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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Conte VS Macron: molto più di una semplice differenza

conte macronMentre Emmanuel Macron parla anche di politica estera, vola in Libano e invia navi da guerra nel Mediterraneo orientale per difendere gli interessi francesi ed europei dalle mire turche, Giuseppe Conte e i partii e i leader che sostengono il suo governo sembrano avere una sola preoccupazione, un solo argomento: il virus.

Una differenza che va a di là di quella tra il premier italiano e il presidente francese, tra e forze che sostengono l’uno e quelle che sostengono l’altro, ma che affonda le sue radici ben più in profondità.

Per una serie di ragioni storiche diverse e complesse, il nostro Paese ha infatti un sentimento nazionale molto più fragile e il tabù dell’esperienza fascista porterebbe l’italiano, soprattutto se di centro-sinistra, a ritenere inaccettabile il ricorso, seppur a scopo dimostrativo, all’ “hard power”. Ma, più in generale, la difesa stessa dell’interesse nazionale può presentare delle difficoltà quando sostenuta in modo aperto, fosse anche l’invito ad acquistare prodotti locali e/o a limitare il turismo nello Stivale così da aiutare la nostra imprenditoria.

Un “vulnus” che mina e penalizza l’Italia almeno dal dopoguerra, una torsione innaturale, inconcepibile e irrazionale verso l’autolesionismo. Tornando al Covid, la stessa demonizzazione, da parte di alcuni settori della maggioranza, dei giovani, mentre gli immigrati vengono difesi in maniera strenua (e talvolta poco lucida) da qualsiasi accusa, ne è un’ulteriore conferma.

Perché è facile disprezzare i giovani (e perché è pericoloso e sbagliato)

giovai covidLa continua e costante demonizzazione dei giovani, accusati (senza alcuna prova certa) di non rispettare le normative anti-Covid e di rappresentare dunque una minaccia per tutti, non si spiega solo con la nota “laudatio temporis acti”, l’esaltazione del passato che ha tra le sue conseguenze lo scetticismo verso le nuove generazioni.

Con un’aspettativa di vita di 84 anni e una natalità tra le più basse del mondo occidentale, l’Italia è infatti un Paese “vecchio”, in cui i giovani sono pochi e marginali (anche dal punto di vista elettorale), per questo è più facile cooptarli come alibi e bersaglio. Una situazione che si va a saldare ad una mentalità storicamente “gerontofila”, retaggio della nostra cultura classica.

Assistiamo così ad una bislacca, irrazionale e autolesionistica guerra contro il futuro stesso della nazione e dello Stato, cioè le nuove generazioni. Una corsa verso il declino, distruttiva come quella contro un muro di mattoni.

I ragazzi italiani hanno vissuto e stanno vivendo un dramma che dal 1945 ad oggi nessun’altra generazione ha sperimentato nella sua età più bella. Non dimentichiamolo.

La minaccia al “branco” e la percezione del virus: perché “sopravvalutiamo” il Covid

lenteSebbene il Covid-19 abbia rappresentato e rappresenti un evento eccezionale, almeno per il mondo più evoluto ed avanzato, ogni anno le statistiche ci mostrano cause di morte maggiori e più insidiose, tra patologie, incidenti, infortuni ed eventi di vario genere, entità e natura.

Tuttavia, ad amplificare la percezione della pericolosità di questo virus è (anche) il numero, in alcuni paesi elevato, di vittime in un lasso di tempo ristretto o ristrettissimo.

Come spiega a riguardo lo scienziato cognitivo tedesco Gerard Gigerenzer, se sono in molti a morire, tutti insieme e in modo spettacolare e/o inusuale, la mente umana risponde con l’ansia, perché vedrebbe a rischio la sopravvivenza della specie (emblematica ed esplicativa la reazione alle foto dei camion di Bergamo). Un comportamento che molti esperti fanno risalire all’alba del nostro percorso, quando vivevamo in piccoli gruppi e di raccoglitori e cacciatori. “Ma quando sono altrettanti, o ancora di più, a morire in un modo distribuito nel tempo, come negli incidenti d’auto o di moto, è meno probabile che si venga assaliti dal paura.”

Restando in argomento Coronavirus, il fenomeno analizzato dal Prof. Gigerenzer rimanda ad un problema tipico di questa fase, cioè la confusione creata da grafici e statistiche anche per via del frequente e dilagante analfabetismo matematico. Il confondere “correlazione” e “causalità” o la “fallacia induttiva” secondo cui il dato riguardante un certo Paese valga anche per il nostro o altri, ne sono alcuni esempi. Spesso, una certa informazione sfrutta ad arte questi “vulnus” nella capacità analitica del pubblico, contribuendo ad esasperare e a complicare una situazione già precaria e pericolosa.

Se il pendolo inizia a muoversi: cosa ci insegna la reazione dopo la lettura degli atti del CTS e a cosa possiamo andare incontro.

verbali ctsLe prime crepe nella popolarità di Conte e del suo governo, emerse con la pubblicazione dei verbali del CTS, erano un evento previsto e prevedibile, alla luce delle dinamiche storiche. Un consenso molto forte e decisioni radicali sono infatti degli estremi, soggetti sempre ad oscillazioni opposte e contrarie appena le dinamiche di fondo subiscono un mutamento.

Il prossimo passaggio sarà una pericolosa e massiccia reazione di sfiducia verso l’informazione e, soprattutto, verso la comunità medico-scientifica, con il rischio di vedere aumentare le quotazioni e la popolarità dei movimenti anti-scientifici. Per questo, finché si è in tempo, è necessaria un’inversione di rotta che modifichi la narrazione del virus, ad esempio evitando i toni allarmistici, ansiogeni e confusionari usati finora.

Anche la sinistra dovrà imparare a secolarizzare il virus (c’è ancora chi difende il lockdown totale nonostante i pareri del CTS), a capire che esiste un mondo oltre il Covid e che presto tornerà ad affermarsi (per fortuna). Non sarà e non potrebbe essere una malattia la base e la stella polare di una strategia politica, di un modo di essere e di intendere le cose.

La mascherina e quelle “pubblicità progresso” sbagliate

mascherina3Da qualche giorno stanno circolano sui social, ma non solo, messaggi per sensibilizzare all’uso delle mascherine, paragonate alle cinture di sicurezza sulle automobili, sugli aerei oppure al casco per i motociclisti e gli scootersti. Si prosegue ammonendo che la mascherina non costituirebbe una limitazione delle libertà personali e ricordando gli intubati (ad oggi l’Italia conta una cinquantina di persone in terapia intensiva per il Covid su oltre 60 milioni di residenti).

Benché ispirato dalle migliori intenzioni, il messaggio contiene tuttavia alcune semplificazioni che lo rendono poco ricevibile e, forse, sospetto.

Più nel dettaglio:

-a differenza delle cinture e del casco, la mascherina va indossata in ogni momento della giornata, nei luoghi chiusi e quando non sia possibile mantenere la distanza interpersonale

-a differenza delle cinture e del casco, la mascherina può avere degli effetti collaterali, causando problemi alla pelle, problemi respiratori, problemi alle orecchie, di pressione, ecc

Ma soprattutto, le attuali restrizioni non riguardano solo l’uso delle mascherine ma investono molti altri aspetti della nostra vita (ricordiamo che abbracciarsi in pubblico è ad esempio proibito e può costarci una multa) con contraccolpi importanti sul nostro benessere psico-fisico e sull’economia del Paese.

Volendo concludere, anche se l’utilizzo delle mascherine è, per il momento, una pratica necessaria (almeno stando all’opinione della maggior parte della comunità medica), certe semplificazioni costituiscono sempre e in ogni caso una potenziale insidia, specialmente se e quando il mittente ha una riconoscibilità politica.

Mangia le ciliegie, mangia le pesche, si fa i selfie ed è fascista: la sinistra e la comunicazione “salvinicentrica”: cause, precedenti ed incognite

salvini odioSe la comunicazione del centro-destra si basa quasi sempre sui programmi e su tematiche di natura contingente (questo a prescindere dal giudizio che se ne vuole dare), escludendo la pandemia, fenomeno peraltro eccezionale e transitorio, la comunicazione e l’attenzione della sinistra sembrano invece orientate quasi soltanto su Matteo Salvini.

Ogni sua dichiarazione, ogni suo post sui social ed ogni suo scatto provocano infatti una catena di reazioni critiche , stizzite, violente e sarcastiche, negli avversari. Il leader del Lega sembra cioè l’oggetto di un’ossessione che va oltre le logiche del dualismo politico, come ieri lo fu Silvio Berlusconi. E proprio come ieri, la sinistra rischia di cadere in un errore marchiano, regalando visibilità al capo del Carroccio (quello che cerca) e favorendo una narrazione vittimistica che lo vuole bersaglio dell’odio.

Non è da escludere che dietro questo atteggiamento vi sia ancora il “trauma” storico legato al Ventennio, per cui la figura “forte”, il leader cosiddetto “agentico”, viene associato all’immagine e al ricordo del Fascismo (accadeva anche con il già citato Berlusconi e persino con Renzi), oltre un’intolleranza, qui eredità della pedagogia marxista e della Scuola di Francoforte, verso le tecniche della comunicazione propagandistica.

La sinistra e il “feticcio” dell’emergenza: una chiave di lettura (dal XVII secolo ad oggi)

sinisra covidL’arroccamento di una parte non marginale della sinistra, non solo italiana, alle misure restrittive ed alla cultura dell’emergenza (più che allo stato d’emergenza stesso o alla narrazione dell’emergenza) può forse trovare una risposta ed una chiave di lettura nei residui di quell’eredità socialista cui è debitrice, insieme al M5S, per ragioni storiche, politiche e ideologiche.

Al di là dei fattori legati alla stretta contingenza, come l’essere al governo (quindi il dover approntare metodologie di contenimento e il doverne difendere la bontà) e l’indubbio guadagno derivato da una compressione “de facto” delle libertà individuali e politiche, una cultura più sensibile al collettivo rispetto a quella delle più individualiste destre borghesi, l’assegnazione di un primato al pubblico ed allo Stato dirigista e regolatore, l’ambizione (in questo caso espressa da molti esponenti ed elettori di centro-sinistra e grillini) di usare l’emergenza Covid per ridimensionare il capitalismo e/o avviare la cosiddetta “decrescita felice” (concetto presente anche nelle destre di eredità ruralista) ed una ancor fragile mentalità liberale, agiscono in maniera sinergica, confezionando il feticcio laico della sicurezza sanitaria “senza se e senza ma”.

L’interrogativo più incalzante oggi su banco è se e per quanto, qualora i numeri dovessero confermarsi bassi in autunno e nel 2021, un simile approccio potrà essere sostenuto e risultare accettabile e cedibile, senza compromettere le fortune politiche dei suoi patrocinatori.

Bocelli e quei “buoni” che odiano troppo (e troppo spesso)

bocelli virusAlcune dichiarazioni di Andrea Bocelli sono senza dubbio discutibili, anche alla luce dell’enorme responsabilità che una posizione come la sua conferisce. Questo, al netto di ogni riflessione sulla necessità di invitare un cantante lirico ad un incontro a tema medico-scientifico.

Tuttavia, sminuirne il valore di artista (si tratta di un nome di fama internazionale), sostenere fosse ad un dibattito di negazonisti ma soprattutto augurargli il male, insultarlo e deriderlo per il suo handicap, è un modus operandi aberrante, ancor di più se a farlo è chi ama presentarsi come difensore dei diritti dell’Altro, delle differenze, della democrazia, della corretta informazione e dell’etica civile.

Un atteggiamento non diverso da quello di una certa destra, miope e fanatica, quando attaccava e attacca figure del calibro di Benigni o Saviano, Fo o Pasolini, che hanno dato e danno lustro all’Italia a livello internazionale.

Purtroppo, per un intreccio di cause, dirette o indirette, anche la fase di emergenza legata al Covid ha finito col degenerare nella polarizzazione più nevrotica, scomposta ed ottusa, complicando una situazione già delicata e difficile.

Se il virus fa “terra bruciata”: come demonizzare il dissenso

images (71)Tra le tecniche della propaganda, più precisamente della propaganda “agitativa”, ne esiste una che è tanto diffusa quanto poco conosciuta (almeno per l’assenza di un “frame” ad hoc) ribattezzata da alcuni studiosi “fare terra bruciata”.

Ecco cosa dice il Prof. Ragnedda in un passaggio utile ai fini di questa analisi, « tale tecnica viene spesso usata per “bruciare” il terreno intorno al quale un’idea, avvertita come pericolosa dallo status quo, sta germogliano. Il primo passo è quello di demonizzare il nemico, farlo apparire come un mostro, per poi indurre altre persone che si stanno avvicinando a quelle idee ad abbandonarle proprio perché sostenute da un gruppo così pericoloso e temuto. »

Complementare al “fare terra bruciata” sono dunque la “proiezione” o “analogia” (associare l’idea in questione ad un’immagine negativa e respingente) e il “senso comune” (convincere il target che le posizioni sostenute dal propagandista rispecchino il comune sentire),

Come possiamo notare, chi oggi sostiene una linea sul Covid diversa dalla narrazione “mainstream” è non poche volte accusato di irresponsabilità, insensibilità, “complottismo” o ignoranza, attaccato e deriso secondo un modus operandi che riflette la tecnica del “fare terra bruciata”. Anche in questo caso l’obiettivo non è solo colpire un determinato bersaglio, ma, appunto, evitare che le sue posizioni si diffondano.