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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Civitanova Marche, le istituzioni “distratte” e quella spirale verso il basso

Le indagini sul caso di Civitanova Marche hanno, ad oggi, escluso il movente politico e razziale. Ex tossicodipendente, pregiudicato, già sottoposto a TSO e in cura al CIM, bipolare fino all’invalidità civile e sotto la tutela legale della madre, il Ferlazzo è infatti un individuo pericoloso, instabile e imprevedibile (lo si può dedurre pure analizzando il suo profilo Facebook), che nella stessa situazione avrebbe potuto aggredire anche un bianco*. Un soggetto “malato”, come forse lo era Alessia Pifferi, non adeguatamente seguito visto ciò che è accaduto.

Se da alcuni l’equazione “bianco-che-uccide-nero=bianco razzista” risponde ad un’astuta mossa propagandistica, e quindi è una semplificazione intenzionale, da altri muove da un primitivo schema figlio di quello stesso razzismo che generalizza di fronte ad un episodio criminale quando vede l’immigrato nella parte del colpevole.

Una spirale verso il basso, di cui è responsabile innanzitutto la prima categoria, quella che mette in atto una strumentalizzazione tattico-strategica per un voto in più.

*nel 2018 aveva aggredito una studentessa italiana in treno

Brando, il Bounty e gli anni ’60

Intellettuale complesso e idealista ancor prima che divo cinematografico, Marlon Brando voleva mostrare il destino degli ammutinati del “Bounty” nei drammatici anni che seguirono l’approdo a Pitcain e interpretare per questo non il vice-capitano Fletcher Christian ma l’ultimo dei marinai superstiti, ovvero John Adams*.

La MGM bocciò tuttavia la proposta, come non inserì nella versione definitiva del film un prologo ed un epilogo che avrebbero dovuto fare da perno al racconto di Adams nel 1814, 24 anni dopo l’ammutinamento (in realtà i superstiti vennero trovati nel 1808, da una baleniera statunitense).

La produzione non accettò nemmeno l’idea di Brando di girare una scena in cui Fletcher Christian meditava, davanti alle fiamme del “Bounty”, sulla violenza e la disumanità dei propri simili.

Quale sia stato il motivo di questi rifiuti (magari la paura di “appannare” il mito del “Bounty”), la vicenda e la pellicola avevano comunque gli ingredienti per colpire l’immaginario collettivo, in special modo negli anni ’60: un’idealista amico dei nativi americani come protagonista, l’appello al sesso libero e la ribellione contro il potere.

*marinaio del Middlesex arruolatosi con il nome di Alexander Smith. La capitale di Pitcairn prende oggi il suo nome (Adamstown). I quindici uomini (nove europei e sei polinesiani) si massacrarono tra loro, in modo orribile.

Il paradigma Korotich: perché in Russia niente è mai certo

Fervente comunista, il giornalista e scrittore sovietico (nato a Kiev) Vitaly Korotich divenne famoso anche per un libro, “Il volto dell’odio”, in cui illustrava la sua visione politica, caratterizzata da una forte intransigenza verso gli Stati Uniti che fu giudicata eccessiva persino da alcuni conservatori del del PCUS.

Negli anni della perestrojka si trasformò tuttavia in uno dei più fedeli collaboratori di Gorbačëv, sostenendone la linea dalle colonne della storica rivista “Ogoniok” (di cui era diventato direttore anche grazie al supporto dell’ “apparatchik” Aleksandr Nikolaevič Jakovlev ) con articoli di taglio smaccatamente anti-comunista, filo-americano e filo-capitalista.

Nel 1992 si trasferì negli USA, dove ha persino insegnato giornalismo (alla Boston University).

Una parabola comune, in Russia e nelle realtà non-democratiche, che ci dice molto su quel Paese suggerendoci prudenza nel dare per definitive, incrollabili e accettate certe dinamiche di potere e consenso.

Natalia Ginzburg e gli italiani

Natalia Ginzburg – Levi era una comunista (parlamentare del PCI), quindi anche per questo, o forse innanzitutto per questo, non apprezzava l’Italia e gli italiani, tracimando in banalizzazioni come quella che molti stanno riciclando sui social nelle ultime ore. Il disappunto verso un popolo che non premiava il suo partito e l’anti-italianismo come rifiuto di qualsiasi afflato identitario in nome di un’interpretazione arbitraria dell’internazionalismo marxiano e per effetto del tabù dell’esperienza fascista.

L’Unione Sovietica e quella democrazia che fece “girare la testa”*

Con la riforma istituzionale ed elettorale del 1988/1989, che andava a emendare la precedente Costituzione brezneviana, in Unione Sovietica si venne a creare uno scenario sotto certi aspetti paradossale, per cui se prima il PCUS dirigeva in modo pervasivo ogni fase delle elezioni, dopo il Comitato Centrale gli impose di defilarsi per quanto possibile.

Una metamorfosi brusca, ancor più per un Paese come quello, che favorì l’ascesa di figure poco limpide. Una situazione di cui l’Unione Sovietica, la Russia, e poi l’intera comunità internazionale, avrebbero pagato le conseguenze.

*”Dopo tanti anni di vita in un ambiente chiuso, la democrazia è come una bombola di ossigeno puro: aspirarvi può fare girare la testa”; così la “Pravda” nell’estate 1988, appunto sui rischi derivati da un processo di riforma troppo rapido. Sempre la “Pravda” e sempre in quei mesi: “La democrazia è come la bomba atomica, è una cosa utile e necessaria, ma come l’energia nucleare è pericolosa soprattutto quando non si sa come maneggiarla”

Quando Mosca lavò i panni sporchi in pubblico (nell’acqua dei fiumi kazaki)

Nel gennaio 1987 la decisione di silurare il Primo Segretario del PCUS kazako, il brezneviano e corrotto Dinmuchamed Achmedovič Kunaev, e di sostituirlo con un russo, il gorbacioviano Gennadij Vasil’evič Kolbin, diede origine a grandi malumori in tutta la Repubblica Socialista Sovietica Kazaka (fomentati anche dallo stesso Kunaev), destinati a sfociare a dicembre in scontri di piazza che richiesero l’intervento non solo delle milizie locali ma pure dei reparti speciali del Ministero dell’Interno e l’imposizione del coprifuoco.

Allontanandosi da una tradizione improntata alla più assoluta riservatezza, Mosca diede ampio risalto mediatico alla crisi, e questo sia per evidenziare la differenza tra il nuovo córso gorbacioviano ed il passato sia per lanciare un monito alle altre repubbliche asiatiche.

I moti kazaki del 1987, e quelli del giugno 1989 contro gli immigrati delle zone del Caucaso (accusati di avere salari e condizioni di vita migliori), dimostrano quanto drammatiche fossero le tensioni etniche nell’URSS e quando il gigante euro-asiatico fosse un’unione solo in via formale*.

*i kazaki, che protestavano anche contro il carovita e la scarsità di beni di prima necessità e di consumo, arrivarono a chiedere la deportazione degli immigrati caucasici (azeri, armeni, lezghini, ecc) nelle loro terre di origine

Il robot multilivello-monolivello

Le dinamiche spersonalizzanti non sono una peculiarità esclusiva dei fondamentalismi più noti (religiosi, politico-ideologici, criminali, ecc). Anche il marketing commerciale e certe tipologie di imprese fanno ampio ricorso a questa strategia di promozione e fidelizzazione.

A tutti noi sarà ad esempio capitato di conoscere qualcuno che fa parte di una società multilevel o piramidale; ebbene, avremmo notato un cambiamento in essi, radicale e profondo. Il loro “Io” si va infatti a fondere e diluire nel “Noi” del marchio, inducendoli a comportarsi non tanto come soci o dipendenti quanto come robot, entusiasti, ma robot, i cui orizzonti, e spesso gli stessi argomenti di conversazione, sono solo quelli dell’azienda o legati all’azienda.

Quelle “relazioni pericolose” tra russi ed ucraini: uno scenario destinato a cambiare

Privati della loro repubblica autonoma (istituita da Lenin nel 1921) e deportati da Stalin in Asia centrale (soprattutto in Uzbekistan) sulla base dell’accusa infondata di collaborazionismo con gli invasori nazi-fascisti, i tartari di Crimea vennero riabilitati dopo un processo lunghissimo e tortuoso che si concluse solo il 5 settembre 1967. Sostenuto pure da intellettuali come Andrej Dmitrievič Sacharov e Valery Nikolaevich Chalidze, il loro completo ritorno nelle terre di origine non fu tuttavia mai possibile, anche perché esse erano state nel frattempo cedute a coloni russi ed ucraini.

Data la sua importanza, la componente etnica ucraina fu utilizzata da Mosca anche contro i baltici, tra gli altri, ad esempio nel 1988 con la creazione del “Fronte Internazionale” (Interfront), un raggruppamento di sovietici immigrati in Lettonia, quasi tuti russi, ucraini e bielorussi, che aveva lo scopo di contrastare il locale “Fronte Popolare”.

Vittime dei russi, gli ucraini furono allo stesso tempo loro complici per ragioni di opportunità, il che contribuì al rafforzamento dei legami tra i due popoli. La guerra in corso cambierà senza dubbio le cose e forse favorirà una lettura nuova e più approfondita di certe pagine di storia sovietica.

* i tartari giunsero in Crimea nel XIII secolo ma nel 1783 vennero sconfitti e conquistati da Caterina la Grande

Le vie (e le incognite) infinite del M5S

In ragione della sua natura liquida e post-idelogica (e della consueta buona dose di opportunismo, trasversale in politica), se salterà l’alleanza con il centro-sinistra il M5S non avrà nessun problema ad entrare di nuovo in un governo di centro destra o ad appoggiarlo, nel caso in cui il trio Meloni-Salvini-Berlusconi non dovesse uscire dalle urne con l’autosufficienza.

Restando al Movimento, se probabilmente lo strappo-non strappo con Draghi gli farà recuperare qualcosa tra la sinistra più “massimalista” (i suoi ex simpatizzanti di destra resteranno con la Lega e FdI), sarà invece interessante osservare la risposta del segmento più moderato (che non è trascurabile come si tende a pensare) del suo elettorato.

Se la madre killer è “assolta” a priori

La cultura italiana, e più in generale le culture mediterranee, hanno, ed è ben noto, sublimato, idealizzato, l’immagine della madre, la figura materna. Casi come quello di Alessia Pifferi o di Martina Patti violano quindi un tabù, dando origine ad un trauma collettivo che la società, o almeno un suo segmento importante, cerca di curare, come in una catarsi tipica del teatro greco, inseguendo un colpevole esterno; la depressione post-partum (anche quando fuori tempo massimo), le inadempienze della società (quale?) che non sarebbe stata in grado di cogliere certi segnali di pericolo (cosa peraltro non facile per l’osservatore comune), l’eccessivo carico di stress e lavoro che la società lascerebbe sulle spalle delle madri (è bene ricordare che sposarsi e/o mettere al mondo dei figli non è obbligatorio ma una libera scelta), le inadempienze del partner-maschio (anche quando le dinamiche della tragedia non sono ancora state chiarite e ricomposte), il disagio economico-sociale, ecc.

Si esclude insomma (questo anche per effetto, e non è secondario, di un politicamente corretto compensatorio e risarcitorio), la colpa della madre. La ricognizione la assolve a priori, rifiutando l’idea e l’evenualità di una sua assenza di empatia, che possa trattarsi di una persona inadatta al ruolo, di un’immatura o ancora di un egoista o di una persona “cattiva” (termine comunque generico e amplipensante).

Un’interpreazione indulgente, tautologica e selettiva, riservata alle sole madri “killer” o mancanti, mentre con altre categorie, ad esempio i padri “killer” o mancanti, lascia il posto a valutazioni ben più istintive, radicali e brusche, che aggrediscono e dequalificano ogni tentativo di scavo razionale.

Un’interpretazione che è, in ultima analisi, “sessista”, poiché muove dal presupposto che ogni donna sia madre-buona madre per istinto e vocazione, per “forza”, imprigionando così la donna nell’antico cliché focolarico e muliebre.