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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Le “persone perbene” di Putin: perché Berlusconi non è impazzito

Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi sull’Ucraina non sono una bizzarria, non sono la conseguenza di una demenza senile come qualcuno le ha frettolosamente e superficialmente liquidate. Rispondono, al contrario e come sempre, ad una scelta comunicativa e tattica ben ragionata.

Vistosi chiuso nel campo moderato dal Terzo Polo e dallo stesso PD, l’ex Cavaliere (che moderato non lo è stato mai) cerca infatti di recuperare terreno presso il suo elettorato storico, tendenzialmente non ostile a Mosca, e in un momento che vede l’opinione pubblica italiana più tiepida verso Kyïv (all’inizio dell’invasione aveva non a caso condannato le scelte di Putin). Domani potrebbe cambiare di nuovo idea ed approccio, a seconda delle circostanze.

In questo può ricordare Giuseppe Conte (anzi, è Conte che ricorda Berlusconi), anch’egli capace di stravolgimenti di fronte disinvolti, rapidissimi e clamorosi, con risultati spesso notevoli.

La sinistra e quell’ennesima chiamata alle armi

Agitando lo spettro fascista prima di ogni elezione, con il relativo recupero di tutta la mitologia resistenziale, la sinistra dimostra e conferma la propria difficoltà nel trovare argomenti persuasivi e collanti basati sull’attualità contingente.

Non solo. In questo modo inflaziona, banalizza, e quindi indebolisce, la stessa tematica anti-fascista, con conseguenze potenzialmente pericolose.

Se ahinoi è innegabile che parti dell’opinione pubblica e della politica nazionale siano cristallizzate a nostalgismi superati dalla Storia, cosa che ci obbliga ad una vigilanza attenta, la pretesa di paragonare l’Italia odierna a quella del 1922, e il centro-destra al PNF, assomiglia ad una fisima onanistica o, come detto, ad una mossa disperata, ma quasi sempre inefficace.

Discorso diverso per il partito “testimone”, che si accontenta di piccole sacche di consenso perché sa di non poter andare oltre.

Tanto tuonò che non piovve: cosa lascia intuire l’ultima mossa dello “Zar”

Con la mobilitazione parziale, Vladimir Putin ammette in modo pubblico ed eclatante le drammatiche difficoltà nello scenario ucraino, cosa che infligge un colpo di inaudita potenza al “mito” russo ed al suo, e va incontro a due grandi incognite. Una politica, ossia il malcontento e le proteste di una popolazione che non è più quella dei secoli scorsi e nemmeno è chiamata a difendere Leningrado da Hitler (e qui lo “Zar” e i sui ammiratori e sostenitori esterni mostrano tutto l’anacronismo della loro impostazione) ed una militare, poiché non è detto che questa mossa assicurerà la vittoria finale a Mosca, sia per le difficoltà di mobilitare, preparare ed armare altre centinaia di migliaia di uomini, sia perché adesso Kiev riceverà di sicuro maggiori e ulteriori rinforzi.

Nell’immediatezza, il leader del Kremlino coglie tuttavia un risultato innegabile e tangibile, cioè aver spaventato l’opinione pubblica e parte dell’infomazione dei paesi “avversarsi”.

La combo mobilitazione parziale-(ennesime) minacce nucleari ha infatti un indubbio potere suggestivo, ma anche stavolta l’analisi razionale ne svelerà il bluff di fondo. Se infatti l’uso di armi nucleari tattiche è sostanzialmente inutile contro le forze armate ucraine, che non si muovono in massa e in blocco e su scenari aperti né sono protette da bunker o fortezze altrimenti inespugnabili, attaccare direttamente la NATO e l’Occidente causerebbe la fine della Russia come la conosciamo oggi, cosa che né Putin né i suoi vertici politico-militari vogliono; anche in questo caso si entra nel terreno della propaganda, perché il presidente russo potrà essersi dimostrato superficiale sottovalutando le controparte, è senza dubbio figura opaca, discussa e discutibile, ma non è un “pazzo”, e da febbraio lo ha dimostrato stando ben attento a non avvicinarsi neanche lontanamente alla “linea rossa”*. A lui conviene solo far credere di esserlo, ed ai suoi collaboratori, consulenti e “aficionados” conviene far credere lo sia, e in un certo senso sta dunque facendo sua quella “Maman Theory” resa famosa da Richard Nixon mezzo secolo fa. Non è, non sono, vessilliferi e cultori del mito della caduta come i nazisti, non sono filosofi nichilisti. Sono pingui miliardari che fanno vivere e studiare i figli da noi, che trascorrono le vacanze da noi. Pure se i territori occupati fossero annessi a Mosca con un referendum truccato, un attacco al loro territorio non comporterebbe in automatico una risposta nucleare, come non l’hanno provocata i numerosi e reiterati attacchi a Crimea e Belgorod.

Non è quindi da escludere, insomma, che anche questa sia, o sia in maggior misura, l’ennesima operazione di pressione psicologica (PsyOps), per impaurire il cittadino occidentale destabilizzandone così i governi.

Ma cosa succederà, allora? Nel futuro lo scenario forse più probabile è quello che vede una prosecuzione dello stallo attuale, fino alla morte di Putin o fino a quando sarà costretto a cedere il potere, magari non in maniera traumatica per non aggravare la situazione del Paese, ma in cambio di un salvacondotto (prassi abbastanza comune a Mosca). A quel punto, uno nuova leadership potrà trattare più liberamente con il nemico, che sarà reso più malleabile dai suoi stessi alleati.

*analizzando i suoi discorsi e quelli dei suoi vertici, potremmo del resto notare come essi parlino spesso di futuro della Russia e di difesa e tutela del suo benessere, il che nega ed esclude implicitamente un ricorso al nucleare

Perché la “metamorfosi” di Conte non è una sorpresa

La “metamorfosi” di Giuseppe Conte, da compassato Presidente del Consiglio (adorato nei mesi pandemici anche da quella sinistra all’epoca innamorata della linea chiusurista “senza se e senza ma”) a Masaniello ondivago, stupisce solo se non si prende in considerazione la natura del soggetto, che è assai ambiziosa (nel volgere di 24h passò dal governare con la Lega salviniana a governare con il PD e LEU), e se non si prende in considerazione la natura, endemicamente populista, del M5S.

L’ “avvocato del popolo” si sta quindi solo adeguando al nuovo ruolo, ormai l’ennesimo, per di più costretto ad accentuare certi aspetti radicali del suo movimento nel tentativo di fargli recuperare voti e consensi.

La Russia e il falso mito del generale passato

Cosa ben nota, il movimento d’opinione filo-russo utilizza frequentemente il richiamo alle vittorie su Hitler e Napoleone come prova della capacità militare della Russia odierna.

Oltre a risultare omissiva, poiché vengono dimenticate e ignorate le moltissime sconfitte e difficoltà degli eserciti russi nel passato, anche contro avversari modesti (si pensi a Polonia e Finlandia*) e a basarsi su evidenti manomissioni storiche, intenzionali o non volute che siano (1: quella su Napoleone non fu propriamente una vittoria sul campo di battaglia 2: nel 1941-1945 la Russia era parte di uno Stato diverso e molto più vasto e potente, l’URSS, impegnato su un unico fronte a differenza degli avversari e che poté contare sul sostegno decisivo degli alleati occidentali), una simile scelta comunicativa è, soprattutto, irrazionale, dal momento in cui è imperniata sul mito di vicende troppo lontane dalla nostra, svoltesi in epoche troppo diverse dalla nostra.

Quest’ultimo punto rivela tutta la “romantica” e disperata distanza dalla realtà di una parte dei sostenitori del Kremlino e/o dei loro target, legati ad un’idea della Russia superata dai tempi e dagli eventi, ad un cliché di grande o super-potenza che non ha riscontri pratici e fattuali, come dimostrano, tra gli altri, i problemi in Ucraina, gli indicatori economico-sociali del Paese ed i rapporti con Pechino.

Nonostante le sue enormi potenzialità e l’innegabile crescita degli ultimi anni, l’odierna Federazione Russa è infatti una “regional power”, un Paese del Secondo Mondo che basa il proprio prestigio muscolare su un arsenale nucleare che non può usare e le cui reali condizioni destano più di una perplessità. Non capirlo, od ostinarsi a non volerlo capire, porta al disorientamento davanti agli smacchi contro l’esercito di Kyïv, a previsioni “a-là” Orsini destinate con inesorabile puntualità a fallire.

*gli agit-prop filo-russi ricorrono in questo caso alla tecnica (fallacia logica) del “Cherry Picking”

Laura Pausini, senza condanne sommarie

“Bella ciao” è una canzone (un canto popolare) politica perché negli anni post-bellici è andata identificando e simboleggiando l’anti-fascismo, che a sua volta è anche, se non primariamente, una visione politica opposta ed antitetica all’ideologia mussoliniana.

Se da un lato è vero che non dovrebbe essere ritenuta divisiva, a meno che non si coltivino nostalgismi anacronistici incompatibili con la democrazia moderna, è tuttavia innegabile che una certa sinistra abbia “appaltato” la Resistenza (per usare un’espressione di Simon Wiesenthal), se ne sia “appropriata”. Atteggiamento solo in parte giustificato dalla preponderanza dell’elemento socialista-comunista nel fenomeno partigiano.

Ciò ha contribuito a rendere un segmento del Paese (pure se e quando distante dal Ventennio e dai suoi estimatori) più “tiepido” rispetto al 25 Aprile ed al suo bagaglio di rituali e significati, a creare equivoci come quello in cui è caduta Laura Pausini, che di sicuro non è fascista o nazista.

Un “cul-de-sac” dalle conseguenze potenzialmente insidiose che non possiamo pensare di affrontare e contrastare con facili demagogie o reazioni d’istinto. Serve, invece, un approccio più lucido, maturo ed onesto alla lotta del 1943-1945, che fu dono, in misure e modi differenti, di tutti i democratici ed anti-fascisti italiani.

Elisabetta II e le occasioni mancate di un mito che non sarà più

Insieme alla straordinaria longevità del suo regno, la rigida e perfetta adesione al protocollo istituzionale ha contribuito in modo decisivo alla costruzione del mito elisabettiano, stagliandola come simbolo di stabilità, senso di responsabilità e certezza rispetto al caos non solo del mondo e di un Paese complesso ma anche della sua stessa famiglia.

Allo stesso tempo, però, proprio il non essere quasi mai andata oltre il sentiero del formalismo ufficiale le ha impedito di liberare una giusta empatia (limite imperdonabile in un mondo mediatizzato) e di assecondare, vivere e interpretare in maniera attiva quelle moltissime ed uniche istanze rivoluzionarie che hanno caratterizzato, in senso positivo, il Novecento post-bellico. Cosa che invece Diana faceva, a suo modo, e che forse avrebbe continuato a fare.

A differenza di una Vittoria, perfetta e ideale protagonista della sua epoca, Elisabetta è quindi stata spettatrice della propria, anche se da una postazione privilegiata e benché la valutazione possa sembrare oggi azzardata e “blasfema”,

Per questo, i posteri, che saranno liberi dalla suggestione contemporanea della “regina di tutti” (non lo fu mai), la ricorderanno soprattutto, se non essenzialmente, per gli oltre 70 anni sul trono e per le burrascose ed oscure vicende familiari.

Michail Gorbačëv e i vantaggi di una sconfitta: una chiave di lettura per il futuro?

Riconoscendo l’errore di aver invaso l’Afghanistan e ritirando le truppe, Michail Gorbačëv perse, sì, la guerra e la credibilità davanti al regime collaborazionista del PDPA , ma sull’altro piatto della bilancia ottenne vantaggi ben più importanti e pesanti.

Più nel dettaglio:

-risolse il problema dell’emorragia di uomini (oltre 1 milione), mezzi e denaro derivata dal conflitto (a tal proposito non andrà dimenticata la questione, spinosissima, del mancato o inefficace reinserimento dei reduci, spesso respinti dalla società)

-rilanciò la credibilità internazionale dell’URSS

-fece diminuire la diffidenza dei paesi vicini e del Terzo Mondo, ma più in generale della comunità mondiale, verso Mosca

Un passo non troppo difficile per l’uomo della perestrojka, se si considera che non era stato lui ad iniziare la guerra ma Leonid Brežnev.

Non è quindi irrazionale ipotizzare che un successore di Putin farà altrettanto con l’Ucraina, qualora il confronto militare con Kiev dovesse protrarsi a lungo, impantanando i russi come 40 anni fa.

Bo e Luke alla conquista dei Mari del Sud

Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso il parlamento delle Isole di Yap, in Micronesia, mise il veto ai programmi tv statunitensi* trasmessi dalla vicina Guåhan (territorio non incorporato degli USA). Secondo i nazionalisti polinesiani, micronesiani e melanesiani, Washington usava ed usa infatti i suoi programmi televisivi ed il suo cinema, ma anche i suoi prodotti commerciali (i più scadenti, in modo che fossero e siano facilmente acquistabili), così da assimilare e “colonizzare” sul piano culturale gli indigeni.

In particolare i Peace Corps, la nota organizzazione di giovani volontari pensata da Hubert Humphrey e John Kennedy per realizzare programmi educativi e di sostegno nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, era ed è, secondo loro, un ariete di sfondamento per una contaminazione culturale filo-americana.

* soprattutto alla serie “Hazzard” (The Dukes of Hazzard), accusata di mitizzare i criminali e ridicolizzare le forze dell’ordine e le istituzioni pubbliche

Perché la Cina non sparerà (e non può sparare) nemmeno un colpo di cerbottana

A Taiwan-Formosa esiste, da sempre, una rappresentanza permanente degli Stati Uniti, sebbene “informale”, che ha anche lo scopo di dissuadere Pechino dal compiere azioni militari contro l’isola. La visita di Pelosi non è dunque qualcosa di unico ed eccezionale.

La sproporzione, soprattutto a livello di armamenti nucleari, tra la Cina e il blocco USA-NATO (circa 350 testate, per la maggior parte montate su vettori fissi installati a terra, contro circa 6285 testate, per la maggior parte montate su sottomarini, bombardieri strategici e vettori mobili*), è poi tale da rendere inconcepibile, per il regime di Xi Jinping, la sola idea di un confronto aperto con Washington e l’Occidente.

“Smargiassate” come quelle delle ultime ore, o le uscite grottesche di personaggi quali Ramzan Kadyrov (“tra 15 minuti vedremo chi è la grande potenza, gli USA o la Cina) e Yevgeny Popov della TV di Stato russa (“Pelosi vuole trasformare il pianeta in polvere. Non ha niente da perdere. Dopotutto ha 82 anni”) sono quindi da intendersi come mere mosse comunicative e propagandistiche, PsYOps (operazioni di pressione psicologica) per galvanizzare la propria opinione pubblica (propaganda “interna”) e spaventare l’opinione pubblica dei paesi avversari (propaganda “esterna”) così da destabilizzarne i governi.

Alla lunga il ricorso, vuoto, alla minaccia, può tuttavia indebolire, se non proprio ridicolizzare, questa risorsa tattico-strategico di persuasione, una delle punte di lancia nell’approccio di Mosca (soprattutto) e Pechino alla politica estera.

*storico alleato di Washington, Israele dispone invece di circa 90 atomiche e vanta uno degli eserciti più potenti del mondo