L’importanza della Turchia nella nuova Guerra Fredda e il fantasma dell’utopismo carteriano

Quando giunse alla Casa Bianca nel 1977, Jimmy Carter mise tra i suoi principali obiettivi la ricostruzione della credibilità morale degli Stati Uniti (gravemente danneggiata dopo il Watergate), attraverso un ritorno all’etica jeffersoniana ed allo spirito dei padri fondatori. Questo “new thinking” prevedeva, in politica estera, l’abbandono del realismo e del “linkage” nixoniani e la rivisitazione dei rapporti con i regimi dittatoriali alleati degli USA.

Osteggiato dal consigliere per la sicurezza nazionale, il pragmatico Zbigniew Brzezinski, tale indirizzo contribuì infatti all’indebolimento e all’isolamento di Washington, proprio nella fase di maggior slancio e assertività di Mosca nello scacchiere internazionale.

Benché la condotta erdoganiana possa suscitare più di una perplessità in Occidente, lasciare andare (magari ad Est) un alleato ed un Attore fondamentale come la Turchia sarebbe uno sbaglio imperdonabile, soprattutto oggi, con lo spettro di una Terza Guerra Fredda con il Kremlino. Il recupero di un certo, prudente, realismo, potrebbe dunque rivelarsi la strada più saggia, anche in considerazione della transitorietà del “regime” di Erdogan.

L’Ucraina, il Memorandum di Budapest e le amnesie del Kremlino

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Tra gli argomenti utilizzati con maggior frequenza dal Kremlino e dal movimento d’opinione filo-russo nel nuovo braccio di ferro l’Ovest , una presunta violazione, da parte delle democrazie occidentali, di una accordo con Michail Gorbačëv che avrebbe impegnato la NATO a non allargarsi nell’Est Europa in cambio dell’assenso sovietico alla riunificazione tedesca (1990).

Tale accordo, oltre ad essere soltanto una promessa informale, sarebbe risultato inaccettabile ed irricevibile perché avrebbe violato e limitato la sovranità delle nuove democrazie sorte dopo il 1989-1992, che scelsero invece in modo libero e autonomo di aderire alla NATO ed alla UE, dopo mezzo secolo di controllo sovietico.

Se invece vi fu una violazione, questa è stata ad opera della Federazione Russia, che con il Memorandum di Budapest del 1994 si era formalmente impegnata (insieme ad USA, Francia, UK ed Ucraina) a rispettare e a far rispettare l’integrità territoriale di Kiev, in cambio della cessione del gigantesco arsenale termonucleare presente nell’ex repubblica sovietica.

Più nel dettaglio, il Memorandum obbligava i contraenti a:

– “Rispettare l’indipendenza e la sovranità e dei confini esistenti in Ucraina”;

– “Astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’Ucraina”;

– “Astenersi dalla coercizione economica che mira a subordinare ai propri interessi l’esercizio da parte dell’Ucraina dei diritti inerenti alla sua sovranità”;

– Fornire assistenza “se l’Ucraina dovesse essere vittima di un atto di aggressione od oggetto di una minaccia di aggressione con l’utilizzo di armi nucleari”.

Le occupazioni della Crimea e del Donbass sono dunque la prova solare dell’inadempimento russo agli impegni assunti nel 1994 in sede internazionale.

Va inoltre ricordato come il motivo della frattura e delle tensioni con l’Ucraina ( come con la quasi totalità delle altre comunità ex sovietiche), ovvero la condizione delle minoranze russofone, sia il risultato di una politica scellerata risalente agli anni del comunismo, quando Mosca, nel tentativo di indebolire le varie comunità etniche dell’URSS (e dunque le loro istanze separatiste, pur garantite dalla Costituzione), trasferì milioni di russi al di là dei confini della madrepatria, costringendoli ad una convivenza forzata con agli popoli dell’Unione.

 

Nota: Il Kremlino assegnava inoltre alle minoranze russe tutta una serie di privilegi (ad esempio quote standard nelle università, in cui l’acceso era già difficile perché garantito prevalentemente ai figli dei dirigenti politici) e imponeva la presenza di dirigenti russi nelle sedi locali del partito, elementi che contribuirono ad esacerbare i rapporti tra le varie nazionalità.

“Il Giornale”, la destra italiana e Il perché di quel Mein Kampf: l’eterna immatura

La provocazione de “Il Giornale” (maldestramente mascherata con un’ altra provocazione, ossia voler far credere che l’inserto serva a educare il lettore sul male costituito dal Nazismo) dimostra , ancora una volta, tutta l’immaturità politica di una certa destra, purtroppo maggioritaria in Italia, incapace di amalgamarsi con le logiche della cultura liberale superando lo scoglio ideologico del Ventennio fascista.

Un segnale anche per quel movimento d’opinione filo-israeliano, convinto dell’amicizia delle destre di casa nostra verso Tel Aviv; l’antisemitismo cosiddetto “storico” è infatti, in Occidente, opera del Cristianesimo e delle stesse destre (marginale quello socialista), e la scelta filo-israeliana del conservatorismo italiano risponde unicamente a logiche, transitorie, di natura strategico-politica come l’atlantismo (eroso tuttavia dopo l’elezione di Barack Obama) e a fenomeni quali la sterzata arabista delle sinistre, dopo la svolta sovietica degli anni ’50 del secolo XX. Al contrario, il palestinismo delle sinistre marxiste e post-marxiste non andrà ricondotto a pregiudizi di tipo antisemitico bensì all’eredità storica dell’indirizzo sovietico e ad un trasferimento del concetto di lotta di classe verso uno scenario che vede un Paese occidentale del Primo Mondo opposto ad una nazione del Terzo.

L’importanza del 24 Maggio e le insidie del revisionismo ideologico-politico

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Per il nostro Paese,la partecipazione al primo conflitto mondiale non fu dettata, come nel caso delle altre grandi potenze (dell’Alleanza come dell’Intesa) da velleità di tipo proiettivo, ma dall’esigenza di ultimare l’unificazione dello Stato entro i suoi confini storici e geografici, dopo oltre un millennio (per questo motivo, il ’15-18 è noto da noi anche come IV Guerra di Indipendenza Italiana).

Ancora, la vittoria italiana su Vienna contribuì alla liberazione di quei popoli, dall’Est Europa ai Balcani, assoggettati all’Impero Austro-Ungarico, ormai un pachiderma cristallizzato a metodologie ottocentesche, superate dal tempo.

Evidenze spesso assenti o marginali nelle valutazioni di quel movimento d’opinione pacifista e critico verso la scelta dell’allora Regno d’Italia di entrare in guerra; sebbene mossi da intenti comprensibili e lodevoli, costoro finiscono involontariamente con il rafforzare quel progetto, voluto e delineato dalle compagini secessioniste (leghe, veteroborbonici, veteroasburgici, ecc), mirante all’indebolimento e all’impoverimento della nostra cultura patria , unitaria e risorgimentale, tramite una prassi revisionistica di natura ideologica e, per questo, disancorata dagli imperativi del vaglio razionale proprio delle scienze storiche.

 

Il falso mito del tradimento

Altro falso mito, il presunto tradimento italiano. Fu invece Vienna a tradire le clausole dell’Alleanza (che era di carattere difensivo) aggredendo la Serbia, tra l’altro senza avvisarci. La Germania affondò invece una nave civile italiana, il piroscafo “Ancona”, quando ancora non erano aperte le ostilità con Roma. Dopo l’affondamento dell’ “Ancona”, la marina tedesca attaccò anche le scialuppe dei superstiti.

Enrico Berlinguer: quel mito sopravalutato che fa male alla sinistra

 

Onesto quanto e non più di altri, non compiutamente marxista (e per questo inviso a Mosca come agli ortodossi di casa nostra) né compiutamente socialdemocratico, vincente solo da morto, Enrico Berlinguer è oggi una figura iconizzata ben al di là dei suoi reali meriti storici. Quello che forse è da considerarsi il suo contributo più significativo, la “Terza Via”, mostrò invece tutto il suo velleitarismo naufragando nell’applicazione pratica degli indirizzi gorbacioviani, incapaci di delineare un percorso che coniugasse l’Ottobre e i valori della cultura democratica.

Una certa “laudatio temporis acti” (tanto presente nella cultura italiana), il suo ruolo di ultimo grande leader del PCI, un’umanità senza dubbio più empatica rispetto ai suoi predecessori e l’assenza di una guida altrettanto carismatica a sinistra, hanno contribuito ad un’agiografizzazione del personaggio che, come detto, non trova riscontro nell’elemento storico e fattuale.

Ben più significativa e dirompente, nel bagaglio esperienziale della sinistra e della politica nazionale, l’impronta di un Pietro Nenni.

Quelle bufale che fanno bene al regime nordcoreano

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Nel tentativo di screditare Kim Jong-un ed il regime Juche, gli influencer occidentali e sudcoreani hanno elaborato una strategia basata su un ampio ricorso all’alterazione del fatto ed alla menzogna.

Incapsulata in “bufale” tanto grottesche quanto improbabili e, dunque, smentibili (il dittatore si nutrirebbe di ragni, ucciderebbe la gente a cannonate, ecc), questa scelta propagandistica si sta tuttavia e per questo rivelando un boomerang, portando all’affermazione del dubbio anche in presenza di notizie vere e provate sulle violazioni compiute dal regime di Pyongyang e rafforzando quel (diffuso) movimento d’opinione che vuole l’Occidente ipocrita e manipolatore.

Bush vs Trump: la politica americana e il falso mito della solidarietà di partito

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La decisione della famiglia Bush e del repubblicano Paul Ryan di non appoggiare Donald Trump a novembre, sfata un mito tra i più resistenti e diffusi sulla politica americana, ovvero il “rolly round the flag”, nell’Elefantino e nell’Asinello, dopo le primarie. Come nel 1964 con Barry Goldwater e nel 1980 con Jimmy Carter, infatti, non sempre la fazione sconfitta e i suoi elettori si lasciano alle spalle incomprensioni e divergenze per appoggiare il candidato del loro partito.

Nel caso di Goldwater, repubblicano, fu il timore di un pericoloso deterioramento dei rapporti con l’URSS a spaventare l’elettorato conservatore, mentre la politica carteriana venne giudicata in modo negativo nel suo insieme, sia dagli avversari del Presidente che dai democratici.

l golpe cileno: la prima crepa nella détente

Negli anni ’70 del secolo scorso, la politica estera sovietica conobbe una fase di inedito dinamismo. Forte del raggiungimento della parità strategica con gli USA (ottenuta grazie ad una politica di basso profilo nella seconda metà degli anni ’60, che rinnegava il precedente avventurismo kruscioviano ) ed approfittando del momento di crisi vissuto da Washington e dall’Occidente, Mosca si lanciò infatti in una serie di imprese militari al di là dei rigidi perimetri jaltiani, dal Corno d’Africa all’Asia.

Questa nuova postura del Kremlino aveva tra i suoi cardini anche l’installazione di basi militari e logistiche in Paesi amici ma non appartenenti al Patto di Varsavia; benché i sovietici negassero ufficialmente, e per motivi ideologici, l’esistenza di queste strutture, potevano infatti contare su avamposti in Algeria, Angola, Egitto (fino alla svolta filo-americana di Sadat), Etiopia, Iraq, Guinea, Somalia (fino alla svolta filo-americana di Siad Barre), Yemen del Sud, Siria e Vietnam.

Anche grazie a queste basi, Mosca riuscì a proiettare la sua forza ad ogni latitudine, in modo da fornire aiuto e sostegno alle compagini rivoluzionarie di ispirazione marxista, nel Terzo Mondo e in MO, ed aumentando la sua influenza ed il suo prestigio nello scacchiere internazionale, proprio quando gli avversari sembravano destinati ad uscire sconfitti dalla Guerra Fredda.

A spingere la dirigenza sovietica a questa scelta strategica contribuì in modo decisivo il golpe cileno, al quale Mosca non fu in grado di far fronte in nessun modo proprio a causa della mancanza di qualsiasi testa di ponte nell’area.

Il falso mito del Craxi “sovranista”. Dalla CMC agli euromissili: le carte americane.

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Travolta dall’indignazione popolare e mediatica negli anni ’90, la figura di Bettino Craxi sta godendo, negli ultimi tempi, di una rilettura del tutto nuova, non di rado troppo generosa e vicina all’agiografia, ideologica e distante dalla razionalità del vaglio scientifico quanto la precedente.

Uno dei capisaldi di questa nuova panoramica vuole il leader del Garofano emblema di un coriaceo sovranismo, soprattutto rispetto agli USA, sulla scorta dei fatti di Sigonella, anch’essi filtrati, tuttavia, da un’ottica partigiana e frettolosa, in cui il nazionalismo più grossolano diventa il focus dell’analisi interpretativa*.

A tale riguardo sarà necessario ricordare come durante la Crisi dei missili di Cuba del 1962** gli USA scelsero proprio Craxi come testa di ponte per favorire ed ultimare il passaggio (già iniziato da Pietro Nenni dopo i fatti di Budapest) del PSI dalle tradizionali posizioni anti-atlantiche ad una definitiva collocazione vicina alla DC, agli USA ed alla NATO, in modo da cementare l’asse democratico e filo-occidentale in Italia con l’innesto di Via del Corso, dopo la fine dell’epoca del “centrismo”.

In particolare, George Lister, funzionario del Dipartimento di Stato americano, in un documento indirizzato al consigliere della Casa Bianca Arthur Schlesinger presentò Craxi come un esempio “per mostrare che i socialisti sono malleabili” e “suscettibili di pressione”, un “autonomista vicino a Bensi all’estrema desta del PSI”. Ancora nel documento, Lister si sofferma sull’incontro con il futuro leader socialista: “Abbiamo speso un bel po’ di tempo insieme e ho colto l’occasione per criticare la posizione autonomista in politica estera, specialmente su Cuba. Ho sottolineato che il neutralismo non era buono abbastanza. [ ..] Craxi ha risolutamente difeso la linea ufficiale degli autonomisti, su Cuba e in generale. Tuttavia, il giorno dopo mi ha detto di aver appena parlato al telefono con i socialisti di Milano e di di aver colto l’occasione per criticare la posizione del PSI su Cuba. Pochi minuti dopo, Craxi mi ha suggerito che forse era possibile arrivare a un accordo tra noi e i socialisti, in cui questi seguirebbero la politica di solidarietà con l’Occidente e noi cercheremo di portare un governo democratico in Spagna. [ ..] Dopo che l’incontro fu finito, Craxi era piuttosto riflessivo e mi ha fatto notare di aver imparato molto. Ha spontaneamente affermato che avrebbe visto Nenni al suo ritorno i Italia e gli avrebbe detto alcune cose che aveva imparato e fornito un po’ del materiale che aveva ricevuto”.

Pochi mesi dopo, il PSI avrebbe fatto il suo primo ingresso in un governo a guida democristiana (Governo Moro I).

Un Craxi dunque ben diverso dal fiero sovranista anti-americano ed anti-atlantico presentato da alcuni segmenti della pubblicistica storiografica italiana e da un a certa vulgata, e che avrebbe proseguito nella sua linea di aderenza ai principi atlantici con l’assenso all’installazione sul nostro territorio , nel 1979 e nel 1983, dei missili americani Cruise (gli “euromissili”) puntati contro l’URSS , scelta che esponeva il nostro Paese ad una rappresaglia termonucleare del Patto di Varsavia in caso di scontro armato tra i due blocchi.

Benché gli anni di Craxi a Palazzo Chigi abbiano senza dubbio visto il ritorno, dopo il pantano degli anni ’70, ad un certo dinamismo del nostro Paese sullo scacchiere internazionale e a quel terzomondismo-arabismo strategico che ebbe negli anni ’60 (con Fanfani e Mattei) forse la sua più alta espressione, il dato storico dimostra ad ogni modo tutta l’inconsistenza e il velleitarismo di quella ricostruzione volta a rappresentare l’ex delfino di Nenni come baluardo di un autonomismo che , in ogni caso, i rigidi perimetri jaltiani avrebbero negato a Roma, soprattutto nell’era del confronto bipolare.

*Craxi lasciò andare il commando terroristico. Da qui, e non dalla decisione di affermare la giurisdizione italiana, la frattura con Washington.

** La CMC fu il banco di prova per il PSI, grazie al quale Washington fugò gli ultimi dubbi (insuperabili fino all’ottennato di Eisenhower ma venuti meno nell’era Kennedy), in merito alla fedeltà del PSI al blocco occidentale e alla fattibilità di una sua partecipazione ad un governo di larghe intese con i centristi, secondo un modello che gli USA volevano esportare anche agli altri grandi Paesi europei così da contenere le forze comuniste.

Salvini-Trump: politica e geopolitica in uno scatto

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Il “selfie” di Matteo Slavini con Donald Trump è emblematico dello stato mentale della destra italiana, storicamente atlantica ma oggi “costretta” ad un innaturale ripiegamento, in funzione anti-obamiana, sulla Russia di un ex ufficiale del KGB, ex membro del PCUS ed estimatore del vecchio corso.

Con il ritorno di un rappresentante (“waps”) dell’Elefantino al numero 1600 di Pennsylvania Avenue, anche il nostro conservatorismo riapproderà dunque a quella che è la sua collocazione consueta, naturale e fisiologica, accanto agli USA ed alla NATO e in posizione antitetica rispetto agli Attori euroasiatici.