Il grande bluff: la storia la fanno gli storici,non i vincitori

Tra i bastioni di una certa mitologia banalizzante la storia e la storiografia, se ne segnala uno in particolare, per inconsistenza logica e capziosità ideologica. Si tratta di un refrain tradizionalmente in uso (e in abuso) in via prevalente presso quelle comunità che hanno perduto una scommessa con le dinamiche materialistiche, un martellamento mantrico tanto chiassoso quanto fragile, contraddittoria e complessa è la posizione cui deve ergersi a difesa. Questa formula, un ibrido tra la provocazione e l’alibi, è la seguente: “la storia è scritta dai vincitori”. Ho parlato di inconsistenza logica per due motivi: 1) tutti possono scrivere e pubblicare un testo storiografico, anche attraverso canali importanti. Prendiamo Pansa o i revisionisti risorgimentali; costoro lamentano (o rivendicano?) il ruolo dei vessilliferi dei vinti (se non dei vinti stessi), con tutto il carico di marginalizzazione che questo “status” dovrebbe comportare, però trovano ampio spazio nei più importanti canali editoriali, sui media, sui giornali, ecc. 2) La storia è un insieme di fatti realmente accaduti e per questo immutabili, e la storiografia si pone, secondo la traccia tucididea, come loro ricerca, catalogazione ed analisi dinamica. Lo storico può offrire la propria lettura dell’evento, ma non può occultarlo o sabotarlo. In caso contrario, ci troveremo dinanzi al propagandismo, bianco, nero o grigio che sia, ma che è e rimane cosa ben diversa dal rigore scientifico del vaglio storiografico. Ancora un esempio: la saggistica accademica ci offre un vasto e variegato ventaglio sulle cause dello sfaldamento del cosiddetto “Impero Sovietico”; chi lo imputa (pochi osservatori e prevalentemente di nazionalità italiana o polacca) al ruolo di Giovanni Paolo II e del Vaticano, chi all’azione riformatrice di Michail Gorbačëv e del gruppo degli economisti yeltsiniani, chi, ancora, al gioco al rialzo di Ronald Reagan sugli armamenti, che avrebbe costretto l’URSS a depauperare le sue già fragili casse per non perdere terreno rispetto agli USA, chi alla balcanizzazione etnica dell’URSS e di alcuni Paesi d’oltre cortina, l’ “Impero esterno” (balcanizzazione che avrebbe svolto un ruolo centrifugo e disgregante), chi alla scarsità dei beni di consumo rispetto al comparto capitalistico (i piani quinquennali predilessero sempre lo sviluppo dell’industria pesante) e così via. Ognuna di queste teorie trova spazio nella piattaforma interpretativa di studiosi di provato credito quali Aganbedjain, Dibb, Gaddis, Brzezinski, Guerra, Skidelskty, ecc. Ci sono, però, una serie di dati incontrovertibili, cui nessun lavoro di scavo, sincronico o diacronico, può sfuggire:

1: Il Blocco non era retto da formule istituzionali democratiche

2: Il “gap” economico con l’occidente

3: Le spinte centrifughe delle comunità nazionali sovietiche e delle democrazie popolari europee.

Nessuno, quindi, può negare o espellere dal proprio ragionamento una serie di parametri fattuali tanto definiti e lineari, pena la trasformazione della storiografia in propaganda di tipo “politico”. P.S: Chi scrive è un estimatore delle democrazie popolari e della loro esperienza, ma ciò non mi ha impedito di imbastire una tesi sfrondata dai miei condizionamenti ideologici e personali.

La minaccia (televisiva) sovietica

Pensare che Berlusconi e la destra siano riusciti e riescano a catalizzare buona parte del proprio consenso politico-elettorale brandendo la minaccia comunista, la dice lunga sull’immaturità di una porzione dell’elettorato italiano e sulla capacità di manipolazione, sociale e mentale, del dispositivo mediatico-televisivo. Già nei momenti più bui dello stalinismo e della prima Guerra Fredda, il “pericolo” di una presa del potere nel nostro Paese da parte del PCI era infatti assolutamente fuori discussione, e per ordine proprio del Cremlino; dopo gli accordi di Jalta, Stalin, proverbialmente ossessionato dalla tutela della sicurezza sovietica (secondo alcuni storici, il cosiddetto “impero esterno”, ovvero i paesi del blocco orientale, non sarebbe stato il frutto di una strategia espansionistica quanto di contenimento) convocò sia Togliatti che Thorez (leader del Partito Comunista Francese, altro totem del comunismo occidentale) per comunicare loro che mai l’URSS avrebbe appoggiato un tentativo di colpo di stato marxista, perché questo avrebbe condotto ad un’alterazione degli equilibri con gli USA, allora unica potenza nucleare. Ancora nel 1990, l’allora capo del KGB Vladimir A.Krjuckov ebbe a dire al capo del SISMI italiano Fulvio Martini, in visita a Mosca: “Noi sovietici siamo i più ligi e scrupolosi nell’applicare gli accordi del 1943. Ci ha fatto comodo un PCI forte, ma entro una certa misura. Non avremmo potuto tollerare che il PCI, anche con mezzi democratici, si fosse avvicinato troppo al potere. Gli Americani avrebbero potuto accusarci di non rispettare i patti, decidendo così di intervenire maggiormente nella nostra fascia di sicurezza”. D’altro canto, la Svolta di Salerno e i governi di solidarietà nazionale con le forze liberali costituiscono la prova materiale e provante di questa traiettoria strategica. Lo stesso Che Guevara ebbe molti problemi con Mosca negli anni ’60, proprio a causa dei suoi tentativi di dare vita alla “rivoluzione permanente” estendendola al di fuori dell’assetto perimetrale jaltiano. Il boicottaggio delle sue spedizioni in Congo e Bolivia da parte dei sovietici ne sono la dimostrazione (il Primo Ministro sovietico Aleksej Kosgyin minacciò Castro di ridurre drasticamente le forniture di petrolio a Cuba, se lui e Guevara non avessero abortito le loro velleità rivoluzionarie in America Latina). Tali acquisizioni contribuiscono a consegnarci una lettura ben diversa degli anni della Guerra Fredda e delle dinamiche dualistiche che la caratterizzarono, conducendo l’osservatore ad un ripensamento sul ruolo sovietico e ad un’analisi più equilibrata del fenomeno e dell’epifenomeno, sfrondata dagli irriducibili pregiudizi ideologici antisocialisti. La contrapposizione “buono” contro “cattivo” non ha diritto di cittadinanza nell’analisi storiografica…

Perchè piace l’urlatore. Già..perchè?

E’ interessante notare come nei paesi slavi e latini (le patrie del populismo classico), il linguaggio politico anticonvenzionale ed urlato, gli stilemi, la gestualità e l’ estetica della rutilanza più triviale e chiassosa riescano a comunicare al popolo sincerità, alterità, onestà ed intraprendenza.

Il Qualunquismo Quotidiano

Da Il Fatto Quotidiano:

“Ici non pagata 4 anni, palestra abusiva. Josefa Idem, ministro tedesco all’italiana?”.

La formula “ministro tedesco all’italiana” dimostra e palesa (al di là della scarsa professionalità giornalistica), tutto il background farcito di pressapochismo culturale, sciatto qualunquismo, demagogia a buon mercato e razzismo (italofobo) tipici dell’informazione politica e politizzata meno affidabile, quella alla perenne ricerca del consenso facile, della frasetta ad effetto, della pancia del popolino urlante sulla quale adagiare il proprio orecchio e la propria bocca per vendere qualche copia in più e portare acqua al padrone di turno. Ieri veniva da Pontida, oggi da Ivrea. Franza o Spagna..

Attenzione alla parola “terrorista”

L’ elasticità restringente del termine/concetto “terrorismo”/”terrorista” è uno dei bastioni della propaganda politica di guerra e segna allo stesso tempo una tappa assolutamente nuova in questo senso (almeno dal 1917 in poi, quando il Presidente americano Woodrow Wilson gettò le fondamenta della propaganda moderna tramite la costituzione del “Committee on Public Information”). Questo perché tali formule (“terrorismo” e “terrorista”) traggono la loro forza e spinta propulsiva da uno dei cardini dell’impianto propagandistico classico: la semplificazione. Dalle campagne USA-NATO in Iraq e Afghanistan, i due vocaboli hanno assunto una valenza identificativa dell’autoctono che combatte lo straniero (le truppe occidentali) in “casa propria” e, e bene rammentarlo, con mezzi nettamente inferiori, dal punto di vista qualitativo come quantitativo. Ecco che il concetto di “terrorismo” si fa restringente e banalizzante, semplificante. Viceversa, diventa elastico quando la propaganda occidentale o di matrice revisionista fa riferimento agli stessi combattenti quando erano schierati contro le milizie Sovietiche (guerra afghana del 1979-1989) o, ad esempio, quando al centro dell’indagine e della speculazione storica, giornalistica o politica ci sono i soldati di Salò (anch’essi schierati a difesa di un regime dittatoriale contro gli Anglo-Americani, ma in questo caso presentati come soldati regolari e depositari di una dignità ideologica). Il meccanismo è strettamente legato e consequenziale ad alcuni passaggi che il sociologo Ragnedda inquadra all’interno di tre terzine:

A) Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1) demonizzazione del nemico
2) Uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3) Guerra in risposta al nemico e non come attacco

B) Bontà delle nostre guerre
1) Soccorrere una nazione o un popolo
2) Giusta causa
3) Estendere la democrazia

C) Sostegno alla giusta causa
1) Sostegno dal di fuori: internazionale
2) Sostegno dall’interno. intellettuali ed artisti
3) Sostegno dall’alto: divino

Ecco dove e perchè Grillo è più debole di Mr.B

Da “L”Unità” (l’ex giornale degli ex amici di Mosca. Ohibò..i “liberali” chiudano pure gli occhi)

“Coerente, in fondo, lo è. Marco Travaglio viene da quella destra italiana che ha sempre avuto come sua ossessione la sinistra. La cui storia descrive con le mani insanguinate e con gli scarponi chiodati. Nel 1994, proprio per far deragliare i nipotini di Stalin, Travaglio accarezzò la Lega. Cioè un movimento ribelle dei territori, ma pur sempre agli ordini di Berlusconi. Nel febbraio scorso ha puntato invece sul M5S, ossia su un movimento ribelle della rete, e tuttavia garante del buon mondo antico presidiato dal grato Cavaliere.

Alla forza meno granitica che ha espresso la storia repubblicana, Travaglio intende prestare un disperato soccorso. E perciò strilla contro il «giornalismo servo» che descrive i mitici deputati di Grillo come divisi, poco esperti, attardati sulle questioni degli scontrini. Urge una rapida controstoria delle eroiche gesta per riscattare l’onore perduto. Ed ecco però come il saggio, lui sì non «prostatico», Travaglio tira le fila: occorre un bel «collegio dei probiviri» che liquidi la senatrice «furbona», «l’altro genio» che andava in Tv, i dissidenti feriti solo «sul nobile ideale della diaria».
Ma come? Senza neppure accorgersene, Travaglio descrive l’esperienza del M5S proprio come abitualmente fanno le spregevoli «guardie del corpo dei partiti» che riempiono di insulsaggini i loro giornali. E però «il cameriere del contropotere» aveva l’intenzione di celebrare la missione storico-cosmica del M5S, santificato come «unico», «primo», «storico» in ogni gesto, opposizione, sogno e proposta.
Non meno confuso il corazziere di Grillo (e quindi un po’ carabiniere anche di Berlusconi) appare quando indossa gli abiti del suggeritore strategico. Oltre alle adunate dei probiviri per rimettere disciplina, i grillini «convochino conferenze stampa e iniziative di piazza» contro «quell’ente inutile che è ormai il parlamento». Perfetto. La memoria lo riporta, con un sospetto automatismo, all’aula sorda e non più grigia ma comunque inutile. Contro di essa occorre scaldare la piazza in un moto di ribellione perpetua contro istituzioni nemiche, con la subdola vocazione al «golpetto» e quindi senza alcun valore normativo.

È quello che Grillo sta già facendo, condannando all’irrilevanza un movimento di quasi 9 milioni di elettori, destinato alla frammentazione e alla fronda per l’assoluta mancanza di guida politica. Senza un briciolo di organizzazione, un confronto sui programmi, una strategia politica di breve e medio periodo non c’è nulla che possa trattenere una forza che sbanda e procede alla cieca: né gli anatemi di un comico arrabbiato né le scomuniche di un giornale amico.

Il disegno che Grillo persegue è quello di un movimento certo dimagrito ma non esangue, che si serve delle istituzioni come di un semplice megafono, che ricorre alla piazza per scopi di propaganda ma ha poi nel blog privato del capo il suo centro assoluto di riferimento. Il mondo è però troppo complesso per rinchiuderlo in un blog. E delle forze centrifughe, al cospetto dello scacco continuo che il non-partito incassa nelle sedi della rappresentanza, spingeranno alla deriva una litigiosa formazione flash da mesi chiusa in un vicolo cieco.

Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici. Anche Grillo dispone di un partito della micro azienda, con alcuni giornali e trasmissioni Tv di supporto. Ma la sua potenza di fuoco, che è stata devastante durante la campagna elettorale, pare spenta dopo l’ingresso trionfale nel Palazzo, occupato per non combinare nulla.
Il mito di un uomo solo al comando anche stavolta non funziona. Senza un’ideologia coerente, una macchina di un qualche spessore, un blocco di interessi sociali di riferimento nessun capo assoluto, seppure coadiuvato da un guru millenarista o da media vicini agli spifferi della polizia giudiziaria, riesce a mantenere il saldo controllo di una schiera di eletti reclutati con provini, autopromozioni, cooptazioni, filmati.
La velleità di raccogliere in ogni piazza un risentimento su una singola istanza e definire così una eterogenea aggregazione di micro-rabbie non porta ad una politica. La fenomenologia della rabbia a febbraio ha gonfiato una metafisica della rivolta. Ma se l’ingresso nel palazzo è sterile, e improduttiva si rivela la partecipazione al gioco politico, difficile pare accendere di nuovo la miccia della ribellione. Neanche se l’ordine di insurrezione lo redige Travaglio, che sogna un vecchio comico al Palazzo e un altro a scaldare la piazza invocando di visitare il suo blog”

Analisi lucida e puntuale che non posso che condividere, eccezion fatta per un passaggio:

“Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici”.

Grillo ha, per struttura caratteriale (personalità forte ed accentratrice come quella di Berlusconi ed ego ipertrofico) l’idea/obiettivo del capo carismatico/monarca assoluto, ma la sua fragilità rispetto al Cavaliere nell’edificazione di un simile progetto non risiede nella diversa potenza di fuoco mediatico dei due partiti o nell’immaturità organizzativa del Movimento, quanto nel fatto che il M5S, a differenza del PdL e di FI, è nato (almeno nelle intenzioni della sua base), proprio come “turning point” rispetto alle vecchie e stantie prassi del sistema, compreso il millenarismo avventista del capo che l’arcoriano incarna e che tanto ammorba ed affossa l’altra metà del cielo politico italiano. Pretendere che i tanti, tantissimi soggetti provenienti dai movimenti o dalle porzioni più radicali e idealiste della sinistra italiana e adesso gravitanti nell’orbita pentastellata, possano accettare epurazioni e diktat di scuola staliniana o xiaopingiana o, peggio ancora, sposare posizioni teonomiche, significa azzopparsi in partenza e consegnarsi ad una rapida ed irreversibile emorragia di consensi e credibilità.

La novità del vecchio, la presunzione del nuovo non nuovo

Nota peculiare delle forze politiche “nuove”, è l’ostensione odiosa, boriosa, insipiente e puerile dell’alterità e della superiorità morale. Dato che nulla si genera dal nulla, soprattutto in politica, questi soggetti sono quasi sempre il prodotto di rimescolamenti, aggregazioni, convergenze di e tra altre forze, quelle tradizionali, quelle vecchie, quelle “sporche”, sotto altre vesti ed insegne. Ciò che viene spacciato come verginità morale e politica. è in realtà la truffa di un “lavaggio” fatto con l’acqua avanzata dalle pulizie della volta precedente.

I bambini:ancora vittime di serie B

La “Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile” passata attraverso il silenzio mediatico più assordante, ancora una volta. Nessuna manifestazione di piazza, nessuna coccardina orgogliosamente appuntata sul petto, nessun nastro facebookiano, nessuna parata di sociologi televisivi, per chi non ha voce, per chi non può contare su lobbies, potentati e retroculture.

Kim Jong Grillo, i senatori abruzzesi e il nuovo “Grande Fratello”

“Ai senatori Gianluca Castaldi ed Enza Blundo del Movimento 5 Stelle.
Apprendiamo che nella seduta odierna del Senato sono stati discussi l’articolo 6 sul Patto di stabilità, e gli articoli 7 e 8 che contenevano interventi in favore del territorio aquilano colpito dal sisma nell’aprile 2009. Il Senato ha approvato la deroga al patto di stabilità per i territori colpiti dal… sisma, in Abruzzo e in Emilia con l’astensione dell’intero M5S, compresi voi senatori abruzzesi. Il Senato ha poi approvato anche l’emendamento che proroga il contratto dei precari della ricostruzione sino al 31 dicembre 2013 con voto contrario dei senatori 5 Stelle.
Chiediamo

-le ragioni di tale colpevole astensione e voto contrario

-le modalità di partecipazione messe in campo dal M5S per arrivare a questa votazione

Ritenendo gravi le posizioni da voi assunte, in assenza di qualsiasi forma di discussione con la popolazione aquilana, restiamo in attesa di una vostra sollecita risposta che, comunque, non potrà rimarginare in alcun modo la ferita che avete voluto infliggere a tutto il cosiddetto cratere sismico”

Aggiunta personale: può, un ordine di partito, condurre a tanto? Può avere una tale capacità di scavo e penetrazione nella coscienza dell’individuo? Perché, nel caso di specie, ad alzarsi in piedi sarebbe dovuta essere la coscienza.

Postilla storica: nel dicembre 1989, durante i giorni della rivolta a Timisoara, Ceausescu pensò di deporre il capo della Securitate, dell’ Esercito e il Ministro della Difesa (Vlad, Minea e Postelnicu), “colpevoli” di non avere rispettato i suoi ordini di reprimere nel sangue la protesta popolare (i tre si rifiutarono perché complici di un piano di destabilizzazione e sabotaggio del regime deciso ed attuato dalla CIA e dal KGB gorbacioviano dopo il vertice di Malta). Bene, nonostante la sua rabbia, il “Conducator” rimise la decisione al voto del CPEx (il comitato centrale del partito) che si espresse a difesa degli “imputati”, i quali rimasero ai loro posti (un militare “osò” addirittura criticarlo apertamente). Persino nella Romania di allora c’era un barlume di collegialità ed autonomia di giudizio.

“Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era uscito vincitore su se medesimo. Amava il Grande Fratello” – George Orwell, “1984”.

La destra, la Lega e i valori (s)venduti. ne valeva la pena?

La saldatura del coperchio della bara che queste elezioni amministrative hanno rappresentato per la Lega Nord, non può che indurmi a rivolgere alcune domande agli ex MSI-AN (ma non solo): valeva la pena violentare, tradire, offendere, rigettare, insozzare, sabotare un passato di lotte a difesa del sentimento patrio, dei valori unitari, del portato risorgimentale, per blandire una micro-fazione grottescamente balcanizzata, priva di identità storica e, per questo, destinata a sfaldarsi nel volgere di una manciata di anni? (come poi è accaduto). Valeva la pena imbastire improbabili revisionismi storiografici (l’800 europeo è maledettamente complesso), cedere terreno su valori per i quali tanti ragazzi del FUAN dettero la vita, nelle piazze, in segno di sottomissione verso teppaglia urlante povera di qualsiasi nozione sull’eredità dei loro, dei nostri padri? Valeva la pena prestare il fianco, con un imbarazzato silenzio imposto da un plutocrate intenzionato soltanto alla difesa del proprio interesse particolare, agli insulti a buon mercato verso la capitale del Paese, verso il midollo spinale e la bussola del nostro cammino pentamillenario? Valeva la pena mettere sulla bilancia della propria dignità un piatto di lenticchie e una forchettata di matriciana da infilare nel gargarozzo macilento di un finto medico improvvisatosi politico e ideologo? Valeva la pena negoziare la propria essenza prima, barattarla per la spinta(rella) propulsiva di quella manciata di voti proveniente da un gruppuscolo di borghi al di là del Po? Valeva la pena vendere i ragazzi del ’99 ad una cricca di bifolchi addobbati da vichinghi? Io non credo.