
“Un tempo mi piacevano le parate sulla Piazza Rossa, quando sfilavano i mezzi e gli armamenti. Adesso so che non ci si deve entusiasmare per cose del genere e il mio unico desiderio sarebbe che tutti questi carri armati, blindati e fucili mitragliatori ritornassero quanto prima nei loro depositi e sotto i loro teloni. Sarebbe anche meglio che si facessero sfilare sulla Piazza Rossa tutti i portatori di protesi dell’Afghanistan. Quelli come me, insomma, che hanno avuto entrambe le gambe amputate sopra il ginocchio”
Testimonianza di soldato addetto ai mortai, volontario in Afghanistan con l’Armata Rossa (“Ragazzi di zinco”, Svjatlana Aleksievič)
E’ ancora forte, nei paesi dello spazio ex sovietico e soprattutto in Russia, il ricordo, traumatico, della fallimentare campagna afghana (1979-1989), un insanguinato pantano che costò all’Armata Rossa decine di migliaia tra morti, feriti e mutilati, accelerando il processo di sfaldamento del blocco socialista. Un elemento, questo, che potrebbe aver contribuito alla decisione russa di interrompere le operazioni militari in Siria e che rende sicuramente improbabile qualsiasi utilizzo massiccio e su larga scala dell’ “hard power” (in ogni caso troppo oneroso) da parte del Kremlino, al di là della retorica muscolare consegnataci dai suoi “agit prop” e da quelli al servizio della sua rete di influenza estera.
Definendo il collasso dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, Vladimir Putin voleva alludere alla scomparsa di una patria per 25 milioni di suoi connazionali, trovatisi da un giorno all’altro all’interno di entità statuali nuove e non russe.
“Putin è una grande figura per il mondo attuale”; così l’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, a proposito del leader russo.
