Cortocircuiti siriani: quando il piombo scandalizza meno del gas

La costernazione e lo smarrimento provati dinanzi alle stragi consumate dai gas e con in gas in Siria, sono sintomo e spia rivelatrice di una paura, ancestrale ed atavica, nutrita e coltivata dall’essere umano nei confronti della minaccia invisibile ed incontrollabile, sia essa il buio o una calamità naturale o, come nel caso di specie, uno stratagemma bellico. Era il 1915 (Seconda Battaglia di Ypres) quando le armi chimiche fecero la loro prepotente irruzione nella coscienza militare e civile, sconvolgendo ed alterando, oltre all’apparato cardiorespiratorio dei malcapitati in grigioverde, anche le leve e gli strati più profondi della psiche umana, impreparata all’ineguale tenzone con una Parca infingarda brandente invisibili ed indecodificabili  cesoie. Ma c’è di più: non è solo l’arma non convenzionale a seminare morte e devastazione, ma anche e molto spesso  in misura maggiore il piombo e la bomba, cui però siamo stati abituati ed assuefatti da decenni di esposizione cinematografica e televisiva che con le sue cataste di cadaveri smembrati e presentati in ogni variante e variabile ha permesso all’orrore di penetrare nella nostra intelaiatura culturale, impregnandola ed alterandola in modo irreversibile, storcendola verso l’apatia civile. L’abominio è stato quindi riposto  nei cassetti mentali del consueto ed abbiamo avuto bisogno di un pungolo che facesse vibrare le corde del nostro inconscio più belluino per ridestarci dal torpore di bianchi agiati della middle class ed esclamare, ipocritamente: “poverini!”. Ma quanto durerà?

 

Mutamenti

Con la sostituzione a sinistra delle vecchie declinazioni borghesi con l’anarchismo, il socialismo massimalista ed il comunismo, furono le destre (prima in parte rilevante contrarie ai processi risorgimentali) ad appaltare il ruolo di vessillifere del sentimento patrio. In anni, e in special modo dopo il 1945, nei quali dirsi nazionalista era considerata un’onta ed una patente di fascismo (le sinistre radicali rigettavano e rigettano l’identitarismo in nome dei principi dell’internazionalismo marxiano-marxista), soltanto il MSI, i monarchici, il PLI e la porzione più conservatrice della Democrazia Cristiana avevano il coraggio di manifestare la loro aderenza ai valori unitari e sciovinisti, non di rado a costo dell’incolumità individuale e della stessa vita. Il ventennale apparentamento con le (micro) leghe ha però determinato il risultato di snaturare ed in inquinare l’assetto ideologico di quella che fu la destra italiana, che ha trasferito il proprio afflato identitario dalla piattaforma nazionale a quelle locali, anche per effetto di un neo-revisionismo antiunitario vivo quasi esclusivamente nella pubblicistica astorica ma sempre più diffuso e vincolante. Alle icone risorgimentali e quindicidiciottiste, vengono quindi via via sostituiti feticci riconducibili ai “nemici”(Ad esempio gli austroungarici) combattuti dai patrioti di una volta (i nostri, i loro nonni e bisnonni), in un’ affannosa quanto grottesca ricerca di contiguità culturali e genetiche con circuiti non solo distanti ma tradizionalmente ed irriducibilmente antitetici alle genti italiche ed italiane.

La via dei dane’

Dopo la condanna dell’arcoriano e il palesarsi di un rischio “sudden death” per l’esecutivo Letta, i più moderati, nel M5S, avevano lanciato l’ipotesi di una convergenza con il centro-sinistra da tradursi in un governo di “scopo” che avesse come fine ed orizzonte alcuni punti, tra i quali la riforma elettorale. Puntuali e prevedibilissime, sono arrivate le smentite dei “pasdaran” pentastellati e del grande capo genovese. Perché? Non solo perché il M5S sviluppa nell’orgoglioso distacco dalle forze politiche “tradizionali” l’atomo primo della sua “alterità” (l’arma più potente ma allo stesso tempo la zavorra, sul lungo periodo, dei partiti catalizzatori il voto di protesta), non solo per le (probabili) riflessioni statunitensi (il M5S ha soppiantato, per il momento, la destra berlusconiana nella tutela degli interessi e negli indici di gradimento del grande fratello d’oltreoceano) ma, innanzitutto, per una ragione sociale e sociologica; Grillo e Casaleggio sono fondamentalmente due “ganassa”, che identificano nella sinistra l’archè e la trama di ogni male. Per loro, imprenditorotti arricchiti dell’opulento e produttivo Nord “che si dà da fare”, sinistra è tasse (il programma del Movimento è molto povero di traiettorie sulla lotta all’evasione), sinistra è difesa dei dipendenti incapaci e della pubblica amministrazione inefficiente (“eliminiamo i sindacati, voglio uno Stato con le palle”, ebbe a dire qualche mese fa l’ex comico), sinistra è immigrazione selvaggia (l’asserragliamento grilliano contro lo Ius Soli la dice lunga a riguardo), sinistra è caos (non come per Pizzarotti che stanga i barboni che “bivaccano”). Per questo, anche per questo, il Beppe nazionale e l’ex forzista di Ivrea non accetteranno mai un patto con quello che reputano il grande nemico culturale e sociale di ogni tempo e che, infatti, non perdono occasione di bersagliare con i loro strali, molto di più di quanto non facciano con il PdL o con i loro predecessori nelle preferenze dell’italico ventre, ovvero la Lega bossiana. Acquattati nel “grembo della provincia del Nord” (Belpoliti), i due compagni di viaggio incarnano alla perfezione i valori del “privatismo” ripiegato su se stesso tipico di quella borghesia italiana eternamente terrorizzata da un inesistente fantasma bardato da un lenzuolo rosso, quella borghesia “dell’ineleganza che si mette in mostra con il cartellino bene in vista” (Pellizzetti), quando il cartellino batte il prezzo di un panfilo alla fonda in Costa Smeralda o di una magione tran i boschi di Quincinetto.

De Boldrinite

Tra le 25 regole della disinformazione individuate e illustrate dal politologo statunitense H.Michael Sweeney, se ne segnala una, di larghissimo impiego nell’arsenale retorico non solo berlusconiano ma, più in generale, del suo comparto di sostenitori. Questa strategia si presenta con la formula “attacca il messaggero”, e il suo obiettivo è quello di colpire e ridicolizzare l’interlocutore-avversario mediante epiteti particolarmente impopolari e richiamanti il grottesco. L’azionista di maggioranza del centro-destra e il suo popolo di simpatizzanti vi ricorrono in special modo per replicare alle critiche rivolte all’indirizzo dell’arcoriano, con i “contenders” bollati come “fissati”, “ossessionati”, ecc. Si tratta di una “exit strategy” estremamente efficace perché consente di spostare l’attenzione dall’oggetto del contendere (la difesa di Berlusconi non è certo cosa semplice ed agevole), alleggerisce il peso sul bersaglio dell’attacco e lo trasferisce sul “messaggero”, appunto, della critica, che in questo caso ci viene presentato alla stregua di un maniaco in preda a devianze ossessive. Di tattica, però, si tratta. Un diversivo. Altra cosa è l’atteggiamento, questo si realmente compulsivo, che destri e grillini stanno manifestando nei confronti di Laura Boldrini; ferma restando la mia personale ed inossidabile antipatia per la Presidente della Camera, che ritengo depositaria e portatrice di tutti gli stereotipi più peculiarmente negativi della sinistra occidentale nella sua declinazione “rosa” (protofemminista, misandrica, snob, bacchettona, radical chic”), l’acrimonia che i testimoni di Grillo e gli adepti di Berlusconi palesano e concretizzano nei suoi confronti meriterebbe, a modesto avviso di chi scrive, una riflessone ed una sosta di carattere extra-politico

Il Bandito e il Frescone

Con il termine ” treetops’ propaganda “, si intende e circoscrive quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treet”, infatti, sta ad indicare i rami più alti dell’albero. Parliamo di una strategia molto più sottile e potente rispetto alla più comune “grassroots propaganda”, diretta al “grass”, alla “massa” (“grass” indica il prato, ovvero la parte che sta alla base dell’albero) perché mirante a catechizzare e plasmare chi fa opinione, chi muove, in un certo senso, i sentimenti collettivi e le leve del consenso. Le dichiarazioni di De Gregori sulla TAV Torino-Lione (“la sinistra strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini”), rappresentano un caso lampante di propaganda “treetops” ben congegnata e giunta a bersaglio; premettendo, infatti, come la sinistra abbia iniziato la sua battaglia contro la realizzazione della linea quando ancora il M5S non esisteva ed uno dei suoi fondatori, Casaleggio Gianroberto, custodiva nel portafoglio la tessera di Forza Italia, la Torino-Lione si presenta come una soluzione inutile (le due destinazioni sono già abbastanza collegate), potenzialmente dannosa per la salute dei valsusini e costosa (la sua manutenzione sarebbe a carico dello Stato Italiano), voluta come contropartita a Parigi per aver acquistato parte del nostro debito pubblico. Una poderosa campagna mediatica, attuata da un circo-circuito di cronisti ” embedded”, è però riuscita, come vediamo, ad influenzare anche le menti più evolute ed attrezzate, facendo acquisire la traiettoria logica e l’equazione secondo cui il progetto sarebbe indispensabile e chiunque lo combatta un esaltato, un estremista, quasi una sorta di neo-luddista (possiamo intercettare casi sovrapponibili nel dibattito sulla Legge Biagi o sulle missioni di “peacekeeping”); ecco che approdiamo ad un’ altra declinazione del sistema propaganda, ovvero quella “sociologica”. Se il modello degregoriano di sinistra è quello centrista-renziano, appiattito al dettato mediatico irregimentato, beh, i progressisti non possono che rallegrarsi dell’uscita del cantautore dalla loro comunità.

Quando il cavallo d’acciaio si imbizzarisce,nulla fa piu’ paura…

I fatti, terribili, di Santiago, non possono che riportarmi alla mente il “Disastro di Balvano”, la peggiore sciagura ferroviaria della storia italiana. Era il 3 marzo del 1944, quando centinaia di contadini e profughi stremati dal conflitto salirono, sovraccaricandolo, sul treno merci 8017 diretto da Napoli a Potenza; lo scopo di quei poveretti era acquistare qualche alimento, scambiandolo con il caffè e le sigarette donate loro dalle truppe di liberazione statunitensi. Giunto all’interno della Galleria delle Armi, il convoglio si bloccò, e gli sforzi per farlo ripartire causarono lo sprigionamento di enormi quantità di monossido di carbonio e acido carbonico. Chiusi in quella prigione stretta ed oscura, con soltanto due vagoni, quelli di coda, alla luce del sole, ben 501 esseri umani persero la vita. Molto tempo dopo, Balvano dovette subire un’altra dura prova, per mano dell’ “Orcolat”, il sisma che sconvolse l’Irpinia e il Meridione nel 1980. “Nessuna Spoon River dei poveri ha mai raccontato le loro storie”, ebbe a scrivere un cronista de Il Mattino, su questa sciagura. Aveva ragione. La memoria collettiva e la pubblicistica, purtroppo, hanno smesso di sostare su quegli eventi, su quella tragedia nella tragedia, negando alle sue vittime, sfortunate una, due, tre, cento volte, l’onore del ricordo. Oggi come allora, a morire è stata la speranza.

Movimento 1 leader

Organigramma del MoVimento 5 Stelle (M5S)

Leader: Beppe Grillo
Segretario: Enrico Maria Nadasi
Presidente: Beppe Grillo
Vicepresidente: Enrico Grillo (nipote di Beppe Grillo)
Coordinatore: Beppe Grillo
Portavoce: Beppe Grillo

L’URSS brezneviana conosceva, almeno a livello nazionale, una distribuzione più equa ed equilibrata del potere, nonché una maggiore collegialità “de facto”. La mia osservazione non è né vuole essere una battuta (e non solo in segno di rispetto nei confronti di Leonid Il’ič). Quanto proposto si avvicina pericolosamente al modello kimiano, di cui il M5S mostra l’attitudine autarchica (a livello politico e gestionale) emanazione dello Juche ed il familismo impermeabile ed escludente.

Il modus cogitandi/operandi, messe da parte le differenze tra i due contesti di riferimento, è assai similare.

Chi ha paura dello shock economico?

Il fatto che il capo di una potente PR alluda, in modo sibillinamente vaticinatorio, alla Teoria dello Shock Economico, è motivo di un ampio e variegato ventaglio di inquietanti interrogativi.

; il potere di manipolazione e coercizione mentale delle PR. La Ruder Finn e la Hill e Knowlton furono tra i più grandi catalizzatori di consenso verso le iniziative politico militari statunitensi in Irak, Afghanistan, Serbia e, più in generale, ogni opzione bellica di Washington è sempre stata affiancata, da Woodrow Wilson in poi, da un corposo e robusto lavoro di preparazione da parte di questo tipo di agenzie.

; il personaggio in questione è un imprenditore, quindi legato alle leve di comando dell’economia di mercato

; il personaggio in questione è legato, politicamente ed economicamente, ad un altro imprenditore, dichiaratamente atlantista

; il soggetto politico di cui il personaggio in questione è cofondatore ha incontrato, da subito, il sostegno delle autorità statunitensi (l’ambasciatore Spogli) e la prima performance pubblica dei portavoce della suddetta compagine politica è stata un’audizione proprio all’ambasciata statunitense

; la Teoria dello Shock Economico è stata l’ apripista ed il grimaldello per l’estensione dell’influenza USA-NATO in vaste aree del pianeta (in particolare Sud America ed Est Europa)

Quanto sviluppato da Stanley Milgram potrebbe offrire una chiave di decodificazione importante a tal proposito, benché l’esegesi della grammatica politica alla base di una simile sortita non sia cosa facile ed agevole. Almeno al momento.

L’Iran si riarma: di armi di distrazioni di massa

Secondo il rapporto “If All Else Fails: The Challenges of Containing a Nuclear-Armed Iran” sul nucleare iraniano, gli USA dovrebbero predisporre ed attuare tutte le misure possibili, non esclusa (sottinteso con il cripticismo retorico più pruriginoso ed ipocrita), l’opzione militare, onde evitare che Teheran riesca a dotarsi di un proprio arsenale non convenzionale. Non è un caso che allarmismi di questo genere tornino prepotentemente alla ribalta con l’acuirsi della crisi siriana, che vede Washington e Tel Aviv (la leva del potere all’interno del Congresso statunitense) opposti alla Russia e, appunto, all’Iran, in un braccio di ferro continuo e costante che sembra non conoscere fine né sosta. Ferma restando la doverosa ed imprescindibile condanna nei confronti del teofascismo islamico, barbaro e liberticida, che da decenni ammorba ed affossa l’ex popolo persiano, la vicenda ci rivela e dimostra, ancora una volta, la potenza delle piattaforme propagandistiche occidentali e , nel caso di specie, della propaganda politica “di guerra”. Essa si snoda e sviluppa attraverso le seguenti due terzine:

A: Ricorso alla paura e l’identificazione del nemico
1: Demonizzazione del nemico
2: uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3: guerra come risposta al nemico e non come attacco

B: Bontà delle nostre guerre
1: Soccorrere una nazione o un popolo
2: Giusta causa
3: Estendere la democrazia

Il tutto, corroborato da un circuito di cronisti “embedded” che, viaggiando con le truppe in caso di guerra o attingendo le loro informazioni dai comunicati ufficiali degli organi governativi ed intergovernativi, smarriscono lo spirito critico e la funzione di scavo alla base (in linea teorica) della loro funzione professionale (gli “embedded ” nacquero dopo la disastrosa esperienza mediatica del Vietnam e di Grenada, per mezzo della Siddle Commision). Tutti ricorderemo le immagini, imbarazzanti, di Colin Powell all’ONU, che brandendo una bottiglietta con acqua e sale, voleva fornire al pianeta le prove dell’esistenza dell’arsenale nucleare e chimico-batteriologico di Saddam Hussein; la vicenda può apparire grottesca, ma, all’epoca, stampa e poteri politici riuscirono a convincere la porzione più rilevante dell’opinione pubblica occidentale del fatto che Baghdad rappresentasse un pericolo reale e imminente. Per non parlare delle accuse di genocidio confezionate contro la Jugoslavia di Milosevic per quel che concerne ii casi della “Strage del pane”, della “Strage di Racak” o della “Strage del mercato”, episodi in cui la PR Ruder Finn (al servizio di Zagabria dopo aver offerto il proprio sostegno a Belgrado) riuscì a far ricadere la colpa sui serbi, ma in realtà responsabilità dei croati. Solo un lavoro, personale, di deologizzazione e di ricerca della terzietà delle fonti, può sottrarci all’opera di coercizione mentale attuata da coloro i quali una certa retorica di maniera definirebbe “poteri forti”. Paradossalmente,pero’, fu la politica carteriana di non ingerenza negli affari esteri dei paesi stranieri (vedi gli accordi con Torrijos sulla gestione del Canale di Panama) a consegnare l’Iran allo spietato regime teocratico; o meglio, a farlo transitare da un regime dittatoriale all’altro. Tale politica di Carter si può configurare come l’antesignana della “Dottrina Sinatra” di memoria sovietica..

Detroit fallisce: ma agli americani ci fanno la morale su L’Aquila

L’amministrazione comunale della metropoli di Detroit, capitale del mercato nazionale dell’automobile (nonché della criminalità urbana), dichiara fallimento. I giornali statunitensi, però, trovano ugualmente modo, tempo e “faccia” per impartire con pedanteria didascalica lezioni agli italiani sul post-sisma aquilano, proponendo e presentando scenari di resa al nemico, nel caso di specie la sorte, di rassegnazione e di irreversibile declino. Di nuovo, entra in scena il “Manifest Destiny”, prodotto del biorazzismo coloniale statunitense, declinazione e cardine primo del loro massificante fascismo culturale. Loro che hanno ancora intere porzioni di New Orleans devastate dell’uragano del 2005. Loro che non offrono nessun contributo a chi perde il proprio alloggio.