Leggo ancora adesso sortite demagogiche e qualunquistiche che contrappongono, esaltandola, la protesta turca ad una supposta inerzia da parte delle folle italiane, ovviamente messa (e messe) alla berlina. Come già sottolineato, un atteggiamento di tal genere rivela e palesa l’ assenza, più totale e sconfortante, di dimestichezza con gli strumenti base della storiografia, della sociologia e delle scienze politiche; la Turchia, intesa ed analizzata come approdo istituzionale e politico della parabola storica ottomana, reca un passato millenario di teocentrismo islamico di stampo imperialista, e dopo una parentesi di parziale secolarizzazione ed occidentalizzazione ( la vulgata del paradiso laico post-kemaliano abbisogna di un’opera di scavo e di un “labor limae” estremamente rigorosi) rischia di piombare , nuovamente, nell’oscurantismo confessionale ad opera di un tiranno reazionario e illiberale, Recep Tayyip Erdoğan. Si potrebbe accettare una simile convergenza solo se il Vaticano decidesse di muovere le armate per impossessarsi di quelli che furono i suoi antichi domini territoriali, ma così non è e così mai sarà.
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Siamo diversi anche se siamo come gli altri. Perchè Grillo attacca il Parlamanento
Queste frasi pronunciate da Beppe Grillo, irricevibili e pericolose perché tese a colpire il centro nevralgico della democrazia italiana (l’attacco al “parlamentarismo”, interpretato e presentato come un inutile legaccio alla gestione dinamica dello Stato, era un “must” del Fascismo mussoliniano) ci offrono una chiave di lettura importante sul fenomeno M5S e, più in generale, sulle forze catalizzatrici il voto di “protesta”. Esse traggono la loro forza e spinta propulsiva dall’ostensione di un’ alterità, reale o sbandierata che sia, rispetto ai partiti tradizionali, e questo per mezzo di una strategia che si snoda essenzialmente attraverso il linguaggio parlato (rutilante ed anticonvenzionale, contrapposto alla retorica “ingessata” del “politichese”), l’estetica/esteriorità ed il rifiuto delle etichette tipiche della politica classica (ad esempio vengono rigettati il termine e la dicitura “partito”, a vantaggio di quello di “lega”, “alleanza” o, in questo caso, “movimento”, per suggerire maggior dinamismo e collegialità). Il ” turning point” arriva nel momento in cui tali forze transitano dalla piazza al palazzo, alle stanze dei bottoni; allora questa alterità, ovvero il loro motore primo, viene messa in discussione, viene messa alla prova, colpita ed insidiata dalle tentazioni e dagli sbagli che, inevitabilmente, attendono chi è investito di un ruolo di responsabilità ed importanza istituzionale. Sorge quindi l’esigenza, vitale e imprescindibile, di far girare allo spasimo questo motore, fino ai suoi limiti ed oltre, in modo tale che il rumore del suo rombo esasperato superi il bisbiglio urlato della verità, in modo tale che esso riesca a superare in velocità la deduzione del cittadino e dell’elettore. Di qui, sortite come quella sopracitata o, spaziando, le improbabili chiamate ad improbabili lotte da parte del Bossi imborghesito e avvinghiato al potere insieme al suo clan familiare, in una grottesca riproposizione del clanismo ceasusechiano. Il motore gira, gira, urla e sbotta..finché non fonde.
Rivoluzionari da salotto: la malinconia della prevedibilità.
Pur essendo un irriducibile nemico del “politically correct”, che ritengo scudo e spada del neofascismo politico-mediatico più infido e devastante (dato il suo nascondersi dietro la veste, positiva, dell’ecumenismo), non posso che (sor)ridere degli affannosi ed ingenui tentativi posti in essere da alcuni nel momento in cui cercano di farsi passare come rivoluzionari del linguaggio e grimaldelli dello status quo sociale e culturale attraverso incursioni “razzistoidi” e “sessistoidi”. Il vertice della malinconia di tale modus operandi è senza tema di smentita la sua sconcertante prevedibilità, ancor più paradossale e stridente se si considera che l’obiettivo primigenio di questi “strali” è proprio quello di suggerire originalità ed indipendenza di ragionamento
La bella politica di chi non ha santi (e padroni) in paradiso.
Ode all’uomo nuovo… Quando entravi, un po’ intimorito, per la prima volta in una sezione di partito, senza conoscere nessuno. Magari c’era un dibattito e non osavi disturbare, finché non venivi notato da uno di quelli grandi, che ti indicava il “capo”. Allora gli spiegavi che cosa volevi, che ti andava di dare una mano, di renderti utile; lui ti faceva la tessera e tu ti sentivi parte di qualcosa di grande, di importante, grazie a quel pezzetto di cartoncino colorato. Se era d’estate, poi, avevi la possibilità di iniziare subito, alla festa, servendo ai tavoli, pulendo le padelle e le stoviglie o cucinando qualcosa (se eri bravo con i fornelli). Ad un certo punto arrivavano le elezioni e con esse i volantinaggi, spesso a prendersi qualche insulto, e gli attacchinaggi, in giro per la città, anche dove non si poteva. E poi le prime riunioni, nelle quali non prendevi mai la parola, anche perché il più delle volte non ne capivi molto, benché ti fossi imbottito di teoria e di teorie. Dopo tanto, tanto tempo, se avevi dato prova di essere “bravo”, potevi aprire tu la sezione o fare il rappresentante di lista o ancora candidarti. La tua ignoranza, o meglio, la tua poca conoscenza delle cose della politica e del mondo degli “adulti”, ti proteggeva, ti faceva sembrare tutto bello, ma almeno facevi da te, facevi da solo e , soprattutto, facevi per il collettivo, non per il particolare. Era (è) bello questo modo un po’ fragile e un po’ ingenuo di vivere la militanza, senza ascensori a propulsione familistico-clientelare che ti proiettino direttamente nelle stanze dei bottoni perché hai un cognome di un certo tipo, il tal padre, la tal madre, il tal nonno o simili malinconie.
Le Iene e le Olimpiadi dell’Illegalità…ma non del buon gusto
Ieri sera mi è capitato davanti agli occhi un servizio de “Le iene” (ennesimo grimaldello mediatico ad uso e consumo dell’ arcoriano e travestito da servizio di controinformazione); un inviato lasciava in terra un Rolex nelle piazze delle città di vari Paesi europei (Italia, Francia, Svizzera e Romania) aspettando che qualcuno lo raccogliesse. Recuperarlo significava vincere la “medaglia dell’illegalità”. Il “premio” era messo in palio anche attraverso una modalità differente e consequenziale: l’inviato rincorreva i passanti con in mano 100 euro, avvisandoli che la banconota era caduta dalle loro tasche. Chi la prendeva, assicurava a se stesso ed al proprio Paese il “trofeo” del programma di Italia 1. Il tutto “impreziosito” dalla cornice fonetica delle urla, sguaiate e stridule, della “iena”. Chi è salito sul punto più alto del podio? Bucarest, la Romania. Ladroni! Premesso che raccogliere un oggetto in terra non costituisce un atto amorale così come, in tempi di crisi (ancor più severi in un Paese del Secondo Mondo), non e biasimevole “accettare” 100 euro se e quando nessuno le reclama, non possono esimermi dal pormi e dal porre alcuni interrogativi: sono stati soltanto i romeni a raccogliere l’orologio e ad accettare la banconota, oppure la cosa è avvenuta anche in altre piazze? Chi può garantire che il servizio non sia stato sottoposto ad un’attenta (e calcolata) opera di “labor limae”? Il format in questione è trasmesso, per l’Italia, da una rete Mediaset, e non mi stupirei se anche questa fosse una mossa, l’ennesima, di indottrinamento politico e culturale, in tale frangente volta ad alzare la polvere contro gli immigrati e i romeni “zingari” e “ladri”. Se così fosse, ci troveremo davanti ad un esempio di propaganda “agitativa” di tipo “sociologico” (tra le più insidiose).
Ho una buona istruzione ed una situazione economicamente accettabile anche grazie ad un “romeno” del XIX secolo, che lasciò l’aquilano per andare a farsi sfruttare (ed insultare) in una fabbrica di Detroit.
Il presidenzialismo e l’immunità del Caimano
Quando i padri costituenti dettero vita alla nostra architettura istituzionale, depennarono il progetto presidenzialista proprio per evitare, loro ancora scioccati dall’esperienza mussoliniano-fascista, la concentrazione del potere nelle mani di una singola persona e di un singolo circuito ideologico. Il nostro sistema presente potrà risultare obsoleto e farraginoso (anche per la balcanizzazione del panorama partitico) ma rimane l’unica diga alla deriva autoritaristica. Il problema derivante da un assetto di tipo presidenziale (quale?), inoltre, non risiede soltanto nell’attribuzione al singolo di una porzione eccessiva di facoltà decisionali, ma anche nel conferimento alla “massa” del potere di dare il potere, senza il filtraggio costituito e garantito dai partiti. In un Paese come l’Italia, condizionato da un sistema mediatico mal distribuito e preda delle proprietà politiche, questa prerogativa oclocratica concessa al popolo non può che spaventare. Proprio per questo l’arcoriano desidera il presidenzialismo, perché sa che i cittadini elettori, suggestionati e manipolati dal suo arsenale mediatico, lo eleggerebbero, pur alle soglie dei novanta, al Colle, regalandogli quello che cerca: l’immunità.
Islam e violenza: dove sbaglia la sinistra
Tra le (molte) cause del declino (temporaneo?) della porzione più radicale della sinistra nazionale, figura senza dubbio la brusca “sterzata” a favore delle teocrazie islamiche. Questo atteggiamento è frutto di una strategia che, per quanto stolida, antistorica e sucida, risponde ad un criterio molto preciso e definito: nell’attuale segmento temporale, i regimi della Mezzaluna vivono infatti una forte contrapposizione con l’Occidente, gli USA e la NATO (dopo la contiguità con il Nazi-Fascismo nella prima parte del secolo scorso), di conseguenza vengono percepiti come alleati in una causa comune, secondo il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”. Un simile , sconclusionato “modus cogitandi atque operandi”, ha lasciato e lascia preda dello smarrimento e della costernazione i marxisti più ortodossi ( e non solo); nelle teocrazie di stampo islamico, infatti e ad esempio, i partiti comunisti sono vietati, i comunisti perseguitati e l’ architettura ideologica, sociale, culturale ed istituzionale di quei paesi contrasta in modo stridente con i principi base dell’ideologo di Treviri (in questo caso il materialismo storico) e con il portato del movimento comunista internazionale 900esco (in questo caso la parità di genere). Nella DDR (il Paese socialista che forse più di ogni altro seppe avvicinarsi al Comunismo, almeno dal 1924), venivano incoraggiati il nudismo, i rapporti prematrimoniali, quelli adolescenziali e l’aborto non aveva vincoli di alcun genere, proprio nel tentativo di far crollare i tabu arcaici e borghesi che ingabbiavano la figura femminile, impedendone la totale e piena emancipazione (si legga il sociologo tedesco-orientale Kurt Starke e lo si confronti con il sovietico T.S. Atarov). Cose ben lontane da burka, frustate ed infibulazione. “Ogni cuoca deve imparare a governare lo stato” – Vladimir Il’ič Ul’janov.
Il “terremoto” della Festa della Repubblica
Da aquilano di nascita e di “sangue”, ho trovato del tutto irricevibili le polemiche degli anni passati sull’inopportunità di celebrare il 2 Giugno nella capitale, per destinare i soldi (appena 2 milioni di euro) dell’iniziativa ai terremotati, abruzzesi ed emiliani. Si tratta di pretesti, provocazioni ed arieti attraverso i quali giungere a ben altri obiettivi, scardinando le basi del nostro stare insieme e della nostra comunità democratica nata dalla lotta al nazi-fascismo. Trovo tuttavia improprio che la Festa della Repubblica si caratterizzi per lo sfoggio di muscolarità militare e di retorica bellica, come avveniva ai tempi delle democrazie popolari (cui va il mio tributo per e sotto molti altri aspetti); più giusto e ragionevole sarebbe proporre un ventaglio di iniziative che rappresentino la nostra storia recente, il nostro cammino comune. Per il grigio-verde c’è il 4 Novembre.
Che cos’e’ la Destra,che cos’e’ la Sinistra,che cos’e’ Renzi. Ma il PD cos’e’?
Renzi non è un socialdemocratico; è un centrista di provenienza margheritiana e di formazione, cultura e famiglia peculiarmente democristiane (è un lapiriano). Ovvia e comprensibile, di conseguenza, la perplessità nell’elettore di sinistra, all’idea di liquidare per sempre gli ultimi scampoli di socialismo democratico “consegnando” il cartello politico-elettorale “liberal” ad un vetero democrtistiano. Mi fa sorridere, però, che le accuse di “destrismo” e di “berlusconismo” provengano dall’apparato ex PCI-PDS-DS e dai fuoriusciti PRC adesso accasatisi sotto l’ombrello vendoliano (appena la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, molti “compagni” non hanno esitato ad abbandonarla). Ricordiamo che sono stati loro ad imbastire un governo con Silvio Berlusconi (indipendentemente da quello che può essere il giudizio sull’esecutivo Letta); ricordiamo che sono stati loro ad eleggere un capo dello Stato in fronte compatto con il centro-destra (indipendentemente da quello che può essere il giudizio su Napolitano); ricordiamo che sono stati loro a salvare l’arcoriano dall’ineleggibilità nel 1996 (e in misura minore nel 1994); ricordiamo che sono stati loro ad introdurre, istituzionalizzare e rafforzare il precariato, sconquassando il mercato del lavoro (Pacchetto Treu e Protocollo sul Welfare); ricordiamo che sono stati (anche) loro a votare la nefasta Legge Biagi (per paura di essere dipinti come fiancheggiatori delle BR dal serraglio mediatico berlusconiano); ricordiamo che sono loro a detenere il record di privatizzazioni nella storia repubblicana (Governo D’Alema. Solo la coppia Eltisn- Gajdar arrivò a tanto); ricordiamo che sono stati (anche) loro a finanziare ed appoggiare tutte le iniziative militari USA/UNOCAL-NATO (anche la signora Rame votò in tal senso, nel 2007); ricordiamo che sono stati loro a consegnare il Ministero di Grazia e Giustizia nelle mani di Clemente Mastella (come nominare Pacciani presidente di un’associazione contro la violenza sulle donne); ricordiamo, altresì, che sono stati loro a governare con i diniani; ricordiamo ecc, ecc, ecc. Il tutto, corroborato e sostenuto da un’insopportabile quanto ipocrita retorica di odore migliorista sul senso di responsabilità istituzionale. I vecchi “apparatčik” hanno attestato la loro linea di galleggiamento, a partire dal 1995, sull’appeasement con il Cavaliere, e questo allo scopo di congelare i loro privilegi e il loro potere contrattuale. Le riforme ed il governo del Paese non sono, alla luce del segmento storico recente, ai vertici delle priorità di Via Sant’Andrea delle Fratte numero 16. Chi ha paura? Di chi?
M5S, istantanea di una debacle. O la (non) democrazia del frigorifero.
Il clamoroso rovescio subito dal Movimento 5 Stelle alle recenti Amministrative (2/3 dei voti andati perduti) si può comprendere soltanto esaminando l’istologia dell’ elettorato ed operando una distinzione tra il voto “tradizionale” e quello di “protesta”. Se il primo può essere infatti un voto molto spesso di abitudine, lasseferista, distratto, stanco (scelgo la lista X perché è uso nella mia famiglia, perché nella mia zona vincono sempre loro, ecc), il voto di “protesta”, liquidista, qualunquista o demagogico che sia, è sempre un voto di costruzione, di “pretesa”, di attesa, un voto “per”. L’elettore vuole, esige, che la sua scelta segni un “point break”, un giro di boa. In parole povere, si aspetta cambi qualcosa, e che cambi presto, con ritmo circadiano. Esattamente ciò che voleva e pensava chi a febbraio marcò con la crocetta il simbolo con le cinque stelle. Beppe Grillo avrebbe potuto imprimere a questo Paese la più grande svolta rivoluzionaria dal 1992-1994, tramite un governo di scopo e a “tempo” con il centro-sinistra; questo perché, brandendo il ruolo di ago della bilancia (il cartello bersaniano era sotto al Senato) aveva l’occasione di sedersi a capo tavola, negoziando ed ottenendo tutte quelle riforme ed istanze contenute nel programma elettorale del Movimento, tra le quali, cosa non da poco, l’ineleggibilità di Berlusconi. Ha invece preferito rinchiudersi in una torre d’avorio, in splendida ed urlata solitudine, bollando gli interlocutori come “stalkers politici”, alternando molotoviani “niet” ai più familiari “vaffanculo” all’indirizzo di chiunque imbastisse e presentasse ipotesi di convergenza. Nei 4 mesi di permanenza in Parlamento, il gruppo pentastellato si è segnalato per le liti e le polemiche sulla diaria, sui rimborsi, sugli scontrini e per un ddl, l’unico e tra l’altro ad personam, sull’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato (una ventina di attivisti grillini sono sotto inchiesta per aver offeso Napolitano sul blog). Un po’ poco, per il nuovo Terzo Stato della politica italiana. Nei sistemi democratici, il governo del Paese, e quindi la sua opera di cambiamento, è impossibile senza alleanze (salvo nelle realtà a bipolarismo rigido) ed attestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizione delle debolezze e contraddizioni altrui, reali o presunte che siano, alla lunga stanca, e senza tema di smentita non serve alla comunità. Voti in frigorifero, per l’appunto, come quelli di Covelli, come quelli del MSI ante-dicembre 1993. до свидания. Dasvidania.