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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

L’URSS e il nodo-NATO dopo la fine della Guerra Fredda

Quella telefonata di 32 anni fa

“Secondo punto: l’adesione alla NATO della Germania. Il minimo su cui occorre insistere è la non partecipazione della Germania a un’organizzazione militare, come per esempio non vi prende parte la Francia. Il minimo del minimo è almeno il non stanziamento di armi nucleari su tutto il territorio tedesco. Secondo i sondaggi, l’84 percento dei tedeschi è per la denuclearizzazione del Paese”

Così Valentin Mikhailovich Falin, consulente del Kremlino per la questione tedesca, nel luglio 1990 durante una telefonata con Michail Gorbačëv (gli altri due punti riguardavano questioni di natura legale, burocratica ed economica). Il segretario del PCUS concluse tuttavia la conversazione dicendo: “Farò tutto il possibile, ma temo che ormai abbiamo perso il treno.”

Le parole di Falin dimostrano come l’URSS avesse effettivamente pensato ad una serie di richieste per contenere l’ampliamento della NATO e l’influenza atlantica oltre i perimetri tracciati nel 1943/1945, mentre l’atteggiamento di Gorbačëv sembrerebbe confermare la tesi secondo cui tra l’Occidente e l’Unione Sovietica non vi sia mai stato alcun accordo in merito (sebbene lo stesso padre della perestrojka e diversi ex leader d’oltrecortina ne abbiano parlato in diverse occasioni).

E’ da notare come nel febbraio dello stesso anno anche Walter Momper, allora sindaco di Berlino Ovest, avesse elaborato una proposta in nove punti sulla riunificazione tedesca che prevedeva la smilitarizzazione completa della vecchia DDR.

La sinistra che difende Putin, tra coerenza e contraddizioni

La sinistra che sostiene Mosca non è obsoleta e anti-storica per la sua opposizione alla NATO e agli USA. Al contrario, è sotto tale aspetto coerente, razionale e scientifica. Questo perché NATO e USA sono due realtà oggettive e presenti, che oggettivamente perseguno linee proiettive ed espansionistiche. Lo diventa tuttavia nel momento in cui vuol vedere nella Russia odierna la continuazione dell’URSS, defunta da 30 anni (URSS trasformatasi peraltro in “revisionista” già dopo Lenin).

Soprattutto, sostenendo Mosca in opposizione alla NATO e agli USA cade in un cortocircuito sistemico, giunge ad una frattura ontologica, ad un marchiano paradosso politico, poiché per combattere un imperialismo ne difende un altro, forse peggiore. L’offensiva contro il blocco atlantico, si faccia attenzione, non è infatti un principio ideologico, non ha “vita propria” ma discende direttamente dal marxismo, dal rifiuto dottrinale dell’imperialismo, dunque così facendo l’effetto soverchia la causa, il “figlio” uccide il “padre”. Si ha un ribaltamento valoriale, completo, che sabota la bussola. Una contraddizione che non a caso non si evidenzia nei segmenti più “ortodossi” della sinistra “radicale” italiana, ad esempio il PCL, il PMLI o AC.

Quell’ultima volta (mancata) a Mosca

Il 14 e il 15 novembre 1990, Michail Gorbačëv, il vice-segretario del PCUS Vladimir Ivaško e i segretari del Comitato centrale Janaev, Kupco e Falin, si incontrarono a Mosca con i rappresentanti degli ex partiti comunisti dell’Est Europa: per la vecchia SED (ora PDS) tedesco-orientale c’erano Gysi, Willering, Mahlow, Eettinger e Modrow, per la Bulgaria Kjučukov e Marinov, per l’Ungheria Thürmer, Koyi, Namikai e Segy, per la Polonia Kwaśniewski, Milller, Iwiński e Olesky (oltre ai dirigenti di altre tre organizzazioni), per la Cecoslovacchia Kanis, Waiss e Ledl e per la Romania un semplice osservatore. Mancavano i rappresentanti dell’unico partito marxista-leninista ancora al potere in Europa a parte il PCUS, ossia il PKSH albanese, e quelli della ex Lega dei Comunisti jugoslava.

Nonostante un ottimistico comunicato della TASS e l’indubbia importanza dell’evento, Gorbačëv sembrò tuttavia dare scarso peso al meeting con i leader dei vecchi partiti “fratelli”. In quella fase storica, occorre ricordarlo, i vertici sovietici erano infatti più che altro impegnati a tessere nuove e più strette relazioni con l’Occidente e a guardare al loro interno.

Aver relegato in secondo piano quanto accadeva ad Est, in quello che era stato il “cortile di casa”, fu una scelta di cui Mosca si sarebbe pentita in futuro (già con El’cin) e i cui effetti si fanno sentire ancora oggi e soprattutto oggi.

Perché su La Stampa ha ragione l’ambasciatore Razov (anche se può non piacere)

Denunciando La Stampa per l’articolo (discusso e forse anche discutibile) di Domenico Quirico, l’ambasciatore russo in Italia ha esercitato un diritto riconosciutogli da un sistema civile e democratico. Per questo certe rimostranze e certe polemiche, come ad esempio tirare in ballo gli abusi del regime di Putin, sono decentrate, sbagliate nella forma e nella sostanza, nel merito e nel metodo. Una querela non è un’aggressione.

Dall’Afghanistan all’Ucraina: differenze e parallelismi

“Mettiamo assolutamente in chiaro la nostra posizione: un tentativo da parte di qualsiasi forza esterna di assumere il controllo della regione del Golfo Persico sarà considerato come un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti d’America, e un simile attacco verrà respinto con l’impiego di qualsiasi mezzo necessario, inclusa la forza militare”; così Jimmy Carter, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 1980.

Non si trattava di semplice retorica, e Carter lo dimostrò predisponendo una forza di 100mila uomini, la Rapid Deployment Force, da stanziare nella regione.

Anche allora Mosca aveva pensato che l’Occidente fosse troppo debole* per rispondere in modo efficace (in quel caso all’invasione dell’Afghanistan), ma come oggi la reazione atlantica fu invece pronta e decisa. Gli USA e buona parte degli alleati boicottarono infatti i Giochi Olimpici di Mosca del 1980 e, soprattutto, la Casa Bianca ritirò il trattato Salt II (i negoziati per la limitazione delle armi strategiche) dal Senato e impose un embargo sulle esportazioni agricole americane in URSS, pur rischiando di infliggere un danno pesante alla sua stessa economia.

A differenza di quanto sta accadendo oggi, la coesione fu però meno accentuata. Le potenze dell’Europa occidentale si mostrarono ad esempio meno disposte a subire contraccolpi economici da un nuovo rilancio della Guerra Fredda e ad affrontare i rischi di un’escalation militare. Emblematiche a riguardo furono le parole del cancelliere tedesco-occidentale Helmut Schmidt: “Non permetteremo che dieci anni di distensione e di polititica di difesa vengano distrutti.”

La “Dottrina Carter”, insomma, non ebbe lo stesso sostegno della “Dottrina Truman” (il paragone tra i due approcci è stato fatto da molti storici e analisti), anche perché elaborata in e per un contesto sotto certi aspetti radicalmente diverso.

*Lo smacco del Vietnam, gli shock petroliferi del 1973/1979, il Watergate, l’ondata terroristica di matrice politico-rivoluzionaria, la perdita dell’Iran/Persia e il fallimento della missione “Eagle Claw”, avevano convinto il Kremlino e un importante segmento della pubblica opinione mondiale che l’Occidente avesse imboccato la fase discendente della sua parabola storica e che sarebbe stata l’URSS a vincere la prova di forza della Guerra Fredda con Washington e i suoi alleati

L’Ucraina e la nostra comfort zone

Continuando a resistere, Zelens’kyj fa proseguire il conflitto e, secondo una narrazione poco realistica, favorirebbe il rischio di una escalation, di uno scontro diretto tra noi e la Russia. Con la loro legittima aspirazione a difendere il Paese e la sua indipendenza, lui e i suoi connazionali “violano” quindi la comfort zone degli occidentali, scompaginano i loro piani e le loro vite, agiate e sicure. Ecco perché suscitano antipatia in molti. Questo al netto di ogni altra valutazione di tipo politico sugli errori di Kiev e della sua leadership, ieri e oggi.

Lo Zhokkolo duro

“Insomma state mandando paccate di armi alla feccia dell’umanità – che si compiace di mandare in giro video delle proprie torture, e che bombarda sistematicamente aree esclusivamente civili – mentre i Gramellini di turno ci spiegano che i nazisti in fondo sono brava gente e mentre facciamo campagne di odio etnico contro i russi in quanto russi, lavorando alacremente al progetto di distruggere le condizioni di vita europee e ucraine, il tutto nella speranza che scoppi una guerra mondiale che ci annichili in modo terminale.

Fossimo governati direttamente da Sauron andrebbe assai meglio.

Comunque questo schifo, per piacere, almeno non dite di farlo a nome del popolo che vi ha eletti, dite quello che volete, ma non questo.

Lo fate a nome vostro, perché ricattati, o perché venduti, o perché vigliacchi, o semplicemente perché umanamente inqualificabili, ma non a nome mio, grazie.”

Così il filosofo Andrea Zhok, sulla guerra in Ucraina e le presunte violenze ai danni dei prigionieri russi.

L’approccio di Zhok stupisce per il suo grado di polarizzazione e semplificazione, per la quasi totale assenza di ancoraggi alla verità storica e fattuale. Il filosofo prende infatti per buono un episodio ancora da chiarire e, soprattutto, la narrazione veicolata da Mosca che presenta l’Ucraina come una sorta di IV Reich, dominato da bande neo-naziste. Zhok non è un “addetto ai lavori” e forse certe derive sono riconducibili alla sua ignoranza in materia (se così fosse dovrebbe tuttavia conoscere i propri limiti ed evitare di addentrarsi in argomenti che non padroneggia) oppure è condizionato, come una certa sinistra, dal pregiudizio anti-atlantico (che pur discendendo dall’anti-imperialismo lo/li porta a difendere un imperialismo, nel caso di specie quello russo) e/o da una visione novecentesca della Russia. “Last but not least” la banalizzazione delle parole di Gramellini e l’idea che l’Occidente voglia spingere il mondo ad una catastrofe termonucleare*.

Una pessima performance, quella del filosofo (e sul conflitto in corso non è la sola), che rischia anche di esporre lui e la sua università a pessima figure se dovesse misurarsi con un vero esperto del settore.

*le moderne dottrine nucleari hanno tra l’altro superato la MAD, altra cosa che Zhok ignora o vuole ignorare

Conte e quel “necessario” ma difficilissimo equilibrismo

Se chi scrive si occupasse della strategia e della comunicazione del M5S nazionale, direbbe a Giuseppe Conte di tenere sulle spese militari proprio la posizione che ha scelto. Per cercare di recuperare il consenso dei vecchi elettori dopo la svolta sistemica e istituzionale, ai grillini rimangono infatti ancora pochissimi argomenti ma il tema delle armi è uno di quelli, anche guardando ai sondaggi (e nonostante il professore avesse vidimato, in rispetto degli accordi NATO, l’aumento del budget per le forze armate quando era a Palazzo Chigi).

Per questo dobbiamo aspettarci che il M5S segua, in quest’ultimo anno che lo separa dal voto, la linea del dentro-ma-contro, inserendosi cioè in quegli spazi che gli consentano un recupero dell’antica dialettica populista.

Una strategia di sopravvivenza che non sarà tuttavia facile, non solo per la difficoltà di ricostruirsi una “verginità” dopo aver sconfessato moltissime delle grandi battaglie storiche e fondative ma anche per quella di portare a casa risultati tangibili senza arrivare a rotture interne e/o on gli alleati che sarebbero forse fatali al movimento nella fase attuale della sua esistenza.

Capire Kissinger per capire Putin

“Come lei sa, sono stato molto criticato per la posizione che presi allora nei confronti dell’Unione Sovietica. Ero convinto che l’Unione Sovietica non dovesse abbandonare così di colpo l’Europa orientale. Si stava cambiando l’equilibrio mondiale rapidamente e pensavo che potesse portare conseguenze indesiderate. E ora mi rimproverano per quelle posizioni. Si dice: « Vedete, i sovietici se ne vanno e tutto rimane tranquillo . E voi pensavate che fosse impossibile » . E in effetti pensavo che fosse impossibile. Francamente non capisco perché Gorbačëv ha fatto tutto questo”.

Così Harry Kissinger a Vladimir Putin nei primi anni ’90. L’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti aveva incontrato il futuro leader del Kremlino, all’epoca collaboratore del sindaco di San Pietroburgo Anatolij Aleksandrovič Sobčak, durante un appuntamento della Commissione Kissinger-Sobčak per sviluppare l’ex Leningrado e attirare investimenti stranieri.

Una posizione, quella del politico americano, che Putin condivideva, come ebbe a dire qualche anno dopo: “Non avrei mai pensato che avrei potuto sentire frasi dl genere dette da Henry Kissinger. Gli dissi quello che pensavo e adesso ve lo ripeto: Kissinger aveva ragione. Molti problemi non si sarebbero posti se l’Unione Sovietica non avesse abbandonato così rapidamente l’Europa Orientale “. E ancora: “La sola cosa che rimpiangevo era il ruolo dell’Unione Sovietica in Europa, anche se razionalmente mi rendevo cono che un ruolo costruito su muri e su divisioni non può essere mantenuto. Ma avrei voluto che al suo posto si costruisse qualcosa di diverso. Nessuno invece propose qualcosa di nuovo, ecco quello che mi feriva. Lasciarono semplicemente perdere tutto e se andarono”.

Quanto riportato non è solo utile per la lettura e la comprensione di ciò che sta avvenendo oggi e delle politiche putiniane. E’ infatti ormai accettato dagli storici che l’URSS gorbacioviana-eltsiniana abbia seguito un percorso riformista troppo veloce e improvvisato, abbandonando letteralmente (dopo quasi mezzo secolo di controllo pervasivo) i paesi “fratelli”, come di fatto sé stessa. Un errore di cui si manifestarono subito le conseguenze, anche per una certa complicità degli occidentali; basterà pensare alle guerre jugoslave e alle crisi economiche, politiche e sociali nella nuova Russia, dai default all’instabilità, dai confitti in Cecenia al risorgere degli estremismi di destra e di sinistra.

Negli anni ’80, è bene ricordarlo, il mondo d’oltrecortina godeva di una forte stabilità politica (eredità del breznevismo), un elemento questo che avrebbe forse consentito sviluppi più graduali ed equilibrati.

Con la NATO e con il Patto di Varsavia: dagli errori di ieri ai problemi di oggi

Durante l’incontro del 30 maggio1990 con George H.W. Bush, a Washington, Michail Gorbačëv avanzò la proposta di una Germania unificata (dopo le elezioni di marzo nella DDR la riunificazione veniva ormai considerata inevitabile) membro sia della NATO che del Patto di Varsavia.

Un’idea alquanto singolare, che stupì lo stesso Bush e dimostra e conferma l’impreparazione e la confusione del Kremlino e dei vertici sovietici in quelle fasi delicatissime della Storia.

Molti dei problemi odierni hanno origine proprio da quegli anni, ovvero dall’assenza di un piano adeguato e razionale per il post 1989/1992.