia rendersene conto

Austerity-L’insoffrenza francese: un’opportunità storica per Roma e Madrid.

Parigi non ha, da sola, la forza per opporsi in modo efficace e determinante a Bruxelles e Francoforte. Tuttavia, il suo “non possumus” all’austerity potrebbe diventare la spinta per la creazione di un asse mediterraneo con gli altri due big dell’area e dell’Eurozona (Italia e Spagna) in grado di smantellare l’ormai irrazionale e miope politica di contenimento ad ogni costo voluta, varata e difesa da Berlino e dalle altre cancellerie nordeuropee.

P.s: ricordiamo come il rapporto deficit/Pil della Francia sia al 4,3% mentre quello italiano al 3%

Comunicazione autoreferenziale? Grazie, meglio di no.

Chiunque ricopra un ruolo pubblicamente esposto (politici, giornalisti, insegnanti, blogger, scrittori, divulgatori, pubblici amministratori, ecc) non dovrà mai dare sfoggio di “muscolarità” sociale. Non dovrà, in altre parole, vantarsi mai (in modo esplicito od implicito) del numero dei propri contatti sui social network, dei voti-consensi ottenuti in una determinata competizione, degli apprezzamenti ricevuti, sul web o nella vita “reale”.

Diversamente, il rischio sarà quello di apparire insicuri, ottenendo quindi un effetto contrario a quello sperato e cercato.
Ad esempio; vantarsi di avere un profilo con 5 mila contatti rischierà di esporre al ridicolo, per due motivi.

-Si tratta , oggettivamente, una soddisfazione vacua ed inconsistente
-Esistono moltissimi influencer “anonimi” che gestiscono pagine con decine/centinaia di migliaia di fans

La Russia, la sindrome d’accerchiamento e la “fame di acqua”-Il perché dell’intraprendenza putiniana.

Le politiche espansionistiche russe (prima imperiali e sovietiche ed oggi putiniane), si muovono, storicamente ed in linea di massima, su due direttrici, una psicologica ed una strategica.

Nel primo caso, osserviamo una “sindrome da accerchiamento”, che Mosca accusa da Ovest come da Est. SI tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

Nel secondo caso, pur controllando migliaia di km di coste, alla Russia, è sempre mancato lo sbocco ad acque calde ed “importanti”. In quest’ottica, si collocano, ad esempio, il tentativo (bloccato dagli Inglesi) di avanzare a Sud per arrivare all’Oceano Indiano, la scelta di entrare nel primo conflitto mondiale a fianco dell’Intesa (sottrarre agli Ottomani sbocco al Mediterraneo) e la guerra la Giappone imperiale nel 1905 (estendere la propria influenza sul Pacifico)

Ad ostacolare la realizzazione dei piani russi, è oggi l’elemento nucleare, che rende impossibile o formidabilmente complessa la restaurazione della “Terza Roma” di memoria romanoviana

Il berlusconismo non esiste. Ecco perché Matteo Renzi non è Silvio Berlusconi.

La comunicazione dai Romani a JFK.

La corsa alla Casa Bianca del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon rappresentò un evento importante e fondamentale non soltanto per il suo significato politico ma anche perché vide, per la prima, volta un confronto televisivo tra i candidati (il primo dibattito “presidenziale” in assoluto fu nel 1858 tra Abraham Lincoln e Stephen Douglas).

Kennedy, più fresco, più giovane e più intraprendente, giocò le sue carte migliori assicurandosi la vittoria davanti alle telecamere, sbaragliando un Nixon apparso al contrario impacciato, stanco e con una cattiva cera (si mormora gli avessero consigliato un dopobarba dozzinale che lo fece sudare).

La tv diventava quindi non solo un “medium” ma un attore principale nella comunicazione politica, sfruttata in modo magistrale negli anni a venire da Bob Kennedy, Ronald Reagan, Bill Clinton ed altri, che ne utilizzarono il potenziale adattandolo alle loro differenti opzioni, strategie ed esigenze.

Non è con l’irruzione della tv, ad ogni modo, che il “contenitore” diventa importante e fa il suo ingresso nelle dinamiche del consenso; è già in epoca romana, infatti, che si hanno le prime forme di propaganda organizzata con gli “Acta Diurna” , e il ricorso agli artifici della promozione conobbe già un’efficacissima diffusione ai tempi delle Crociate, per iniziativa della Chiesa.

Il francese Gustave Le Bon (1841 – 1931), tra i padri della sociologia, faceva inoltre notare come fosse la forma, ancor prima della sostanza, la vera forza dell’ “animale politico”, forma che doveva essere semplice, astuta, tesa a toccare l’istintualità delle “folle” e non la loro intelligenza razionale. Per Le Bon, ad essere decisivo era il “prestigio” di un leader”, laddove “prestigio” indicava la sua capacità di fascinazione, immediata e diretta, al di là delle argomentazioni. Con l’avvento della fotografia, prima, della radio e della cinematografia, poi, ecco che la “parola” del capo diviene la “voce” del capo e poi il “corpo” del capo, in un crescendo ed in un evolversi di seduzioni istintuali che ha trovato e trova il suo acme con la televisione, dalla seconda metà del ‘900 in poi.

Berlusconi, dunque, ha soltanto introdotto ed importanto un modo di far politica, aggiornato ai tempi, che era già consolidato in altri paesi, quello stesso modo che oggi Renzi sta facendo proprio. Tuttavia, la scarsa offerta televisiva che per anni ha caratterizzato, penalizzandolo, il panorama mediatico italiano, la stagnazione generazionale della nostra classe dirigente (la cosiddetta Prima Repubblica ha visto il dominio cinquantennale di figure pre-televisive, nate nei primi anni-decenni del secolo XXesimo) e la paura , retaggio del periodo fascista, che una certa fetta dell’opinione pubblica italiana ha della figura “forte” , ha contribuito e contribuisce a creare e sedimentare un clima di sospetto intorno all’ex sindaco di Firenze, bollato, appunto, come un semplice megafono, un ambasciatore del nulla, un prodotto del berlusconismo.

Al contrario e come abbiamo avuto modo di vedere, Renzi è, come lo era il tycoon di Arcore, soltanto il prodotto di una politica nuova, non necessariamente vacua e dannosa, che è anche una cultura nuova, che è anche un mondo nuovo. Piaccia o meno.

Perchè separarsi non conviene, se non ai propri avversari.Russia contro Qatar.

Il 17 febbraio 2012 esplose una violenta lite tra l’ambasciatore russo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Vitaly Ivanovich Churkin, e il Primo Ministro degli Affari Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim Al- Thani , in merito alla questione siriana.

“Vi invito a guardarci da qualsiasi uso del veto sulla crisi in Siria. La Russia deve approvare la risoluzione, altrimenti perderà tutti i paesi arabi”, la richiesta a muso duro di Al-Thani a Churkin, il quale rispose: “Se ti rivolgi a me con quel tono ancora una volta , non ci sarà più qualcosa che si chiamerà Qatar. Voi siete un ospite del Consiglio di Sicurezza , rispettatelo e state a posto. E non vi parlerò più, poiché a nome della Grande Russia , mi rivolgo solo ai grandi”.

E’ bene ricordare come il Qatar non sia soltanto un grande produttore/esportatore di petrolio ma anche uno dei tre paesi con le maggiori riserve di “oro blu” in assoluto (insieme all’ Iran ed alla stessa Russia), rivale diretto di Mosca nello scacchiere euroasiatico, anche in ragione dei suoi progetti per la costruzione di gasdotti che aggirino la Russia, passando per la Siria (per questo Putin difende il regime baathista).

Doha, inoltre, vanta quote e presenze rilevanti in alcune delle maggiori realtà economiche, culturali e sportive francesi e tedesche (Louis Vuitton, Total, Le Figaro, Vinci, Vivendi, Glencore, Paris St.Germain, Volkswagen, Porsche, ecc), in una campagna di “conquista” del mondo occidentale che si sta facendo di anno in anno più imponente.

Ciononostante, un alto rappresentante russo poté concedersi il lusso di trattare un ministro qatriota con sufficienza e disprezzo, rispedendo al mittente le sue richieste.

Immaginiamo che cosa accadrebbe a singole porzioni di Italia, Spagna, Regno Unito, Francia o Germania (prive di gas e petrolio) una volta libere dall’ombrello dei Paesi originari; il loro potere contrattuale e la loro credibilità d’insieme, nelle assisi internazionali, sarebbero certamente molto più ridotti e ridimensionati, così da comprometterne, in modo decisivo, gli interessi.

Sostando sul il caso italiano, Roma è una “middle power” ed un ”regional power”, in virtù della sua appartenenza al G-8-G-20, del Nuclear Sharing e dei suoi oltre 60 milioni di abitanti, che le garantiscono un numero di rappresentanti a Strasburgo pari a quello di Regno Unito Francia, Ma che ne sarebbe di un Veneto lasciato a sé stesso? O di un Regno/Repubblica delle Due Sicilie (magari preda dalle mafie)? O di una Repubblica altoatesina? Molto verosimilmente, la loro forza d’azione non sarebbe sufficiente ad assicurare un’adeguata copertura ai loro interessi economici e strategici , esponendoli alle mire ed al ricatto delle grandi potenze continentali.

Enrico Berlinguer: il “padre” politico di Matteo Renzi.La lezione della storia.

Fu con Palmiro Togliatti che il Partito Comunista Italiano entrò in un progetto trasversale di governo, insieme alla Democrazia Cristiana ed alle altre forze liberali, monarchiche ed atlantiste (Governo Badoglio II , Governo Bonomi II , Governo Bonomi III , Governo Parri , Governo De Gasperi I , Governo De Gasperi II), dal 1944 (Svolta di Salerno) al 1947. Fu, insomma, il capostipite delle cosiddette “larghe intese”, su suggerimento di Stalin.

A riprendere il dialogo con la DC ed i suoi alleati, Enrico Berlinguer , che portò il PCI al cosiddetto “governo della non sfiducia” (1976) o di “solidarietà nazionale”, a guida andreottiana (Andreotti III). Berlinguer , però, fece ancora di più, attuando una scelta di campo, netta e definita, in favore del blocco atlantico («Io voglio che l’Italia non esca dal Patto atlantico e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO» ) e dando vita, insieme ai comunisti spagnoli e francesi, al progetto della cosiddetta “terza via” (o “eurocomunismo” ), che riponeva per sempre l’esperienza e il dettato rivoluzionari per guardare ad un modello di compromesso con la democrazia ed il capitalismo. Per questo, venne osteggiato dai più ortodossi, in Italia come in URSS, tacciato di revisionismo, trozkismo e deviazionismo.

Oggi, chi ne esalta ed evoca la figura, contrapponendola a quella dell’attuale Presidente del Consiglio (malvisto in ragione del suo appeasement con le forze di centro-destra), dovrebbe ricordare quella fase, anzi, quelle fasi, del nostro percorso recente, e la sconfitta storica della critica conservatrice.