Astuzie e banalità della comunicazione II. Ma con qualcosa in più..

Nel pittoresco (detto senza denigratoria ironia) blog in condominio con Beppe Grillo, l’ex forzista Gianroberto Casaleggio ha inserito una rubrica nella quale raccoglie gli “insulti” finora ricevuti, cosa che ha fatto anche in un libro di recente pubblicazione dal titolo “Insultatemi!”. Anche questo aspetto della comunicazione costituisce una chiave di lettura di primaria importanza del duo pentastellato; Casaleggio, infatti, dimostra di far proprio e di padroneggiare alla perfezione un “must” peculiarità esclusiva dell’ultradestra politica, ovvero il mito, di retaggio nietzscheano-evoliano, dell’eroe solo contro tutti, del superuomo tanto probo, nobile e cristallino da venire escluso, per questo, dalla massa informe, volgare e plebea. Anche la scelta del titolo del libro e la sua identità grafica ne sono la prova: il creativo di Ivrea invita ad insultarlo (con tanto di punto esclamativo) , a colpirlo, a bersagliarlo mostrando il petto impavido, e difatti nel disegno sulla copertina lo si vede “bombardato” da armi d’ogni sorta, dal siluro al mattarello della nonna. “Molti nemici, molto onore”, è il refrain che torna ad essere proposto, con l’ex berlusconiano nella veste di novello Leonida circondato da una cloaca di Persiani-troll dai quali si fende a colpi non più di spada ma di tastiera. Da non sottovalutare, anche se di secondaria importanza, l’opzione vittimistica, anch’essa caratteristica di una certa destra e di facilissima presa sull’elettorato italiano, soprattutto su quello cosiddetto di “faglia”

Astuzie e banalità della comunicazione

A proposito dell’incriminato post di abiura nei confronti dei senatori Cioffi e Buccarella, c’è un frammento della comunicazione utilizzata da Grillo, in quel passaggio, che a molti è sfuggito: il tipo di foto scelta a cornice del pezzo. Si vede una vecchietta, vestita con abiti laceri e sciatti, china nel raccogliere pomodori da una cassetta al mercato. Non è e non ha voluto essere una scelta casuale; quella dell’anziano, infatti, è un’immagine utilizzata in larga misura dalle forze a trazione populistico-demagogica, molto spesso collocate a destra (prediletta, ad esempio, dal Fascismo, dall’ FPÖ heideriano e dalla Lega), per evocare la tradizione, il passato e l’identità di cui il vecchio è, per l’appunto, simbolo, sinonimo ed inviolabile custode, nella sua fragilità. Calata in quel contesto, la foto di una donna anziana e povera voleva suggerire la “minaccia” rappresentata dai migranti alla nostra identità, “minaccia” forse già concretizzatasi e palesatasi perché la poveretta si trova proiettata in una condizione di grave indigenza. Ma non solo. C’è un altro messaggio, anch’esso peculiarità delle piattaforme populiste: il “benaltrismo”. Scopo di Grillo ed i suoi “agit prop” è stato infatti anche quello di segnalare (ben) altre urgenze, appunto lo stato di disagio economico e sociale dei “nostri veci” (per usare un’espressione cara alla Lega,) rispetto ai problemi umanitari legati all’immigrazione.

Anna Lindh e la lezione svedese che arriva fino a Lampedusa

La socialdemocratica svedese Anna Lindh fu non soltanto una delle figure di maggior prestigio nel panorama politico del suo Paese ma anche in quello continentale. Nel 2001, infatti, Lindh, già deputata, già ministra e già eurodeputata, venne eletta alla presidenza del Consiglio d’Europa, posizione nella quale si distinse per essere riuscita ad evitare un conflitto armato durante la crisi tra Kosovo e Macedonia. Qualche anno più tardi, nel 2003, uno squilibrato di origine serba, tal Mijailo Mijailović, la pugnalò a morte, mentre faceva shopping in un supermercato senza la protezione dello Stato. Pochi giorni dopo si svolsero in Svezia le elezioni sull’ingresso del Paese nell’Euro, e la fazione della Lindh, favorevole alla moneta unica, perse. In molti altri paesi, l’ondata di shock ed il conseguente pathos emotivo scatenato da un evento di simile gravità e portata avrebbero condizionato gli elettori, orientandoli, in una sorta di comunione umana prima ancora che politica e ideologica, verso le posizioni che furono della Lindh. In Svezia, no. Non accadde. Peculiarità di una democrazia che voglia definirsi evoluta e matura è anche il saper resistere alle pressioni dell’istintualità, alle pulsioni emozionali del momento, al ventralismo più cangiante e multiforme. Il trauma collettivo per quanto accaduto a largo di Lampedusa non deve trascinarci verso decisioni d’impulso, dettate da un’incoscienza momentanea, da una siesta della consapevolezza razionale; se, infatti, è vera e innegabile l’irricevibilità di alcuni aspetti della Legge Bossi-Fini, altrettanto vero ed innegabile appare il limite di assorbimento del nostro Paese ai flussi migratori, soprattutto in un segmento congiunturale tanto sfavorevole come quello che stiamo vivendo. L’Italia non è le Americhe del XIX secolo e sarebbe un errore ed un dramma aprire le porte quando non si può o illudere il disperato che questo sia fattibile. Ragione, contingenza e non ultima la nostra posizione geografica tanto delicata per il caso di specie non possono che indurci a più ponderate riflessioni. P.s: ci si batta, piuttosto, per una maggiore inclusione della UE nei processi decisionali riguardo il problema, ma non si ceda il passo al populismo ed alla demagogia. Sono armi a doppio taglio ed assist ai razzismi.

Dal Vajont a Via Sturzo, a Via XX Settembre.

Nell’anniversario della tragedia del Vajont mi piace ricordare, insieme alle vittime, anche la bellunese Tina Merlin, una delle poche, pochissime figure che all’epoca si trovarono impegnate nella lotta a quello scellerato progetto che costò la vita a 1918 innocenti. Partigiana, attivista politica e giornalista de L’Unità, la Merlin lottò a colpi di inchieste e reportage, documentati con scrupolo e rigore scientifico come vuole il “Precision Journalism ” caro ai muckrackers e a Walter Lippman, contro la Enel-Sade e la sua cricca ci tecnici corrotti e incompetenti. Era donna, la Merlin, e questo non l’aiutava. Era anche di sinistra, e anche questo non l’aiutava; ma non si fece intimorire, nemmeno quando fu portata davanti al giudice per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, in una causa che non solo vinse ma nella quale il tribunale evidenziò e segnalò i rischi connessi alla realizzazione di quella diga voluta dall’iniquo Volpi di Misurata. “Non volete la diga? Ditelo quando non avrete la luce. Ditelo quando saranno mandati a casa gli operai addetti alla costruzione”. Questi, in linea di massima, erano gli argomenti utilizzati per screditarla, gli stessi, diversi soltanto nella forma, che adesso vengono branditi contro i No TAV e i loro sostenitori.

L’accusa di arretratezza culturale e di luddismo sociale è una tattica utilizzata con frequenza dai propagandisti ingaggiati a sostegno delle aziende e dei politici che sponsorizzano progetti di questo genere. Lo scopo è quello di associare gli ambientalisti ad immagini impopolari, screditando, di conseguenza, il loro impianto argomentativo e costringendoli al ripiegamento su posizioni difensive e non più di attacco. Non ascoltate quello che vi dice la tv.

“Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa” – Tina Merlin.

Ps. Sui luoghi devastati dal terremoto, l’arcoriano inventò un aneddoto con protagonista, ancora una volta, il padre, che gli raccomandava il perdono e non la “vendetta” della giustizia (in quel caso il consiglio andava applicato ai lestofanti che avevano costruito gli edifici non a norma). Ecco, pregiudicato, che cosa hanno fatto coloro i quali chiedevi di perdonare. http://www.youtube.com/watch?v=lE2ddNf5DrU

“Io non conosco tutti i temi del mondo”

A proposito della legge Bossi – Fini sulla disciplina dell’immigrazione, così si è espresso il deputato e capogruppo Cinque Stelle alla Camera Alessio Villarosa:

“Il Parlamento è diviso per commissioni. Ognuno ha le sue competenze. Visto che non è un argomento in discussione in questo momento in Aula, non è di mia competenza. Io non conosco tutti i temi del mondo. C’è una commissione giustizia che si sta occupando probabilmente anche di questo tema. Io li chiamo e vi faccio spiegare qual è la posizione del Movimento Cinque Stelle”.

L’intervento è assolutamente significativo, in particolare, sotto due profili, uno politico-sociologico e l’altro semantico-propagandistico; se, infatti, da un lato il Villarosa palesa e dimostra tutta la drammatica impreparazione e la mancanza di collegialità ed autonomia individuale all’interno del monolite politico di Grillo, sempre più simile ad un circuito chiuso orwelliano (“li chiamo e vi faccio spiegare qual è la posizione del Movimento Cinque Stelle”), dall’altro il tentativo è quello di suggerire, ancora una volta, l’idea di alterità del M5S rispetto alle piattaforme politiche “tradizionali” . Non posso conoscere tutto perché non ho tempo da perdere come gli intellettuali poltroni, perché devo lavorare. In questo caso, essendo deputato, per il Paese e per il collettivo. Questo è, stricto sensu, lo stilema di Villarosa, lo stesso di qualsiasi partito/fenomeno catalizzatore il voto di protesta e a propulsione demagogico-populistica, dal primo Fascismo, ai fratelli Scotti, a Giannini, alla Lega. E’ l’ “everyman” che si vuol intercettare, perché è l’ “everyman” la porzione più sostanziosa del segmento elettorale. Pertanto, lo scopo è quello di bisbigliargli vicinanza, similarità, contiguità, attraverso codici informali ed anticonvenzionali che spaziano dal linguaggio all’estetica (la canottiera di Bossi, il petto nudo del Duce trebbiatore, ecc). Finché il popolo non farà campo libero da questo equivoco, sarà difficile una maturazione culturale ed un’evoluzione politica per il Paese; quella che è l’ottava economia mondiale e la terza continentale, infatti, non ha bisogno di uomini della strada, ma di tecnici sofisticati ed evoluti, di elitarismo qualificato e non di rutilanti e improduttive oclocrazie

P.s: sulle ultime (e studiate) gaffes di Vito Crimi, Felice Marra ha per l’appunto avuto modo di affermare che “Vito Crimi mi piace perché ogni tanto si dimentica di essere parlamentare e si comporta come se fosse un cittadino qualunque”. Ma chi governa non deve essere un “cittadino qualunque”, come ai tempi delle gabelle sulla frutta e sulla farina. “Viva ‘o Rre ‘e Spagna, mora ‘o malgoverno” non porta lontano.

Elitarismo della primordialità

La pubblicistica più disattenta (e più partigiana) ci ha consegnato la vulgata e il luogo comune di un populismo-qualunquismo elaborazione e peculiarità esclusiva delle destre. Alla sedimentazione dell’equivoco hanno senza dubbio contribuito anche le esperienze di movimenti, personaggi e partiti come il fascismo sansepolcrista, Guglielmo Giannini e il suo Uomo Qualunque, il monarchico Lauro, le piattaforme vetero-post fasciste ed alcune porzioni della vecchia Democrazia Cristiana (in special modo al centro-sud). Se, però, il populismo si pacca perfettamente in due nel panorama politico internazionale (le sinistre vantano una pattuglia estremamente nutrita a riguardo, da Herze, a Sorel passando per Cardenas, El -Nasser, Nyerre, Gheddafi per arrivare ai più recenti leader sudamericani), anche il quadro italiano propone un equilibrio quasi omogeneo tra l’emisfero demagogico conservatore e quello progressista. Le incursioni sulla strage lampedusana e le accuse di correità, morale e sostanziale, tanto opportunistiche quanto imprecise e inconsistenti al sistema italiano tout court provenienti dai “liberal”, ne sono la cifra, ma soltanto una delle tante. La sterzata verso la semplificazione è una strategia comune alla propaganda politica ed al suo linguaggio; a mutare è soltanto la scelta della forma nella quale incapsulare e presentare l’opzione, variabile a seconda del target che il propagandista vuol raggiungere o far raggiungere.

P.s: a questo proposito, mi permetto di consigliare e segnalare i lavori del sociologo Mikhail Mikhailovich Bakhtin. Secondo questo autore russo, le elites erano convinte che i loro generi di intrattenimento fossero più elevati rispetto a quelli dei ceti più poveri in quanto maggiormente elaborati e più costosi. Si tratta di un fenomeno che si può sovrapporre anche a casi come quello di specie: una parte della sinistra ritiene di essere immune dall’inganno mediatico, rispetto ad una certa destra, perché più attrezzata sul piano culturale. A ben vedere, tuttavia, anche loro rimangono intrappolati nella rete delle persuasione, incamerando, ad esempio, qualsiasi “emergenza” costruita ad hoc dal mondo dell’informazione (il cosiddetto “femminicidio”, l’aumento dei suicidi per la crisi, la cosiddetta “fuga dei cervelli”), tutti argomenti statisticamente infondati e fraudolenti quando e se presentati attraverso i contorni dell’allarme. Conosco personalmente fior fior di docenti universitari, intellettuali di vario genere e membri della classe dirigente che fanno propri in modo assolutamente acritico e senza il vaglio della verifica tutto ciò che i cronisti (categoria che ben conosco facendone parte) propinano loro, arrivando ad imbastire incontri, giornate a tema, ecc, su piattaforme in realtà evanescenti ed infondate. In questo e per questo, dimostrano di essere vulnerabili come e quanto i vituperati pensionati berlusconiani e la “Casalinga di Voghera”, categorie che, però, hanno la scusante di una preparazione culturale non completa.

Deus ex machina

Non fu un buon sovrano, Umberto I di Savoia. Almeno, non lo fu più, da un certo momento in poi. Lo comprese (o forse no?) quando un giovane anarchico lucano, Giovanni Passannante, vibrò contro di lui una coltellata, il 17 novembre 1878. Qualcosa era cambiato. “Si è rotto l’incantesimo di Casa Savoia!” ebbe infatti ad esclamare la sua consorte, la Regina Margherita. Di educazione strettamente militare, conservatore e filo-prussiano, lo si poteva identificare come una scheggia residuale di quel Congresso di Vienna tentativo posticcio e traballante di arrestare il percorso della Storia. Sordo ai malesseri di un popolo che reclamava più diritti, più rispetto e più attenzione ( e più pane) cercò, anch’egli, di opporsi alla traiettoria inevitabile del tempo, mettendo davanti al progresso civile e sociale ostacoli reazionari come Antonio di Rudinì e Luigi Pelloux. Oppure la palla del cannone. Se fosse vissuto ancora, molto verosimilmente l’Italia sarebbe rimasta ossificata al XIX secolo, non avrebbe ultimato il suo processo unitario con la Grande Guerra (Umberto era un sostenitore della Triplice Alleanza) e, forse, a Giolitti non sarebbe stata data l’opportunità di varare le straordinarie riforme sociali che gettarono la base di quel progredito impianto welfare che tanto fa onore al nostro Paese. Ci pensò il destino a “facilitare” il futuro al popolo italiano, per mezzo di Gaetano Bresci, un tessitore pratese emigrato a Paterson, negli Usa.

Deus ex machina

Silvio Berlusconi: il migliore di tutti noi.

Prerogativa dell’intelletto geniale è (anche) il saper comprendere prima degli altri l’andamento, la funzione e lo sviluppo delle dinamiche contingenti e circostanti. Essere in grado, insomma, di vedere oltre, di vedere più in là. Chi giudica un azzardo lo “strappo” dell’arcoriano (a parere di chi scrive si tratta, almeno per adesso, di un ricatto), commette lo stesso tragicomico errore di coloro i quali vaticinano periodicamente la sua fine politica dal 1993 per poi vedersi smentiti con regolare puntualità, trovando il rivale più solido, più forte e più popolare di prima. Berlusconi ha saputo, da straordinario interprete e conoscitore dell’istologia culturale, sociale ed emotiva dei suoi connazionali, fare dell’aumento Iva il punto d’entrata verso il segmento più ventrale dell’elettorato (ovvero la sua porzione maggioritaria), destinato a farsi voragine di sfondamento mediante una campagna elettorale (qualora Napolitano optasse per lo scioglimento delle Camere) che si consegnerà alla storia ed alla saggistica accademica sociologica per l’inusitato tasso di populismo e demagogia. Il capo del PdL è, inoltre, perfettamente consapevole della debolezza del centro-sinistra, si gravido di validi elementi ma non abbastanza forti, sul piano mediatico e comunicativo, da competere con lui, come sa di potere contare sull’appoggio, de facto, del M5S, inchiodato all’immobilismo parlamentarista ma schierato, politicamente e propagandisticamente, contro il partito democratico. Di nessuna consistenza, ancora, le “spaccature” in seno al PdL; chi dissente è destinato a venire travolto dalle potenti batteria mediatiche dell’ex capo-padrone, secondo il metodo che ha condotto all’estinzione politica e pubblica di Fini, Marcegaglia, Boffo, Giannino, ecc.

Ma vi è un’altra componente, che in troppi tendono, da ormai due decadi, a sottovalutare: Berlusconi è specchio, emanazione ed esemplificazione dei tratti più peculiari dell’italianità, caratteristica che lo porta ad essere percepito dal cittadino medio come a sé affine e contiguo. E’, questo, un elemento che l’ex Presidente del Consiglio riesce a sfruttare alla perfezione. Un esempio: le gaffes. Si tratta di una strategia comunicativa tesa non soltanto alla diversione ed all’esigenza di spostare ed orientare lo sguardo collettivo e mediatico (la loro scansione temporale non è mai omogenea), ma anche ad “umanizzare” Berlusconi, a renderlo vicino alla gente, esattamente come il torso nudo fu per Mussolini, la canottiera per Bossi oppure il “vaffanculo” per Grillo e Giannini. All’indagine più attenta non potrà sfuggire infatti come non si tratti mai di scivoloni ingolfati dall’elitarismo di un Monti o dalla sconclusionatezza suicida di una Fornero, ma di siparietti tipicamente popolari e consueti, che da un lato hanno lo scopo, di consegnarlo all’immaginario come un “everyman” e dall’altro di gettare in pasto al biasimo chi, invece, lo riprende, confezionando cosi’ la respingente l’immagine di un elitario e di un radical chic. L’ex Cavaliere è un’anomalia cui soltanto la natura, oppure una sterzata violenta del destino, riuscirà a porre rimedio; l’italiano non potrà superare Berlusconi perché questo equivarrebbe a superare se stesso.

Berlusconismi gigliati. La comunicazione politica da Arcore a Firenze

A Milano per la presentazione della biografia dello stilista Roberto Cavalli, il borgomastro fiorentino si è difeso dalle accuse (francamente un po’ traballanti) di “frivolezza” istituzionale con un “tackle” sui politici definiti “snob”. Nella sua marcia di avvicinamento a piccoli passi sequenziali verso l’elettorato conservatore e verso il segmento berlusconiano (iniziata con le apparizioni televisive dalla zarina De Filippi), il nostro sta facendo propri anche gli stratagemmi dialettici tipici dell’ ars comunicativa di destra; in questo caso, cerca di disinnescare la polemica con una battuta (nello stile dell’ex Cavaliere) associando i più critici ad epiteti impopolari, come, per l’appunto, l’etichetta di “snob”. Si tratta, insieme a formule come “radical chic”, di un “evergreen”, che la destra nazionale (ma non solo, si veda il M5S con la Boldrini) utilizza per mostrare la (supposta) distanza della sinistra dalle masse, contrapposta, invece, al (supposto) carattere più “popolare” e modesto del comparto conservatore. Ma Renzi rilancia: “Lo stile non è tanto come ci vestiamo o come ci comportiamo nei talk show, ma il rispettare le promesse della campagna elettorale. Troppo spesso la politica discute e non realizza. L’incapacità di realizzare le cose di cui si parla è lo stile della classe politica italiana, che è letale. Il cittadino si aspetta di veder corrispondere i fatti all’impegno preso”. Anche in questo caso, il “must” è quello, smaccatamente populistico e demagogico ma di facile presa, del politico “della gente”, quello che non si preoccupa di andare nei programmi che piacciono al popolo, e del politico “del fare” e non delle “chiacchiere”, delle chiacchiere da salotto, del salotto che fa, giustappunto, “snob”. Se provenisse dal mondo dell’imprenditoria, avrebbe costruito intorno a sé un edificio propagandistico praticamente inattaccabile.