L’attualità del “security dilemma”

Il linguaggio della geopolitica anglosassone, identifica con la formula “security dilemma” uno dei maggiori problemi nelle relazioni interstatuali*.

La dotazione di un apparato militare nettamente superiore a quello dei propri antagonisti, può infatti creare negli stessi un senso di inferiorità, preoccupazione ed una sindrome da accerchiamento capace di spingerli ad aumentare, a loro volta, il proprio potenziale bellico, offensivo come difensivo.

Una mano pericolosa sul tavolo degli equilibri internazionali, vincente (ma con rischi elevatissimi) in epoca reaganiana ma oggi gravida di incognite.

*Si parla, ovviamente, dei maggiori fattori di potenza.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.

La politica “di potenza” clintoniana e il tradimento del nuovo corso gorbacioviano-bushano Le origini della nuova Guerra Fredda

Durante le battute conclusive della Guerra Fredda, Michail Gorbačëv e George H. W. Bush dettero vita ad una fase del tutto inedita nei rapporti tra le due superpotenze, nonché di totale riordino ed aggiornamento degli assetti yaltiani. Questo “new thinking” prevedeva non soltanto la fine della contrapposizione bipolare (già preconizzata nel 1989 con la cosiddetta “Dottrina Sinatra”) ma escludeva qualsiasi velleità occidentale nell’Est Europa appena liberato dal gioco sovietico.

Figura meritevole di rivalutazione e ben diversa dall’immagine tratteggiata da una certa pubblicistica “liberal”, il primo dei Bush alla Casa Bianca rigettava dunque qualsiasi ambizione egemonica, per approdare ad una “nuova architettura di sicurezza europea , non pensando alla possibilità che, invece, il vuoto creato dal ritiro dei sovietici dall’Europa centro-orientale potesse essere colmato dall’allargamento dell’Alleanza Atlantica agli ex membri del Pato di Varsavia” (de’ Robertis).

L’elezione di William Jefferson “Bill” Clinton , produsse tuttavia un cambio di indirizzo radicale nella politica estera statunitense; con la Direttiva presidenziale n25, infatti, Washington rilanciava in modo aperto il suo “interesse nazionale”, tornando de facto ad una politica “di potenza” ed unilateralista in aperto contrasto con le scelte precedenti concordate con il Kremlino. La scomparsa dell’interlocutore sovietico sulla scena mondiale ed europea, fece il resto, persuadendo gli occidentali di poter relegare in soffitta il principio di “equal footing” nell’interazione con Mosca.

L’allargamento della NATO ad Est (percepito dai russi come una grave minaccia alla loro sicurezza nazionale) e l’intervento, forse frettoloso e privo del placet ONU, in Serbia, sono il risultato di questo nuovo “concept” atlantico, diverso da quel “new democratic order” di impronta rooseveltiana e dal “new thinking” liberale ed inclusivo gorbacioviano-bushiano.

Da qui, hanno origine buona parte delle nuove fratture tra Occidente e Russia, in un vero e proprio corto circuito politico e diplomatico in cui la diffidenza genera diffidenza; timorosi dell’ex oppressore, infatti, i Paesi dell’Europa centro-orientale ed ex sovietici chiedono la protezione occidentale, rendendo ancor più ostile la governance russa.

Nda: il nostro Paese giocò un ruolo di primo piano negli sforzi per la ricomposizione della frattura con la Russia dopo la guerra alla Serbia. Con il vertice di Pratica di Mare voluto dall’Italia, infatti, veniva ripreso il dialogo NATO-Russia attraverso il nuovo NATO-Russia Council

Oriana: le ombre di una “pasionaria”

Senza dubbio importante nel suo ruolo di apripista per le donne in un mondo, come quello del giornalismo, considerato prerogativa esclusiva dell’elemento maschile, Fallaci fu, tuttavia, una narratrice non affidabile ed inconcreta della storia e della realtá geopolitica. Troppo spesso scollata dal portato documentale, la giornalista fiorentina conferì alle sue analisi un’impronta emotiva e partigiana nonché una forma colloquilale lontane da ogni imperativo scientifico, elementi che segnano una distanza incolmabile tra i suoi lavori, la saggistica accademica e il “modus operandi” di ogni conoscitore del metodo d’indagine storiografico e della riflessione geopolitica più approfondita.

Il prevedibile semi-flop di Minsk.

ucraina minsk dombass“Accordo non risolutivo”.

Così Federica Mogherini, rappresentante degli Esteri UE, ha commentato il cessate il fuoco stabilito a Minsk. Intanto, nella notte, una cinquantina di carri armati russi avrebbero oltrepassato la frontiera ucraina.

La scarsa concretezza di quanto ottenuto nel vertice era eventualità prevista e prevedibile; potenze minori, Parigi e Berlino non hanno, infatti, la forza negoziale per concedere assicurazioni definite e sul lungo periodo, né possono contare su uno status paritetico nel confronto con Mosca (Berlino non ha nemmeno un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) .

L’unico risultato tangibile della due giorni potrebbe invece essere l’indebolimento dell’asse occidentale, con l’esclusione degli alleati più importanti ( e di Bruxelles) dall’incontro.

Una decisione strategicamente immatura, dunque, quella delle due cancellerie, forse più attente alle esigenze di un sorpassato autoreferenzialismo sciovinista che non alla risoluzione della crisi.

Tsipras e la Russia: prove tecniche di avvicinamento.

In una delle sue prime dichiarazioni in qualità di primo ministro greco, Alexīs Tsipras si è detto preoccupato per quelle che ha definito “nuove misure restrittive” contro la Russia, in merito alla questione ucraina.

Già critico verso l’establishment democratico nato da Maidan, Tsipras chiarisce dunque in modo inequivocabile la sua linea di appoggio a Mosca e Pechino ( preconizzata da alcuni analisti, tra i quali il sottoscritto), unici appigli di cui Atene può oggi disporre per avere un potere negoziale con Francoforte, Berlino e Bruxelles e per smaltire il suo debito, offrendo come contropartita la sua funzione strategica nel Mediterraneo (“win win scenario”).

Perchè le cooperanti non sono come Moro e come le vittime dell’anonima sequestri. Anatomia di una semplificazione.

Tra le polemiche che, puntualmente, accompagnano la liberazione di cittadini italiani presi in ostaggio nelle zone di guerra, il pagamento di un riscatto come contropartita e l’accostamento con l’ “affaire” Moro, nel quale lo Stato scelse, al contrario, la linea della fermezza.

Si tratta ad ogni modo di una semplificazione, di un paragone concettualmente approssimativo e scollato dall’analisi storica, destinato al ridimensionamento quando messo al vaglio di un lavoro di scavo sufficientemente approfondito.

Se, infatti, in casi come quello Marzullo-Ramelli ad agire è ed è stato un fenomeno criminale-terroristico “esterno” e lontano, pericoloso per un numero assolutamente ristretto di connazionali, nel caso Moro l’Italia si trovava invece ad affrontare un terrorismo di tipo “endogeno”, nato nel Paese, diffuso nel Paese, in tutto il Paese, su larga scala e con potenti ancoraggi nel tessuto sociale.

Cedere alle pressioni delle BR non soltanto avrebbe dato l’idea di una debolezza delle istituzioni, incoraggiando così i terroristi (la fermezza dimostrata fu, al contrario, uno degli elementi decisivi per la sconfitta dell’eversione politica) ma avrebbe potenzialmente esposto ogni cittadino italiano al rischio di un sequestro; le BR avrebbero potuto infatti prendere in ostaggio chiunque ed in ogni momento, chiedendo la liberazione di questo o quel compagno, e lo Stato si sarebbe trovato nell’obbligo di trattare, non valendo certamente la vita del “signor Rossi” meno di quella del signor Moro.

Uno scenario dunque apocalittico, una strategia adottabile in linea teorica e pratica da qualsiasi altra organizzazione a delinquere, che avrebbe reso vani gli sforzi e l’impegno delle procure come delle forze dell’ordine, installando virtualmente i tornelli nella carceri italiane.

A rendere differenti e non sovrapponibili i due scenari, anche il ruolo di attori esterni al brigatismo nella fasi del blitz e ad esso successive, e le loro pressioni contro la liberazione dello statista democristiano, percepito (erroneamente) dal blocco atlantico-atlantista come un pericoloso ariete di sfondamento degli equilibri yaltiani.

La stessa traiettoria logica andrà applicata alla misura del congelamento dei beni in caso di rapimento, disposta dalla Legge 82 del 1991. Anche qui, si era e si è in presenza di un fenomeno criminale “endogeno”, antico, esistente e comune fin dall’epoca del brigantaggio, e consentire il pagamento di riscatti avrebbe significato esporre ogni famiglia italiana benestante o mediamente benestante al rischio di subire un’estorsione.

Il Pontefice, il pugno e quel catechismo alla Don Camillo.

Al pari di Giovanni Paolo I, Francesco sceglie un registro comunicativo e concettuale semplice ed agevole, adatto all’ everyman, da “parrocco del mondo” come fu, appunto, il compianto Luciani. Per questo, è e sarà improprio un lavoro di scavo esegetico e moralmente critico riguardo le sue ultime esternazioni. Incapsulate in un abito retorico popolare, esse hanno infatti ed esclusivamente lo scopo di raccomandare il rispetto e la moderazione. Un sipario ingenuamente spiritoso, come altri nelle nostre memorie del catechismo e dell’oratorio

“In Italia Charlie Hebdo ce lo sogniamo”. Davvero? Un messaggio per chi non conosce la storia, per chi non conosce sé stesso.

La tragedia parigina, con il suo corredo di errori, sviste e dilettantismi delle autorità francesi, ha messo in crisi quegli esterofili di casa nostra in servizio attivo e permanente, i quali, tuttavia, hanno cercato di rimediare denunciando quella che a loro modo di vedere sarebbe l’assenza, in Italia, di voci libere e indipendenti come “Charlie Hebdo”; “In Italia gente così ce la sogniamo”. Questo, in buona sostanza, il messaggio.

A costoro propongo e segnalo questa lista: sono gli italiani uccisi, feriti o perseguitati mentre facevano informazione, perché facevano informazione.

Sono tanti, sono 26, e forse ne mancherà qualcuno.

Sperando vi sia utile, con l’augurio possiate conoscerli, così da rispettarli, così da rispettare ciò che siete, ciò che siamo.

Buona lettura.

Cosimo Cristina

Mauro De Mauro

Giovanni Spampinato

Giuseppe Fava

Mauro Rostagno

Ilaria Alpi

Giuseppe Alfano

Giancarlo Siani

Carlo Casalegno

Walter Tobagi

Italo Toni

Graziella De Palo

Almerigo Grilz

Guido Puletti

Marco Luchetta

Gabriel Gruener

Antonio Russo

Maria Grazia Cutuli

Raffaele Ciriello

Vittorio Arrigoni

Enzo Baldoni (blogger)

Enzo Tortora

Giuseppe “Peppino” Impastato

Indro Montanelli (gambizzato dalle BR)

Simone Camilli

Miran Hrovatin

Mi si nota di più se dico di essere un po’ francese? Quelle terrazze sul dramma

Le tragedie di grande impatto emotivo come quella parigina, offrono un “point of view” ed un assist ideali per l’osservazione e l’analisi di un aspetto caratteristico della psiche umana e del comportamento sociale.

Nel caso di specie, ad esempio, potremmo notare da parte di molti la rivendicazione di un elemento di unione con la Francia; da un lontano parente nato oltralpe, ad un soggiorno a Parigi fatto magari da bambini, ogni esperienza, ogni dato, diventano utili per la ricerca di un mezzo che collochi in qualche modo questi italianissimi “signor Rossi” o “signora Rossi” nel cono di luce del dramma.

Un’ipertrofia dell’Ego, in qualche caso, un’insicurezza di fondo, in altri