La geopolitica russa e la sindrome di Kabul

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“Un tempo mi piacevano le parate sulla Piazza Rossa, quando sfilavano i mezzi e gli armamenti. Adesso so che non ci si deve entusiasmare per cose del genere e il mio unico desiderio sarebbe che tutti questi carri armati, blindati e fucili mitragliatori ritornassero quanto prima nei loro depositi e sotto i loro teloni. Sarebbe anche meglio che si facessero sfilare sulla Piazza Rossa tutti i portatori di protesi dell’Afghanistan. Quelli come me, insomma, che hanno avuto entrambe le gambe amputate sopra il ginocchio”

Testimonianza di soldato addetto ai mortai, volontario in Afghanistan con l’Armata Rossa (“Ragazzi di zinco”, Svjatlana Aleksievič)

E’ ancora forte, nei paesi dello spazio ex sovietico e soprattutto in Russia, il ricordo, traumatico, della fallimentare campagna afghana (1979-1989), un insanguinato pantano che costò all’Armata Rossa decine di migliaia tra morti, feriti e mutilati, accelerando il processo di sfaldamento del blocco socialista. Un elemento, questo, che potrebbe aver contribuito alla decisione russa di interrompere le operazioni militari in Siria e che rende sicuramente improbabile qualsiasi utilizzo massiccio e su larga scala dell’ “hard power” (in ogni caso troppo oneroso) da parte del Kremlino, al di là della retorica muscolare consegnataci dai suoi “agit prop” e da quelli al servizio della sua rete di influenza estera.

La destra italiana e le contraddizioni del putinismo

Nonostante il crollo dell’URSS, la Russia ha mantenuto le sue partnership strategiche con i vecchi alleati dell’era sovietica, rinsaldandole con Vladimir Putin nell’ambito del progetto di rilancio della potenza russa voluto dall’ex ufficiale del KGB.

Questo apre una serie di interrogativi per quei settori della destra italiana (moderata come radicale) “convertiti” al putinismo in reazione alla presenza di Barack Obama alla Casa Bianca; dai rapporti con i paesi socialisti e comunisti superstiti (Cuba, Vietnam, Laos e, soprattutto, Corea del Nord, RPC e Venezuela) a quelli con le teocrazie islamiche (in primis l’Iran) all’amicizia con Israele e alla fedeltà alla NATO, i conservatori di casa nostra si trovano infatti alle prese con le contraddizioni sollevate dalla non facile posizione tra l’incudine e il martello rappresentata, da un lato, dal loro DNA storico e, dall’altro, dalle seduzioni di un potenza precipuamente anti-occidentale e vetero-staliniana.

Quella strana destra che rivaluta l’Unione Sovietica.

Atlantista e filo-americana nella sua quasi totalità e per oltre mezzo secolo (anche al di là di una certa retorica di facciata), la destra italiana sembra vivere oggi un ripensamento delle sue linee tradizionali. Origine e causa di questo “turning point”, una reazione epidermica alla presenza di Barack Obama, democratico e afroamericano, alla Casa Bianca.

Questa migrazione ideologica, che ha trovato nell’uomo forte del Kremlino la sua destinazione ideale, si traduce però anche in un altro fenomeno, ugualmente sorprendete ma forse ancor più suggestivo e stravagante, ossia la rivalutazione e la (ri)scoperta, da parte delle destre italiane, del passato sovietico della Russia; consapevoli del legame, umano e politico, tra Putin e l’URSS, i conservatori di casa nostra sanno infatti di non poter scindere il loro beniamino dal suo humus storico, né la nuova Russia dalla vecchia.

Una “mutazione” soltanto apparente, tuttavia, destinata a rientrare quando al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un esponente (bianco) della destra americana.

Putin, Renzi, le sanzioni e l’ombra di Brzezinski: na scommessa che vale la pena tentare

 

Renzi-Putin-1024x620-1425580024Definendo il collasso dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, Vladimir Putin voleva alludere alla scomparsa di una patria per 25 milioni di suoi connazionali, trovatisi da un giorno all’altro all’interno di entità statuali nuove e non russe.

Dall’esigenza di tutelare questa comunità, percepita come minacciata, e da motivazioni di tipo economico-strategico, l’archè della nuova politica assertiva del Kremlino nello spazio dell’ex URSS (Ucraina, Georgia, Moldavia, ecc).

Lo scopo delle sanzioni nei confronti di Mosca è dunque quello di frenare o fermare, senza ricorrere al confronto armato, questo rigurgito neo-imperiale, proteggendo gli stati sovrani nati dal collasso del gigante socialista ed oggi messi in pericolo.

La scelta renziana di negoziare e rivedere le misure restrittive a danno della Federazione Russa ricalca quel “new thinking” brezinskiano-carteriano che, rigettando il precedente “linkage” voluto da Nixon e Kissinger e basato su un sostanziale ripiegamento degli USA sulla tema dei diritti umani nell’Est Europa, subordinava la distensione e gli scambi commerciali con Mosca ad un pieno rispetto, da parte dell’URSS, degli accordi di Helsinki sui diritti civili dei cittadini d’oltre-cortina (terzo “paniere” o “basket”) .

Magari una giocata troppo ardita, da parte del capo del governo italiano (da non sottovalutare, tuttavia, anche i grandi legami commerciali tra i due Paesi) ma forse capace di rendere i frutti sperati, soprattutto in considerazione delle gravi difficoltà patite in questo momento dalla Russia; pur non deponendo l’arma delle sanzioni ma scegliendo una linea più “morbida” e “flessibile” (del “bastone e della carota”), l’Occidente potrebbe, in buona sostanza, indurre Putin a rinunciare alle sue velleità espansionistiche senza che vengano macchiati ed intaccati la sua reputazione ed il suo consenso interno.

La propaganda politica e la delegittimazione dell’avversario da Colin Powell a Vladimir Putin

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Le accuse russe rivolte alla Turchia in merito all’acquisto di petrolio dall’ISIS (ad oggi prive di ogni riscontro documentale) ricalcano alcune metodologie classiche e peculiari della comunicazione propagandistica di tipo politico.

Da un lato, Mosca cerca infatti di delegittimare Ankara attraverso il sistema della “proiezione” o “analogia” e dell’ “etichettamento” (l’avversario viene associato all’idea, respingente, dello stato islamico e del terrorismo) mentre, dall’altro, cerca di fare appello alla lotta contro il “nemico comune” (il fondamentalismo), elemento a sua volta legato alla giustificazione dell’iniziativa putiniana in Siria (“bontà delle nostre guerre”- “guerra giusta”), in realtà a vantaggio esclusivo dell’alleato-cliente assadiano.

Si tratta, in linea di massima, di propaganda “grassroots” (rivolta agli strati intellettualmente e culturalmente meno evoluti della platea) ma capace di sfondare , grazie alla componente ideologica (l’odio anti-islamico e quello anti-americano), anche nei settori più avanzati della pubblica opinione.

Putin sceglie dunque le stesse procedure persuasive tipiche dell’Occidente e che videro un largo impiego a Washington ai tempi delle campagne dei primi anni 2000.

Nella foto: Vladimir Putin e  Recep Tayyip Erdoğan

Le antistoriche pretese di Mosca sul Montenegro: un segnale per i moderati che guardano ad Est.

La protesta russa per l’imminente ingresso del Montenegro nella NATO costituisce, senza tema di smentita, un segnale sulle reali intenzioni imperialiste e antidemocratiche del Kremlino, sempre più orientato verso il recupero di quella Dottrina Breznev (della “sovranità limitata”) di sovietica memoria.

Benché il Montenegro sia una nazione indipendente (dunque libera di scegliere la sua politica estera) , membro ONU, membro UE, parte dell’Eurozona e collocata in un’area geografica, quella balcanico-adriatica, lontana dalla Federazione Russa, Mosca sembra infatti rivendicare su Podgorica una sorta di ” diritto di superficie” in ragione dell’esperienza storica yugoslava.

Dall’altro lato, l’invito a Podgorica dimostra tutta l’inconsistenza del potenziale deterrente russo al di là della retorica muscolare putiniana.

Quel fondamentalismo islamico che piace al “crociato” Putin: il caso iraniano.

BN-LK207_1123pu_J_20151123114511“Putin è una grande figura per il mondo attuale”; così l’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, a proposito del leader russo.

Stato teocratico, l’Iran è, a partire dalla rivoluzione khomeinista del 1979, tra i maggiori perturbatori dell’area, irriducibile nemico dell’Occidente e di Israele e solido alleato di Mosca.

Questo evidenzia che:

-gli interessi della Russia putiniana e quelli del mondo democratico non sono contingenti

-la lotta di Putin all’ISIS non è motivata dall’esigenza di distruggere il fondamentalismo in quanto tale ma da quella di proteggere l’alleato assadiano. L’esercito russo combatte, infatti, anche le milizie democratiche che si oppongono all’attuale regime siriano.

Con una piccola concessione all’estro immaginativo, è dunque lecito pensare che se Bashar al-Assad fosse filo-atlantico oggi Mosca sosterrebbe il “Califfato” contro di lui.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.

La Russia, la sindrome d’accerchiamento e la “fame di acqua”-Il perché dell’intraprendenza putiniana.

Le politiche espansionistiche russe (prima imperiali e sovietiche ed oggi putiniane), si muovono, storicamente ed in linea di massima, su due direttrici, una psicologica ed una strategica.

Nel primo caso, osserviamo una “sindrome da accerchiamento”, che Mosca accusa da Ovest come da Est. SI tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

Nel secondo caso, pur controllando migliaia di km di coste, alla Russia, è sempre mancato lo sbocco ad acque calde ed “importanti”. In quest’ottica, si collocano, ad esempio, il tentativo (bloccato dagli Inglesi) di avanzare a Sud per arrivare all’Oceano Indiano, la scelta di entrare nel primo conflitto mondiale a fianco dell’Intesa (sottrarre agli Ottomani sbocco al Mediterraneo) e la guerra la Giappone imperiale nel 1905 (estendere la propria influenza sul Pacifico)

Ad ostacolare la realizzazione dei piani russi, è oggi l’elemento nucleare, che rende impossibile o formidabilmente complessa la restaurazione della “Terza Roma” di memoria romanoviana

Perché la destra che ieri odiava Gheddafi oggi ama Gheddafi, perché la destra che ieri odiava la Russia oggi ama la Russia. Tra culto del capo e schizofrenia ideologica.

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Se la destra italiana, atlantista come radicale, avesse creato una sua “kill list”, (la lista degli obiettivi da colpire ideata dalle autorità israeliane e poi adottata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001), il colonnello Mu’ammar Gheddafi sarebbe stato senza dubbio il primo degli elementi di cui sbarazzarsi.

Nell’immaginario del nostro conservatorismo, infatti, Gheddafi era il simbolo delle persecuzioni ai danni degli ex coloni italiani dopo il colpo di stato del 1969, e, in seconda battuta, una delle icone di quel revanscismo terzomondista che tanto preoccupava l’Occidente ed i suoi analisti (eccitando, invece, le sinistre socialiste) negli anni della “decolonizzazione”. Il feeling tra Silvio Berlusconi e il leader libico, tuttavia, è stato sufficiente a rimuovere dalle menti di ex missini e non solo, quasi mezzo secolo di ostilità, ideologica, politica ed etnica, rimpiazzandola con uno moto simpatetico inimmaginabile soltanto qualche anno prima (il bombardamento reaganiano di Tripoli e Bengasi del 1986 trovò il loro appoggio, pieno e totale).

Allo stesso modo, la Russia ed il suo presidente, prima e per anni percepiti come ostili e nemici, diventano oggi oggetto di rivalutazione e simpatia, al punto che, nell’analisi del nodo ucraino, Mosca viene preferita a Washington (!). In questo caso, alla motivazione racchiusa nell’amicizia tra Berlusconi e Putin si aggiunge la presenza, alla Casa Bianca, di un “democrat” (oltretutto afroamericano), il che spoglia i nostri conservatori di uno dei loro punti di riferimento storici, inducendoli ad orientarsi verso l’assordante tradizionalismo del capo del Cremlino. Ecco che, anche questa volta, 70 anni di vocazione atlantista “senza se e senza ma” vengono rimossi, ed alla tanto celebrata libertà “stars&stripes” viene anteposto l’oscurantismo di un ex ufficiale del KGB e quadro del PCUS.

Questa schizofrenia strategico-ideologica è senza dubbio la dimostrazione della fragilità del patrimonio valoriale della nostra destra, da un lato, e della sua atavica attrazione-subordinazione al singolo (nell’attuale fase storica, Berlusconi) ed al suo fascino evocativo, in nome del quale ogni coerenza d’intenti viene eliminata, eccedendo le categorie della logica.

Immaginiamo la reazione del vecchio MSI se a baciare la mano a Gheddafi fosse stato Sandro Pertini..