Attribuire la caduta del governo Conte ad un “capriccio” di Matteo Renzi sarebbe sbagliato e fuorviante, come sbagliato e fuorviante è forse circoscriverne le cause e le conseguenze alla sola dimensione italiana.
Il crollo del Conte bis non sarebbe infatti stato possibile se prima non fosse crollata la popolarità dei partiti che lo componevano e quella dello stesso professore di Volturara Appula, in testa ai sondaggi solo fino a pochi mesi fa i mesi fa. Ciò segna dunque anche la crisi, peraltro già evidente, di quell’approccio “chiusurista” e di quella scelta comunicativa (ostile, allarmistica e ansiogena) che hanno contraddistinto non solo questo governo ma anche altre gestioni, all’estero.
Soprattutto nelle fasi più delicate e complesse, prendere decisioni sull’onda dell’emotività del momento e del consenso che da essa scaturisce (“rally ‘round the flag effect”) è sempre un azzardo, per i politici come per i cittadini che le subiscono
Chi conosce le dinamiche della Storia fu buon profeta, quando già nel marzo scorso aveva invitato ad un maggiore equilibrio.
Fedele al suo approccio ideologico, la sinistra ha sempre contestato quella che riteneva un’eccessiva libertà dei giganti della rete, in ambito fiscale (da ricordare le battaglie sulla “web tax”) e per quel che riguarda la gestione dei dati degli utenti, l’ospitalità concessa a certi contenuti e a certi soggetti, ecc (si è parlato a tal proposito di “meta-nazioni”).
Nella querelle sul ban a Donald Trump, assistiamo invece a un’inversione di rotta, con la sinistra schierata a difesa della discrezionalità dei social, stavolta ritenuti in diritto di fare ciò che vogliono in quanto “a casa loro” (non è proprio così). Social, ricordiamolo, prima accusati, non senza una certa dose di ingenuità, di aver favorito l’affermazione del tycoon e della sua “post truth”.
Simili controsensi, benché comprensibili nell’ottica della contrapposizione politica, non aiutano alla definizione di una cultura democratica matura e compiuta, anche per il web.
« Come ci sarebbe da discutere sul perché, ora che è cruciale vaccinare quante più persone possibile il più presto possibile, si scateni questo tam-tam mediatico che sembra fatto apposta per minare alla radice la fiducia del popolo nei vaccini quando non c’è per ora alcun dato che indichi una “resistenza” di queste nuove varianti. Viene quasi da pensare che anti-vaccinismo e catastrofismo abbiano deciso di unire le forze per impedirci di vincere – attraverso la scienza – la battaglia per sconfiggere COVID e tornare alla normalità. » (Prof. Guido Silvestri)
Per una serie di motivazioni, alle quali non è stata forse esteanea la vicinanza politica e ideologica al Conte II, una parte della comunità scientifica italiana (divulgatori compresi) e i loro “sostenitori” hanno scelto, da un certo momento in avanti, di accarezzare la linea catastrofista, considerandola più responsabile e corretta (in realtà la scienza non dovrà essere né pessimista né ottimista ma limitarsi all’analisi razionale).
Adesso che il catastrofismo si va spesso a saldare all’anti-vaccinismo, con cui condivide certi orizzonti, quei settori della scienza si trovano dall’altra parte della barricata, a doverlo arginare e combattere con gli stessi argomenti usati in passato dall’ “odiatissima” pattuglia di ottimisti che invece tentava un approccio più rassicurante e meno cupo (ad esempio sottolineare come siano soprattutto pochi anziani e/o soggetti in condizioni già precarie ad aver risentito degli effetti collaterali dei vaccini). L’augurio, anche alla luce di esperienze di questo tipo, è che chi è pubblicamente esposto, e con ruoli di primo piano, impari a gestire meglio e con maggiore prudenza la propria comunicazione.
“Vaccini, Astrazeneca è un fiasco sugli anziani? Fonti del governo tedesco parlano di un’efficacia dell’8%”; così il titolo di “Open”, ad un articolo del 25 gennaio scorso.
Proseguendo la lettura si scopre però che non si tratta di “fonti del governo tedesco” ma di una notizia diffusa dal quotidiano “Handelsblatt” (e dalla “Bild”), smentita in seguito dallo stesso governo e dalla casa farmaceutica.
“Open” sceglie ad ogni modo di fare del clickbaiting pecoreccio e di bassissima lega, degno di un “ImolaOggi” o di un “iL Meteo”. Una “caduta di stile” (a dire il vero non la prima) difficilmente perdonabile ad un progetto che era nato anche per combattere le fake news e la disinformazione
C’è qualcosa di beffardo anche nel destino di un movimento che aveva promesso di aprire il parlamento come una scatola di tonno e adesso ha bisogno del clan dei Mastella per governare.
C’è qualcosa di beffardo nel destino di una certa sinistra, quella “intellettuale”, del cinema d’essai e dei circoli letterari, che ha sempre guardato con disprezzo e snobismo all’intrattenimento leggero e ai reality e adesso si trova in un governo che ha come sua eminenza grigia un ex concorrente del Grande Fratello, una ex star trash delle tv berlusconiane.
“Ci siamo arresi alla seduzione dei techno-capitalisti figli del deserto: sperimentatori e altruisti, artisti innovativi, visionari che vogliono rendere il mondo un luogo migliore grazie alla tecnologia, venditori che regalano prodotti. Nessuno di costoro può essere un pericolo, dobbiamo aver pensato. Nessuno mette a rischio nulla. Lasciamoli fare”; in questo passaggio Zamperini* si riferisce soprattutto ai creatori dei grandi social network e a Steve Jobs e Jeff Bezos, tuttavia ci offre anche la chiave di lettura per capire un fenomeno altrimenti difficile da spiegare come l’ “infatuazione” di una certa sinistra per un imprenditore multimiliardario, un grande capitalista e un campione della cultura della competizione qual è Bill Gates.
Al pari dei “ragazzi” di Burning Man e molto prima di loro, pure il fondatore di Microsoft ha infatti giocato (sebbene non non manchi un substrato di verità) sull’immagine del “nerd” – cioè dell’outsider – ribelle, anticonvenzionale e venuto dal nulla, teorico della condivisione e critico del capitalismo (ricorderemo i commenti entusiasti sotto una foto che lo ritraeva vestito in modo del tutto anonimo mentre faceva la fila per un hot-dog).
Un’immagine che però non corrisponde e non potrebbe corrispondere alla realtà, non solo per lo status di Gates ma anche perché lui, come gli Zuckerberg, i Jobs, gli Anderson o i Bezos, sono la massima espressione di quello spirito individualista radicato nella cultura e nella storia degli USA fin da pionieri, individualismo rivolto al confronto che si fa lotta per imporsi (senza dubbio debitore della morale protestante), antitetico ad ogni approccio di tipo socialista e di cui fenomeni quali Burning Man sono, appunto, una tra le molte rappresentazioni.
Non è sbagliato dire che l’idea di certi agiografi di Bill Gates sia distorta come quella dei suoi “iconoclasti”, dei complottisti. Entrambi “girano il sugo”, convinti di aver afferrato la verità su di lui e sugli altri.
*Nicola Zamperini, “Manuale di disobbedienza digitale”
“E’ il virus che non è più credibile”; così il ministro per le politiche giovanili e lo sport Vincenzo Spadafora, a chi lo accusava di poca credibilità per aver garantito solo fino a pochissimi giorni fa la riapertura delle palestre, delle piscine e degli impianti sciistici (invece posticipata dall’ultimo DPCM). Grottesca nella forma come nella sostanza, una risposta del genere non è solo emblematica dell’incapacità del governo nell’affrontare certi aspetti dell’emergenza sanitaria ma anche della sua goffaggine a livello comunicativo.
Oltre a non saper comunicare la prudenza, tracimando troppe volte nell’allarmismo e nel terrorismo mediatico, l’esecutivo, i suoi canali e i suoi fiancheggiatori non riescono infatti nemmeno laddove cercano un approccio più rassicurante e ottimistico (in taluni casi si può parlare di propaganda “integrativa” “interna”), finendo col mettere sul tavolo promesse destinate puntualmente a non essere mantenute, per una ragione o l’altra.
Un modus operandi che esaspera e sfianca ancora di più i cittadini (la prima linea del fronte) e danneggia l’immagine del governo stesso, che passerà per poco credibile, volubile, incoerente e inaffidabile. Meglio sarebbe non fare più promesse specifiche e delimitate nel tempo ma scegliere parametri epidemiologici sotto i quali garantire le riaperture o l’alleggerimento di determinate misure.
Al di là del giudizio politico su Donald Trump, bannarlo dai social e cancellarne i post (come l’ultimo dall’account presidenziale, in cui si limitava soltanto a criticare la decisione dei vertici di Twitter nei suoi confronti), appare alquanto discutibile, rischiando di creare un precedente insidioso. Se per anni è stato infatti consentito ai diffusori di fake news di agire pressoché indisturbati ritenendo illiberale una loro censura, e questo sulla base di una speculazione quasi filosofica sul limes tra “realtà” e “verità”, stabilire e definire, tramite un’interpretazione soggettiva (dei vertici di un social network) cosa sia potenzialmente pericoloso per la democrazia, è ancor più temerario e velleitario.
“The Donald” può non piacere, ma la libertà si difende in molti modi. Non solo cacciando i “bufali” dal Campidoglio.
Benché i movimenti protagonisti dei fatti di Washington siano in parte riconducibli a peculiarità del tutto americane e statunitensi e benché la loro azione non abbia avuto conseguene politiche destabilizzanti, la violazione del Campidoglio è e resta un evento di enorme portata simbolica e immaginifica, impensabile fino a quando non si è verificato. A posteriori andrà quindi letto anche come un “monito”, ai governi occidentali (e non solo), in epoca di Covid (e non solo); proseguire in una condotta, sotto il profilo gestionale, politico e comunicativo, che esaspera una situazione già di per sé tesissima e complessa, può portare a risultati imprevisti e potenzialmente deflagranti e ingestibili, persino in contesti moderni ed evoluti. Tra i “bufali” di Trump non c’erano infatti solo suprematisti bianchi o nostalgici della Mason-Dixon Line ma pure gruppi critici verso l’approccio alla crisi sanitaria, forti di una base di consenso significativa.
Ritrovarsi con i proverbiali forconi in parlamento non è, insomma, solo un’iperbole. Oggi è andata “bene”, ma domani?