Giornalisti arrestati negli USA.Il falso mito della “più grande democrazia del mondo”

Due giornalisti statunitensi, Wesley Lowery, del Washington Post, e Ryan Reilly, dell’Huffington Post, sono stati arrestati dalla polizia in un fast food di Ferguson, nei sobborghi di Saint Louis. I reporter si trovavano nella zona per documentare le protese seguite all’uccisione da parte delle forze dell’ordine del giovane afroamericano Michale Brown. Gli agenti, in tenuta antisommossa, hanno intimato ai due di spegnere le telecamere, spingendoli con forza fuori da locale per poi arrestarli.

Non è la prima volta in cui negli Stati Uniti la libertà di informazione e di espressione subisce gravi attentati come questo; ricordiamo, ad esempio il caso dello studente Andrew Meyer, sedato nel 2004 con il taser per aver rivolto domande “scomode” all’allora candidato democratico John Kerry (oggi Segretario di Stato) o le declinazioni più liberticide del “Patriot Act”, il dispositivo varato da George Bush Jr (e riformato da Barack Obama) per limitare e controllare la circolazione delle notizie ai tempi delle campagne militari americane in Iraq e Afghanistan.

Al di là delle suggestioni agiografiche del cinema o di una cultura conservatrice e guerrafreddista che stenta a consegnarsi alla storia, gli Stati Uniti del secolo XXIesimo si dimostrano ancora ben lontani dal diventare una piena e compiuta democrazia occidentale.

La scure dei “califfati” occidentali sul libero arbitrio.Eterologa, aborto, eutanasia, matrimonio gay? Si, grazie.

Le scelte attinenti la sfera più intima e personale dell’individuo (fisica, psicologica ed esistenziale), sono e dovranno rimanere di competenza esclusiva dell’individuo stesso, unico e solo interessato, unico e solo giudice e padrone della propria vita. Ogni ingerenza da parte di soggetti istituzionali, politici, morali o dei singoli, dovrà, quindi, essere respinta, combattuta, ostacolata e denunciata come una violenza, una prevaricazione ed un abuso.

L’atteggiamento ostruzionistico del ministro Lorenzin in materia di fecondazione eterologa non potrà dunque che collocarsi al di fuori del perimetro del rispetto civile e delle garanzie più elementari a tutela del libero arbitrio, fissandosi come un’intrusione inaccettabile per qualsiasi consorzio evoluto e liberale

Perché Obama ha paura di fare il Bush.Che cosa rischia l’Occidente

L’era Bush (2001 – 2009) ha determinato una lacerazione dell’immagine pubblica degli Stati Uniti, facendo scivolare la popolarità e il prestigio internazionali della prima potenza mondiale ai minimi storici, dal dopo Nixon ad oggi.

Questo fattore, unito all’opinione, diffusa e trasversale anche sul fronte interno, di aver sbagliato completamente la politica estera sul piano economico, strategico ed etico, sta quindi condizionando, vincolando e limitando, in modo importante e decisivo, le scelte di Washington negli scacchieri nord-africano e mediorientale.

In buona sostanza, la paura di “emulare” il suo predecessore (sul quale manca ancora un giudizio sufficientemente equilibrato) e di impantanarsi in un nuovo Vietnam, consiglia ed “impone” all’inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue una strategia poco assertiva nei confronti delle derive islamiste che si stanno affacciando nel Rimland mediorientale e nei paesi della “primavere arabe”.

Si tratta, ad ogni modo, di un errore grossolano, che rischierà di determinare conseguenze impreviste ed imprevedibili per gli USA e l’Occidente nel suo insieme, esattamente come avvenne nel 1979 con l’allora Persia lasciata scivolare da Jimmy Carter (nonostante gli avvertimenti di Zbigniew Brzezinski, suo Consigliere per la sicurezza nazionale ) nella mani degli ayatollah (l’ingegnere navale di Plains era senza tema di smentita un campione del pensiero liberale, ma poco adatto alle contingenze della “Realpolitik”).

Abbandonare quelle comunità al radicalismo islamico lasciando incompiuta la loro opera di democratizzazione, infatti, significherebbe non soltanto uno sbaglio dal punto di vista morale (consentire, ad esempio, all’ISIS di proseguire la mattanza dei cristiani), ma anche da quello strategico ed economico; i nuovi regimi potrebbero guardare a Russia, Siria, Cina ed Iran come loro partner ed interlocutori, anche per la fornitura ed il trasferimento di gas e petrolio di cui sono ricchissimi, e creare nuovamente una cintura di accerchiamento ai danni di Israele.

Tale scenario impone dunque agli USA l’abbandono della tentazione isolazionista (storicamente radicata in una fetta molto rilevante dell’opinione pubblica e politica) per riappropriarsi della “Dottrina Reagan”, oggi vitale per l’ affermazione e la tutela dei valori e degli interessi occidentali.

Tra gli argomenti maggiormente utilizzati dai teorici della scelta isolazionista, c’è la convinzione dell’impermeabilità dei paesi afro-arabo-islamici alla cultura democratica. Gioverà a questo proposito ricordare il caso del Giappone imperiale, un Paese vincolato e limitato da un sistema di tradizioni molto più antiche di quelle islamiche ed altrettanto incompatibili con la democrazia occidentale (una società fortemente gerarchizzata, la fusione tra l’elemento secolare e quello temprale, un codice etico-religioso, il Bushido, come regolatore della morale e del comportamento, organizzazione feudale, schiavismo, ecc), ma completamente asciugato dalle sue declinazioni più arcaiche e trasformato in una moderna democrazia nel volgere di pochi anni e prima di ogni ricambio generazionale. La caratteristica insulare del Giappone, la mancanza di una qualsiasi esperienza democratica nel suo passato e di ogni commistione con l’elemento occidentale, inoltre, rendevano il Sol Levante molto più isolato e resistente al modello liberale di quanto non siano alcuni paesi arabi, africani e musulmani, al contrario non digiuni di trascorsi democratici e storicamente contigui alla nostra civiltà.

Quando c’era Saddam le teste dei bambini venivano tagliate in orario. Perché è sbagliato rimpiangere un tiranno. La ricerca della democrazia come unica soluzione

Le recenti, allarmanti notizie che arrivano dall’Iraq, dove l’ISIS sta sottoponendo la comunità cristiana ad una persecuzione che ricorda molto da vicino la Shoah ebraica (case marchiate, torture, decapitazioni, stupri, sevizie, ecc), stanno determinando, come immaginabile, il fiorire di un nostalgismo diffuso e generalizzato, in Iraq come altrove, per la figura di Saddam Hussein, oggi ammantata di un’aura leggendaria e rilanciata come antica garanzia di pace e stabilità, per l’aera e per i cristiani.

Si tratta di un modo di pensare oltremodo pericoloso, non solo perché rischia di spalancare le porte alla legittimazione della dittatura come soluzione e filosofia gestionale, ma perché fondato in buona parte su un ventaglio di inesattezze e manipolazioni del fatto risultato della semplificazione più grossolana, e sulle quali si renderà opportuno fare chiarezza, così da scongiurarne la sedimentazione nel pensiero comune.

Se, infatti, è indubbio che sotto Saddam Hussein ci fosse una maggiore tolleranza nei riguardi delle comunità cristiane, è altrettanto vero che la loro condizione non era comunque facile, costretti a lottare per ottenere concessioni per la professione del loro culto e difendersi dagli attacchi della cultura islamica di Stato.

Nel dettaglio:

Saddam Hussein era favorevole alla coesistenza orizzontale, tanto è vero che Tareq Aziz, suo vice, era cristiano
FALSO

Tareq Aziz non fu nominato vice del rais in quanto cristiano, ma in quanto amico di infanzia e stettissimo collaboratore di Hussein. Aziz non mostrò mai nessun atteggiamento conciliante nei confronti della comunità cristiana; lo stesso monsignor Jean Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad per i cattolici romani, ricorda come Aziz non mosse un dito, quando nelle scuole venne diffuso un testo violentemente anti-cristiano.

Quando c’era Saddam Huissein , i cristiani non venivano perseguitai.
PARZIALMENTE FALSO

Se è vero che Hussein abolì la Sharia una volta salito al potere, è altrettanto vero che lo Stato rimase, de facto, governato dalla legge islamica (soprattutto ad opera delle tribù, veri stati-nello stato in uno stato non-nazione come, appunto, l’Iraq.) Inoltre, con l’acuirsi delle sanzioni dopo il 1991, il rais cercò sempre più di indirizzare il suo regime verso un profilo confessionale.

Da non dimenticare, in aggiunta, le vittime causate da Hussein (sia con armi convenzionali che con armi chimico-battereologiche) nella repressione contro i curdi , gli oppositori , nella guerra all’Iran e in quella di conquista al Kuwait.

Nel dettaglio:

Vittime curde (1988-1990 – imposizione “No fly zone”):

100mila

Profughi: 2 milioni

Villaggi distrutti: 2 mila.

Vittime nella guerra contro Theran (1980-1988), scaturita dall’ invasione irachena dell’Iran, il 22 settembre 1980, senza dichiarazione di guerra:

Iraniani: 450.000/957.000

Iracheni: 450.000/650.000

Prima Guerra del Golfo (determinata dall’invasione irachena dell’emirato del Kuwait, Stato libero e sovrano):

Vittime occidentali: 658

Vittime irachene:20 112

Considerazioni sovrapponibili anche ad altri dittatori e ad Assad, oggi visto da alcuni come una diga all’Islam radicale e, addirittura, come una protezione per i cristiani siriani. Anche in questo caso, se è vero che Asssad può garantire, da un lato, un argine (parziale) al fondamentalismo (comunque attivissimo nelle regioni a Nord della Siria, l’Alta Mesopotamia,) non si dovrà dimenticare si tratti di un un despota reo della morte di migliaia di civili ed oppositori (la recente guerra siriana ha lasciato sul campo qualcosa come 170 mila morti in tre anni).

Si deduce, quindi, come rimpiangere Saddam Hussein per l’attuale situazione irachena od esaltare Assad come “deus ex machina” della democrazia, avrebbe la medesima logica di domandare l’amputazione di un arto come rimedio ad una frattura.

Una dittatura non potrà mai essere letta come una soluzione, tantomeno un dittatore potrà esserlo a lungo termine (dato il limite naturale della sua esistenza); si dovrà cercare, al contrario, sempre ed in ogni caso, la via più democratica e liberale del rispetto e dell’inclusione, spesso non facile ma in ogni caso la migliore.

Impari, l’occidentale-antioccidentale medio, a domandare anche per gli altri quei valori liberali e quelle garanzie di cui gode e che reclama per sé.

“Siamo invasi!”-Miti e leggende sugli immigrati e l’immigrazione

Contestualmente alla nascita ed alla progressiva affermazione, in Italia, di un saldo migratorio positivo, ha visto la luce e si è sviluppato un sentimento di sospetto e rabbia verso gli immigrati, irrobustito da una narrazione mediatica non sempre fedele al fatto ma più attenta all’ “infiotainment” (informazione spettacolo) ed agli interessi, politici, dell’editore.

I cardini di questo sentimento di avversione e ostilità, aumentato con e dopo l’esplosione della crisi economico-sociale, sono l’idea che i migranti rappresentino un numero eccessivo, siano dediti alla violenza o a condotte di tipo parassitario, vogliano sottomettere la nostra cultura e, ancora, “rubino” il lavoro agli italiani.

Si tratta, ad ogni modo, di elementi privi di un riscontro statistico e documentale, frutto , essenzialmente, della disabitudine italiana all’immigrazione (il nostro è sempre stato un Paese di emigrazione) e, come accennato, del malessere sociale dovuto alla severità della congiuntura economica e che trova, nell’altro”, una valvola di sfogo ideale.

Ma andiamo ad esaminarli, punto per punto.

Gli immigrati sono troppi. E’ in atto un’invasione
FALSO

Se con 4,8 milioni di stranieri ( 5.011.000 , secondo le utlime stime), l’Italia si colloca al terzo posto in Europa, dopo Germania (7,4 milioni) e Spagna (5,6 milioni) , è pur vero che, su una popolazione di 60,8 milioni di abitanti, essi non rappresentano che il 7,4% del totale, Una cifra tropo esigua, per poter parlare di “invasione”.

Gli immigrati sono parassiti. Li dobbiamo mantenere noi.
FALSO

Secondo Confindutria, il 12% del Pil italiano (1,7 miliardi di euro) arriva dal lavoro degli immigrati. Da notare, inoltre, come gli italiani in possesso di laurea siano il 12,5% contro il quasi identico 10,2% degli stranieri .

Gli immigrati sono musulmani che voglio distruggere la nostra cultura
FALSO

Su circa 5 milioni di stranieri, i musulmani sono 1.505.000 , mentre ben 2.465.000 i cristiani. Il segmento restante è frazionato in Atei (196.000) , Induisti (120.000), Buddisti (89.000) , Animisti (46.000), Ebrei (7.000), altre fedi (144.000).

Gli immigrati sono tutti dediti al crimine
PARZIALMENTE FALSO

Se i reati commessi dai clandestini (persone spesso fuggite da situazioni di miseria e disagio causate, anche, dalle politiche occidentali) costituiscono una cifra senza dubbio rilevante, i reati commessi da immigrati regolari rappresentano soltanto il 6% del totale ( ISTAT).

Gli immigrati ci rubano il lavoro
FALSO

Gli immigrati sono addetti alle mansioni meno qualificate, meno retribuite e più usuranti, nei campi, nei cantieri , molto spesso in nero e senza coperture previdenziali. il lavoro manuale non qualificato costituisce la forma principale di inquadramento professionale della forza lavoro straniera, assorbendo il 36,2% dei lavoratori.

L’Italia ha una capacità ricettiva limitata e limitante (non può accogliere tutti e sempre), ad ogni modo, il pregiudizio razzista è una zavorra per il pensiero critico e razionale che dovrà essere abbandonata, nel nostro interesse come in quello degli stranieri.

Oggi ricorre l’anniversario del disastro di Marcinelle. Ricordiamoci delle nostre radici cristiane, e ricordiamoci di quando ad avere fame, e fame sul serio, eravamo noi.

“Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Mercato, Occidente e “sfruttamento”. L’ipocrisia “analgesica” di chi si chiama fuori

Chi attacca le politiche economico-strategiche occidentali bollandole, con una piccola concessione al qualunquismo, come imperialistiche, egoistiche e parassitarie, dimentica che vivere in Occidente lo rende, ipso facto, parte, protagonista e complice (in quanto consumatore) del sistema produttivo e politico contro il quale lancia gli strali della sua moralità.

Ogni gesto, anche quello che ci appare più scontato (proprio perché ne siamo assuefatti), come accendere l’auto, usare il pc o mandare un sms, infatti, non soltanto arreca una ferita all’ecosistema ma è frutto e risultato di quel benessere e di quello status quo resi possibili, anche e ad esempio, dalle missioni militari, dall’opera delle multinazionali, dalla vendita di armi al Terzo Mondo. Piaccia o meno.

Il singolo potrà, questo certamente, limare e ridurre, con l’opera quotidiana, certi eccessi e la loro funzione anestetizzante, ma non potrà mai rivendicare una superiorità morale, rispetto all’altro, né chiamarsi fuori da responsabilità che sono collettive, quindi anche sue.

La menzogna mediatica come calamità sociale. Il caso Schettino

I pericoli/danni della disinformazione e della controinformazione, sono:

1) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento di sfiducia e sospetto verso le istituzioni, i loro apparati, le loro ramificazioni, i loro rappresentanti

2) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento pessimistico/nichilistico vero il futuro

3) L’induzione od il rafforzamento di un sentimento di malessere sociale

4) L’assuefazione alla menzogna e il conseguente intorpidimento dei dispositivi di filtraggio critico e razionale

5) L’induzione od il rafforzamento della diffidenza verso le leggi dello Stato (obbligo di vaccini, ad esempio).

Osservando gli effetti della bufala sulla “lezione” di Francesco Schettino alla Sapienza, potremo rilevare il concretizzarsi di alcuni di questi punti cardine della manomissione del fatto; la reazione più frequente (anche da parte degli intelletti più equipaggiati), infatti, è ed è stata l’indignazione verso l’Italia (la Sapienza è un ateneo statale), le sue leggi e la sua magistratura, che consentirebbero ad un “assassino” di tenere conferenze all’università.

“Questa è l’Italia”, “siamo senza speranza”, “solo da noi”, ecc, i “frame” che incapsulavano ed incapsulano l’emotività collerica della “massa”, pungolata, punta e sollecitata nel suo ventre più profondo.

Altro elemento che dovrà preoccupare, il fatto che la bufala sia stata ripresa e rilanciata da alcune delle più autorevoli testate nazionali, da telegiornali e radiogiornali, venuti meno, quindi, ai principi guida della buona informazione ed ai loro obblighi deontologici elementari.

Alla luce della complessità e delicatezza dell’attuale fase storica, potremmo facilmente dedurre tutta la pericolosità sociale di simili strategie e comportamenti.

Che cosa ci insegna la bufala sulla “lezione” di Francesco Schettino alla Sapienza.La propaganda e la “folla”

Il recente successo della bufala sulla presunta “lectio magistralis” tenuta dall’ex capitano Francesco Schettino, ha dimostrato tutta la potenza della “disinformatia” e la sua capacità di presa sulle masse.

Mediante la sua analisi approfondita, sarà possibile osservare e studiare alcuni dei meccanismi di funzionamento della manipolazione del fatto, da un lato, e della propaganda (in questa caso, “commerciale”), dall’altro, ma anche alcune peculiarità della “folla” e della sua psicologia.

Nel caso di specie, una notizia vera, in sé o in parte, è stata incapsulata in titoli ad effetto ed iperbolici e resa così parzialmente falsa; “Schettino tiene una lezione alla Sapienza”. Questo il prodotto finale della manomissione, rimbalzato da una landa all’altra del pianeta mediatico.

Ma analizziamo il fatto, nel dettaglio.

1) Francesco Schettino non ha parlato alla Sapienza, ma in un locale che nulla ha a che fare con l’ateneo (il circolo “Casa dell’Aviatore”).

2) Francesco schettino non ha tenuto nessuna “lectio magistralis” ma è stato invitato, da un singolo docente e per par condicio, a tenere una brevissima relazione nell’ambito di un seminario dal titolo “Dalla scena del crimine al Porfiling” in cui veniva dibattuto il caso Costa Concordia.

3) Francesco Schettino non ha tenuto nessuna lezione sulla gestione del panico,

Avremo quindi:

1) “Infotainment”. Informazione spettacolo.

2) Propaganda “grigia” (parzialmente falsa).

Entrambe le opzioni saranno funzionali alla:

Propaganda “commerciale”, intesa come strumento per ottenere un profitto economico (click ed ascolti in più).

Il generale, diffuso e qualunquistico sentimento di intolleranza verso le istituzioni (un ateneo statale è, comunque, un apparato istituzionale), il ricorso a strategie ad elevato impatto emotivo ed immaginifico (il richiamo ad una figura impopolare e respingente) e la scarsa dimestichezza del lettore-ascoltatore medio con l’ utilizzo dei dispositivi di analisi e filtraggio delle notizie (“Fact checking”, verifica dei fatti e “Gatekeeping”, selezione delle informazioni) hanno fatto il resto, preparando il terreno ad un successo, certo e rapido della “bufala”.

11 stereotipi sul conflitto israelo-palestinese. Quello che dice la storia

1: Israele è uno stato confessionale

FALSO

Ad ingannare, in questo senso, il poszionamento sulla bandiera nazionale della Stella di Davide e dei colori del Talled , il mantello di preghiera utilizzato dagli ebrei ortodossi durante i loro rituali. A dispetto di ciò, Israale non è né una “teocrazia” (dal greco ϑεοκρατία, comp. di ϑεο- «teo-» e -κρατία «-crazia» , governo di Dio) né una “ierocrazia” (dal greco ἱερός, hieros e κρατία, kratía, “goevrno dei sacerdoti) bensì uno Stato laico, pluralista ed inclusivo, che vede la separazione tra l’elemento civile e quello religioso.

A questo proposito, gioverà ricordare come nel 2006 sia stato nominato ministro per le Scienze e le tecnologie un arabo e musulmano, il laburista Raleb Majadleh. Una simile scelta sarebbe impensabile, nei paesi arabo.-islamici che circondano Israele

2: Israele mantiene le colonie (i kibbutz) nella Striscia di Gaza

FALSO

Dal 14 agosto 2005 , è iniziato lo sgombero (forzato e , in alcuni casi, violento) dei coloni israeliani da parte del Tsahal (Forza di difesa israeliana).

3: I “Territori occupati” sono e furono il prodotto di una politica espansionistica da parte di Tel Aviv

FALSO

I “Territori Occupati” divennero tali a seguito di un conflitto armato, la Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) scatenato, si, da Israele, ma causato dalla volontà egiziana di bloccare il porto israeliano di Eilat, l’unico in uso al Paese sul Mar Rosso e per questo di importanza vitale. L’Egitto aveva bloccato Eilat già nel 1956, determinando così una prima reazione israeliana (Campagna del Sinai 29 ottobre-7 novembre 1956) e l’intervento diplomatico dell’ONU; le Nazioni Unite stabilirono allora di presidiare l’aera con le loro truppe, ma una volta ritiratesi (maggio 1967), Il Cairo non soltanto riprese la sua politica ostile ed ostruzionistica nei confronti di Tel Aviv bloccando nuovamente Eilat, ma schierò, insieme a Iraq, Siria e Giordania, le sue forze armate al confine con Israele, causando, ancora una volta, la risposta del Tzahal.

Ricordiamo, altresì, come l’Egitto avesse già attaccato Israele perché tale, cercando di distruggerla, il giorno dopo la sua dichiarazione di indipendenza, ancora insieme a Siria, Libano, Iraq e Transgiordania.

4: Gli Ebrei credono di essere il “popolo eletto”; sono, dunque, come i nazisti

FALSO

Il dogma non sottintende, come nel caso del Nazismo e del razzismo cosiddetto “storico”, il convincimento e l’affermazione di una superiorità genetica e biologica, ma un “patto” di fede, stipulato tra gli Ebrei e Dio (« Se darete attentamente ascolto alla mia voce e osserverete il mio Patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare, poiché tutta la Terra è mia. Voi sarete per me un regno/popolo di sacerdoti e una nazione santa. Queste sono le parole che dirai ai figli d’Israele » (Esodo 19.5-6).

L’alleanza tra uomo e divinità, è inoltre cardine di molte altre culture e dottrine religiose, tra cui il Cristianesimo.

5: Gli Ebrei sono arrivati per ultimi, dopo l’elemento arabo e musulmano

FALSO

Gli Ebrei occupano la Palestina storica dal XII sec.a.c, mentre l’invasione arabo-islamica risale al VI sec.d.c (califfato degli Omayyadi). Agli Arabi seguirono gli Ottomani, a partire dal 1517.

6: La bandiera dello Stato di Israele nasconde un progetto egemonico

NON DIMOSTRABILE

Una tra le tesi complottiste più note e diffuse, vuole la bandiera israeliana simbolo occulto di un disegno egemone ed imperialista della zona mediorientale. Secondo la teoria, infatti, le due bande azzurre collocate nel vessillo rappresenterebbero il Nilo ( ad indicare il luogo della schiavitù egiziana) e l’Eufrate (uno dei fiumi mesopotamici, terra di origine degli Ebrei).

Israele vorrebbe in questo modo manifestare il suo progetto di conquista e riconquista delle aree nelle quali si è svolta la parabola storica del popolo “eletto”.

In realtà, i colori fanno parte del Talled , il mantello di preghiera utilizzato dagli ebrei ortodossi durante i loro rituali, e possono variare insieme alla grandezza delle bande.

Non c’è, comunque ed in ultima istanza, la prova che la scelta dei colori nel mantello celi una velleità imperialistica.

7: “Sionismo” fa rima con imperialismo

FALSO

Solitamente incapsulato nei perimetri di un’idea negativa e respingente, il termine “sionismo” indica in realtà un movimento di rinascita ebraica nato con l’obiettivo, unico ed esclusivo, di giungere alla formazione di uno Stato, libero e sovrano, per i discendenti di Abramo nella terra “ancestrale”.

Sorto alla fine del secolo XIXesimo, deve il suo nome allo scrittore Nathan Birnbaum , che inquadrò la finalità del movimento nel ritorno degli Ebrei a Sion (uno dei nomi biblici di Gerusalemme) mediante “la creazione di un partito sionista al di sopra dei partiti politici esistenti”.

Esso potrà venire tassonomicamente suddiviso in : politico, spirituale, laico, socialista, sintetico.

– Sionismo “politico”: nato ad opera dello scrittore viennese T.Herzl e preconizzato nel suo “”Lo Stato ebraico. Una soluzione nuova ad un problema antico”, sosteneva l’idea di “creare una dimora legalmente garantita per il popolo ebraico in Palestina. E’ con Herzl che il sionismo assumerà un’identità chiara, definita e definibile, facendo il suo ingresso nel dibattito politico.

– Sionismo “spirituale”: Contro le tesi di Herzl si sollevarono quelle di Ha’am Ahad , il quale indicava anche la necessità di una rinascita di tipo morale e laica dell’ebraismo, come precondizione a quella politica.

– Sionismo “laico”: in opposizione al sionismo “spirituale”, quello “laico” auspicava una rottura con il passato religioso del popolo ebraico e la creazione di un popolo “nuovo”, in Palestina. Vide tra i suoi maggiori esponenti in M.J. Berdicevskij e J.C.Brenner.

– Sionismo “socialista”: Condizionava la rinascita della nazione ebraica alla “purificazione” della società secondo i criteri del socialismo e attraverso il lavoro manuale. Suo vessillifero, A.D.Gordon.

– Sionismo “sintetico”: sorto dalle intuizioni di C.Weizmann , futuro presidente di Israele (il primo), fu la corrente che si affermò sulle altre, portando alla realizzazione dello stato ebraico. Il sionismo “sintetico” si prefiggeva l’obiettivo della rinascita del popolo di Israele mediante un pragmatismo duttile ed essenziale.

Si potrà quindi rilevare come nessuna delle opzioni dell’ideologia sionista incarni od abbia incarnato un disegno imperialista, liberticida o islamofobo, mostrando, al contrario, un ricco e variegato ventaglio di proposte, idee ed ipotesi, spesso laiche, liberali ed inclusive.

8:

a)Lo squilibrio di vittime civili tra Israele e Palestina è enorme.

b) Hamas non dispone di armi efficaci

VERO. MA…

Costruito in molteplici e differenti versioni, il razzo Qassam (o Kassam) è l’arma più utilizzata da Hamas e da altri gruppi terroristici per colpire la popolazione civile israeliana, ebrea come non ebrea. Si tratta di un vettore con una raggio massimo di 75 chilometri (Qassām M75), di potenza relativamente bassa ma ad ogni modo capace di uccidere e reso particolarmente insidioso dal fatto di esser facilmente costruibile, facilmente trasportabile e facilmente occultabile. Il potenziale distruttivo dei Qassam è attenuato e diluito dai dispositivi di difesa israeliani, in special modo dal “Red Color” (sirene di allarme), dallo “Red Alert-Yo!” (applicazione informatica di avvertimento) e dall’ “Iron Dome” (“Cupola di Ferro”), lo scudo antimissile in dotazione alle batterie del Tzahal. Grazie a queste misure e alle corazzature degli edifici israeliani, il bilancio di morte del Qassam è relativamente basso.

E’ tuttavia sul fronte psicologico che i danni dei razzi palestinesi e del terrorismo si fanno maggiormente sentire; secondo uno studio condotto sulla popolazione civile di Sderot (una delle città più colpite dai vettori), infatti, una percentuale tra il 75% e il 94% dei bambini e dei giovani tra i 4 e i 18 anni manifesta sintomi da stress post-traumatico (i razzi vengono spesso lanciati su scuole ed asili), mentre il 28% degli adulti e il 30% dei più piccoli manifestano la sindrome in modo conclamato. Se ne deduce come il ridimensionamento della pericolosità delle armi di offesa palestinesi ed il loro incapsulamento all’interno di definizioni quali “bombette” o “razzetti”, appaiano del tutto impropri, strumentali ed inopportuni.

Senza queste misure, le vittime civili israeliane stimate raggiungerebbero il mezzo milione.

9: Israele blocca gli aiuti umanitari destinati ai palestinesi

FALSO

Israele blocca i convogli provenienti dai paesi della Lega Araba per sottoporli a controlli (in molti casi, i terroristi usano i convogli umanitari per far arrivare armi e munizioni ai miliziani)

10: Israele è contro l’esistenza dello Stato palestinese

NON DIMOSTRABILE

Sono, al contrario, Hamas e la Lega Araba ad esprimersi contro l’esistenza ed il riconoscimento dello Stato ebraico (preambolo ed articolo 7 dello statuto di Hamas. (ANSA) – IL CAIRO, 26 MAR – “La Lega Araba ha rifiutato di riconoscere categoricamente Israele come Stato ebraico”, nel comunicato finale del vertice annuale che si tiene in Kuwait”.)

11: Gli Ebrei usano l’Olocausto come arma di ricatto e foglia di fico per i loro misfatti in Palestina

FALSO

L’accusa antisemita viene usata quando (come negli ultimi giorni), alla critica, legittima, verso l’operato del governo israeliano, si sommano attentati, violenze, minacce.

Non dimentichiamo, a tale riguardo, la forza e la resistenza dell’antisemitismo “storico”, latente nelle società cristiane