E’ bene augurarsi che le uscite di Donald Trump su Groenlandia, Canada, Danimarca, Canale di Suez e di Panama, rientrino soltanto in una strategia comunicativa volta a “compensare” il proprio elettorato in vista dell’adeguamento ad un profilo più basso ed istituzionale, nella forma e nella sostanza.
Un ritorno alla “diplomazia delle cannoniere” e alla “dottrina del “lungo bastone”, se non proprio a blitz neo-imperiali, sarebbe infatti inaccettabile e gli costerebbe probabilmente (non essendo, gli USA, la Russia), la destituzione e l’arresto.
Derubricarle a semplici ed innocue “battute”, è, in ultima analisi, puerile e fuori luogo, considerando che ha già fatto simili esternazioni in campagna elettorale ed alla luce dell’importanza della sua posizione, della “particolarità” del suo background nonché della complessità dall’attuale momento storico.
Nota: data l’età del presidente-eletto, non si può escludere a priori nemmeno una degenerazione delle sue facoltà cognitive
Uomo del Sud rurale, devoto, imprenditore e lontano dai vertici del Partito Democratico, Jimmy Carter riuscì ad accreditarsi come la nemesi di quel modello di potere entrato in affanno con gli scandali che avevano travolto la presidenza e la vice-presidenza degli Stati Uniti (Nixon e Agnew), con la sconfitta vietnamita e la crisi economica del 1973-1975.
La sua sobrietà e il suo rigorismo etico di memoria jeffersoniana e jacksoniana si rilevarono però, sul lungo periodo, delle armi doppio taglio, imbrigliandone spesso l’azione e facendolo apparire come un pessimista incapace di risollevare le sorti del Paese, secondo un cliché sfruttato abilmente da Ronald Reagan (suo rivale nelle presidenziali del 1980).
Fu comunque un buon presidente (non solo un ottimo ex presidente) ed un uomo perbene, cui la Storia riconosce oggi i meriti e la statura, non più sottovalutato come un Andrew Jackson od un Chester Arthur.
* emblematico a riguardo il cosiddetto “malaise speech”, un discorso alla nazione del 1979 per il quale Carter fu accusato di pessimismo e rassegnazione. Anche il ripensamento del “linkage” nixoniano (politica del “bastone e della carota” con l’URSS), che Carter giudicava un inaccettabile compromesso sulla difesa dei diritti umani oltrecortina, fu visto da molti come il motivo della nuova fase di tensione con Mosca
La Crisi degli ostaggi del 1979, tra Storia, storiografia e rigore metodologico
Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.
“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia. Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione. Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.
Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciònonostante, è possibile constatare come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come da programma, probabilmente i pur abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.
Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan, si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh, da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché i repubblicani erano riusciti ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).
Con la Siria, Mosca perde un alleato storico, di primaria importanza non solo per la garanzia delle basi sul Mediterraneo. Soltanto gli agit-prop del Kremlino, o quel segmento meno obiettivo del movimento d’opinione filo-russo, possono di conseguenza credere e sostenere che Putin abbia abbandonato Assad al proprio destino perché poco interessato alla questione siriana. La verità è che, non essendo una potenza globale ma regionale, la Russia odierna non ha la capacità di coprire in modo adeguato più fronti, il che dovrebbe suggerire allo “Zar” di accettare l’ipotesi di un progetto trumpiano sul solco del 1953, così’ da concentrarsi sulla ricostruzione economia (ottenendo, non in ultimo, l’eventuale fine delle sanzioni) e sulla difesa degli interessi nel resto del mondo, ad esempio in Africa ed Asia.
E’ tuttavia probabile che Putin non accetterà. Personaggio formatosi in un’epoca completamente diversa da quella attuale, per lui l’Ucraina ricopre un’importanza irrinunciabile, soprattutto per ragioni storiche (a tal proposito, è bene ricordare come non sia l’Ucraina a “derivare” dalla Russia” bensì il contrario). L’assenza di un autentico dibattito interno, della possibilità di un confronto aperto con il suo staff, lo imprigiona inoltre in una sorta di “caverna di Platone”, impedendogli l’elaborazione di un quadro lucido e realistico della realtà; nella sua visione delle cose, l’Occidente si stancherà, consegnando l’Ucraina alla Russia la quale, nel volgere di poco tempo, potrà edificare il sogno della Novorossija, magari allargata a Miensk.
In quel caso, Trump non rafforzerà, almeno da subito, il sostegno militare e finanziario a Kyïv (anche per non “rimangiarsi” le promesse elettorali), ma ricorrerà alla leva economica, si pensi all’intensificarsi delle sanzioni ed all’abbattimento del prezzo del petrolio (“a-là Reagan”), ma tutto dipenderà dal Kremlino. Qualora l’ “Orso” dovesse inasprire ulteriormente le relazioni con Washington e/o aumentare l’impegno bellico, allora la Casa Bianca metterà in atto risposte simmetriche, che potrebbero tradursi persino in un confronto diretto. Un’azione rivolta agli oligarchi e ai loro interessi, dovrebbe ad ogni modo essere sufficiente per l’avvio di un “regime change” nella Federazione Russa. Chi scrive sarebbe sorpreso se, a queste condizioni, il potere di Vladimir Putin dovesse durare oltre il prossimo biennio.
“La Russia è pronta a usare ogni mezzo per evitare che l’Occidente le infligga una sconfitta strategica”; così il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, in un’intervista al giornalista americano Tucker Carlson. In parallelo, le consuete minacce apocalittiche, stavolta basate sull’inesistente “arma segreta” (il missile “Oreshnik”).
Non è la prima volta che Lavrov cade in “lapsus” di tal genere. “Lapsus” perché ha fatto riferimento all’eventualità di una “sconfitta strategica”, concetto che non dovrebbe trovare spazio nella retorica russa, così come viene impostata dal Kremlino.
Ancora, Lavrov può lanciare in questo modo un “frame” capace di insinuare il dubbio nell’opinione pubblica del suo Paese, forse già meno compatta di quel che vorrebbe far credere il regime.
Già oltre dieci anni fa previdi, in alcuni articoli realizzati per testate di settore e proiezioni per i clienti, la parabola del M5S, ciò che oggi sta vivendo. Non che il sottoscritto possieda chissà quali abilità analitiche o divinatorie, ma era sufficiente una conoscenza, anche basica, della politica italiana, della sua storia e di certe dinamiche della psicologia sociale, per giungere alla stessa conclusione.
Questi soggetti hanno infatti nel loro punto di forza, cioè l’ostensione dell “alterità” e della trasversalità, la loro stessa debolezza; solo con l’isolamento potranno conservarle, tuttavia esso porterà, alla lunga, all’inazione più inutile ed al conseguente abbandono da parte del cittadino. Entrare invece nella “stanza dei bottoni” farà smarrire loro la “verginità”, piegandoli a quegli obblighi e compromessi derivanti dall’arte del governare (vincoli di bilancio e normativi, alleanze internazionali, “deep state”, ecc). A ciò si aggiungeranno la ricattabilità e la scarsa affidabilità di una classe dirigente composta in buona parte da deputati e senatori di fatto “presi dalla strada” (condizione di per sé non disdicevole), i quali ben difficilmente saranno pronti a rinunciare ad uno status ottenuto quasi all’improvviso ed in modo inaspettato.
Il paragone con la Lega e il futuro del Movimento
L’accostamento con la Lega Nord potrebbe essere fuorviante, perché per il Carroccio l’antipolitica non era un elemento centrale bensì subordinato ad un discorso di tipo localistico-identitario (cosa che gli assicurava e gli assicura un radicamento nei territori, che ai grillini, di nuovo, manca). E’ vero che il M5S non si esauriva, neanche nei giorni migliori, nella progettualità del “vaffa”, tuttavia “sklills” come il pragmatismo liquido hanno sempre avuto un peso relativo, almeno nella percezione dell’elettorato. La creazione di Grillo e G.Casaleggio era forse più simile all’UQ gianniniano (anch’esso paragonato spesso alla Lega*), forza estintasi nel volgere di pochi anni. Se poi Salvini è riuscito a ridare linfa al suo partito trasformandolo da forza “localista” a nazionalista”, andando con naturale facilità a riempire spazi liberati dalla scomparsa di protagonisti quali AN, il futuro dei cinque stelle appare incerto e da definire e definirsi, non in ultimo pensando alla difficoltà di inserirsi come alternativa di sinistra ad un PD targato Schlein. I “lumbàrd” potevano inoltre contare, volendo concludere, su una serie di dirigenti esperti e rodati, opportunità di cui il M5S non dispone anche a causa del vincolo dei due mandati e dell’autoritarismo dei fondatori; è, questo, un “vulnus” che li ha costretti a cercare un leader altrove, un Giuseppe Conte estraneo alla loro tradizione e che, infatti, li sta portando non solo a collezionare sconfitte su sconfitte ma pure a snaturarsi.
*a riguardo mi permetto di consigliare il saggio “La Lega qualunque”, di A. Sarubbi. Pur non condividendone l’impianto di base (il paragone tra Carroccio e “torchietto”), trovo offra spunti di un certo interesse
Nonostante il trend negativo degli ultimi mesi si confermi, intonare il requiem per il Movimento Cinque Stelle sarebbe un errore di valutazione grossolano.
Anche se il soggetto pentastellato ha da tempo esaurito la sua spinta propulsiva ed imboccato una tendenza declinante, occorre infatti mettere sul tavolo alcune valutazioni: 1) neanche durante i suoi giorni migliori il M5S è stato particolarmente competitivo nelle elezioni di carattere locale e questo perché manca, per ragioni storiche ed “ontologiche”, di un reale radicamento territoriale 2) tra tre anni potrà contare su una fisiologica fase di logoramento e perdita di consenso degli avversari 3) può fare affidamento, in virtù del suo status e di quello dei suoi due leader, su una rilevante esposizione mediatica, che aumenterà a ridosso del voto nazionale 4) Giuseppe Conte gode di buona stampa, soprattutto perché molti “opinion maker” ne hanno apprezzato le politiche “a-là cinese” di contenimento del Covid 5) se prima il Movimento aveva un’identità definita, l’ha invece paradossalmente oggi, ed è un’identità “localista” strutturata intorno al consenso, al Sud, verso provvedimenti quali il RdC, che molti elettori meridionali sperano di veder riattivati
Si è anticipato che i “grillini” non torneranno mai al 30%, ma resteranno, almeno nel futuro prossimo, una forza tra le più rilevanti, intorno ad un 9-11% (come peraltro confermano quasi tutti i sondaggi). Questo, a meno che “Giuseppi” non decida di cambiare nome e simbolo, mettendo così in atto un meccanismo dalle conseguenze imprevedibili.
Come previsto e prevedibile, l’ennesimo “spauracchio nucleare” ha ceduto il posto a nuove notizie, regredendo nelle prioriotà di pubblico e stampa. L’aver bruciato troppe “linee rosse” potrebbe indurre Putin, qualora si trovasse in una situazione critica (secondo la maggior parte degli analisti, l’esercito russo non riuscirà ad andare oltre il 2025) ad un’azione “di rottura”, eclatante, quale ad esempio la detonazione, a scopo dimostrativo, di un’atomica a bassa potenza.
Va ad ogni modo ricordato che mosse simili, come pure il ricorso alla retorica minacciosa (tratto peraltro distintivo della comunicazione sovietico-russa da sempre) hanno l’obiettivo di influenzare le pubbliche opinioni occidentali (“grassroots propaganda”), ma producono effetti scarsi, se non nulli, sulle loro classi dirigenti, ovvero sulle reali leve del potere “nemico”.
Dopo il raid d’inizio mese a Damasco, una reazione iraniana era prevista e prevedibile perché inevitabile. Conscia della pericolosità di qualsiasi atto ritorsivo che potesse portare ad uno scontro militare su larga scala contro una grande potenza nucleare (e largamente superiore anche sotto il profilo convenzionale), Teheran ha quindi scelto una risposta dimostrativa, sostanzialmente innocua, addirittura annunciata. Una forma di propaganda “interna”, più nello specifico, rivolta innanzitutto alla propria opinione pubblica ed a quelle della porzione di mondo arabo e musulmano che guardano alla teocrazia del Golfo come ad un (nuovo) punto di riferimento.
Se non è irrazionale che l’uomo “comune”, l’ “everyman”, il quale non sempre padroneggia certe dinamiche della storia, della geopolitica e della comunicazione, si metta in allarme, preoccupato per escalation distruttive prima locali e poi globali (i puntuali ed immancabili riferimenti all’estate 1914), non è invece accettabile che ad alimentare certi timori siano i professionisti dell’informazione, che anche se posizionati ideologicamente e politicamente sono tenuti a seguire ben precisi e rigorosi indirizzi deontologici.
Restando agli agit-prop, fa sorridere (volendo ricorrere ad un’espressione indulgente) un Corradino Mineo, quando annuncia adrenalinico e trionfante il presunto successo bellico iraniano (“ha dimostrato stanotte di poter rispondere”, “ha mandato una pioggia di droni e missili su Israele ma non ha affondato il colpo”) e mette in guardia circa una presunta “rete di solidarietà atomica” composta da Russia e Cina, che a tutto ambiscono fuorché a scomparire dalle mappe sacrificandosi per gli ayatollah.
Nel febbraio 1970, l’esponente democristiano, nonché vice-presidente di Alitalia, Vaccari, compì un viaggio negli USA (“missione Nita”), incontrandosi, tra gli altri, con l’allora segretario ai Trasporti americano John Volpe e con l’allora assistente presidenziale e addetto ai rapporti con i media Herbert Klein.
Nel corso della missione, Vaccari invocò l’aiuto di Washington a favore della DC, per arrivare ad elezioni anticipate così da liquidare la formula del centro-sinistra e per il contenimento del PCI. Stando alle sue parole, in ragione del suo “carattere latino” il popolo italiano era sovente “motivato non dalla logica, ma dalla psicologia” e l’Italia era “un Paese dove la democrazia è giovane. In alcune sue zone (storicamente sottosviluppate) lo stesso concetto di democrazia rappresentativa è difficile da far comprendere e quindi applicare”.
Oltre a confermare quella che era la tendenza ad ingigantire i problemi della Penisola in modo da ottenere il sostegno degli alleati, prassi tipica del conservatorismo italiano del tempo (il riferimento non è alla sola DC), l’episodio dimostra come per raggiungere l’obiettivo certi esponenti di spicco della politica nostrana non esitassero a far leva sui peggiori stereotipi degli anglosassoni sui popoli latini e mediterranei (L. Guana).
Nota: in quella come in altre occasioni, l’aiuto americano non sarebbe arrivato, almeno nelle forme e nelle modalità richieste. Il “mito” dell’ingerenza dell’alleato d’oltreoceano nella politica italiana è in parte da sottoporre a revisione
E’ interessante notare come il movimento d’opinione filo-russo invochi l’indipendenza per il Donbas (dove i russi sono circa il 39% e non si verificarono mai tensioni etniche fino all’arrivo di Putin) ma non per il Kosovo (dove la popolazione albanese arriva al 93%, è presente dal XIV Secolo e l’Islam ingloba il 96% dei fedeli) e condanni le ingiustizie, vere o presunte, di Kyïv verso la minoranza russa ma taccia di fronte a quelle, ben note e documentate, dei serbi ai danni di albanesi, bosgnacchi e musulmani (anch’essi tuttavia non immuni da colpe, anzi).
Un approccio senza dubbio ideologico, basato di nuovo su schemi tipicamente novecenteschi e quindi in gran parte superati, anche volendo considerare che la Serbia di oggi un Paese integrato nei sistemi occidentali, candidato per l’adesione all’Unione Europea.
E’ interessante notare come il movimento d’opinione filo-russo invochi l’indipendenza per il Donbas (dove i russi sono circa il 39% e non si verificarono mai tensioni etniche fino all’arrivo di Putin) ma non per il Kosovo (dove la popolazione albanese arriva al 93%, è presente dal XIV Secolo e l’Islam ingloba il 96% dei fedeli) e condanni le ingiustizie, vere o presunte, di Kyïv verso la minoranza russa ma taccia di fronte a quelle, ben note e documentate, dei serbi ai danni di albanesi, bosgnacchi e musulmani (anch’essi tuttavia non immuni da colpe, anzi).
Un approccio senza dubbio ideologico, basato di nuovo su schemi tipicamente novecenteschi e quindi in gran parte superati, anche volendo considerare che la Serbia di oggi un Paese integrato nei sistemi occidentali, candidato per l’adesione all’Unione Europea.