Appunti di spin doctoring Perché ti voto, perché non ti voto II – Il ruolo della scienza tra fanatismi e bias di conferma

( Di CatReporter79)

Non di rado l’elettore, anche il più equilibrato, sceglie leader/partiti/schieramenti con programmi distanti dai suoi interessi, accredita notizie palesemente false, evidenzia, più in generale, una logica soprattutto emotiva e scarsamente consapevole. Secondo numerosi studi in ambito clinico, sollecitati negli ultimi anni dall’osservazione di questa tendenza, essa sarebbe determinata da fenomeni ben precisi di tipo neurologico.

In particolare, secondo lo psicologo clinico Drew Westen:

“La tendenza a vedere ciò che vogliamo riflette un effetto secondario accidentale del’evoluzione del nostro cervello. Con le idee ci comportiamo come se le cose del mondo che ci circonda , avvicinandole o evitandole a causa dei sentimenti che provocano, a seconda delle associazioni emotive a esse collegate. Gli stessi meccanismi che forniscono una bussola per guidare il nostro comportamento in direzioni adattive funzionano come calamità dell’autoinganno, della razionalizzazione e di quel genere di ‘ragionamento’ di parte che preclude a circa l’80% della popolazione, compresi gli elettori più avveduti, qualsiasi discorso razionale intorno a questioni politiche”

Ancora, per il Professore di linguistica cognitiva George Lakoff (Università di Berkeley):

“Le neuroscienze ci insegnano che tutti i concetti che abbiamo – i concetti a lungo termine che strutturano il modo in cui pensiamo – sono impressi nelle sinapsi del nostro cervello. I nostri concetti non cambiano solo perché qualcuno ci racconta un fatto. Possono anche venirci presentati dei fatti, ma perché noi li possiamo interpretare devono concordare con quello che già esiste nelle sinapsi del nostro cervello. Altrimenti i fatti entrano, ma poi escono immediatamente”

Come abbiamo visto, il trinceramento, anche in conflitto con la ratio, dell’elettore nelle sue convinzioni, rappresenta una difficoltà spesso insuperabile anche per quelle forze che vogliono catturare voti e consensi al di fuori del loro serbatoio storico; in questo caso, gli sforzi saranno rivolti alla persuasione dell’elettore cosiddetto “razionale”* (indeciso e privo di riferimenti politici e ideologici) e di quel blocco di elettori ”inaffidabile”, che simpatizza cioè per una determinata forza ma va persuaso e spronato a recarsi alle urne**.

*Il voto “razionale” si divide a sua volta in due sottogruppi:

-controdipendente, scaturito dalla delusione per i partiti e gli schieramenti votati in precedenza. Matura dai sei ai dodici mesi prima delle consultazioni

-di interesse, motivato da un’analisi dei programmi e dei leder in campo

**sono definiti anche elettori “last minute”

Il neocolonialismo cinese Quella collaborazione mai nata tra la “campagna del mondo”

La Cina vede oggi uno dei punti di forza della sua “foreign strategy” proprio nei suoi trascorsi di Paese colonizzato, grazie ai quali è in grado di porsi nella veste di amico e non di oppressore nei confronti di quelle nazioni del Terzo-Quarto mondo vitali per i suoi interessi economici.

Analizzando le sue linee di indirizzo, potremo tuttavia renderci conto di quanto Pechino sia, a tutti gli effetti, una potenza a vocazione neocolonialista, non diversa da quelle occidentali e forse addirittura più invasiva, facendo così lettera morta quelle aspirazioni terzomondiste di una convergenza Sud-Sud nate con la Conferenza di Bandung del 1955.

La tabella, i cui dati sono il prodotto di un’analisi effettuata dal Ministero della Difesa italiano, ci mostra le differenze tra la filosofia cinese e quella europea (UE) in materia di cooperazione con i Paesi africani.

UE
Obiettivi:
-Eliminazione della povertà attraverso lo sviluppo sostenibile
-Raggiungimento del Millennium Development Goals
-Pace e sicurezza
-Democrazia, good govenrnance, rispetto dei diritti umani e delle libertà

Principi:
-Titolarità e responsabilità africana
-Partnership
-Uguaglianza e solidarietà
-Dialogo politico sulla base del presupposto che i miglioramenti della good governnace sono fondamentali per lo sviluppo sociale ed economico

CINA
Obiettivi
-Promozione della pace e della stabilità
-Sviluppo economico e sociale
-Sviluppo armonioso
-Prosperità comune

Principi:

-Reciproco vantaggio
-Amicizia
-Uguaglianza e solidarietà
-Reciprocità (reciproco sostegno sostegno e stretto coordinamento, reciproco apprendimento, ricerca di uno sviluppo comune)
-Coesistenza pacifica
-Principio di una sola Cina
-Non ingerenza negli affari interni e rinunzia alle condizioni

Come possiamo notare, mentre la UE coniuga le esigenze dello sviluppo economico-sociale e della stabilità a quelle della democrazia e del rispetto dei diritti umani, la Cina esclude queste ultime opzioni dal suo ventaglio programmatico.

I motivi vanno ricercati nella fisionomia politico-istituzionale del Dragone (Paese non liberale) e nei suoi contenziosi interni con le repubbliche indipendentiste del Tibet, di Taiwan (“Principio di una sola Cina”, punto 6 dei “Principi”) e dello Xinjiang ; Pechino non può permettersi l’appoggio ad una dottrina che abbia la democrazia (e di conseguenza l’autodeterminazione dei popoli) e la tutela della libera partecipazione tra i suoi obiettivi, mentre il passaggio riguardante la “promozione della pace ed ella stabilità” dovrà essere letto come uno sostegno alla repressione di ogni velleitarismo democratico minante lo status quo.

Un attore che mira al raggiungimento del proprio interesse esclusivo, dunque, come confermato dallo “scambio ineguale” (altro carattere distintivo del neocolonialismo) con l’Angola.

Elezioni in Israele: una lettura diversa

Molto è stato scritto e molto è stato detto, sulle recenti elezioni israeliane. Dal testa a testa tra Netanyahu ed Herzog, con il rischio di una paralisi per la Knesset, alla vittoria al fotofinish del Likud, alla reazione (senza dubbio fuori luogo) di Barack Obama che non telefona a “Bibi” per congratularsi con lui, alle paure per una convergenza tra il premier e la destra di Naftali Bennet, Avigdor Lieberman e Moshe kahlon.

Tuttavia, poco, troppo poco, è stato detto, e troppo poco è stato scritto, sulla presenza e sul successo della Lista Araba Unita di Ayman Odeh, il partito degli arabi d’Israele che si pone come terza forza con ben quattordici seggi.

Proviamo infatti per un istante a giocare con la fantasia ed immaginiamo una lista di ebrei in Palestina, oggi governata da un soggetto (Hamas) che ha come obiettivo statutario la cancellazione di Israele, od in qualsiasi altro Paese della Lega Araba, organizzazione che vede soltanto due membri (Egitto e Giordania) riconoscere Tel Aviv; possiamo immaginarlo, ma dopo pochi secondi la ratio ci direbbe che, no, non è proprio possibile. In Israele, invece, un arabo-musulmano, Ayman Odeh, può candidarsi alla guida del Paese, ed un altro arabo-musulmano, Raleb Majadleh, può rivestire la carica di ministro per le Scienze e le tecnologie (2007, Governo Olmert).

Al di là di ogni speculazione mediatica, Israele dimostra dunque con i fatti di essere la sola democrazia completa ed inclusiva dell’aera, l’unica comunità in cui ognuno può sentirsi a casa, nel rispetto ed entro il rispetto dell’Altro.

ll “peccato originale” di Silvio Berlusconi

L’Italia che vide l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi (1993-1994) era un Paese che stava sperimentando una della fasi di maggior cambiamento della sua storia unitaria. Per l’effetto, sinergico, di elementi quali l’inchiesta “Mani Pulite” e la fine della Guerra Fredda (1945-1991/1992), dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto e garantito gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano, una nuova generazione aveva accesso alla guida dello Stato e la “società civile” tornava ad esprimersi, mediante piattaforme propositive quali comitati, liste referendarie, ecc.

Resuscitando un avversario/nemico ormai morto (il Comunismo) per catalizzare le forze conservatrici e dotarsi di una riconoscibilità ideologica, Berlusconi riportò la dialettica politica e il pendolo della storia nazionale indietro di 50 anni, rispolverando quel corredo di odi, esasperazioni, paure e rancori che sembravano ormai appartenere al passato ed infliggendo un colpo mortale all’ondata di rinnovamento che stava mutando la fisionomia del Paese.

Tra le sue colpe storiche (bilanciate da meriti che l’analista razionale non potrà negare o ridimensionare) questa è, a parere di chi scrive, la più grave ed eclatante.

L’attualità del “security dilemma”

Il linguaggio della geopolitica anglosassone, identifica con la formula “security dilemma” uno dei maggiori problemi nelle relazioni interstatuali*.

La dotazione di un apparato militare nettamente superiore a quello dei propri antagonisti, può infatti creare negli stessi un senso di inferiorità, preoccupazione ed una sindrome da accerchiamento capace di spingerli ad aumentare, a loro volta, il proprio potenziale bellico, offensivo come difensivo.

Una mano pericolosa sul tavolo degli equilibri internazionali, vincente (ma con rischi elevatissimi) in epoca reaganiana ma oggi gravida di incognite.

*Si parla, ovviamente, dei maggiori fattori di potenza.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.

Il New Deal internazionale e l’importanza di ONU, NATO e UE Perché la “politica di potenza” è una seducente catastrofe

Nelle fasi conclusive della Guerra Fredda, molti analisti* si domandarono se la fine dell’equilibrio bipolare che aveva contraddistinto la politica mondiale per cinquant’anni non avrebbe riprodotto uno scenario simile se non identico a quello precedente il 1945, ovvero con il ritorno all’unilateralismo ed alla “raison d’etat” come bussola delle cancellerie più importanti.

La preoccupazione degli osservatori era quella di una reintroduzione delle “shifting alliances”, instabili e pericolose, in sostituzione di quella “ragion di blocco” basata sul solidarismo d’emergenza che aveva assicurato la pace su larga scala a partire dalla sconfitta dell’Asse. Il rischio non si concretizzò, perché l’ONU seppe dimostrare tutta la sua tenuta, sebbene tra non poche storture ed ambiguità, realizzando il sogno, prima wilsoniano e poi rooseveltiano (“international new deal”), di una concertazione paritetica che fosse in grado di allontanare lo spettro di una deflagrazione tra le grandi nazioni (complice, anche la deterrenza nucleare e il principio della “mutua distruzione assicurata”).

Allo stesso modo, l’UE rappresentò e rappresenta il primo esperimento nella storia di partnership organizzata su base stabile, paritetica e collegiale tra attori una volta e per secoli in contrapposizione violenta, sul piano militare come su quelli strategico ed economico. Stesso discorso, sebbene con alcune differenze di fondo, per la NATO, che nel suo “strategic concept” come nel suo “fonding act” illustra la sua fisionomia di garante del diritto internazionale, braccio ed espressione di quell’ “international policy power” voluto da F.D Roosevelt ma mai realizzato pienamente dalle Nazioni Unite (all’ONU mancano, in buona sostanza, quei “denti” di cui parlava Hull**).

Se ne deduce dunque come la fine di questi importanti e consolidati nuclei di ordine democratico avrebbe conseguenze devastanti ed imprevedibili, come l’esposizione dei paesi minori alle mire egemoniche di quelli maggiori e il ritorno alla politica di potenza per le “middle” e le “regional power”, trovatesi senza copertura e quindi costrette ad un aumento delle spese militari e ad una corsa all’opzione atomica, con una pericolosa e diffusa escalation verso la proliferazione nucleare. Alla linea d’indirizzo collegiale interstatuale si sostituirebbe un nuovo ordine basato sull’unilateralismo e la divisione, dove i paesi maggiori vedrebbero una crescita irrazionale del loro potere e del loro margine di manovra consegnando gli altri alla vulnerabilità, all’instabilità e al declino economico (tra le vittime di questo stato di cose, i paesi europei, non più in grado di rivaleggiare con i nuovi protagonisti della globalizzazione).

*Di notevole interesse i contributi di John Mearsheimer (“Back to the Future”) e Gregory Treverton (“Finding an analogy for tomorrow”)

**Cordell Hull (Olympus, 2 ottobre 1871 – Bethesda, 23 luglio 1955), 47° Segretario di Stato americano, Premio Nobel per la pace nel 1945. Tra i padri delle Nazioni Unite.

Il prevedibile semi-flop di Minsk.

ucraina minsk dombass“Accordo non risolutivo”.

Così Federica Mogherini, rappresentante degli Esteri UE, ha commentato il cessate il fuoco stabilito a Minsk. Intanto, nella notte, una cinquantina di carri armati russi avrebbero oltrepassato la frontiera ucraina.

La scarsa concretezza di quanto ottenuto nel vertice era eventualità prevista e prevedibile; potenze minori, Parigi e Berlino non hanno, infatti, la forza negoziale per concedere assicurazioni definite e sul lungo periodo, né possono contare su uno status paritetico nel confronto con Mosca (Berlino non ha nemmeno un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) .

L’unico risultato tangibile della due giorni potrebbe invece essere l’indebolimento dell’asse occidentale, con l’esclusione degli alleati più importanti ( e di Bruxelles) dall’incontro.

Una decisione strategicamente immatura, dunque, quella delle due cancellerie, forse più attente alle esigenze di un sorpassato autoreferenzialismo sciovinista che non alla risoluzione della crisi.

Quello che 60 milioni di esperti di terrorismo, politica internazionale, traffico d’armi e giornalismo d’inchiesta devono sapere.

Ad oggi, nessun elemento può indurci ad affermare con sicurezza che:

A) Marzullo e Ramelli siano state rapite da nuclei terroristici e non da criminali comuni in cerca di un ingiusto profitto

B) Sia stato pagato un riscatto per il loro rilascio

C) L’eventuale riscatto ammonti a12 milioni di euro

D) L’eventuale riscatto servirà all’acquisto di armamenti.

Si tratta, gioverà ricordarlo, di elementi gestiti dall’intelligence, dunque coperti dal segreto ed impermeabili all’irruzione mediatica.

Perchè le cooperanti non sono come Moro e come le vittime dell’anonima sequestri. Anatomia di una semplificazione.

Tra le polemiche che, puntualmente, accompagnano la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio nelle zone di guerra, il pagamento di un riscatto come contropartita e l’accostamento con l’ “affaire” Moro, nel quale lo Stato scelse, al contrario, la linea della fermezza.

Si tratta ad ogni modo di una semplificazione, di un paragone concettualmente approssimativo e scollato dall’analisi storica, destinato al ridimensionamento quando messo al vaglio di un lavoro di scavo sufficientemente approfondito.

Se, infatti, in casi come quello Marzullo-Ramelli ad agire è ed è stato un fenomeno criminale-terroristico “esterno” e lontano, pericoloso per un numero assolutamente ristretto di connazionali, nel caso Moro l’Italia si trovava invece ad affrontare un terrorismo di tipo “endogeno”, nato nel Paese, diffuso nel Paese, in tutto il Paese, su larga scala e con potenti ancoraggi nel tessuto sociale.

Cedere alle pressioni delle BR non soltanto avrebbe dato l’idea di una debolezza delle istituzioni, incoraggiando così i terroristi (la fermezza dimostrata fu, al contrario, uno degli elementi decisivi per la sconfitta dell’eversione politica) ma avrebbe potenzialmente esposto ogni cittadino italiano al rischio di un sequestro; le BR avrebbero potuto infatti prendere in ostaggio chiunque ed in ogni momento, chiedendo la liberazione di questo o quel compagno, e lo Stato si sarebbe trovato nell’obbligo di trattare, non valendo certamente la vita del “signor Rossi” meno di quella del signor Moro.

Uno scenario dunque apocalittico, una strategia adottabile in linea teorica e pratica da qualsiasi altra organizzazione a delinquere, che avrebbe reso vani gli sforzi e l’impegno delle procure come delle forze dell’ordine, installando virtualmente i tornelli nella carceri italiane.

A rendere differenti e non sovrapponibili i due scenari, anche il ruolo di attori esterni al brigatismo nella fasi del blitz e ad esso successive, e le loro pressioni contro la liberazione dello statista democristiano, percepito (erroneamente) dal blocco atlantico-atlantista come un pericoloso ariete di sfondamento degli equilibri yaltiani.

La stessa traiettoria logica andrà applicata alla misura del congelamento dei beni in caso di rapimento, disposta dalla Legge 82 del 1991. Anche qui, si era e si è in presenza di un fenomeno criminale “endogeno”, antico, esistente e comune fin dall’epoca del brigantaggio, e consentire il pagamento di riscatti avrebbe significato esporre ogni famiglia italiana benestante o mediamente benestante al rischio di subire un’estorsione.