I favorevoli all’aborto che criticano gli USA ma lodano la Russia ultraconservatrice

È assai singolare scandalizzarsi per la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti (che non ha abolito l’aborto ma solo rimandato la decisione ai singoli stati, la maggior parte dei quali abortisti) e poi esaltare l’ultraconservatrice Russia di Putin e Cirillo I o, peggio ancora, fare del relativismo culturale per giustificare certe pratiche contro le donne nei paesi musulmani ed extra-occidentali (“è la loro cultura”; anche la Mafia, ricordiamolo, è una cultura, anche il Nazismo lo era).

Pubblicità

Dal centro commerciale di Kremenchuk ai fatti di Buča: cosa scatta nella mente dei “giustificazionisti” e dei “negazionisti”

Le neuroscienze evidenziano come il fanatismo politico sia determinato dagli stessi meccanismi alla base del fanatismo da stadio o di quello religioso.

Anche di fronte alle notizie ed alle immagini di un centro commerciale bombardato, il putiniano e il filo-russo più accaniti negheranno l’evidenza, parlando di “fake news”, o cercheranno di ridimensionare la gravità della cosa o ancora di scaricare la responsabilità su altri, ad esempio Zelens’kyj e il suo popolo (accusati di far proseguire le ostilità con la loro resistenza). Questo non necessariamente giungendo ad un conflitto interiore e quindi alla dissonanza cognitiva.

Approfondimento

Non di rado l’elettore, anche il più equilibrato, sceglie leader/partiti/schieramenti con programmi distanti dai suoi interessi e valori, accredita notizie palesemente false, evidenzia, più in generale, una logica soprattutto emotiva e scarsamente consapevole. Secondo numerosi studi in ambito clinico, sollecitati negli ultimi anni dall’osservazione di questa tendenza, essa sarebbe determinata da fenomeni ben precisi di tipo neurologico.

In particolare, secondo lo psicologo clinico Drew Westen:

“La tendenza a vedere ciò che vogliamo riflette un effetto secondario accidentale del’evoluzione del nostro cervello. Con le idee ci comportiamo come se le cose del mondo che ci circonda , avvicinandole o evitandole a causa dei sentimenti che provocano, a seconda delle associazioni emotive a esse collegate. Gli stessi meccanismi che forniscono una bussola per guidare il nostro comportamento in direzioni adattive funzionano come calamità dell’autoinganno, della razionalizzazione e di quel genere di ‘ragionamento’ di parte che preclude a circa l’80% della popolazione, compresi gli elettori più avveduti, qualsiasi discorso razionale intorno a questioni politiche.”

Amico-nemico: quelle buone relazioni tra Italia e Unione Sovietica

Pur membri fondamentali di due schieramenti contrapposti, Italia e Unione Sovietica mantennero quasi sempre buone relazioni, nel solco di una tradizione anteriore al 1917 (la questione degli “euromissili” a Comiso e il processo al bulgaro Serghei Antonov per l’attentato a Giovanni Paolo II, secondo Mosca ordito dalla CIA, furono tra i pochi motivi di attrito).

Volendo scegliere esempi “recenti”, in base ad un trattato siglato nel 1972 i ministri degli Esteri dei due Paesi si erano impegnati a tenere consultazioni almeno una volta all’anno mentre nel maggio 1985 Bettino Craxi fu il primo capo di governo occidentale ad incontrare Gorbačëv dopo la sua elezione. In questa circostanza, il padre della perestrojka lodò i politici italiani che con “visione perspicace e lungimirante” avevano contribuito al miglioramento delle relazioni tra i due blocchi e che con “audacia imprenditoriale” avevano promosso la realizzazione di importanti imprese in URSS come il complesso di “Togliattigrad” (Tol’jatti).

Ancora, giunto in vacanza a Terrasini, Enna, Taormina, Torino, Firenze e nella Capitale su invito del PCI (prima che diventasse Segretario Generale del PCUS), spese parole di elogio per i lavoratori italiani.

Nel 1984 presenziò invece ai funerali di Enrico Berlinguer, di cui era sempre stato un estimatore.

Kosygin, quell’occasione perduta 20 anni prima di Gorbačëv

Figura oggi quasi dimenticata, Aleksej Nikolaevič Kosygin (1904-1980) ebbe tuttavia un ruolo di primissimo piano nella storia russo-sovietica.

Sindaco di Leningrado, membro del Politburo, ministro delle Finanze, ministro dell’Industria leggera e poi Presidente del Consiglio dei ministri dopo il siluramento di Chruščёv (di cui era stato il responsabile insieme a Leonid Brežnev e Anastas Mikojan), tentò di avviare un dinamico e innovativo programma di riforme economiche per rilanciare il Paese dando priorità ai beni di consumo rispetto all’industria pesante ed alle spese militari, ridimensionando il ruolo e l’ingerenza del partito e dei sui apparati, sviluppando il commercio con l’Occidente, decentralizzando e assegnando maggior potere alle imprese agricole e industriali.

Un programma ambizioso, in parte ispirato agli indirizzi dello stesso Chruščёv e che avrebbero tentato di recuperare Jurij Andropv e Michail Gorbačëv ma messo da parte da Brežnev con il prevalere della sua influenza e della sua linea ( si arriverà così alla nota e nefasta “stagnazione”*).

Un’occasione perduta per l’URSS, grazie alla quale avrebbe forse potuto sopravvivere.

*altrimenti detta “immobilismo brezneviano”

La lezione del “cadavere” di Brežnev: nulla è eterno…neanche in Russia

L’11 giugno 1985, durante una conferenza dal titolo “Accelerazione del progresso tecnico-scientifico” tenuta presso il Comitato Centrale del PCUS, Michail Gorbačëv espresse una dura condanna del sistema di gestione brezneviano. Da qui ebbe inizio la progressiva demolizione della figura di Brežnev, culminata nel 1988 con la cancellazione del nome del quinto leader sovietico dalle città, dalle strade e dalle fabbriche a lui precedentemente intitolate. Alcuni tra i suoi familiari e più stretti collaboratori vennero inoltre indagati per corruzione e peculato (si pensi all’ex poliziotto Yuri Mikhailovich Churbanov*, divenuto vice-ministro degli Interni grazie all’illustre parentela).

Tutto questo accadeva meno di tre anni dopo la morte di Brežnev e pochi mesi dopo la morte dell’ultimo esponente della sua era politica, ovvero Konstantin Černenko.

Per quanto sia stata potente, una volta tramontata o venuta meno (per qualsiasi ragione) una leadership può essere messa in discussione e rinnegata, anche in modo radicale e traumatico, insieme al suo sistema ed alle sue azioni. E’ successo con Brežnev e in molte altre circostanze, in Russia come altrove. Nessun regime è eterno o invulnerabile.

*gli fu persino tolto l’orologio donatogli dal suocero

L’llusione della “guerra lampo” e il primo errore di Putin

Anche il primo obiettivo di Putin (fallito clamorosamente), ovvero deporre Zelens’kyj per inserire al suo posto un leader vicino a Mosca come fece l’URSS a Kābul, denota l’incredibile miopia del presidente russo.

Pure se il blitz fosse andato a buon fine, un popolo europeo reduce da 30 anni di democrazia (benché imperfetta) come quello ucraino non avrebbe infatti mai accettato un regime-fantoccio imposto da una potenza straniera con un colpo di mano militare ed anche provare a gestire la ribellione di una comunità di quasi 50 milioni di individui sarebbe stata un’impresa impossibile.

Un errore tipicamente novecentesco, che denota la cristallizzazione di Putin, ex kappagibbista nato nel 1952, alle dinamiche del secolo scorso. La stessa lezione afghana (1979-1989) sembra tuttavia ignorata e inascoltata.

URSS, 1985: le utopie di un gigante all’ultima chiamata della Storia

Riassunte nelle “Direttrici di sviluppo per il 1986-1990 e sino al 2000” delineate nel corso del Plenum del Comitato Centrale dell’ottobre 1985 e approvate nel febbraio successivo dal XXVII Congresso del PCUS, le pur ambiziose linee programmatiche di Michail Gorbačëv per l’economia lo erano molto meno di quelle presentate dal Consiglio dei Ministri nel XII Piano Quinquennale.

In particolare:

-aumento del reddito nazionale pari al 22,1% (19-22% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento della produzione industriale pari al 25,0% (21-24% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento dei beni strumentali pari al 24% (20-23% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento dei beni di consumo pari al 27% (22-25% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento della produzione agricola pari al 14,4% (14-16% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento della produttività del lavoro pari al 23,0% (20-23% la forchetta prevista dalle Direttrici)

-aumento degli investimenti pari al 23,6 (18-22 la forchetta prevista dalle Direttrici)

Se si trattava di obiettivi forse poco realistici*, il padre della Perestrojka aveva comunque dato prova di grande realismo quando negli stessi giorni aveva dichiarato che il sistema sovietico si trovava ormai all’ultima chiamata. L’impossibilità di giungere ad una sua ristrutturazione radicale (anche per le resistenze delle fazioni conservatrici) lo avrebbe infatti portato al collasso nel giro di appena sette anni, nonostante le potenzialità uniche e illimitate del Paese.

*obiettivi sul lungo medio-periodo (15 anni) erano creare un potenziale economico pari quello dei 70 anni precedenti, duplicare il reddito nazionale e la produzione industriale e aumentare del 130-150% la produttività del lavoro

SOS dal Kremlino (?)

“Mosca non rifiuta di tenere i colloqui di pace, ma più passa il tempo e più saranno complicate le negoziazioni”; così Vladimir Putin, qualche giorno fa davanti alla Duma.

Il presidente russo introduce (dopo le consuete minacce militari) un elemento di novità, poiché accanto ad un’apertura alla diplomazia, anch’essa da intendersi come una semplice “prassi”, avverte circa la difficoltà di giungere alla pace se non si lavorerà presto in tal senso. Potrebbe essere una “minaccia”, di nuovo, ma anche un invito a sedersi quanto pima al tavolo delle trattative fatto da un leader ormai consapevole delle difficoltà del proprio esercito e del proprio Paese e dell’impossibilià di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Sanna al concerto: l’altro “corpo del capo”

“La moltitudine è sempre pronta ad ascoltare l’uomo forte, che sa imporsi a lei. Gli uomini riuniti in una folla perdono tutta la forza di volontà e si rimettono alla persona che possiede la qualità che ad essi manca” (Gustave Le Bon , “Psicologia delle folle”)

C’è sempre stata, da parte di sociologi, giornalisti, politologi e comunicatori, una particolare attenzione verso il “corpo del capo” ed il suo utilizzo. Il politico carismatico, che fosse un dittatore o che operasse all’interno di una società “aperta”, ha, giustappunto, sempre fatto abbondante ricorso all’ostensione dei feticci, dei tic e dei comportamenti riconducibili al “vir”, ovvero a quell’immagine ancestrale di potenza e dominio vitale e indispensabile per chiunque voglia intercettare, ma soprattutto dominare ed eterodirigere, le pulsioni più profonde ed emotive delle “folle”, suggerendo all’ “uomo della strada” un’ idea di prontezza e risolutezza.

Ecco, allora, la virilità mussoliniana, l’intensità sciamanica della voce di Hitler, ecco il petto nudo di Putin, la canottiera di un ancora tonico Umberto Bossi, la traversata a nuoto di Beppe Grillo nelle acque dello stretto di Messina, la foto di ʿAbd Allāh II di Giordania in tenuta da Top Gun per punire i terroristi e così via.

Anche le leader non sfuggono e non rinunciano però a questa strategia*, sebbene modulata e orientata diversamente. La bella 38enne Sanna Marin vestita da metallara ad un concerto vuole ad esempio rafforzare la propria immagine giovanile e dinamica, e per questo anti-convenzionale nell’accezione positiva della formula, in contrapposizione alle “gerontocrazie” maschili dell’Ovest e dell’Est. Il corpo “bello” della “capa” riveste quindi la stessa funzione persuasiva del corpo “forte” del “capo”, del “vir”, creando contenuto e mascherandolo, forse, allo stesso tempo.

*Avvenenza e giovanilismo sono usati anche dai leader nella loro trama propagandistica e persuasiva. Dipende dal soggetto in questione e dai suoi punti di forza

Dl aiuti: la finta del Conte

Abbandonando l’aula al momento delle votazioni sul Dl aiuti, sapendo sarebbe passato comunque, il M5S fa un piccolo colpo di teatro a beneficio di ciò che resta dei propri elettori e simpatizzanti, in modo da dare un segnale di (r)esistenza in vita. Il “dentro-ma-contro”, per quanto possibile e laddove possibile, evitando di arrivare a strappi che rischierebbero di diventargli fatali. In questo i grillini potrebbero essere facilitati dal ridimensionamento subìto dopo lo strappo di Di Maio, che ha dato loro margini di manovra più ampi per alzare i toni senza tuttavia mettere a repentaglio la tenuta del governo. Una strategia forse inutile e fallimentare, dato il carattere esigente e liquido di un elettorato di protesta come quello (ex) pentasellato, ma l’unica ormai pensabile per Conte.