Le insidie dell’antipolitica-Cosa ha realmente detto il Capo dello Stato e perché ha ragione.

Nelle società libere, la politica non è soltanto un strumento della democrazia, ma il suo scheletro stesso, la sua linfa vitale. E’ grazie alla politica, infatti, che il cittadino si manifesta, è rappresentato, ha voce, visibilità. Esiste.

Colpire la politica, in modo orizzontale, qualunquistico, azzerante, incapsulandola in uno sbrigativo binomio con il malaffare, significa dunque colpire la democrazia nei suoi punti vitali, significa voler sostituire allo stato diritto un regime delle pulsioni, delle emotività, dell’Es nietzschano nella sua declinazione più belluina.

Giuste e condivisibili, quindi, le affermazioni di Giorgio Napolitano (“antipolitica patologia eversiva”), che non volevano colpire il dissenso in quanto tale bensì mettere in guardia dai pericoli di un rigetto dei partiti e della rappresentanza nelle sue forme più mature e consolidate.

Presepe. Perché il preside di Bergamo ha sbagliato. Come danneggiare l’integrazione.

Impedendo l’allestimento del Presepe natalizio nella sua scuola, il direttore scolastico della “De Amicis” di Bergamo non soltanto ha commesso un duplice errore dal punto di vista concettuale (1: il Presepe è un simbolo che va al di là della sfera prettamente religiosa. 2: l’ostensione dei riti e dellle tipicità di una cultura non è offensiva nei confronti delle altre) ma “alza la palla” alla risposta dei movimenti a carattere populisitico-idenitario, come la Lega Nord.

Decisori ed establishment non sono nuovi a simili atteggiamenti, che segnano un allontanamento dal comune sentire mettendo così a rischio l’integrazione anziché favorirla.

Perché Enrico Rossi ha sbagliato con quella foto insieme ai ROM.

Farsi fotografare insieme ad una famiglia ROM* è, da parte di un’alta carica istituzionale, un gesto di grande responsabilità civile e sociale in sé (compito delle istituzioni democratiche, anche quello di combattere e disinnescare il pregiudizio etnico e culturale).

Rischia di trasformarsi tuttavia in un boomerang dal punto di vista comunicativo e politico non tanto perché “alza la palla” ai movimenti a propulsione demagogica e ventrale, ma se e quando il personaggio che rappresenta l’istituzione in questione non ha alle spalle un iter nelle politiche per l’accoglienza e, soprattutto, non è del tutto cristallino, come nel caso del Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi (si veda, ad esempio, il buco di 400 milioni nella Asl apuana).

La sua mossa apparirà dunque del tutto demagogica ed ipocrita, uno spot che non può né potrebbe convincere. In buona sostanza, il pubblico potrebbe accettarla e comprenderla da un’Emma Bonino, ma non dal “signor Rossi”. *Inoltre, non dimentichiamo che i Rom sono una popolazione molto particolare, con una cultura del tutto singolare e complessa. Elitari, rifiutano l’integrazione con le altre comunità e si segnalano per una diffusa attitudine all’illegalità. Questo è il quadro reale dal quale è necessario partire, ben diverso dall’immagine creata da una certa sinistra condizionata da un socialismo di tipo umanitario ed utopistico

L’ ansia da informazione: un rischio per e nel nostro Paese.

Secondo lo studioso americano Saul Wurman, l’eccesso quantitativo di informazioni mediatiche può dare origine ad un fenomeno, potenzialmente molto insidioso, detto “information anxiety” (ansia da informazione).

Bombardato da imput di ogni genere, il cittadino rischierà, secondo Wurman, di perdere il suo senso dell’orientamento cognitivo, ancor più se questi imput saranno di carattere sensazionalistico-allarmistico. Tra le nazioni maggiormente esposte all’ “information anxiety”, per il massmediologo Mauro De Vincentiis, l’Italia, Paese in stato perenne di emergenza emotiva ( a confermarlo, la capacità di sedimentazione di “fattoidi”* quali il “brain drain”, l’ “emergenza” suicidi, l’ “emergenza” criminalità, l’ “emergenza” immigrazione, ecc).

*nel gergo della comunicazione, il “fattoide” è un non-fatto, una “bufala” o ud una bufala parziale creata e manipolata ad arte da chi fa informazione.

Lo Stato dovrebbe fare di più..ma come dico e voglio io NIMBY e LULU

A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, videro la luce i primi gruppi di “cittadinanza attiva”, organizzazioni di persone comuni che contestavano le scelte dei decisori in materia ambientale.

Tali soggetti vennero indicati sotto gli acronimi di NIMBY (“Not in my backyard”, “non nel mio cortile”) e LULU (“Locally unwanted land use”, “utilizzazione del territorio localmente non voluta”) per evidenziare quella che era la loro caratteristica più distintiva e peculiare, ovvero l’opposizione a qualsiasi lavoro di impatto-modifica ambientale vicino ai luoghi di residenza degli appartenenti ai vari comitati.

Sebbene presi singolarmente i cittadini di questo o quel comitato fossero d’accordo con la realizzazione di un’opera di pubblica utilità, il loro atteggiamento cambiava, quando tale opera veniva progettata vicino alle loro abitazioni.

Si tratta di un fenomeno riscontrabile anche nel nostro Paese, ed anche per quel che riguarda gli interventi di contenimento del rischio idrogeologico; nonostante chieda ed invochi in tal senso una maggiore attenzione da parte delle istituzioni, l’italiano tende a modificare il suo orientamento, se e quando l’opera di manutenzione interferisce con le sue abitudini o riguarda, in qualche modo, la sua proprietà

L’ endorsement: un limite e non una qualità del giornalismo britannico e americano.

Tra le peculiarità del giornalismo anglo-americano, l’endorsement, ovvero l’indicazione di voto da parte delle testate a vantaggio di un candidato, a ridosso delle elezioni (di qualsiasi tipo).

Secondo l’ editorialista del “Daily Telegraph” Simon Scott Plumerr, l’ endorsement è un elemento base del buon giornalismo, perché “non si può stare seduti sulla staccionata a guardare la contesa”.

Segnalato anche nel nostro Paese come uno dei punti di forza della stampa americana e britannica, la tesi è ad ogni modo discutibile; la testata che abbia pretese di terzietà non deve, infatti, influenzare, ma raccontare, con distacco e rigore, secondo quel giornalismo “scientifico” preconizzato da Tucidide e sviluppato da Walter Lippmann.

Diversamente, lo sbilanciamento verso questa o quella fazione rischierà di portare il giornalista al di là delle sue funzioni e prerogative, rendendolo “de facto” un propagandista (nel 2008 furono 154 i giornali schierati con il futuro trionfatore Barack Obama, per un totale di 15 milioni di copie, contro i 52 dalla parte di John McCain, per un totale di 4 milioni di copie)

Hillary Clinton: la lady unlike e il “peccato” delle rughe. Ancora sul ruolo dell’immagine nella comunicazione politica

Durante la primarie democratiche del 2007-2008, i giornali statunitensi pubblicarono una foto di Hillary Clinton che ritraeva l’ex first lady (in quel momento in corsa contro Barack Obama) senza trucco, con le rughe ben evidenziate da un’inquadratura ingenerosa.

Secondo la spin doctor e giornalista italiana Paola Stringa, questo fu uno dei motivi della sconfitta della Clinton contro Obama, visto dalla platea democratica come più giovane, più brillante e, quindi, più affidabile rispetto alla sua avversaria.

Ecco dunque tornare alla ribalta il ruolo e la superiorità del messaggio sul concetto, del contenitore sul contenuto. In questo caso, messaggio e contenitore erano rappresentati dall’immagine fisica, sempre più vincolante e fondamentale nella comunicazione politica moderna, nella comunicazione “pop”.

Chiaro ed essenziale: il KISS. Sugli errori di Gianni Cuperlo.

La comunicazione, parlata come scritta, deve rispondere a due criteri base, brevità e chiarezza, riassunti nell’acronimo KISS (keep it short and simple). Se nel caso di un’audizione sarà utile tenere a mente la cosiddetta “curva dell’attenzione” (15 minuti dopo i quali l’ascoltatore tende a distrarsi), per quel che riguarda un intervento scritto il discorso dovrà essere ancora più conciso, fluido ed agile, soprattutto se il medium utilizzato sarà internet.

Nel suo ultimo post su Facebook, Gianni Cuperlo ha battuto 137 righe per un totale di 23 capoversi (!); benché la tematica fosse particolarmente delicata e complessa (il Jobs Act), una scelta di questo genere eccede ogni regola e consuetudine del moderno comunicare, apparendo in tutta la sua “pesantezza” ed obsolescenza rispetto al più giovanilistico stile renziano.

Nota storica: persino i bolscevichi avevano imposto un limite rigido agli interventi. La “brevitas” voluta da Lenin stabiliva infatti un tetto massino di due minuti per ogni audizione.

..e se poi mi assolvono..? Il caso dei pediatri indagati a Livorno e le colpe di una certa informazione.

Qualche mesa fa mi capitò di occuparmi di un caso di omicidio, e riferendomi al killer scelsi di utilizzare la formula “presunto assassino”, nonostante fosse un reo confesso. Questo perché le indagini erano ancora nelle loro fasi embrionali e, per il nostro ordinamento, si trattava di un presunto innocente.

La Carta dei Doveri del Giornalista non vieta la divulgazione delle generalità dell’indagato (se acquisite in modo lecito e legale), ma obbliga chi fa informazione a presentare la vicenda ricordando la presunzione d’innocenza, senza contaminazioni e manomissioni di alcun genere. In particolare:

“In tutti i casi di indagini o processi, il giornalista deve sempre ricordare che ogni persona accusata di un reato è innocente fino alla condanna definitiva e non deve costruire le notizie in modo da presentare come colpevoli le persone che non siano state giudicate tali in un processo.

Il giornalista non deve pubblicare immagini che presentino intenzionalmente o artificiosamente come colpevoli persone che non siano state giudicate tali in un processo”

Nel caso dei pediatri indagati a Livorno, questo principio è stato disatteso da buona parte del circuito mediatico. Per quanto raccapriccianti siano e possano essere le accuse, la cultura civile non dovrà mai retrocedere dinanzi all’emotività. La democrazia, è bene non scordarlo, rivela la sua forza quando viene messa dura prova

Da Landini ai “Dem”. Tra archeologia della comunicazione e archeologia ideologica.

Dal dopo Giolitti, la sinistra italiana è riuscita ad imporsi in modo netto e su scala nazionale soltanto con Matteo Renzi, capace di traghettare, contro ogni pronostico, il blocco progressista al suo massimo assoluto (40, 8 %).

La motivazione di questa svolta storica va ricercata (in maggior misura) nell’abilità comunicativa del leader fiorentino, in grado di parlare all’uomo “qualunque” dei problemi dell’uomo “qualunque” con un linguaggio semplice ma allo stesso tempo dinamico, rompendo così con una tradizione, tipica della sinistra nazionale, improntata ad un eccessivo dottrinarismo che era ed è statico, rigido, grigio, didascalico, elitario (si pensi alle recenti, insensate, affermazioni di Landini) lontano dal comune sentire, dal Paese “reale” e dall’immagine che esso ha di sé.

Per l’ “altra” sinistra, ovvero il segmento che si contrappone al Capo del Governo, è ora il momento di una scelta che si staglia come decisiva: rompere con il proprio impianto teoretico, modificando il proprio sistema normativo ed il proprio registro linguistico per avvicinarsi maggiormente alle istanze dell’ “everyman” (come in USA hanno fatto i Democratici da Clinton in avanti), oppure trincerarsi nella propria fisionomia classica e consueta, consegnandosi alla storia.

Un “turning point” si rende ad ogni modo necessario anche per Renzi; nella sua opera di seduzione del ventre popolare, il rischio sarà ed è infatti quello di smarrire l’altra metà del suo cielo elettorale, che è anche lo scheletro organizzativo del centro-sinistra.

P.s: una mutazione strategica e comunicativa non anderebbe interpretata come una “salvinzizzazione”, come un imbarbarimento, ma come la scelta di un modus operandi più duttile ed aggiornato. L’introduzione di Giolitti è una forzatura voluta.