Salvini contestato nel Meridione. La risposta del leader leghista come fenomenologia della destra nazionale.

Contestato in Campania, dove alcuni giovani dei centri sociali gli hanno gridato “lavati col fuoco”*, Matteo Salvini ha contrattaccato dicendo di aver pena di chi “fa casino”. La frase, all’apparenza scontata e banale, si rivelerà invece utilissima per comprendere la fisionomia cultuarale e strategica della destre italiane.

Generalmente duro e radicale nei confronti dell’avversario, al punto di ventilare soluzioni antidemocratiche ed insurrezionali (si pensi alla minaccia di un “blitz” armato per liberare i “tankisti” detenuti), il leader del Carroccio gioca adesso la carta del moderatismo, ponendosi nuovamente (dopo il piccolo assalto alla sua automobile) come la vittima, pacifica e mansueta, di un attacco, costretto sulla difensiva.

Lo scopo, quello di rivolgersi all’uomo della strada, alla “silent majority” lasseferista e storicamente attestata su posizioni moderato-conservatrici, ostile ad espressioni come il radicalismo di sinistra e, più in generale, alla contestazione “bordeline”.

Strategico anche l’utilizzo del termine “casino”, usato per dare una pennellata di “urban style” al concetto, così da stemperare l’elemento vittimistico/borghese che poco si addirebbe al suo personaggio.

L’Europa che i padri fondatori non avrebbero voluto.Perché, questa volta, Beppe Grillo ha ragione.

Al cittadino europeo contemporaneo sembrerebbe impossibile vedere insegnato, nelle scuole elementari del suo Paese, l’odio per un altro degli stati del continente, eppure è ciò che i programmi scolastici imponevano fino all’inizio del secolo scorso, quello in cui tutti noi siamo nati.

Era un continente diviso, a quei tempi, l’Europa, e lo sarebbe stato ancora, patendo due conflitti mondiali, guerre civili, odii ed incomprensioni, da Est ad Ovest, da Nord a Sud. Per questo motivo, Alcide De Gasperi, italiano, e Konrad Adenauer, tedesco, tedesco occidentale, decisero di dar vita ad un progetto comune, di pace e collaborazione. Nati, cresciuti e vissuti nell’epoca degli imperi reazionari e dell’oppressione, sognavano per i loro Paesi qualcosa di nuovo, di diverso. Di migliore.

L’Europa dei rigorismo che soffoca imprese e consumi, l’Europa delle minacce, in stile mafioso, ai governi che accennano un sussulto di autonomia decisionale, l’Europa che si rivolge con miope arroganza a stati come Francia ed Italia, pilastri della civiltà occidentale, chiedendo loro di fare i “compiti a casa”, l’Europa che abbandona la Grecia (pur non essendo, Atene, esente da colpe per la situazione che sta sperimentando) davanti agli scaffali vuoti dei suoi ospedali, l’Europa dello spread utilizzato come arma per corrodere la sovranità popolare, non è l’Europa che avrebbero voluto e vollero Alcide De Gasperi, italiano, e Konrad Adenauer, tedesco, tedesco occidentale.

Per questo, sebbene inquinata da eccessi retorici inutili e dannosi, l’analisi di Beppe Grillo su Bruxelles e Francoforte è condivisibile.

Bruno Vespa, storiografo e sociologo improvvisato.L’arroganza dell’ignorante.

Nel suo nuovo libro “Italiani voltagabbana”, Bruno Vespa cita la prima Guerra Mondiale e il passaggio dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa come una delle prove di una nostra (da lui supposta) incoerenza. Come già ricordato in altre occasioni, la Triplice Alleanza fu un patto a carattere difensivo, pertanto, aggredendo la Serbia, l’Austria-Ungheria venne meno al principio ispiratore della firma, sollevando quindi l’Italia da ogni obbligo nei suoi confronti.

Inoltre, il terzo partner, la Germania, affondò nel 1915 un nostro piroscafo, l’ ”Ancona” (massacrando anche i suoi naufraghi), compiendo in questo modo un atto di guerra in piena regola prima che fossero state aperte ufficialmente le ostilità tra Roma e Berlino.

Vespa si conferma dunque uno scrittore d’accatto, quello che gergo del disprezzo giornalistico e letterario viene definito un “pennivendolo”. Non pretende, l’osservatore attento, lo scibile di un Pierre Renouvin (che Vespa probabilmente scambierebbe per una mezza punta del Paris St.Germain) ma una conoscenza, minima e dignitosa, della materia.

Gli consigliamo un ritorno ai plastici della villetta di Garlasco.

Il 4 Novembre e le contraddizioni dell’antimilitarismo italiano. Un ricordo dal passato (recente): i carri armati “olimpici” e l’orgoglio per il nucleare sovietico

Leggo ed ascolto, come ogni anno, polemiche, anche feroci, sulla Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, posizioni che rispetto, pur non condividendole.

Non posso, tuttavia, fare a meno di notare e ricordare come molti di questi antimilatristi battessero le mani davanti alle sfilate dell’esercito Sovietico in Piazza Rossa, con in testa gli ICBM a testata termonucleare multipla, od alle inziative imeprialiste degli eserciti comunisti (Cuba, Vietnam, URSS e RPC ) nei vari scacchieri internazionali.

L’internazionalismo marxiano è un principio lodevole, ma va conosciuto bene.

Il dovere del rispetto verso Amintore Fanfani.L’insegnamento della Storia.

Le recenti dichiarazioni del ministro Boschi su Amintore Fanfani (“lo preferisco ad Enrico Berlinguer”) hanno riportato al centro del dibattito politico e mediatico la figura dello statista democristiano, filtrandola, tuttavia, attraverso una lettura poco obiettiva, senza dubbio astorica e superficiale, viziata dall’accostamento con l’icona berlingueriana, oggetto di un’idealizzazione spesso inopportuna ed eccessiva.

Docente di Storia economica all’Università di Milano nel 1936 e poi a Roma nel 1956, saggista, antifascista militante costretto a riparare in Svizzera, padre della Costituente, più volte ministro e capo del governo, Fanfani fu un uno statista migliore di Berlinguer, perché seppe vedere oltre, capendo prima e meglio di Berlinguer la bontà e la superiorità della scelta occidentale e democratica.

Ad Amintore Fanfani, inoltre, il merito dei grandi programmi di edilizia popolare pubblica, i più grandi di tutta la storia unitaria (erroneamente attribuiti a Benito Mussolini ed al Fascismo) e quello di aver contribuito in modo decisivo a scongiurare il terzo conflitto mondiale nel 1962, favorendo la mediazione tra URSS e Santa Sede* (che portò ad un ammorbidimento della posizione di Mosca) e suggerendo a John F. Kennedy il ritiro degli Jupiter americani dal territorio italiano come contropartita per i sovietici in cambio del ritiro degli SS-4 e degli SS-5 Skean dall’isola caraibica.

“Se io mi fossi lasciato intimorire dai fischi, voi oggi non sareste qui”, disse, ormai al crepuscolo della vita, alla platea che lo contestava durante un congresso del suo partito. Aveva ragione, e questo valeva e vale anche per tutti noi.

Le grandi intese prima delle grandi intese. L’asse d’Azeglio-Cavour-Rat­tazzi e l’importanza del dialogo tra le forze politiche.

Mazzini-Garibaldi-Cavour-Vittorio_ECon l’esaurirsi dei sussulti rivoluzionari del 1848, un’ondata di contro-riformismo oscurantista si abbatté sul Vecchio Continente, ma mentre nella maggior parte d’Europa e negli stati preunitari venivano abrogate le costituzioni e il dissenso perseguitato e cannoneggiato (si veda il massacro borbonico di Messina), il Piemonte di Vittorio Emanuele II conservava, irrobustiva ed ampliava le le sue prerogative democratiche.

La restaurazione dittatoriale-imperia­le in Francia e la pressione dall’Austria reazionaria, tuttavia, sembravano mettere a rischio non solo la vocazione liberale ma l’esistenza stessa del Regno di Sardegna; di quegli anni, ad esempio, la richiesta a Torino, da parte di Vienna e Parigi, di inasprire le leggi contro il dissenso (il Piemonte offriva riparo ai rivoluzionari di ogni parte d’Europa e d’Italia). I circoli più reazionari della destra piemontese colsero allora l’occasione per cercare di invertire i processi riformisti in atto nel Paese, facendo pressioni sul Governo d’Azeglio, il quale, però, trovo una “stampella” in Cavour (destra moderata) e in Rattazzi ( sinistra moderata).

Si ebbe in questo modo il cosiddetto “connubio”, ritenuto erroneamente da Mack Smith l’inizio del trasformismo italiano, laddove il termine-concetto viene inteso nella sua accezione più negativa. In realtà, si trattò di un progetto necessario per assicurare al piccolo Stato sabaudo la sopravvivenza democratica. Grazie al “connubio”, inoltre, Torino non soltanto scampò alla mannaia liberticida (furono varati soltanto alcuni provvedimenti che limitavano la possibilità per la stampa di insultare i capi di stato stranieri) ma, anzi, poté proseguire nella sua traiettoria innovatrice, ad esempio con il varo delle Leggi Siccardi (che spogliavano la Chiesa dei suoi più anacronistici privilegi) ed il matrimonio civile.

Appunti di storia-57 anni fa, la pallina di alluminio che affascinò e spaventò il mondo.

Veniva lanciato dai sovietici esattamente 57 anni fa (4 ottobre 1957) il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1. Il “compagno di viaggio” (questo il significato della parola “sputnik”), rimase nello spazio per 57 giorni, compiendo in totale 1 400 orbite.

Il lancio esaltò il mondo comunista, da un lato, e terrorizzò l’Occidente, dall’altro. Negli Stati Uniti, le sirene di alcune fabbriche suonarono l’allarme, perché si pensava che il satellite potesse rappresentare una minaccia militare.

Gli USA si sarebbero rifatti pochi mesi dopo, mandando in orbita l’Explorer 1

Il no all’indipendenza di Edimburgo: un trauma nel trauma per la Lega Nord.

La debacle dei separatisti nel referendum scozzese rappresenta un trauma culturale, ancor prima che politico, specialmente per la Lega Nord italiana e la galassia di gruppi e micro-gruppi che animano l’universo antiunitario del nostro Settentrione.

Affamati di simbologie e miti da inserire in un pantheon vuoto, i leghisti italiani avevano infatti adottato come loro punto di riferimento, ideale ed assoluto, gli scozzesi; il mito di Sir William Wallace , la loro origine celtica, la collocazione geografica nel Nord Europa, il passato di eroici guerrieri contro la dominazione inglese, l’equivoco che li vuole tuttora legati a tradizionalismi rurali arcaici tra boschi e montagne, avevano fatto dei connazionali di Sean Connery un richiamo immaginifico irresistibile, eccitando un identitarismo machista e primitivo che ha da sempre ammaliato e contraddistinto il Carroccio ed i suoi emuli.

Il fatto, dunque, che proprio loro abbiano preferito alla mitologica “Europa dei popoli” quella di Strasburgo, all’indipendenza la coabitazione con gli ex invasori, alla tradizione una confederazione multietnica che permette agli omosessuali matrimonio e adozione, è per i “celti “ di casa nostra uno shock collettivo dal quale sarà difficile riprendersi

Braveheart è cambiato: usa Facebook e manda i figli al fare l’Erasmus. E magari ha anche una moglie che viene dal Senegal

Perchè separarsi non conviene, se non ai propri avversari.Russia contro Qatar.

Il 17 febbraio 2012 esplose una violenta lite tra l’ambasciatore russo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Vitaly Ivanovich Churkin, e il Primo Ministro degli Affari Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim Al- Thani , in merito alla questione siriana.

“Vi invito a guardarci da qualsiasi uso del veto sulla crisi in Siria. La Russia deve approvare la risoluzione, altrimenti perderà tutti i paesi arabi”, la richiesta a muso duro di Al-Thani a Churkin, il quale rispose: “Se ti rivolgi a me con quel tono ancora una volta , non ci sarà più qualcosa che si chiamerà Qatar. Voi siete un ospite del Consiglio di Sicurezza , rispettatelo e state a posto. E non vi parlerò più, poiché a nome della Grande Russia , mi rivolgo solo ai grandi”.

E’ bene ricordare come il Qatar non sia soltanto un grande produttore/esportatore di petrolio ma anche uno dei tre paesi con le maggiori riserve di “oro blu” in assoluto (insieme all’ Iran ed alla stessa Russia), rivale diretto di Mosca nello scacchiere euroasiatico, anche in ragione dei suoi progetti per la costruzione di gasdotti che aggirino la Russia, passando per la Siria (per questo Putin difende il regime baathista).

Doha, inoltre, vanta quote e presenze rilevanti in alcune delle maggiori realtà economiche, culturali e sportive francesi e tedesche (Louis Vuitton, Total, Le Figaro, Vinci, Vivendi, Glencore, Paris St.Germain, Volkswagen, Porsche, ecc), in una campagna di “conquista” del mondo occidentale che si sta facendo di anno in anno più imponente.

Ciononostante, un alto rappresentante russo poté concedersi il lusso di trattare un ministro qatriota con sufficienza e disprezzo, rispedendo al mittente le sue richieste.

Immaginiamo che cosa accadrebbe a singole porzioni di Italia, Spagna, Regno Unito, Francia o Germania (prive di gas e petrolio) una volta libere dall’ombrello dei Paesi originari; il loro potere contrattuale e la loro credibilità d’insieme, nelle assisi internazionali, sarebbero certamente molto più ridotti e ridimensionati, così da comprometterne, in modo decisivo, gli interessi.

Sostando sul il caso italiano, Roma è una “middle power” ed un ”regional power”, in virtù della sua appartenenza al G-8-G-20, del Nuclear Sharing e dei suoi oltre 60 milioni di abitanti, che le garantiscono un numero di rappresentanti a Strasburgo pari a quello di Regno Unito Francia, Ma che ne sarebbe di un Veneto lasciato a sé stesso? O di un Regno/Repubblica delle Due Sicilie (magari preda dalle mafie)? O di una Repubblica altoatesina? Molto verosimilmente, la loro forza d’azione non sarebbe sufficiente ad assicurare un’adeguata copertura ai loro interessi economici e strategici , esponendoli alle mire ed al ricatto delle grandi potenze continentali.

Enrico Berlinguer: il “padre” politico di Matteo Renzi.La lezione della storia.

Fu con Palmiro Togliatti che il Partito Comunista Italiano entrò in un progetto trasversale di governo, insieme alla Democrazia Cristiana ed alle altre forze liberali, monarchiche ed atlantiste (Governo Badoglio II , Governo Bonomi II , Governo Bonomi III , Governo Parri , Governo De Gasperi I , Governo De Gasperi II), dal 1944 (Svolta di Salerno) al 1947. Fu, insomma, il capostipite delle cosiddette “larghe intese”, su suggerimento di Stalin.

A riprendere il dialogo con la DC ed i suoi alleati, Enrico Berlinguer , che portò il PCI al cosiddetto “governo della non sfiducia” (1976) o di “solidarietà nazionale”, a guida andreottiana (Andreotti III). Berlinguer , però, fece ancora di più, attuando una scelta di campo, netta e definita, in favore del blocco atlantico («Io voglio che l’Italia non esca dal Patto atlantico e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO» ) e dando vita, insieme ai comunisti spagnoli e francesi, al progetto della cosiddetta “terza via” (o “eurocomunismo” ), che riponeva per sempre l’esperienza e il dettato rivoluzionari per guardare ad un modello di compromesso con la democrazia ed il capitalismo. Per questo, venne osteggiato dai più ortodossi, in Italia come in URSS, tacciato di revisionismo, trozkismo e deviazionismo.

Oggi, chi ne esalta ed evoca la figura, contrapponendola a quella dell’attuale Presidente del Consiglio (malvisto in ragione del suo appeasement con le forze di centro-destra), dovrebbe ricordare quella fase, anzi, quelle fasi, del nostro percorso recente, e la sconfitta storica della critica conservatrice.