Gli esodi verso l’Europa: una “novità che ha quasi 30 anni. L’Occidente e quell’eterno dopo Guerra Fredda.

L’entusiasmo venuto a crearsi con i grandi sommovimenti che tra il 1989 e il 1992 rivoluzionarono in senso democratico il mondo, indusse l’opinione pubblica europea e occidentale a cullarsi nell’idea di “un’inerzia positiva che annullasse le distanze e le differenze tra Stati nazionali, popoli, religioni” (C.Jean).

La guerra civile nella ex Yugoslavia socialista rappresentò tuttavia il brusco risveglio da questa trama onirica irrazionale, l’incontro-scontro con una realtà ben diversa da quanto immaginato sull’onda delle primavere dell’Est e dell’utopia gorbacioviana.

La bomba legata all’immigrazione di massa non è, dunque, che una delle molteplici conseguenze di quel “new order” in cui l’Europa occidentale è stata proiettata dopo la fine della Guerra Fredda; a stupire, invece, l’approccio ancora maldestro delle masse e dei governi a questo (ultraventennale) stato di cose.

L’ingenua ottusità della “folla” e la forza della disinformazione. L’analisi di Gustave Le Bon.

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La tendenza, socialmente allarmante e sempre più in aumento, a cedere ai tranelli della disinformazione, può trovare una chiave di lettura esaustiva nelle teorie di Gustave Le Bon (1841 – 1931), medico, sociologo e politologo francese tra i primi a indagare l’impatto del messaggio propagandistico nelle “folle”.

Secondo Le Bon, infatti, tra le caratteristiche delle “folle” si trova la propensione ad osservare e analizzare la realtà in modo deformato ed eccessivamente emotivo.

Regolando la bussola del ragionamento verso la propria componente più emotiva, la “folla” leboniana “si trova spesso in uno stato di attenzione aspettante favorevole alla suggestione. La prima suggestione formulata s’impone, per contagio, a tutti i cervelli, e stabilisce subito l’orientamento”.

Da qui, “la creazione delle leggende che si propagano così facilmente tra le folle, non é soltanto il risultato d’una completa credulità, ma anche delle deformazioni prodigiose che gli avvenimenti subiscono nell’immaginazione degli individui riuniti. Il fatto più semplice visto dalla folla, diventa subito un avvenimento alterato. La folla pensa per immagini, e l’immagine evocata ne evoca essa stessa molte altre che non hanno nessun nesso logico con la prima. Si capisce facilmente questo stato pensando alle bizzarre successioni d’idee a cui ci porta qualche volta l’evocazione di un fatto qualsiasi. La ragione ci fa vedere l’incoerenza di simili immagini, ma la folla non la vede; e confonderà con l’avvenimento stesso tutto quello che la sua immaginazione vi aggiunge, deformandolo. Incapace di separare il soggettivo dall’obiettivo, la folla ammette come reali le immagini evocate nel suo spirito, e che, il più delle volte, non hanno nessuna parentela col fatto osservato.”

Ma per quale motivo la maggior parte delle “hoax” che inquinano e manomettono l’informazione on line e quelle con una più elevata capacità di penetrazione sono di segno reazionario e/o violento? E prrchè ad imporsi è il modello

Anche in questo caso può venirci in soccorso Le Bon, che vede la “folla” come irriducibilmente reazionaria e conservatrice, capace di grandi slanci di magnanimità come di azioni violente ed esecrabili dal punto di vista morale, ma sempre ed in ogni caso tarate sul primitivsmo percettivo e intellettivo:

“L’autoritarismo e l’intolleranza sono per le folle sentimenti molto chiari, che esse sostengono tanto facilmente quanto facilmente li praticano. Le folle rispettano la forza e sono mediocremente impressionate dalla bontà, che é facilmente considerata come una forma di debolezza”. Ancora: “Esse (le folle, ndr) hanno istinti conservatori irriducibili e, come tutti i primitivi, un rispetto feticista per le tradizioni, un orrore incosciente per le novità capaci di modificare le loro condizioni reali di vita. Se l’attuale potenza delle democrazie fosse esistita all’epoca in cui furono inventati i telai meccanici, il vapore e le strade ferrate, la realizzazione di queste invenzioni sarebbe stata impossibile, o soltanto ottenuta a costo di molteplici rivolte”

Colonia. “Tanto lo fa anche il maschio italiano”: l’immaturo (e pericoloso) relativismo etico della sinistra

I recenti fatti di Colonia, Amburgo e Stoccarda (sui quali permangono ancora zone d’ombra e punti da chiarire) , hanno fatto emergere, ancora una volta, tutta l’incoerenza etica di una parte della sinistra migrazionista e femminista, italiana come straniera.

Particolarmente duro e intransigente con l’elemento maschile della propria comunità nazionale e/o culturale (al punto di cedere alle sirene di una disinformazione che fabbrica emergenze come quella del cosiddetto “femminicidio”), questo movimento d’opinione tende infatti a mostrare un’elasticità interpretativa e morale quando, sul banco degli imputati, si trova o viene messo l’Altro, laddove l’Altro appartiene all’universo terzomondista o islamico.

Tale (apparente) cortocircuito logico, che ha la sua archè e la sua spiegazione in una lettura viziata dell’internazionalismo marxiano, del positivismo e del pensiero roussoiano, porta, in casi come quello caso di specie, ad un rifiuto dell’accettazione delle differenze, oggettive, dolorose e stridenti, tra la società arabo-islamica e quella occidentale. Una lettura miope e ideologica della realtà esattamente come quella del pensiero razzista, che non tiene conto del background culturale e storico di un segmento consistente del mondo dell’Altro e con disinvoltura mette sotto il tappetto l’evidenza di legislazioni concepite e strutturate per limitare e comprimere le libertà fondamentali della donna, secondo modelli che non hanno riscontro in nessun progetto occidentale.

Denunciare il maschilismo e l’oggettivazione della donna in “casa nostra” (fenomeni presenti nella stessa misura della misandria e dell’oggettivazione maschile) come unica forma di risposta alle polemiche seguite ad episodi come quelli tedeschi e al dibattito sui fenomeni migratori, non è dunque che il risultato naturale di questa logica perversa e perversamente sbagliata.

Solo un’indagine più razionale del presente e della storia potrà sottrarre un ambito delicato come quello dell’integrazione e della convivenza all’azione del populismo reazionario (i molestatori di pochi giorni fa sono solo una parte infinitesimale degli stranieri in Germania) ma la resistenza di certi legacci ideologici fa sembrare questo traguardo ancora lontano.

Eutanasia, unioni civili, laicità: perché l’impasse italiano è colpa del PD (e della sinistra) e non del Vaticano o delle destre.L’eterna paura di un partito immaturo.

Intervistato nel 2009 nell’ambito di una delle tante e cicliche polemiche sull’esposizione dei crocifissi negli uffici pubblici e nelle scuole, l’allora segretario del PD, Pierluigi Bersani, disse che “il crocifisso non ha mai dato fastidio a nessuno”.

Una risposta puerile ed insufficiente per un problema complesso e delicato, un detto-non detto che tradiva tutta la goffaggine e il timore di un leader consapevole di doversi barcamenare tra l’anima laica della sua platea tradizionale , il voto cattolico-centrista e i rapporti con il Vaticano.

Questo tipo di atteggiamento è riscontrabile, nel PD e nel centro-sinistra, anche sulle altre tematiche riguardanti le relazioni Stato-Chiesa, nel dibattito sui temi etici e sull’estensione dei diritti civili alla comunità LGBT, ed è il limite primo all’evoluzione inclusiva del nostro Paese; se, infatti, può risultare “comprensibile” la contrarietà del blocco conservatore e del Vaticano (quest’ultimo privo di un potere di intervento diretto) a certi sommovimenti dello status quo tradizionale, il centro-sinistra è-sarebbe invece, per dettato programmatico e indirizzo ideologico, l’unico vettore possibile (insieme, forse, al M5S) per una rivoluzione radicale di certi schematismi ormai superati, ma sceglie, per paura e tornacontismo politico, una posizione mediana, appunto un dire-non dire ed un fare-non fare che accontentino progressisti e cattolici imprigionando tuttavia il Paese nelle sabbie mobili dell’inerzia.

Qui, ed anche da qui, la differenza con gli altri partiti socialdemocratici occidentali, senza dubbio più maturi, moderni e consapevoli del nostro Partito Democratico.

Cosa c’è dietro l’atomica di Kim

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Consapevole di non poter nemmeno lontanamente ipotizzare un uso pratico del suo arsenale nucleare (pena la fine del Paese e del regime) la Corea del Nord gurda alle sue armi non convenzionali come ad uno strumento di pressione per ottenere aiuti e concessioni di tipo economico e diplomatico da Seul e dai suoi alleati occidentali.

Meno malleabile dei suoi due predecessori (che, ricordiamo, accolsero la Sunshine Policy sudcoreana), Kim Jong Un sembra tuttavia cercare un gioco a “somma zero”, nel quale Pyongyang è l’unico Attore ad incassare risultati e vantaggi, pena un aumento delle tensioni nella zona.

Una soluzione di tipo romeno, con un accordo segreto e trasversale tra Washington e Pechino per far implodere la tirannia Juche, sarebbe oggi l’unica “exit strategy” percorribile, ma una unificazione coreana significherebbe per il Dragone la nascita di un pericoloso “competitor” nell’area e la presenza statunitense a ridosso dei suoi confini. Benché Kim costituisca una mina vagante anche per Pechino, un simile scenario è dunque inaccettabile ed irricevibile per la dirigenza cinese.

Morti in sala parto: la falsa emergenza italiana e l’irresponsabilità della stampa. A chi giova la “fabbrica della paura”.

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Tra i Paesi economicamente e socialmente avanzati, l’Italia registra un tasso di mortalità materna nettamente inferiore alla media (10 morti su 100.000 nati vivi contro 20 su 100.000).

Ciononostante, gli organi di informazione (specialmente quelli audio-visivi) hanno presentato e stanno presentando i cinque recenti decessi in sala parto attraverso i contorni dell’emergenza, confezionando un’immagine della nostra sanità ben diversa da quella mostrata dall’elemento statistico e documentale.

Ancora una volta, chi dovrebbe fare informazione al servizio del cittadino sceglie invece di venire meno a quelli che sono i principi guida e la deontologia della professione secondo i dettami di Tucidide e Walter Lippmann, alterando la notizia per il proprio interesse contingente e particolare (economico e/o politico).

 

L’analisi di Lincoln Steffens

Uno dei decani del giornalismo statunitense, nonché celebre e celebrato “muckracker”, Lincoln Steffens, faceva notare come avrebbe potuto creare un’emergenza sociale, una psicosi collettiva, partendo dai normali fatti di cronaca che avvenivano nel quotidiano, amplificandoli attraverso il mezzo mediatico e la sua retorica. Questo perché il cronista è il “medium” tra le masse e ciò che succede e per questo le masse sviluppano nei suoi confronti un rapporto di tipo fideistico.

Da tale assunto di base si comprende la delicatezza del ruolo di chi fa informazione; una notizia manomessa, alterata o , peggio ancora, falsa, sporca la percezione che il cittadino ha di sé stesso, del collettivo e di chi lo governa, orientandolo di conseguenza. Il crisismo demolitivo e l’allarmismo che sta delineando il lavoro della stampa nazionale si muove secondo questa nefasta traiettoria.

I motivi sono: il dettato politico (quasi tutte le testate hanno una proprietà partitica) ed il bisogno di fare “cassetta”, bisogno che soltanto le notizie ad altissimo impatto emotivo possono garantire secondo il principio breueriano-freudianio della catarsi (il lettore scarica ed appaga i propri impulsi più violenti nell’acquisizione di una notizia di importante urto adrenalinico ).

Così facendo si viene tuttavia meno ai dogmi dell’etica deontologica (mirabilmente illustrati e condensati nello “Statement of Principles” del 1975 ) nuocendo alla società, corrodendone le basi e, quel che è peggio, la fiducia, ammanettandola ad una cultura del disfattismo che mostra i contorni del vicolo cieco.

Perché Serenella Fucksia non è una martire della libertà di pensiero

L’espulsione di Serenella Fucksia dal M5S rappresenta l’atto conclusivo e naturale di un rapporto, quello tra la deputata e il partito di Grillo e Casaleggio, giunto ormai da un anno ad una fase di avanzato ed insanabile logoramento.

Se, dunque, l’accusa sui mancati rendiconti è da ritenersi un alibi per estromettere un soggetto divenuto incompatibile con il Movimento (Fucksia non è l’unico parlamentare inadempiente verso il Non Statuto), la decisione della senatrice di restituire l’eccedenza della diaria durante la votazione sulla sua espulsione si presenta come un atto biasimevole e scorretto, che mette in secondo piano qualsiasi mancanza, vera o presunta, della leadership pentastellata nei suoi confronti.

Consapevole di non poter evitare il plebiscito interno contro di lei, Fucksia ha infatti cercato di “salvare” in extremis la sua immagine pubblica scaricando la colpa della sua estromissione sul partito, con un’operazione (il rendicontamento, appunto) che avrebbe potuto fare da otto mesi ma che non ha mai voluto fare.

Elezioni spagnole: quando il “vento” iberico diventa un venticello

Spain's Prime Minister and People's Party (PP) leader Mariano Rajoy applauds during the final campaign rally for Spain's general election in Madrid

Nonostante la Spagna sia, dopo la Grecia, il membro dell’Eurozona maggiormente colpito dalla crisi (situazione aggravata da una fragilità endemica dell’impalcatura economica del Paese), il partito di governo è riuscito a confermarsi al primo posto, pur con un’evidente emorragia di consensi.

Dall’altro lato, l’alternativa anti-sistema di Pablo Iglesias avanza ma non sfonda, attestandosi in terza posizione dietro al PSOE, uno dei due bastioni della politica tradizionale spagnola.

Quarta e staccata la lista Ciudadanos – Partido de la Ciudadanía, altra forza con velleità di rottura.

Una disamina delle Elecciones Generales scevra da ogni tentazione ideologica o partigiana dimostrerà dunque come la balcanizzazione dello scenario parlamentare non si sia tradotta, di fatto, in un ribaltamento degli equilibri di potere a vantaggio delle nuove compagini e in una rivoluzione sostanziale.

Putin, Renzi, le sanzioni e l’ombra di Brzezinski: na scommessa che vale la pena tentare

 

Renzi-Putin-1024x620-1425580024Definendo il collasso dell’URSS “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, Vladimir Putin voleva alludere alla scomparsa di una patria per 25 milioni di suoi connazionali, trovatisi da un giorno all’altro all’interno di entità statuali nuove e non russe.

Dall’esigenza di tutelare questa comunità, percepita come minacciata, e da motivazioni di tipo economico-strategico, l’archè della nuova politica assertiva del Kremlino nello spazio dell’ex URSS (Ucraina, Georgia, Moldavia, ecc).

Lo scopo delle sanzioni nei confronti di Mosca è dunque quello di frenare o fermare, senza ricorrere al confronto armato, questo rigurgito neo-imperiale, proteggendo gli stati sovrani nati dal collasso del gigante socialista ed oggi messi in pericolo.

La scelta renziana di negoziare e rivedere le misure restrittive a danno della Federazione Russa ricalca quel “new thinking” brezinskiano-carteriano che, rigettando il precedente “linkage” voluto da Nixon e Kissinger e basato su un sostanziale ripiegamento degli USA sulla tema dei diritti umani nell’Est Europa, subordinava la distensione e gli scambi commerciali con Mosca ad un pieno rispetto, da parte dell’URSS, degli accordi di Helsinki sui diritti civili dei cittadini d’oltre-cortina (terzo “paniere” o “basket”) .

Magari una giocata troppo ardita, da parte del capo del governo italiano (da non sottovalutare, tuttavia, anche i grandi legami commerciali tra i due Paesi) ma forse capace di rendere i frutti sperati, soprattutto in considerazione delle gravi difficoltà patite in questo momento dalla Russia; pur non deponendo l’arma delle sanzioni ma scegliendo una linea più “morbida” e “flessibile” (del “bastone e della carota”), l’Occidente potrebbe, in buona sostanza, indurre Putin a rinunciare alle sue velleità espansionistiche senza che vengano macchiati ed intaccati la sua reputazione ed il suo consenso interno.

La propaganda politica e la delegittimazione dell’avversario da Colin Powell a Vladimir Putin

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Le accuse russe rivolte alla Turchia in merito all’acquisto di petrolio dall’ISIS (ad oggi prive di ogni riscontro documentale) ricalcano alcune metodologie classiche e peculiari della comunicazione propagandistica di tipo politico.

Da un lato, Mosca cerca infatti di delegittimare Ankara attraverso il sistema della “proiezione” o “analogia” e dell’ “etichettamento” (l’avversario viene associato all’idea, respingente, dello stato islamico e del terrorismo) mentre, dall’altro, cerca di fare appello alla lotta contro il “nemico comune” (il fondamentalismo), elemento a sua volta legato alla giustificazione dell’iniziativa putiniana in Siria (“bontà delle nostre guerre”- “guerra giusta”), in realtà a vantaggio esclusivo dell’alleato-cliente assadiano.

Si tratta, in linea di massima, di propaganda “grassroots” (rivolta agli strati intellettualmente e culturalmente meno evoluti della platea) ma capace di sfondare , grazie alla componente ideologica (l’odio anti-islamico e quello anti-americano), anche nei settori più avanzati della pubblica opinione.

Putin sceglie dunque le stesse procedure persuasive tipiche dell’Occidente e che videro un largo impiego a Washington ai tempi delle campagne dei primi anni 2000.

Nella foto: Vladimir Putin e  Recep Tayyip Erdoğan