Appunti di comunicazione Sconfinamenti, allarmi, terze guerre mondiali e il paradosso del gorilla: perché Mosca non vuole l’escalation e perché l’Occidente lo sa bene



Parlando (già in un romanzo del 2017) di un’ipotetica vittoria russa sulle democrazie occidentali in meno di una settimana, tesi peraltro giudicata non credibile dalla stragrande maggioranza degli analisti, l’ex vice-comandante NATO Richard Shirreff intendeva delineare quello che è potenzialmente il quadro più estremo per noi. Come sempre, tuttavia, i media italiani hanno riportato la notizia in maniera allarmistico-distorsiva, e questo per ragioni politiche, commerciali e per incapacità analitica. Volendo rendere l’idea, io sono un maschio adulto di 190cmx90kg, faccio pesi e pratico sport da combattimento, il che mi dà una chance pari allo 0,000001% di avere la meglio su un gorilla silverback. Seguendo la traiettoria logica di certa stampa, “vincerei” senza problemi sul primate, perché quello dello 0,000001% è, per lui, lo scenario probabilisticamente peggiore. Nella realtà, mi ucciderebbe, con un paio di zampate.

Benché sia innegabile che il revanscismo putiniano abbia fatto un salto di qualità, cosa che rende indispensabile l’ampliamento ed il rinnovamento delle forze armate del blocco atlantico, ad oggi non c’è però alcun elemento concreto che indichi l’imminenza di un attacco russo, la possibilità di un’escalation.

Più nel dettaglio:

1) il blocco atlantico ha una schiacciante superiorità sotto il profilo militare, tecnologico, economico, demografico, politico

2) Vladimir Putin ha riconosciuto in più occasioni tale superiorità

3) al di là della durezza retorica e di talune provocazioni (all’ordine del giorno ai tempi della Guerra Fredda), Vladimir Putin è sempre stato attento a non avvicinarsi davvero alle linee rosse dell’avversario

4) una guerra con la NATO, persino senza gli americani*, sarebbe devastante per la Russia, che già non riesce a prevalere nel teatro ucraino, non solo sul versante militare, ma pure su quello economico (le sanzioni diventerebbero totali e spietate) , geopolitico (Mosca si ritroverebbe quasi del tutto isolata) e socio-politico (la mobilitazione totale determinerebbe un malcontento incontrollabile, in primis nelle fasce più avanzate e giovani della popolazione)

5) la Cina punta alla crescita economica e non al suicidio termonucleare. Anche un blitz su Taiwan sarebbe un’incognita inaccettabile, per: a) l’estrema difficoltà logistica rappresentata da un’isola montuosa e con pochi approdi disponibili b) il già citato intervento occidentale (USA più, quasi per certo, Australia e Giappone) c) la potenza militare di Taiwan, ben  equipaggiato con missili anti-nave, mine navali e droni a respingere un attacco come quello cinese d) le conseguenze economiche catastrofiche che  deriverebbero per il Dragone, la cui economia è strettamente dipendente dal commercio e dalla tecnologia globale e) il collasso globale dei semiconduttori, della cui produzione Taiwan è leader che colpirebbe ogni settore e l’economia cinese stessa f) Pechino non è un alleato della Federazione Russa, ma un suo nemico storico ed esistenziale

E allora, per quale motivo lo Zar provoca?

Ci sono molte ragioni a riguardo. Ad esempio:

1) suggestionare e dividere l’opinione pubblica avversaria (propaganda “esterna”, “grassroots propaganda”), oggi soprattutto quella dei paesi confinanti. A tale scopo rispondono anche esercitazioni quali  “Zapad 2025” ed il mostrarsi in tuta mimetica

2) galvanizzare la propria opinione pubblica, mediante azioni “a basso costo” (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”)

3) presentare alla propria opinione pubblica le reazioni occidentali come prove di un odio anti-russo, così da avere argomenti forti per aumentare l’impegno militare in Ucraina e rafforzare la propria immagine (propaganda “interna”, di nuovo “grassroots propaganda”, “‘rally ‘round the flag effect”)

ATTENZIONE: non lo fa per testare le difese NATO, come suggerito dal cosiddetto “mainstream” , perché in caso di attacco reale la reazione dell’Alleanza sarebbe immediata, automatica ed automatizzata, bypassando il potere politico

Le provocazioni sono pericolose?

No. La NATO sa bene di cosa si tratta e Putin fa attenzione a non valicare certi limiti inaccettabili. Non è inoltre da escludere che il Kremlino “avvisi” l’Occidente, attraverso alcuni canali militari particolari, appunto per evitare escalation, cosa che succedeva spesso ai tempi della Guerra Fredda. Entrambi mostrano i  muscoli, Mosca con le provocazioni e noi minacciando ritorsioni e abbattimenti, ma avendo ben presenti “regole” e confini.

Esiste un pericolo reale?

-solo se l’economia russa o l’esercito russo collassassero in modo plateale e irreversibile, ma è un’eventualità che gli stessi Alleati non vogliono, sia con Biden che con Trump, preferendo logorare Mosca in una lunga guerra di attrito. Pensare di rilanciare la propria economia attaccando la NATO,  equivarrebbe a voler curare un problema ad un piede amputando la gamba, una scelta semplicemente irrazionale per quanto suggestiva. In teoria andrebbe contemplato lo spettro “groupthink”, tuttavia la catena di comando russa è esperta ed articolata.

Perché in Occidente c’è un clima da apocalisse alle porte?

Si tratta, di nuovo, innanzitutto di forme di propaganda “grassroots” , elaborate per convincere l’opinione pubblica della bontà delle politiche di riarmo (in questo giocano un ruolo massiccio anche motivi di natura economica, si pensi alla Germania). Ancora, PsyOps per dimostrare ai russi di essere in stato di prontezza. Il resto lo fa un sistema mediatico/informativo che, soprattutto in Italia, vira sull’allarmismo per le ragioni già citate. Un copione già visto nel 2020-2022, seppur con contorni differenti.

*le teorie sull’inazione di Trump davanti ad un attacco russo non hanno, ad oggi, alcun riscontro affidabile

La comunicazione responsabile – Iryna e gli altri incolpevoli



Qualche giorno fa ho visto una controllora avere dei problemi con un tizio. Quando mi è passata accanto le ho chiesto: “Tutto bene?” e lei mi ha risposto di sì, con un mix di tensione ed orgoglio. Se mi capitano situazioni in cui qualcuno si trova in difficoltà (viaggio molto) intervengo quasi sempre, chiamando la polizia o mettendomi davanti al potenziale aggressore tentando di calmarlo e distrarlo. Per fortuna non ho mai dovuto alzare le mani, anche perché l’idea di prendere a pugni una persona fuori dalla palestra mi terrorizza. La vita non è un film, potrei ucciderlo o lui potrebbe essere armato. Il caso della povera Iryna è tuttavia diverso: troppo rapido, troppo improvviso l’assalto, troppo sconvolgente. Inoltre, lui aveva un coltello e quel tipo di arma è ancor più ingovernabile di una pistola (io mi sono trovato in mezzo agli spari, ma non avevo la paura che proverei di fronte ad una lama). Per questo non  punterei  il dito contro i presenti e non parlerei nemmeno di “effetto spettatore”; semplicemente, come ho già detto, Charles Bronson o Superman esistono solo al cinema. Purtroppo.

Appunti di comunicazioneKatharina l’incoerente: un paradigma “indipendentista”



Katharina Zeller ha ovviamente il diritto di sposare posizioni indipendentiste, ma non dovrebbe, nel caso, ricoprire cariche istituzionali, rappresentando quindi lo Stato italiano, giurando fedeltà ad esso e ricevendo, da esso, compensi in denaro ed altra forma.

La scusa addotta è invece una grave mancanza di rispetto alle donne, che strumentalizza (“mi sono opposta a un gesto provocatorio, teso a presentarmi come una bambina infantile obbligata ad ubbidire a un esperto uomo maturo” ), ed  alla stessa causa secessionista, che rinnega, di fatto, nascondendosi appunto dietro ad un escamotage.

Nota: l’Alto Adige fa geograficamente parte della regione fisica italiana e fu abitato, in origine e per lunghissimo tempo, da popolazioni italiche (la “germanizzazione” è successiva). Si tratta comunque di uno dei modelli più riusciti di convivenza tra culture ed etnie diverse, indicato come possibile esempio anche nella disputa ucraino-russa.

Appunti di comunicazione – Meloni l’italiana: molto più di una passerella



L’Italia si è sempre contraddistinta (e questo già prima del 1860) per la qualità della sua diplomazia, elemento andato rafforzandosi dopo il 1945 allorché  i limiti, formali ed informali, imposti dalla sconfitta, hanno indebolito l’ “hard power” di Roma in maniera significativa.

La visita di Giorgia Meloni a Washington andrà pertanto letta all’interno di tale quadro storico-politico; scegliere la linea “dura” contro un alleato così importante, oltretutto in una fase così delicata per l’intero blocco occidentale/atlantico e tenendo conto della psicologia di Donald Trump, sarebbe un errore dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche e irreversibili e la PdC ne è consapevole. Preferibile sarà dunque cercare il dialogo, laddove possibile e fin quando possibile, memori del fatto che in ogni caso la Casa Bianca cambierà inquilino tra tre anni. Chiedere un approccio oltranzista e muscolare, simmetrico, sull’onda dell’ avversione ideologica per “The Donald” (e per Meloni stessa), è invece un approccio ideologico, emotivo, tarato sul breve/brevissimo periodo, su una presunta contingenza del momento o, peggio, su interessi particolari.

Non va inoltre dimenticato come Meloni abbia “tenuto il punto” di fronte a Trump, dando prova di carattere e ribadendo, al contrario o meglio di altri, concetti e valori fondamentali per il mondo democratico, non in ultimo riguardo la questione ucraina. Molto più, insomma e volendo concludere, di un’inutile od autoreferenziale passerella.

“La vera diplomazia mira a coltivare un terreno fertile per la cooperazione duratura, indipendentemente dal giardiniere di turno.”

Appunti di comunicazione – Cosa manca davvero nel kit di “sopravvivenza”



Quello dell’improbabile Hadja Lahbib è molto più di un pittoresco siparietto, ma risponde ad una precisa strategia politico-comunicativa (non a caso è stato diffuso dai canali YouTube della Commissione).  Sebbene sia difficile individuarne con certezza gli obiettivi, è possibile delineare, con un certo margine di ragionevolezza, alcune ipotesi:

1) un “ballon d’essai”, con cui sondare i sentimenti dell’opinione pubblica

2) un tentativo di “alleggerire il clima”, in una fase percepita come critica

3) preparare psicologicamente il cittadino a quelli che si ritengono scenari futuribili

4) convincere, mediante un richiamo velatamente terroristico, il cittadino della bontà dei programmi di riarmo (che, è bene ricordare, sono a scopo di deterrenza e distraggono una cifra irrisoria rispetto al PIL della UE)

5) inviare un messaggio a Putin (“attenzione, siamo pronti”)

Ad esclusione dei punti 2 (due) e 5 (cinque) saremmo, di nuovo, di fronte a PsyOps mosse dal presupposto che i cittadini siano “stupidi”, incapaci cioè di elaborare spiegazioni più articolate e mature. Verrebbe insomma “rispolverato” lo stesso approccio, opaco, odioso e paternalistico, usato nel biennio “pandemico”, dimenticando quanto esso abbia contribuito a minare la credibilità delle istituzioni. Se tuttavia poteva risultare facile allarmare l’ “uomo della strada” agitando la minaccia, comunque concreta (almeno per una parte della popolazione) di un virus, ben più difficile sarebbe convincerlo, e con questi mezzi,  della concretezza e credibilità dell’ipotesi di un’invasione su larga scala messa in atto da un Paese lontano (almeno per l’Europa occidentale), oltretutto in gravi difficoltà sul piano economico-militare.

Le stesse considerazioni varranno per il governo italiano: quando ad esempio Crosetto dice che l’Italia non sarebbe in grado di resistere ad un blitz simile a quello subito da Israele nell’ottobre 2023, cosa intende? Forse che la Russia (perché il riferimento era quello) potrebbe invadere lo Stivale? E come? Per “corrispondenza”? Oppure, c’è altro?

Aumentare subdolamente il carico di stress emotivo e tensioni, non avrà altro esito che quello opposto, inducendo la gente a sganciarsi da qualsiasi progetto contrappositivo rispetto a Mosca e Miensk.

Se le leadership continentali vogliono ricomporre lo strappo con un segmento consistente dell’opinione pubblica, anche in modo da elaborare soluzioni di contrasto alle minacce esterne ed interne di qualsiasi natura, dovranno come prima cosa adottare una postura il più possibile trasparente ed onesta. Quella va messa nel kit e per molto più di 72 ore.

La comunicazione responsabile – La barriera immaginaria



Un insigne studioso di psicologia sociale, persona e professionista di grande spessore, mi ha ribadito quanto sia sbagliato “canzonare” chi cade in bias, euristiche e fallacie logiche, in sintesi chi crede nelle “bufale”. Anche perché, tutti ne siamo vittime, nessuno di noi è immune a certi meccanismi.  Ha ragione, senza dubbio.

(Approccio che in teoria ho sempre condiviso , anche se spesso non riesco a metterlo in pratica.)

Jimmy Carter: il dovere del tributo (e di alcune puntualizzazioni)



Uomo del Sud rurale, devoto, imprenditore e lontano dai vertici del Partito Democratico, Jimmy Carter riuscì ad accreditarsi come la nemesi di quel modello di potere entrato in affanno con gli scandali che avevano travolto la presidenza e la vice-presidenza degli Stati Uniti (Nixon e Agnew), con la sconfitta vietnamita e la crisi economica del 1973-1975. 

La sua sobrietà e il suo rigorismo etico di memoria jeffersoniana e jacksoniana si rilevarono però, sul lungo periodo, delle armi  doppio taglio, imbrigliandone spesso l’azione e facendolo apparire come un pessimista incapace di risollevare le sorti del Paese, secondo un cliché sfruttato abilmente da Ronald Reagan (suo rivale nelle presidenziali del 1980).

Fu comunque un buon presidente (non solo un ottimo ex presidente) ed un uomo perbene, cui la Storia riconosce oggi i meriti e la statura, non più sottovalutato come un Andrew Jackson od un Chester Arthur.

* emblematico  a riguardo il cosiddetto “malaise speech”, un discorso alla nazione del 1979 per il quale Carter fu accusato di pessimismo e rassegnazione. Anche il ripensamento del “linkage” nixoniano (politica del “bastone e della carota” con l’URSS), che Carter giudicava un inaccettabile compromesso sulla difesa dei diritti umani oltrecortina, fu visto da molti come il motivo della nuova fase di tensione con Mosca

La Crisi degli ostaggi del 1979, tra Storia, storiografia e rigore metodologico

Il più pesante tra i capi d’accusa contro Jimmy Carter e la sua amministrazione, è e rimane senza tema di smentita il fallimento dell’operazione “Eagle Claw” (o “Evening Light”), studiata ed organizzata per liberare i 52 ostaggi appartenenti al corpo diplomatico statunitense tenuti prigionieri nella loro ambasciata a Teheran.

“Eagle Claw”, voluta dal Presidente in persona conto il parere dell’allora  Segretario di Stato Cyrus Vance (favorevole alla prosecuzione delle trattative diplomatiche), prevedeva l’allestimento di  una base d’appoggio nel deserto dalla quale lanciare un “blitz” contro la capitale iraniana. La missione si segnalò tuttavia fin dal principio per una serie di problematiche tanto impreviste quanto  sfortunate: uno degli elicotteri (in tutto erano otto) venne immediatamente abbandonato dall’equipaggio per un guasto, mentre un altro dovette rientrare alla base (la portaerei a propulsione nucleare “Nimitz”) per problemi al motore causati da una tempesta di sabbia.  Per quanto riguarda gli aerei ( tre C-130), i loro equipaggi furono sorpresi nel deserto da un gruppo di civili e quindi impossibilitati a prender parte all’operazione.  Un altro elicottero, infine, risultò inservibile per problemi idraulici.

Il Presidente si vide così costretto ad interrompere “Eagle Claw”, assumendosi pubblicamente la responsabilità di quanto accaduto. Lo smacco fu e rappresentò il colpo di grazia decisivo, per la sua amministrazione, già menomata dalla crisi economica ed occupazionale che stava attanagliando il Paese, dai dissidi nell’ immaturo staff presidenziale (la cosiddetta “Mafia georgiana”), da una politica giudicata eccessivamente distensiva nei confronti dell’intraprendenza brezneviana e da alcuni “cedimenti” in politica estera (in realtà si trattava di concessioni all’autodeterminazione dei popoli, soprattutto panamense ed iraniano, che si inserivano nell’ottica democratica e liberale della politica e dell’ideologia carteriane). Ronald Reagan, abile comunicatore e politico astuto, seppe sfruttare al meglio il clima di sfiducia generalizzata venutosi a creare, e il refrain “no more Carter” (lanciato dal senatore Edward “Ted” Kennedy, rivale di Carter alle primarie del 1980), divenne ben presto la sintesi collettiva e condivisa di questo stato di cose. Ciònonostante, è possibile constatare  come la responsabilità del fallimento del salvataggio degli ostaggi non fu di Jimmy Carter quanto di un intreccio di accadimenti avversi, imprevisti ed imprevedibili; se tutto si fosse svolto come  da programma, probabilmente i pur  abili “spin doctor” e “strategists” dell’ex attore repubblicano non avrebbero potuto nulla per impedire la rielezione del Presidente.

Secondo una certa pubblicistica, William Casey, responsabile della campagna elettorale di Ronald Reagan,  si sarebbe accordato durante un incontro svoltosi a Parigi con alcuni funzionari del  governo iraniano per il rilascio dei 52 ostaggi ostaggi solo dopo la scadenza del mandato di Jimmy Carter (cosa che infatti avvenne). La tesi (“October Surprise conspiracy theory”) lanciata, accreditata e sostenuta soprattutto dal politologo Gary Sick, non dispone di elementi concreti, documentabili e verificabili, ma può tuttavia contare sulle testimonianze del Ministro degli Esteri iraniano Sadegh Ghotbzadeh,  da quello della Difesa Ahmad Madani , del Presidente Abol Hassan Bani Sadr e del capo dell’ intelligence francese Alexandre de Marenches , il quale ammise di aver organizzato l’incontro a Parigi. Il Congresso statunitense creò una commissione di indagine per far chiarezza sulla vicenda, ma  il suo lavoro si dimostrò fin da subito difficile e improduttivo, anche perché  i repubblicani erano riusciti  ad imporre il divieto di indagini all’estero e un tetto di spesa estremamente limitato (75 mila dollari).

Le dimensioni della lezione siriana e perché (forse) non sarà ascoltata


Con la Siria, Mosca perde un alleato storico, di primaria importanza non solo per la garanzia delle basi sul Mediterraneo. Soltanto gli agit-prop del Kremlino, o quel segmento meno obiettivo del movimento d’opinione filo-russo, possono di conseguenza credere e sostenere che Putin abbia abbandonato Assad al proprio destino perché poco interessato alla questione siriana. La verità è che, non essendo una potenza globale ma regionale, la Russia  odierna non ha la capacità di coprire in modo adeguato più fronti, il che dovrebbe suggerire allo “Zar” di accettare l’ipotesi di un progetto trumpiano sul solco del 1953, così’ da concentrarsi sulla ricostruzione economia (ottenendo, non in ultimo, l’eventuale fine delle sanzioni) e sulla difesa degli interessi nel resto del mondo, ad esempio in Africa ed Asia.

E’ tuttavia probabile che Putin non accetterà. Personaggio formatosi in un’epoca completamente diversa da quella attuale, per lui l’Ucraina ricopre un’importanza irrinunciabile, soprattutto per ragioni storiche (a tal proposito, è bene ricordare come non sia l’Ucraina a “derivare” dalla Russia” bensì il contrario). L’assenza di un autentico dibattito interno, della possibilità di un confronto aperto con il suo staff, lo imprigiona inoltre in una sorta di “caverna di Platone”, impedendogli l’elaborazione di un quadro lucido e realistico della realtà; nella sua visione delle cose, l’Occidente si stancherà, consegnando l’Ucraina alla Russia la quale, nel volgere di poco tempo, potrà edificare il sogno della Novorossija, magari allargata a Miensk.

In quel caso, Trump non rafforzerà, almeno da subito, il sostegno militare e finanziario a Kyïv (anche per non “rimangiarsi” le promesse elettorali), ma ricorrerà alla leva economica, si pensi all’intensificarsi delle sanzioni ed all’abbattimento del prezzo del petrolio (“a-là Reagan”), ma tutto dipenderà dal Kremlino. Qualora l’ “Orso” dovesse inasprire ulteriormente le relazioni con Washington e/o aumentare l’impegno bellico, allora la Casa Bianca metterà in atto risposte simmetriche, che potrebbero tradursi persino in un confronto diretto. Un’azione rivolta agli oligarchi e ai loro interessi, dovrebbe ad ogni modo essere sufficiente per l’avvio di un “regime change” nella Federazione Russa. Chi scrive sarebbe sorpreso se, a queste condizioni, il potere di Vladimir Putin  dovesse durare oltre il prossimo biennio.

La comunicazione irresponsabileEh, no, Francesca Fagnani non è Francesca Woodman (e neanche Oriana Fallaci)


Una parte del pubblico e dei commentatori italiani ha già dato per scontato che Teo Mammucari sia una primitivo “patriarca” trovatosi spiazzato dal carattere di una professionista come Francesca Fagnani, la quale è di conseguenza divenuta una sorta di icona femminista, paradigma plastico e vivido della donna, e della giornalista, che sa “mettere a posto” un “maschio” aggressivo e narcisista. 

Ai fautori e seguaci di questa equazione semplicistica, perché  frettolosa (non falsa “ipso facto”, ma neanche dimostrabile), andrebbe ricordato come la conduttrice non abbia invece battuto ciglio (anzi, abbia sorriso ed ammiccato) quando Elisabetta Canalis ha ammesso di aver malmenato, minacciato ed offeso più volte Christian Vieri ed altri  ex partner, e cosa sarebbe accaduto a parti invertite.

Per concludere, sarebbe interessante conoscere la posizione di costoro quando una sportiva si trova a dover sfidare un’iperandrogena, una transessuale od un’intersessuale, magari a rischio della vita.

Appunti di comunicazione -Lapsus Lavroviano (di nuovo)



“La Russia è pronta a usare ogni mezzo per evitare che l’Occidente le infligga una sconfitta strategica”; così il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, in un’intervista al giornalista americano Tucker Carlson. In parallelo, le consuete minacce apocalittiche, stavolta basate sull’inesistente “arma segreta” (il missile “Oreshnik”).

Non è la prima volta che Lavrov cade in “lapsus” di tal genere. “Lapsus” perché ha fatto riferimento all’eventualità di una “sconfitta strategica”, concetto  che non dovrebbe trovare spazio nella retorica russa, così come viene impostata dal Kremlino.

Ancora, Lavrov può lanciare in questo modo un “frame” capace di insinuare il dubbio nell’opinione pubblica del suo Paese, forse già meno compatta di quel che vorrebbe far credere il regime.