Il giornalismo americano cane da guardia della democrazia?Breve panoramica di un falso storico

Esiste, anche in ambito giornalistico, la convinzione secondo cui la stampa americana sia un faro ed una stella polare, un esempio al quale rifarsi e da seguire affinhé il cronista sia o torni ad essere un “watchdog” (cane da guardia) e non un barboncino da salotto confortato dalle carezze di questo o di quel potente. Si tratta, ad ogni modo e a ben vedere, di un “must” scollato dalla testimonianza storica e documentale, alimentato, essenzialmente, dal concorso sinergico di tre fattori:

1) la continuità democratica del mondo anglosassone

2) la vittoria nella I e II guerra Mondiale e la collocazione in antitesi al blocco comunista

3) il potere derivante dalla grande distribuzione commerciale di cui, soprattutto il cinema stars&stripes, può godere.

Redazioni cariche di reporter d’assalto alla Hoffman e Redford con le maniche tirate su, la cravatta allentata e pronti a dare la caccia a questo od a quel procuratore, a questo od a quel potente, sono un’affascinante elaborazione filmica e televisiva, una dilatazione, in senso agiografico e mitologico, di un mondo ben diverso e più complesso.

Entrando più nel dettaglio, potremmo suddividere la storia del giornalismo americano in 4 fasi: quella dei pionieri ( “muckrackers” e “penny press”), la nascita della propaganda, la Sidle Commission e l’ informazione “embedded ”, l’ ingresso dei grandi gruppi commericiali nelle redazioni e l’ “infotainment”.

I Pionieri: a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, sorse negli Stati Uniti la categoria dei cosiddetti “muckrackers ” (“spalaletame”, da una definizione di Theodore Roosevelt), una pattuglia di cronisti che si occupava delle inchieste contro i grandi trust delle ferrovie, della borsa, dell’edilizia o, ancora, della condizione dei minori, delle donne , degli afroamericani e delle minoranze in genere. A questi coraggiosi narratori della verità, (Lincoln Steffens, William Shepherd, William Hard, Jacob Riis, per citarne soltanto alcuni), si aggiunsero editori come Joseph Pulizer o William Randolph Hearst, capaci di sfruttare le enormi potenzialità che invenzioni come il telegrafo potevano offrire alla stampa, in termini di numero di copie, qualità dell’impaginazione e taglio dei costi (fu in questo periodo che vide la luce la leggendaria “penny press”, la stampa d un centesimo)

Nascita della propaganda: è opinione comune sia stato l’affondamento del transatlantico “Lusitania” la molla dell’entrata in guerra degli USA a fianco delle potenze dell’Intesa nel 1917, ma è un dato soltanto parzialmente corrispondente al vero. L’Amministrazione Wilson, infatti, era già riuscita a convincere la recalcitrante opinione pubblica nazionale attraverso l’opera massiva e massiccia del “Committee on Public Information”, un organismo antesignano delle moderne PR guidato dal giornalista George Creel. Inoltre, nel 1918 il Congresso votò il “Sedition Act”, che vietava qualsiasi forma di opposizione al conflitto. Questi elementi (la rinascita e l’istituzionalizzazione della propaganda e l’ irregimentazione dell’informazione secondo i dispositivi legislativi), contribuirono alla fine del giornalismo d’assalto americano. Sconvolto da una simile manomissione dell’impianto democratico, uno dei padri del moderno giornalismo statunitense, Walter Lippman, nel suo “Liberty and News” gettò si semi del cosiddetto “giornalismo scientifico”, elaborando un vademecum che il cronista doveva seguire per sfrondare il suo lavoro dalle seduzioni e dagli inganni della propaganda, in modo da consegnare al lettore una narrazione il più obiettiva e deontologicamente corretta possibile.

Ingresso delle grandi corporations nei media : nel 1980, la finanza statunitense scoprì il grande potenziale che le piattaforme mediatiche potevano offrire in termini commerciali e pubblicitari. Fu così che colossi come la General Elettric, la Disney, la Twentieth Century Fox o, ancora, la Viacom, fagocitarono le maggiori testate cartacee e i maggiori canali audiovisivi. Effetto collaterale di questa operazione fu la nascita dell’ “infotainment” (“intrattenimento-spettacolo”), un genere di informazione variegato e popolare nato con lo scopo di cooptare il maggior numero possibile di spettatori (e quindi di acquirenti) senza badare alla qualità del prodotto. Da quel momento sarà, di conseguenza e in senso stretto, il privato a fare e a finanziare l’informazione. P.s: inoltre, questi grandi gruppi non possono permettersi un atteggiamento ostile verso il potere. Da qui il bisogno di limitare l’azione delle redazioni poste sotto il loro controllo.

Sidle Commission ed informazione “embedded”: dopo le disastrosa esperienza in Indocina e Grenada, il governo americano decise di dare vita ad un nuovo organismo di controllo che, in tempo di guerra , impedisse ai giornalisti di fare libera e critica informazione, così come avvenuto nelle fasi finali del conflitto con il regime di Hanoi e durante il blitz reaganiano contro lo stato caraibico (Operazione Urgent Fury). Fu allora che venne concepita la Sidle Commission (dal nome di uno dei suoi promotori, il generale Winant Sidle), un soggetto creato non per censurare la stampa di guerra bensì per legarla al potere, disinnescandone il potenziale, quindi, ma senza danneggiare l’immagine delle istituzioni facendole passare per illiberali. Nacque e si sviluppò quindi quella che il Senatore William Fulbright definì “la militarizzazione dell’informazione”; erano i vertici militari a fornire informazioni alla stampa ed a consentirle di seguire le truppe. In questo modo, gli inviati diventavano dipendenti dalle loro fonti (nel caso di specie governo ed esercito) e tra esse incastonati, “embedded ”, per l’appunto, sviluppando un rapporto fideistico che ne avrebbe azzoppato la libertà di movimenti e narrazione.

Una breve ricognizione sulla storia della stampa a stelle strisce, dimostrerà che, Watergate a parte (l’inchiesta ebbe comunque il suo principale motore negli apparato investigativi federali), i cronisti americani non hanno mai cercato di forzare le serrature dei tanti armadi contenenti gli scheletri nascosti dal loro Paese, a partire dagli omicidi dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King, di Malcom X, dalla corruzione nelle realtà locali (specialmente a sud della Mason Dixon Line) , allo strapotere delle multinazionali, a progetti come l’MK Ultra, alle torture dei prigionieri nelle zone di guerra, agli errori giudiziari, ecc. ecc. A questo proposito è utile ricordare il totale appiattimento sull’ondata di revanscismo sciovinista seguito all’11 settembre e alle decisioni dell’amministrazione Bush o, ancora, il silenzio assordante sulla contestata elezione dell’ex Governatore del Texas, quando ad una rilevante porzione dell’elettorato ispano-americano della Florida fu impedito l’accesso al voto e non vennero effettuati i riconteggi delle schede in 18 contee dello Stato (il Governatore era Jab Bush, fratello del futuro Presidente). In quel frangente, il tanto decantato giornalismo americano insisteva soltanto affinché fosse proclamato un eletto, indipendentemente dalla validità della consultazione.

Non un “watchdog”, quindi, ma una colonna e un diffusore della “pluralistic ignorance”.

Sessismo e linguaggio politico:non solo un problema di Destra

Ricordiamo che, per esempio, anche apostrofare l’On.Carfagna con epiteti quali “Carfregna” costituisce un modus sessista. Il pregiudizio (misogino, misandrico, razzista o sociale) propone e presenta molteplici forme e declinazioni; se lo si vuole disinnescare e sconfiggere occorre innanzitutto avere l’onestà intellettuale per saperlo riconoscere. Sempre ed in ogni caso. Ricordo, a questo proposito, quando Sabina Guzzanti (appartenente ad una fazione politico-ideologica che ha nel politically correct uno dei suoi cardini) attaccò Giuliano Ferrara sul peso, durante un faccia a faccia televisivo. Immaginiamo che cosa sarebbe accaduto se un uomo avesse utilizzato una simile argomentazione, nell’ambito di un confronto con una donna. Purtroppo, la cultura dominante tende, per ignoranza e ragioni di comodo, ad assegnare ed attribuire il pregiudizio soltanto alla categoria dei maschi caucasici, ma non è così

Fratelli di propaganda.Meloniani e “Porcellum”

Dai loro spazi virtuali, Giorgia Meloni e i suoi si scagliano contro quello che definiscono il “Parlamento dei nominati”, bollano la Legge Calderoli come una “porcata” e polemizzano sulla bocciatura dell’emendamento riguardante l’ introduzione delle preferenze stilato dal loro partito.

Traiettorie di pensiero legittime e condivisibili se non fosse che i nomi illustri di FdI votarono nel 2005 (quando militavano tra le fila di AN) proprio quella legge “porcata” che defenestrò il libero arbitrio del cittadino-elettore. I contrari, è bene ricordarlo, furono Italia dei Valori, Democratici di Sinistra, Margherita e Partito della Rifondazione Comunista.

I barricaderi “neri” di oggi vollero, fortissimamente vollero, quel dispositivo illiberale (per depotenziare la vittoria di Romano Prodi alle consultazioni del 2006). “Le leggi ad personam bisogna contestualizzarle. Sono delle leggi che Berlusconi ha fatto per se stesso. Ma sono leggi perfettamente giuste”. Giorgia Meloni, 7 dicembre 2006

Viva il camerata Putin.Quando è la destra a cercare eroi altrove

Nipote di uno dei cuochi personali di Lenin e di Stalin, figlio di un militare dell’Armata Rossa, nato sotto “Koba” e formatosi in pieno immobilismo brezneviano, Vladimir Vladimirovič Putin fu membro del Partito Comunista dell’URSS dal 1975 al 1991, nonché membro ed ufficiale del KGB , sempre all’interno della stessa forchetta temporale (in missione nella DDR tra il 1985 ed il 1990). Un marxista ed un patriota sovietico, quindi, che più volte si è profuso in lodi nostalgiche del vecchio apparato ( “il crollo dell’URSS è stato la più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo”).

Chi a destra assurge a simbolo la figura del Presidente della Federazione Russa in ragione della sua ostilità verso la comunità LGBT e in risposta alla presenza, alla Casa Bianca, di un democratico afroamericano, commetterà quindi un duplice e grossolano errore; in primis perché dimentico della tradizione omofoba propria di qualsiasi altro leader del Cremlino e di qualsiasi regime comunista (secondo la medesima traiettoria logica, la destra italiana dovrebbe sostenere anche Fidel Castro Ruz) e, soprattutto, perché ancora una volta l’equivoco che si staglia al centro dell’analisi è la “sovrapposizione” delle categorie politiche italiane e straniere, nel caso di specie statunitensi. Individuando nel Democratic Party un bersaglio ed un nemico in quanto ritenuto affine al PD, i conservatori di casa nostra dimostreranno una macroscopica povertà cognitiva riguardo la storia del loro Paese, degli Stati Uniti e delle loro dinamiche di funzionamento, preferendo il fascino della semplificazione più istintiva, ventrale e demagogica ai pensieri lungi dell’esplorazione concettuale.

Il giorno in cui al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un caucasico appartenente al GOP, l’afflato verso Putin tornerà nell’angolo nel quale fu riposto tra il 2000 e il 2008, quando alla Casa Bianca sedeva un “redneck” repubblicano. In questa affannosa ed affannata caccia all’eroe di turno, i “camerati” non si dimostrano meno provinciali di quella sinistra innamorata quando di Zapatero, quando di Hollande o quando di Alexis Tsipras.

Beppe Grillo e la RAI. Perché l’ex comico non è Solženicyn. E nemmeno Luttazzi.

« La cena in Cina… c’erano tutti i socialisti, con la delegazione, mangiavano… A un certo momento Martelli ha fatto una delle figure più terribili… Ha chiamato Craxi e ha detto: “Ma senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti?”. E Craxi ha detto: “Sì, perché?”. “Ma allora se son tutti socialisti, a chi rubano?” ». Beppe Grillo, 15 novembre 1986.

La frase (pronunciata a Fantastico 7), non più caustica di una battuta da bistrot e sprovvista di qualsiasi ambizione di scavo analitico, è l’elemento che, nella propaganda pentastellata, avrebbe causato l’esilio “sine die” di Beppe Grillo da Viale Mazzini. In realtà, l’ostracismo ai danni del comico genovese non durò che 15 mesi; nel febbraio del 1988, infatti, Grillo partecipò in qualità di ospite al Festival di Sanremo, con un compenso pari a 350 milioni di Lire. La stessa cosa sarebbe avvenuta nell’edizione successiva della kermesse canora.

Inoltre, nel lasso temporale che lo vide lontano dalle telecamere RAI, l’attuale leader pentastellato prese parte ad una serie di spot per lo yogurt Yomo (che gli valse una partecipazione con vittoria al galà dei Telegatti) nonché a diversi spettacoli alle Feste dell’Unità organizzate dell’allora Partito Comunista Italiano.

Il tentativo di creare il “must” dell’eroe di memoria nietzschana, angariato dai “poteri forti” e dalla mediocrità della massa per il suo essere intellettualmente libero, si rivelerà pertanto sguarnito del conforto del dato fattuale.

Separiamoci! Anzi, forse no. Perché Beppe Grillo gioca a fare Gianfranco Miglio

bossi grillo

Intento di Beppe Grillo con il suo ultimo intervento non era quello di
vibrare un attacco ideologico o storico al portato risorgimentale né di
rivalutare l’esperienza delle comunità statali preunitarie (si tratta di
un intreccio di fenomeni oltremodo complessi di cui, probabilmente,
l’ex comico non ha nemmeno una cognizione definita, definibile e
spendibile).

Nessun singulto separatista, quindi, nessun
afflato verso questa o quella opzione centrifuga, bensì una strategia di
marketing, ancora una volta ed ancor di più se e perché in prossimità
delle consultazioni europee. Politico atipico alla guida di un movimento
atipico, Grillo sa di non poter far affidamento sull’elettorato
“tradizionale”, da sempre ed ormai terreno di caccia delle tre grandi
compartimentazioni ideologiche, ed allora cerca il suo “Fattore K” nei
sottoboschi, comunità ibride a metà tra l’inerzia scontenta e la
partecipazione, quasi sempre piccoli segmenti se presi singolarmente ma
numerosi e potenzialmente decisivi se riuniti e sommati, aggregazioni
che vanno dai teorici del complotto agli ultranimalisti agli
ultarambientalisti ai separatisti, per l’appunto. E’ a questo universo
vasto e variegato, riempito di tutto e del suo contrario e spesso
sprovvisto di una rappresentanza politica, che il leader pentastellato e
i suoi “strategists” cercano di dar voce. Ecco il motivo del forsennato
ecumenismo inclusivo del Movimento, che si riflette anche nella bulimia
cromatica del suo simbolo. Ecco il motivo delle incursioni su Stamina e
“Fracking”, ecco il motivo delle interrogazioni sulle scie chimiche e
degli interventi sull’esistenza delle Sirene, ecco il motivo delle
battaglie contro la TAV , ecco il motivo dell’ammiccamento quando a
Pertini e quando al Ventennio, ecco il motivo dell’appeal su estremisti
di destra come di sinistra. Ed ecco il motivo della presenza nel M5S di
ex leghisti come di neoborbonici.

Le elezioni europee sono alle
porte, dicevamo, e l’istrione di Genova cerca di drenare voti ad un
partito ormai alla fine della sua parabola storica (la lega Nord) e di
sedurre i grandi blocchi dell’ improbabile e bizzarro scontento
revanscista (sardi, siculi, valdostani).

Im Westen nichts Neues

La Bella Signora Ferita

Benché ferita ed offesa, L’Aquila conserva ancora il suo fascino antico e peculiare. Identico ma allo stesso tempo diverso, non è più elegantemente sfolgorante bensì elegantemente sinistro. Bella ma decaduta come una Yvonne la Nuit, orgogliosa e cocciuta testimone della sua antica potenza garbata guizzante da un a crepa o da un buco che mostrano un lampadario di cristallo impolverato, una madia di antiquariato, una scala in porfido.

Solo una cosa è lì, a squarciare ogni illusione di continuità, ad azzoppare i pensieri lunghi dell’ottimismo sensato; le uova pasquali di bar e ristoranti chiusi e sprangati, a terra, nello stesso punto in cui la scossa le catapultò quattro anni fa insieme alle caramelle, alle gomme americane, alle bottiglie di grappa. Testimoni di quel “dì di festa” che ci fu senza esserci, sono le putride carogne al sole dell’evidenza.

Finché non saranno consegnate al ricordo, la normalità non potrà dirsi di casa.

“Femminicido” ed emergenza suicidi. Perché sono delle bufale, a che cosa servono e da chi vengono utilizzate

Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico. Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di sé stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo e l’allarmismo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria. I motivi sono: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire, secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ).

Così facendo si viene tuttavia meno ai dogmi dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

Analizzando il lavoro delle piattaforme mediatiche negli ultimi tempi, potremmo notare come siano essenzialmente due i fenomeni protagonisti della scena e della notiziabilità: il cosiddetto “femmincidio” e la supposta impennata dei suicidi dovuti alla crisi economica e finanziaria che attanaglia il pianeta dal 2008. Si tratta, tuttavia, di emergenze-non emergenze, prive del riscontro del dato statistico e documentale. Ma osserviamole nel dettaglio, sulla scorta dei numeri raccolti dall’ ISTAT:

Da oltre 20 anni, la violenza che sfocia in omicidi nel nostro Paese è in calo. Nel 1992, ce n’erano stati 1275, numero ridotto a 466 nel 2010. Le vittime di sesso femminile erano state 186 nel 1992, diventate 131 nel 2010 con un calo del 29,57%. Attualmente, l’Italia è uno dei Paesi al mondo statisticamente più sicuri per le donne, come si evince da un rapporto dell’ONU che indica le donne uccise ogni 100.000 abitanti.

Italia: 0.5

Regno Unito: 0.8

Francia: 0.9

Germania: 0.8

Svizzera: 0.7

Spagna: 0.6

Svezia: 0.6

Norvegia: 0.5

Olanda: 0.5

Austria: 1.3

Finlandia: 1.3

Russia: 8.7.

Ampliando l’analisi, l’Italia si colloca al 19º posto in Europa per omicidi, con un tasso di 0,97 eventi delittuosi per 100.000 persone nel 2009. Meno sicuri del Bel Paese sono Finlandia, Francia, Islanda, Australia, Canada e Regno Unito .

Parlare di emergenza per quel concerne la violenza sulle donne e, più in generale, la criminalità comune, non solo è e rappresenta quindi un’ evidente alterazione della verità, ma dilata ed altera la percezione del rischio nel cittadino, con conseguenze potenzialmente devastanti sul suo equilibrio personale. Inoltre, si rischierà di creare un’innaturale frattura di genere che avrà come risultato il rafforzamento e la giustificazione della misandria più isterica ed emotiva, con esiti anche in questo caso catastrofici per la società nella quale viviamo e per i rapporti tra gli esseri umani.

Veniamo adesso all’”emergenza suicidi”:

Secondo gli ultimi dati ISTAT, nel 2008, i suicidi per ragioni economiche sono stati 150 su un totale di 2.828 casi. Nel 2009, sono stati 198 su 2.986 casi. Nel 2010 187 su 3.048 casi. Osservando il dato numerico questo vuol dire che sono aumentati del 24,6% tra 2008 e 2010 ma anche che sono diminuiti del 6 per cento tra 2009 e 2010. Questi atti rappresentano il 5,3% di tutti i suicidi nel 2008, il 6,6% nel 2009 e il 6,1% nel 2010. Secondo l’analista ISTAT Stefano Marchetti, “se si escludono i suicidi per motivi d’onore (18 in tutto), quello economico è, per assurdo, il movente meno preoccupante di tutti. Quasi una persona su due (1.412) ha deciso di farla finita a causa di una malattia (per 4 su 5 di origine psichica). La seconda causa di suicidio è affettiva: 324 persone si sono tolte la vita per questioni di cuore, quasi il doppio rispetto a chi l’ha fatto per il conto in banca. E quasi in un caso su tre non è stato possibile individuare il movente del gesto”. l’Italia si classifica inoltre ed anche in questo caso dietro Paesi molto avanzati quali Islanda, USA, Regno Unito, Germania e Giappone.

Questa è forse la menzogna più pericolosa. Ed eccone le ragioni: 1)la semplificazione di un evento tragico quale il suicidio, che ha e può avere un ventaglio variegato e multiforme di cause e concause. 2)il rischio di detonazione del cosiddetto “Effetto Werther”; enfatizzando e “giustificando” i suicidi a livello mediatico (per ragioni di marketing e/o per trovare punti d’entrata per l’attacco a questo od a quel governo) si rischia infatti di condurre il cittadino all’emulazione. Se in difficoltà, egli si sentirà infatti legittimato a compiere un gesto insano come togliersi la vita , in risposta ad un supposto menefreghismo della politica, ecc.

“Il diritto all’informazione non è un privilegio del giornalista, ma una componente della libertà del cittadino, una garanzia della democraticità del sistema. Ma affinché ciò corrisponda poi alla realtà dei fatti occorre che il giornalismo sia scrupoloso, corretto e oltremodo rigoroso. Il giornalista per il ruolo che rappresenta è oggetto di pressioni, lusinghe e tentazioni. Per questo il suo corredo di regole e responsabilità deve essere chiaro. I confini della professione ben marcati e in nessun caso mobili o confusi” – Stefano Rodotà

Importanza storica ed imperativo etico del Concordato e dell’ Accordo di Villa Madama

Imperfetto, obsoleto e senza dubbio da riformare, il Concordato del 1929 tra l’allora Regno d’Italia e la Santa Sede intervenne tuttavia a ricomporre una frattura sessantennale, potenzialmente pericolosa per la stessa integrità nazionale italiana, venutasi a creare con la presa di Roma nel 1870.

Entità sovrana e riconosciuta dalla comunità internazionale fin dal 787 dopo le vittorie di Pipino il Breve e di Carlo Magno contro i Longobardi ma “de facto” già presente sulla scena storica tra i secoli IV e VI, lo Stato della Chiesa aveva quindi sulle spalle oltre un millennio di vita quando fu attaccato, invaso ed annesso da un Regno neonato (una soluzione di questo genere collocata nel presente scatenerebbe la reazione armata del mondo democratico) che lo spogliò delle sue prerogative legittime e consolidate.

Chi, in special moda a sinistra, parla di “invasione” in riferimento alla guerra contro il Regno delle Due Sicilie (dimenticando la tradizione risorgimentalista del PCI), cambia invece traiettoria logica e “modus cogitandi” quando l’analisi sosta sul 1870; si tratta di un doppiopesismo che trova origine e spiegazione nella partigianeria ideologica più immatura (in questo caso sotto forma di anticlericalismo).

Chi scrive è un risorgimentalista ed un sostenitore di Giovanni Lanza, ma prima di tutto un tecnico ed un tecnico imparziale (mi sia perdonata l’immodestia)

La grande prevedibiltà della critica ad ogni costo

Immaginiamo un film straniero

Immaginiamo che il film in questione ottenga, tra i tanti riconoscimenti, anche un Premio Oscar , un Golden Globes, quattro European Film Awards , quattro Nastri d’argento , un Globo d’oro , una nomination al Festival di Cannes .

Immaginiamo che, sempre il suddetto film, contenga una critica corrosiva, sagace e sottilmente tragica di uno spaccato della società italiana.

Probabilmente, anzi, quasi sicuramente, grideremo al capolavoro.

Probabilmente, anzi, quasi sicuramente, attribuiremmo con soddisfazione alla pellicola anche un valore, un significato ed un significante normativo e didascalico dal punto di vista sociale, sociologico ed antropologico (“ecco come ci vedono, all’estero”) bollando come provinciale chiunque, tra i nostri connazionali, si sentisse offeso dall’impietoso ritratto.

Adesso facciamo un passo indietro.

Il film in questione ha, si, conquistato un Premio Oscar , un Golden Globes, quattro European Film Awards , quattro Nastri d’argento , un Globo d’oro , una nomination al Festival di Cannes . Ma è italiano.

Italianissimo.

Nessuna critica corrosiva, nessun raffinato e profondo lavoro di scavo e di indagine nella nostra e della nostra essenza più profonda.

No.

E’ “lento”, “non sa di niente”, è una “cagata pazzesca” (questa malinconicamente prevedibile. Si può fare di meglio).

L’origine di questa vocazione xenofila ed antinazionale tutta italiana va cercata nel trauma sociale ed antropologico causato dall’esperienza fascista che, insieme al portato dottrinale internazionalista della sinistra di ispirazione marxista-marxiana (massicciamente presente fio dalle ultime propaggini del secolo XIXesimo) ed a quello universalista del cristianesimo democristiano, ha confezionato e consegnato il clichè secondo cui l’esaltazione di tutto ciò che è patrio sia elemento ed attestazione di provincialismo, grettezza intellettuale ed obsolescenza sciovinistica, mentre la condivisione di tutto ciò che trova paternità altrove è o sarebbe sinonimo di elasticità mentale, lungimiranza e libertà di vedute. Di saper andare oltre, insomma.

Accade, però, che proprio nel tentativo di mostrarsi privo di pregiudizi, colui il quale abbraccia questo genere di posizioni finisca con il rivelarne e coltivarne, in questo caso in senso italofobo.

Provinciali, ma in modo diverso.