Il 26 gennaio 1990 si svolse al Kremlino una riunione straordinaria sul destino delle due Germanie tra Gorbačëv, i suoi consiglieri personali Sergej Achromeev e Georgij Šachnazarov, il Primo Ministro Nikolaj Ryžkov, Shevardnadze, il deputato e membro del dipartimento agitazione e propaganda Aleksandr Jakovlev, il capo del KGB Vladimir Krjučkov, il vice ministro degli Esteri Andrej Fedorov, gli esperti per la questione tedesca Valentin Falin e Anatolij Cernjaev e il vice di Falin.
“L’intenzione è di parlare apertamente di ciò che aspetta, ogni premessa è consentita, tranne una: l’uso delle nostre forze armate”. Con queste parole il capo dell’URSS diede il via alla riunione.
Mettendo da parte la semplificazione (intenzionale) del concetto di “patria”, questa riflessione di Cecilia Strada è emblematica della politica e dell’identità ideologica stessa di una certa sinistra, forse non solo italiana.
Strada sta con Mosca, e non per adesione alla causa putiniana, si faccia attenzione, ma perché in questo momento storico gli avversari della Russia sono un Paese che vuole entrare nel blocco occidentale, e di conseguenza il blocco occidentale stesso. Nel tentativo di “nobilitare”, di mascherare questa postura rendendola più accettabile, cerca allora di giocare la carta del pacifismo ad oltranza (secondo lei un popolo dovrebbe lasciarsi invadere e sottomettere senza sparare un colpo nella speranza di evitare conseguenze ancor più drastiche e gravi). Un approccio tuttavia in palese contrasto con la storia della sinistra dalla quale Strada proviene, che sacralizza il ricordo della Resistenza ed ha sempre sostenuto la resistenza armata dei popoli contro gli invasori (specialmente se occidentali) e gli oppressori interni ad essi legati e sodali. Un’ incrostazione novecentesca che si va a saldare ad un’immagine novecentesca della Russia, una linea sposata, per motivi simili, anche dall’ANPI.
E se il mondo libero avesse ragionato in questo modo nel 1939?
E se invece a invadere l’Ucraina fosse stata la NATO?
Un segmento non trascurabile di quel movimento d’opinione che oggi si indigna per l’operazione russa in Ucraina, acclama i dissidenti russi, Marina Ovsyannikova e accusa Putin di essere un dittatore, fino a poche settimane fa bullizzava e offendeva chi criticava le politiche pandemiche dei governi italiani e la narrazione dominante sul Covid, ne invocava l’arresto (talvolta è accaduto), la privazione dei diritti politici e civili (talvolta è accaduto), dell’assisenza sanitaria e appoggiava in modo acritico misure restrittive spesso inutili a livello sanitario, se non quando dannose.
Viceversa, un segmento non trascurabile di quel movimento d’opinione che ieri contestava le politiche pandemiche dei governi italiani, ritenendole lesive delle libertà e dei diritti fondamentali del cittadino, oggi solidarizza con un autocrate imperialista, reazionario e cleptocrate che uccide, imprigiona e deruba gli oppositori (questa, sì, è un’azione golpistica), calpesta il diritto internazionale e viola i confini di nazioni libere e sovrane o interferisce nella loro politica interna. “Last but not least”, Putin varò misure molto rigide e arbitrarie per contenere il Covid e si spinse a paragonarlo alla II Guerra Mondiale (!).
Simili paradossi sono emblematici del livello di polarizzazione cui l’opinione pubblica italiana è arrivata, anche a causa di un’infodemia tossica alimentata dalle istituzioni. Una “guerra civile fredda”, che muta nelle forme ma non nella sostanza.
Uno degli ostacoli che impediscono all’Italia di seguire una politica estera realmente autonoma, di tutelare appieno il proprio interesse specifico e nazionale, è il complesso derivante dal cliché secondo cui saremmo un Paese che “cambia bandiera” , opportunista, che non rispetta gli accordi e le alleanze (peraltro si tratta di un falso storico, dal momento in cui nelle due guerre mondiali furono Austria e Germania a venir meno ai patti).
Questo ci porta a un’adesione spesso ottusa e autolesionistica agli indirizzi dei nostri partner e alleati odierni, siano la NATO, la UE o gli USA, per dimostrare di essere affidabili, di essere “cambiati”. Gli esempi non mancano, anche in tempi recenti.
Le avventate esternazioni di Biden su Putin potrebbero essere davvero un errore frutto di un momento di particolare trasporto emotivo (come peraltro ribadito dal suo staff) ma potrebbero rientrare in una scelta comunicativa e propagandistica precisa, diretta al fronte interno, inteso come Stati Uniti e alleati (propaganda “interna”).
Attraverso una retorica muscolare e aggressiva, il presidente americano cercherebbe in buona sostanza di sopperire alla mancanza di un aiuto diretto, impossibile per i motivi ben noti.
Se così fosse, non è nemmeno automatico che questo allontanerebbe la tregua e/o renderebbe impraticabili le comunicazioni future con Mosca, poiché Washington con è comunque una parte in causa (primo caso) e poiché anche in passato ci sono stati scambi “dialettici” altrettanto duri, o ben più duri, tra paesi e leadership, per poi ricomporsi.
Difficile, infine, che la Casa Bianca stia pensando realmente e concretamente ad un “regime change” al Kremlino, almeno a breve termine.
Sia con il finanziamento diretto ad alcuni soggetti importanti del panorama delle destre occidentali sia con l’uso sapiente della propria immagine pubblica, che poneva e pone l’accento sul decisionismo, il muscolarismo e l’adesione ai valori tradizionali, Vladimir Putin è riuscito nel compito all’apparenza impossibile di sfondare in un settore da sempre ostile alla Russia*.
Un risultato storico, dal quale è disceso un altro altrettanto clamoroso e fondamentale, cioè saldare intorno a Mosca il movimento d’opinione anti-atlantico e anti-americano, in modo trasversale.
Il putinismo è infatti l’unico caso che vede insieme e uniti i due estremi radicali della politica, ovvero le sinistre “comuniste” e antifasciste e le destre reazionarie e cripto-fasciste, in un sodalizio paradossale dove la contrapposizione a Washington, alla NATO ed alle principali strutture euro-atlantiche soverchia ogni altro impianto e principio ideologico, costituivo e storico, ogni imbarazzo.
Come nei primi giorni del Covid, anche adesso l’ “assalto” ai supermercati non è determinato da un pericolo reale quanto da una comunicazione allarmistica e ansiogena veicolata dai media. Come nei primi giorni del Covid, questa scelta comunicativa risponde ad esigenze di marketing (fare “cassetta”) come a ragioni di tipo politico, dunque propagandistico (soprattutto se il medium è orientato e/o ha legami stretti e diretti con l’establishment).
Se per il Covid si voleva far “prendere sul serio” il virus ai cittadini, benché fomentare il panico sia uno degli errori peggiori in una situazione di crisi, adesso lo scopo è forse fare della propaganda, per la precisione “interna”*-“agitativa”**, contro Mosca, tenendo alta la tensione/attenzione sulla vicenda ucraina (pensiamo al titolo di oggi di TGcom sui nostri caccia pochi km dall’Ucraina, dato di per sé irrilevante).
*diretta a pubblico interno
**ha l’obiettivo di fomentare sentimenti negativi verso il bersaglio
L’establishment ucraino non è rappresentato solo da Volodymyr Zelens’kyj ma anche da diplomatici, militari e politici di lungo corso. E’ quindi difficile credere che costoro non si rendano conto delle potenziali conseguenze di un coinvolgimento militare diretto degli USA e della NATO, della concessione di una no fly zone. Può quindi darsi che le loro richieste rientrino in un’attività di pressione (PsyOps) verso la Russia*. Ma è altresì difficile pensare si illudano che l’establishment russo tema davvero un’azione diretta degli occidentali, in quanto ipotesi non realistica.
Certe dichiarazioni spericolate (il riferimento è a Iryna Vereshchuk ma non solo) sono allora da ricondursi con molta probabilità ad una forma di propaganda “interna”, diretta cioè ai loro connazionali. Lo scopo, dimostrare di aver fatto tutto il possibile, quanto in loro potere.
Nota
Olocausto termonucleare?
Le difficoltà e le fragilità sistemiche russe sono la prova che una campagna di aggressione condotta con mezzi convenzionali oltre lo scenario ucraino è impensabile. Resterebbe sul tavolo l’opzione nucleare, che tuttavia non tracimerebbe necessariamente nella MAD (la mutua distruzione assicurata), nell’olocausto termonucleare, giacché dagli anni 80′ le grandi potenze hanno rimodulato le loro dottrine militari in base all’idea di poter vincere uno scontro nucleare. Questo comporterebbe la distruzione atomica non delle città ma delle installazioni militari e industriali. Uno scenario in ogni caso pericolosissimo, che nessuno vuole sul serio.
* non è ad ogni modo da escludere che gli ucraini stiano cercando di esercitare pressioni anche sull’opinione pubblica russa
Continuando a chiedere la “no fly zone” sull’Ucraina e l’intervento diretto degli USA e della NATO o un loro maggior coinvolgimento, continuando a sostenere l’ipotesi di un imminente attacco russo con armi chimiche o non-convenzionali, di un’escalation e di una Terza Guerra Mondiale, Kiev e Varsavia metteranno sempre più sotto pressione l’opinione pubblica occidentale (che ovviamente non vuole uno scontro con Mosca), allontanandola.
Al di là dei motivi di questa scelta comunicativa, il risultato rischia di essere pessimo.
Il 26 aprile 1989 si svolse un incontro sulla situazione dell DDR tra il diplomatico tedesco-orientale Bruno Mahlow e il capo settore del Dipartimento IV (Relazioni internazionali) del Comito centrale del PCUS Koptelcev. Pur raccomandando cautela, Koptelcev fece notare a Mahlow come la questione nazionale nella Germania Est non fosse mai stata risolta, a dispetto di quanto sostenuto dai suoi dirigenti, anche per il potere di attrazione che la superiorità economica della RFT esercitava sulla gente al di là del Muro. Koptelcev rincarò la dose: “Che la questione nazionale nella DDR sia ancora irrisolta è dimostrato dalla dichiarazione del compagno Honecker, secondo cui la questione dell’unità tedesca sarebbe completamente diversa, se si considera una possible vittoria del socialismo nella Repubblica federale. Al momento, tuttavia, un tale sviluppo non sembrerebbe all’orizzonte”.
A dispetto delle teorie di un certo revanscismo russo, secondo cui la riunificazione tedesca sarebbe stata un sopruso, addirittura illegale (si pensi alle recenti dichiarazioni a riguardo del ministro Lavrov), come possiamo vedere il destino della “Prussia rossa” era già stato deciso, e da Mosca, ben prima del 9 novembre/22 dicembre 1989 e del 3 ottobre 1990.
Fu la Russia, è bene ricordarlo, a volere l’autodeterminazione dei paesi satellite (Dottrina Sinatra) e delle repubbliche sovietiche (cosa che evitò uno scenario di tipo jugoslavo , ma ben più grave), innanzitutto perché ormai incapace di sostenere gli enormi costi di gestione di un apparato giunto ad una crisi ritenuta irreversibile.
Nota: Paradossalmente furono proprio le leadership dei paesi satellite e parte della loro opinione pubblica ad opporsi alla Dottrina Sinatra ed alle sue conseguenze. Già negli anni ’50, subito dopo la morte di Stalin, alcuni settori della dirigenza sovietica avevano ipotizzato l’abbandono dell’impero cosiddetto “esterno” e di riformare radicalmente il socialismo (si pensi a Malenkov e Berija).