Ascesa e caduta degli Dei.

Un altro mito crolla, nel pantheon del circuito radical chic.

Dopo il cannoneggiatore di migranti Zapatero e l’Erich Mielke della Casa Bianca, Barack Obama (al quale non vanno comunque negati meriti considerevoli). Si tratta di Françoise Hollande, che una certa mitologia internetica voleva già Che Guevara in giacca e cravatta, magnifico tuttofare che aveva rivoluzionato la Francia in soli 30 giorni (mica come da noi. Sveeeegliaaa!!!111).

Hollande batte tutti i record di impopolarità

A breve, un nuovo urto con la severità della contingenza attenderà i nostri pasdaran dell’esterofilia al caviale, non appena il guru del momento, Bill de Blasio, darà l’ordine di disperdere una manifestazione sindacale a colpi di manganello e con i gas lacrimogeni, in perfetto stile stars&stripes.Potrà rivelarsi anche il miglior borgomastro della storia newyorkese, ma, perdiana, aspettate.

Bizzarie temporali dal Regno delle Due Sicilie

Immaginiamo di fare un balzo di due secoli nello spazio-tempo

Un balzo in avanti

Immaginiamo di vedere Domenico Scilipoti celebrato e presentato come un patriota, un eroe civile ed una mente illuminata

Stupore

Chock emotivo

Rifiuto

Rimozione

Ma la rimozione non riesce.

No, perché i mezzi di informazione ci dicono, con martellante continuità, che, si…Mimmo da Barcellona di Pozzo di Gotto era proprio così: un ardimentoso patriota ed un galantuomo.

Le medesime sensazioni di smarrimento e sofferenza cerebrale investirebbero l’italiano, settentrionale come meridionale, che dal secolo XIX venisse proiettato in questo 2013, vedendo Francesco II di Borbone, altrimenti detto “Lasagnone” (o “Re Bomba”, dalla ferocia con la quale represse l’ assedio di Messina del 1849 ), dipinto come un connubio di virtù ed eccellenze, umane, politiche e militari.

Ridiamoci su. Ed informiamo.

E basta lasagne.

Il provincialismo dell’esterofilia. Breve analisi di un equivoco.

Tra le più smaccate peculiarità intrinseche alla cultura italiana, trova spazio una forma molto rumorosa di esterofilia, spesso collocata e collocabile ai limiti di una vera e propria pulsione italofoba. Il motivo di questa inclinazione distorsiva viene spesso fatto ricondurre alla brevità del nostro percorso unitario, ma è una tesi, a mio modo di vedere, rispondente soltanto parzialmente al vero. I Paesi latinoamericani, infatti, benché quasi completamente sprovvisti di una storia particolare di rilevante consistenza (mi riferisco alle esperienze comunitarie post-coloniali), privi di una lingua comune ed enormemente e disordinatamente composti, sotto il profilo etnico e culturale, mostrano e vantano una fortissima consapevolezza collettiva, identitaria e di appartenenza. L’ἀρχή di questa vocazione xenofila italiana va cercata invece nel trauma sociale ed antropologico causato dall’esperienza fascista che, insieme al portato dottrinale internazionalista della sinistra di ispirazione marxista-marxiana ed a quello universalista del cristianesimo democristiano, ha confezionato e consegnato il clichè secondo cui l’esaltazione di tutto ciò che è patrio sia elemento ed attestazione di provincialismo, grettezza intellettuale ed obsolescenza sciovinistica, mentre la condivisione di tutto ciò che trova paternità altrove è o sarebbe sinonimo di elasticità mentale, lungimiranza e libertà di vedute. Di saper andare oltre, insomma. Accade, però, che proprio nel tentativo di mostrarsi privo di pregiudizi, colui il quale abbraccia questo genere di posizioni finisca con il rivelarne e coltivarne, in questo caso in senso italofobo e, in seconda battuta, provinciale.

Sotto un link dedicato alla memoria ed all’opera di Alcide De Gasperi ho letto, da parte di un giornalista (stiamo quindi parlando di una categoria intellettuale), affermazioni tese a negare l’italianità e la vocazione irredentista del Trentino (falso), l’appartenenza dell’Alto Adige alla storia ed alla cultura austriache (falso) e il postulato secondo cui a voler l’annessione all’ Italia fosse stata solo e soltanto “una sparuta minoranza di intellettuali. Che si erano fatti un’idea dell’Italia del tutto sbagliata. Pensavano chissà che e invece” (parzialmente vero. Il Nostro, però, ignorava che a quel tempo i livelli, bassissimi, di scolarizzazione e di diffusione mediatica facevano sì che soltanto le ristrette cerchie di élites intellettuali potessero avere una cognizione sufficientemente fondata in merito a ciò che le circondava). Ma si spingeva oltre, arrivando addirittura ad asserire che De Gasperi avrebbe imparato il significato di “democrazia” e onestà sotto Francesco Giuseppe!!!! Il che è tutto dire…… “. Accediamo così ad un livello superiore dell’indagine speculativa, in cui è l’elemento biologico a porsi come discriminante (gli italiani non sarebbero in grado di sviluppare ed elaborare una coscienza democratica, a differenza degli Austriaci). Ecco che la ricerca dell’affrancamento dal pregiudizio si fa essa stessa pregiudizio. Per un attimo sono stato pervaso dalla tentazione di replicare, illustrandogli la storia, antica, medievale, moderna e contemporanea, del Trentino come dell’Alto Adige, ma ho desistito; il suo Ego ne sarebbe stato ferito e si sarebbe chiuso a riccio, ripiegando sulla difensiva. Tempo perso.

Non era sua intenzione offendere e sminuire la comunità di cui fa parte; semplicemente voleva, in quanto condizionato dalle eredità culturali precedentemente illustrate ed analizzate, porsi e sentirsi come uomo libero dagli schemi convenzionalmente accettati, intellettualmente evoluto ed equipaggiato, e per farlo ha scelto come cuneo e punto d’entrata un elemento a fortissima carica identitaria e sciovinista.

Stessa cosa si può dire di una certa porzione dell’ opera revisionistica antirisorgimentale ( in questo caso non di ispirazione neoborbonica) o dei contributi storiografici, giornalistici e cinematografici sull’esercito italiano, dipinto secondo i contorni della macchietta in un esercizio che non ha soltanto dell’iniquo da un punto di vista morale ma che disvela un inaccettabile primitivismo di analisi ed elaborazione del portato documentale (la “Grande Guerra” del socialista Monicelli ne è un esempio paradigmatico ed efficace).

Berlusconi e la Shoah : potenza e squallore di un colpo di genio

La nuova boutade berlusconiana confezionata nel paragone tra le (presunte) ambasce patite dalla sua famiglia e le persecuzioni ai danni degli ebrei sotto il regime nazista (“i miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso”) è e rappresenta un altro saggio di finezza propagandistica da parte dell’ex Presidente del Consiglio. Essa, infatti, è funzionale a due esigenze e strategie differenti ma complementari e sinergiche: spostare l’attenzione da sé (decadenza, crisi interna al PdL, ecc) attirandola su di sé , scatenando, cioè, un turbinio di indignazioni, insulti ed animosità sulla sua persona. Così facendo catalizza, ancora una volta, la solidarietà dei popolo di centro-destra e del circuito conservatore, tradizionalmente ostili all’elemento ebraico e sensibili, invece, a quello familiare (nel caso di specie proposto e presentato vittimisticamente come sotto attacco) perché considerato e percepito come forziere e custode dell’idea e del concetto di tradizione. E ci sta riuscendo. Come da prassi, i suoi sciocchi avversari si sono fatti prendere al laccio, quando la più rozza ed elementare conoscenza delle dinamiche storiche e sociologiche alla base della comunicazione politica ne suggerirebbe il disinnesco attraverso la noncuranza.

P.s: di grande interesse anche la posizione assunta dal Presidente della comunità ebraica di Roma , Riccardo Pacifici, il quale all’inizio non assume un orientamento chiaro e definito (“frase molto infelice, ho bisogno di tempo per riflettere”) e, di seguito, evita la contrapposizione tra il mondo ebraico italiano e il Cavaliere (“non deve delle scuse agli ebrei, ma a se stesso” ). Il legame di contingenza tra il centro-destra berlusconiano, gli Stati Uniti e Israele è ed è stato infatti troppo solido ed importante perché le comunità ebraiche rischino di comprometterlo attraverso incursioni dettate dall’impulso e dalla rivalsa.

La notiziabilità dello schock e le colpe del giornalismo italiano.

Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di se stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono, essenzialmente, due: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ). Si viene meno, però, ai dettami dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

Onestà tedesca e fellonia italiana. Breve analisi di una menzogna

E’ acquisizione comune l’idea del tedesco fedele ai patti e alla parola data contrapposto all’italiano, guascone ed opportunista, che straccia gli accordi presi e, con essi, il suo onore. Una simile traiettoria è il risultato di un ventaglio di fattori concomitanti e sinergici, facilmente riassumibili e condensabili nella seguente terzina:

; l’immagine, stereotipata, del popolo tedesco, incapsulato in una veste ideale dai contorni del rigore e dell’onesta intellettuale più adamantina

; la manomissione del portato storico perpetrata dalla componente ideologica, che impedisce una sana, razionale e soprattutto scientifica visione degli elementi documentali

; la debolezza della nostra coscienza nazionale, che ci porta ad un’attribuzione in senso svalutativo di tutto ciò che è patrio e, sul fronte opposto, ad un’iper valutazione di tutto quello che trova la sua paternità ed origine oltreconfine

L’attenta ed acuta osservazione dell’impianto fattuale non può e non potrà che che condurre, però, ad una facile smentita della teoria sopra esposta e ad un ridimensionamento dell’immagine dualistica da essa consegnata. La violazione, da parte tedesca, del trattato di Versailles, il “tradimento”, sempre da parte tedesca, del Patto Molotov-Ribbentrop, l’invasione (non comunicata agli alleati) dell’URSS, l’ aggressione della Germania alla Danimarca e alla Norvegia senza dichiarazione di guerra, l’aggressione, proditoria ed ingiustificata, all’Italia dopo l’8 settembre e la resa nell’Italia del Nord senza consultare gli alleai della RSI (svendendoli, de facto, agli anglo-americani) rappresentano soltanto un’esigua porzione dei “tradimenti” da parte di Berlino degli impegni assunti nei consessi internazionali ed all’onor militare. Del resto, lo stesso Joachim von Ribbentrop si vantava dell’inaffidabilità del suo Paese, arrivando ad affermare di voler collezionare e custodire in un prezioso baule tutti i trattati da lui firmati e successivamente violati e disattesi.

Mirabile esempio di rettitudine personale e collettiva, non c’è che dire.

P.s: gli elementi utilizzati dai detrattori del nostro Paese (italiani come stranieri) a sostegno della tesi dell’italica fellonia sono, in linea di massima, l’8 Settembre e il Patto di Londra del 1915. Nel primo caso, l’Italia si rifiutò semplicemente di proseguire una guerra non voluta dal popolo e che non aveva più nessuna possibilità di concludersi con un esito a noi favorevole. La prosecuzione del conflitto accanto a Hilter avrebbe significato, per una popolazione già ridotta allo stremo, altri due anni di bombardamenti a tappeto, di morte, di distruzione e sofferenza nonché un trattato armistiziale dalle clausole ben più gravi, gravose e pesanti di quello che invece riuscimmo ad ottenere (anche Grandi e lo stesso Mussolini trattarono per una pace separata, con gli angloamericani come con i sovietici, per sganciarsi dai tedeschi). Per quel che concerne il Patto di Londra, la volontà era quella di recuperare le terre irredente, portando a compimento i nostri processi risorgimentali e l’unità del Paese entro i suoi confini naturali. In entrambe le occasioni, l’Italia non fece altro che perseguire i propri interessi ed il proprio vantaggio, esattamente come la Germania, l’Austria o chiunque altro.

Il IV Novembre e le tante amnesie della destra “nazionale”

Le esperienze ideologiche 900esche ci hanno consegnato la spaccatura immaginifica, sedimentatasi ed ossificatasi nelle nostre strutture culturali più profonde, tra una destra patriottica ed una sinistra antinazionale. Si tratta, però e a ben vedere, di un falso storico, facilmente smentibile dall’osservazione e dallo studio dei processi materiali e filosofici più recenti. Se, infatti, è vero che la sinistra di ispirazione massimalista era ed è portata, in virtù del principio basico dell’internazionalismo marxiano, ad un rifiuto dell’idea di comunità identitariamente organizzata, è altrettanto vero che la restante porzione dell’emisfero “progressista”, nella sua accezione democratica e liberale, non solo ha sempre abbracciato gli ideali della condivisione unitaria ma prende le mosse proprio da quegli uomini e da quei segmenti concettuali che furono anima e linfa dei processi risorgimentali per sfociare, di lì a poco, nella Sinistra Storica e nell’estrema Sinistra Storica. Al contrario, la comunità conservatrice offre e presenta, accanto ad una nutrita pattuglia di ispirazione smaccatamente patriottica, anche un ricchissimo sottobosco antiunitario; da segnalare e da non sottovalutare, altresì, la profonda e preoccupante mutazione culturale che la prima fazione sta avendo per effetto dell’apparentamento politico con la seconda, tradottosi e concretizzatosi nel fiorire di tutta una bibliografia revisionista in senso antirisorgimentale proveniente dagli ambienti ex aenniani ed ex missini un tempo “appaltatori” unici (ed abusivi) degli ideali sciovinisti. Ma non solo: eventi come la prima Guerra Mondiale o le guerre di indipendenza o, ancora, importanti conquiste coloniali come quella di Libia (che segnò l’ingresso del nostro Paese nel club delle grandi potenze), vengono spesso ignorati oppure accolti tiepdiamente proprio dalle destre a vocazione nazionalista-fascista in quanto slegate dalla paternità mussoliniana e, anzi, merito di quell’Italia liberale che l’ex marxista predappiese bollava come “Italietta” e che combatté fino a distruggere, disperdendone le ceneri nell’oblio del trascorso.

P.s: la realizzazione della Repubblica Sociale, entità secessionista e giuridicamente inammissibile perché altra e contraria rispetto alla Stato legittimo delineato nella Brindisi libera da Pietro Badoglio e da Vittorio Emanuele III, è la prova provante dell’aderenza, da parte fascista e vetero-fascista, non agli ideali di “patria” e nazione bensì a quelli mussoliniani e partitici.

Sul IV Novembre

Sono nato e cresciuto “accompagnato” dagli sguardi dei caduti della prima Guerra Mondiale, impressi nelle lapidi a ricordo poste sulle facciate delle case del mio paese, nell’Abruzzo aquilano. Ho fatto in tempo a conoscere molti di quei reduci e le vedove, vestite di nero, ancora e dopo decenni e decenni. Per questo, per me, il IV Novembre non sarà mai una data come le altre. La memoria non è uno sterile esercizio retorico, una passi castrante od inutile. Al contrario, è, si pone e si staglia come imperativo etico, soprattutto in momenti storici come quello attuale, in cui maldestri revisionismi alimentati dal revanscismo più gretto mettono in discussione l’atomo primo del nostro edificio nazionale e comunitario. Un tributo ai 650mila caduti che hanno consegnato all’Italia le terre irredente, ultimando i nostri processi risorgimentali e liberali. P.S: la nazione può e deve essere criticata, anche in modo aspro (io lo faccio molto spesso) ma non possiamo permettere che il dettato storico e documentale venga insozzato da una canea di dilettanti della storiografia e del giornalismo.

“Se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta. Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta. Ci sentimmo soli. Vedemmo allontanarsi fra le brume del Piave quella vittoria, che eravamo già certi di cogliere sulla fronte di Francia”. Questo scriveva Erich Ludendorff, capo di Stato Maggiore dell’esercito tedesco. Il ruolo italiano viene non di rado minimizzato da una certa storiografia internazionale, ma si tratta di un’ evidente e partigiana alterazione del portato storico. L’azione del Regio Esercito, lasciato quasi da solo a lottare contro le forze austro-tedesche, fu determinante per l’esito finale del conflitto.

Cancellieri: Grande Terrore o Termidoro ?

Il caso Ligresti-Cancellieri implica e suggerisce, per la sua particolare delicatezza e per la complessità del segmento congiunturale che stiamo vivendo e sperimentando, la massima serenità e ponderazione nel giudizio e nell’analisi d’insieme. Animosità, giacobinismi, considerazioni affrettate sull’onda dell’emotività più sanguigna, pulsioni centrifugo-ideologiche e istanze egualitario-legalitarie, seppur comprensibili e condivisibili, non devono viziare ed alterare quella che è l’architettura dei nostri sistemi percettivi e cognitivi, occludendo la valvola del ragionamento sereno. Se è vero, infatti, che una figura istituzionale non dovrebbe mai venir meno al principio della terzietà e della linearità etica, è altrettanto vero che il carcere, nell’ordinamento italiano, non prevede una funzione afflittiva e mortificatrice, nemmeno nei riguardi di un detenuto di “alto rango” (che, ricordiamo, non deve godere di favoritismi come non deve subire un atteggiamento di tipo discriminatorio). Pertanto, se nella sua veste istituzionale Cancellieri, come suggerito da alcune fonti e letture, si è occupata ed interessata anche di altri casi collocati ai margini della sostenibilità civile (come Aldrovandi e Cucchi ), l’attenzione per Ligresti, pur essendo mal digeribile la figura della figlia del faccendiere, rientra nei compiti e nei doveri del Ministro e nella più totale imparzialità.

Lo stravolgimento dei baricentri etici, tradotto in una sorta di discriminazione “al contrario”, non può che spaventare. Personalmente, attendo. La formulazione di un giudizio definitivo non è semplice.

Elitarismo intellettuale: breve analisi di un pregiudizio (e di un errore).

A corredo del suo studio sul “Cinepanettone”, il sociologo irlandese Alan O’Leary decise di proporre una serie di interviste nelle quali chiedeva agli interpellati se ci fosse una tipologia particolare del fruitore del genere cinematografico natalizio e, in caso affermativo, di descriverla. Questi i risultati:

-un italiano medio poco intelligente e ironico

-i truzzi, gli arricchiti, i berlusconiani

-una persona senza cultura, che non legge e non si informa, non va al cinema abitualmente e non conosce la storia del cinema, probabilmente di centro-destra, con pregiudizi e priva di gusto e con la soglia e dell’attenzione e la capacità di concentrazione bassissime.

E’ interessante notare come il giudizio travalichi l’argomento di pertinenza (il cinema ed il gusto cinematografico) per fare irruzione nell’ambito politico; l’amante del “Cinepanettone” sarebbe, come vediamo, un berlusconiano o “probabilmente di centro-destra”, segmenti ai quali viene associata anche un’ignoranza ed una pesante mancanza di gusto di fondo, se non proprio una debolezza intellettiva. O’Leary rilancia, evidenziando come per il critico Francesco Piccolo, i “cinepanettoniani” siano addirittura “grassi”: (“la caratteristica dei miei vicini è che tre su quattro sono molto grassi”). Piccolo si riferiva alla sua visione della prima di “Natale a Miami”. Abbiamo quindi un ritorno all’antico concetto omerico del “καλὸς καὶ ἀγαθός” , dove ad una (presunta) rozzezza d’animo e d’intelletto corrisponderebbe, anche e addirittura, una sgradevolezza fisica ed estetica di base e viceversa (!)

Comune denominatore di un certo settore della critica nazionale è quello di vedere nella crescita dei generi cinematografico-televisivi cosiddetti “leggeri” uno scadimento del settore, scadimento identificato, a sua volta, come sintomo di una regressione della cultura generale e dell’elettorato. Tutto questo avrebbe come sbocco finale e ideale la simpatia per il centro e/o il centro-destra, categorie evidentemente localizzate ai margini della scelta intellettuale. E’ un postulato che ha interessato personaggi come Bongiorno, Sordi (ricordiamo il “ve lo meritate Alberto Sordi” di morettiana memoria), Franchi e Ingrassia, ecc, messi sul banco degli imputati, condannati e poi assolti da una tardiva quanto modaiola rivalutazione, e interi generi, dal “poliziottesco” alla “commedia sexy” e via dicendo. Si tratta, però, di un cavallo zoppo, menomato, essenzialmente, da due errori di fondo:

; la commistione, forzata ed onnipresente, tra arte e politica

; le arti non sono blocchi monolitici ma universi composti e multiformi in cui varie variopinte sono le proposte, le clausole e le opzioni di offerta, a seconda dell’artista e del suo pubblico di riferimento. Il “Cinepanettone” piace perchè rappresenta e descrive, nel bene o nel male, una fetta di Paese.

Secondo i sociologi Bathkin, Bordieu e King, era convinzione delle “élites” che che i generi culturali, di svago e di intrattenimento a loro rivolti e da loro concepiti fossero “migliori” rispetto a quelli studiati per le masse, e questo perché più elaborati. Si trattava, però, di epoche (il XIX secolo) nelle quali le “élites” intellettuali appartenevano anche ad una ristretta cerchia di benestanti (per questo avevano potuto accedere agli strumenti ed alle possibilità dell’istruzione) ed era quindi comprensibile che ad una maggiore libertà economica potesse corrispondere una maggiore sofisticatezza della scelta e della proposta. La moderna critica di sinistra, sempre attenta a bacchettare su tematiche socialmente sensibili, sembra però essere rimasta a quella vecchia ossificazione pregiudiziale, a quella sindrome da “primo stato” (e da primi della classe) tanto anacronistica quanto goffa e grottesca.