L’eterna (rin)corsa della “valanga nera”. Perché lo “sfondamento” di Marine Le Pen non deve preoccupare .

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-2 giugno 1946, elezioni per l’Assemblea Costituente : il Fronte dell’ Uomo Qualunque gianniniano ottiene alle il 5,3% delle preferenze diventando il quarto partito su scala nazionale. Alle amministrative del 9 novembre dello stesso anno, il partito del torchietto replica il successo, conquistando città come Bari, Palermo, Lecce, Catania, Messina, Foggia. A Roma prenderà 108.000 voti, superando la DC.

-L’ Unione e Fraternità Francese di Pierre Poujade (considerato oltralpe il “padre” politico di Led Pen) porta a casa l’11,6% dei voti alle lezioni per l’Assemblea Nazionale del 1956 , corrispondente a 52 deputati.

-Elezioni politiche del 1972: il MSI raccoglie l’8,7% dei voti alla Camera ed il 9,2% al Senato. Sarà del più grande risultato della fiammella prima dell’arrivo dell’era berlusconiana

-1974: il Il British National Front arriva al 44% dei voti a Deptford, Londra

-Elezioni legislative austriache del 1999: il Partito Popolare Austriaco di Jörg Haider diventa la seconda forza del Paese con il 26,9% dei consensi

-2001: L’ One Nation australiano di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-Elezioni presidenziali francesi del 2002: il candidato del Front National, Jean Marie Le Pen, approda al ballottaggio con il 17,79 % delle preferenze.

-2002:Il British National Party ottiene tre consiglieri a Burnley, nel nord dell’Inghilterra

-2002: il Lijst Pim Fortuyn incassa il 36% dei seggi a Rotterdam. Alle successive politiche, il partito di Fortuyn, forse anche a causa dell’emozione suscitata dal barbaro assassinio del suo leader, diventa il secondo nel Paese.

-2001: L’ One Nation di Pauline Hanson arriva al 9% nel voto amministrativo del Queensland

-2007: il Vlaams Belang ottiene 21% delle preferenze nelle Fiandre

Da quando, con la fine della II Guerra Mondiale e la conseguente necessità di creare un argine di contenimento al Socialismo, la destra radicale e populistica (concetti parzialmente difformi ma contingenti) ha trovato riorganizzazione e “sdoganamento” , numerosi sono stati i momenti nei quali, ad ogni latitudine dell’universo democratico, i suoi rappresentati si sono manifestati con effetti di rilevante consistenza (la carrellata proposta contiene solo una piccola parte delle tappe di questo fenomeno). Si tratta, ad ogni modo, di exploit episodici, limitati quasi esclusivamente alle consultazioni di carattere locale (dove il voto si fa più emotivo) ed incapsulati nelle fasi di maggior contrazione e sofferenza del sistema politico ed economico, quando, cioè, diventa più facile per le compagini a carattere demagogico confinate all’opposizione intercettare il voto “di protesta” , mostrandosi come alternativa verginale, altra ed antitetica rispetto ai partiti dell’ establishment. Mai, tuttavia, questi soggetti hanno espresso un capo di stato o di governo (con la sola e parziale eccezione di Enoch Powell) ed anche quando sono riusciti a posizionarsi all’interno di un esecutivo nazionale (l’ FPÖ austriaco nel 2000) , questo è stato possibile solo in ragione del traino di elementi moderati di maggior peso. Inoltre, ai grandi acuti di questa o di quella formazione, sono sempre seguiti rovesci che, non di rado, ne hanno irrimediabilmente compromesso o menomato l’esistenza . Nonostante questo evidente ed innegabile segnale della storiografia documentale, ogni prestazione di rilievo di un raggruppamento populistico è, puntualmente e cocciutamente, letto e percepito (a sinistra) come una crisi irreversibile della democrazia e, a destra, come l’archè della conquista e della rivoluzione del sistema. L’Europa (e la rimanente porzione del mondo occidentale) ha dimostrato di essere in possesso di anticorpi democratici sufficientemente validi per arginare qualsiasi pulsione liberticida, e nessun pericolo può e potrà eroderne l’anima civile e sussidiarista più profonda; in ogni caso, una ripensamento delle e sulle miopi strategie di rigore in atto si pone quale esigenza imprescindibile non soltanto per togliere benzina agli araldi dell’euroscetticismo ma, anche ed in special modo, per giungere alla definzione di un’ Europa che sia unione di uomini e culture prima che di valute e macrointeressi.

Mentana: Epic fail!

Contrattando e discutendo i tempi e, soprattutto, i modi dell’intervista al leader del Movimento Cinque Stelle, Enrico Mentana è venuto meno, ancora una volta, a due dei principi guida del giornalismo e della sua deontologia: la ricerca della “verità” e dell’ “essenzialità” (Carta dei Doveri del 1963). Il cronista assolve ad un compito di vitale importanza, che è quello di informare il cittadino su ciò che lo riguarda e ne regola l’esistenza; apparirà pertanto inaccettabile ed inconciliabile con il ruolo della stampa un atteggiamento di accondiscendenza verso un personaggio pubblico, in special modo se alla base di questa scelta vi sarà la ricerca del profitto e della visibilità.

Dalle “Regole per l’intervista” della BBC: “Non è corretto informare l’intervistato sulle domande che saranno formulate. Nel caso in cui l’intervistato rifiuti di rispondere, l’autore deve considerare l’ipotesi di continuare o interrompere. La reticenza dovrebbe essere indicata al pubblico”. E’, del resto, lo stesso che insieme ad altri due giornalisti (Emilio Fede e Giuliano Ferrara) partecipava ai briefing con il suo editore (Silvio Berlusconi) per pianificarne la “discesa in campo” nei primi anni ’90. Un Judith Miller in versione maschile

Eutanasia.Il Ministro Roccella e la mannaia torquemadista sul libero arbitrio

Eugenia Roccella: “Sul tema dell’eutanasia ascoltare tutte le parti in gioco, non solo chi è a favore. La visione del Presidente Napolitano sulle problematiche del fine vita rischia di essere parziale e unilaterale se il confronto avviene solamente con le associazioni favorevoli all’eutanasia”.

Non esistono né potrebbero esistere, in tema di eutanasia, “parti in gioco” all’infuori del paziente e del personale medico-sanitario chiamato ad eseguirne le disposizioni. Conscia dell’inesportabilità di un orientamento intrinsecamente autoritario perché in antitesi con il principio del libero arbitrio, Roccella gioca quindi d’astuzia, gettando sul tavolo la carta dell’ecumenismo democratico, invocando la partecipazione di figure che, tuttavia e come premesso, nulla hanno a che vedere con il caso in oggetto. Scelte quali eutanasia ed aborto attengono invero alla sfera più categoricamente intima e personale del singolo, ed è al singolo che spetta la sola ed unica decisione a riguardo; qulsiasi tentativo di intrusione o forzatura dovrà quindi essere letto come una prevaricazione ed un’incursione liberticida e respinto con tutta l’energia di cui si è capaci.

¡No pasarán!

Chi di volgarità ferisce..

Alessandra Mussolini ha contribuito, in modo attivo e consapevole, all’affermazione ed all’ossidazione di quella cultura e di quel clima di sciatteria comportamentale dei quali adesso sta pagando le conseguenze. Volgarità verbale e concettuale, disprezzo per l’avversario finanche nel suo intimo più recondito (“meglio fascista che frocio”), il tutto nella più rutilante e fragorosa cocciutaggine, senza mai un’esitazione, senza mai un ripensamento od un passo indietro.

Ridicolo ed improbabile chiedere che, adesso, si applichi nei suoi confronti un trattamento differente e le regole del buongusto (che, pure, non dovrebbero mai venire disattese). Ridicolo ed improbabile chiedere per lei la protezione dell’ombrello del “politcally correct”, soltanto in ragione della sua collocazione biologica, del suo genere di appartenenza. Chi tutelò, da lei e dagli altri megafoni del giustizialismo spicciolo e villano, la famiglia Marrazzo?

“Affaire” Crimea.Le ragioni di Vladimir Putin

Abitata fin dal I millennio A.C dai Cimmeri e successivamente contesa, occupata e dominata da Greci, Romani, Tauri, Bizantini, Genovesi, Ottomani e Tatari, la Crimea passò nel XVII secolo in via definitiva sotto la sfera d’influenza russa, quando fu conquistata da Pietro il Grande che vi pose come suo luogotenente il principe Potëmkin , il quale dette vita ad una massiccia campagna di russificazione della penisola.

Proclamata repubblica autonoma all’interno dell’URSS, la Crimea fu donata nel 1954 da Nikita Sergeevič Chruščëv , ucraino, all’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, dando vita a quell’interminabile contesa tra russi ed ucraini tornata ad acuirsi in questi ultimi giorni. Etnicamente, culturalmente e storicamente appartenente a Mosca, i Russi maltollerarono vieppiù il “regalo” di Chruščëv a Kiev perché letto ed interpretato (a ragion veduta) come una violazione di quel principio di equidistanza ed imparzialità che il potere centrale avrebbe dovuto applicare, in nome del dettato leninano, nei confronti di tutti i segmenti etnici e statali dell’ Unione.

E’ opportuno e necessario che il disappunto verso il Presidente della Federazione Russa per la sua rigidità nei confronti della comunità LGBT o, ancora, verso il dissenso interno, non faccia prevalere la componente più emotiva e manichea nell’analisi della complessa situazione che caratterizza l’ “affaire” crimeo e, più in generale, i rapporti tra Mosca e Kiev. Se qualsiasi  tentativo militare diretto teso a riportare la Crimea entro i confini russi parrebbe senza tema di smentita censurabile ed inaccettabile, non vanno tuttavia derubricate le esigenze e le aspirazioni di un popolo che, a maggioranza, vuole tornare sotto la bandiera che riconosce come propria e che ne rappresenta la storia, la cultura e l’essenza

Sul “colpo di stato” italiano del 2011

Memorandum per chi, tra i supporters del Cavaliere, continua a bollare come “colpo di Stato” l’insediamento del Prof. Mario Monti a Palazzo Chigi, nel novembre 2011.

1: In Italia (come nella quasi totalità dei Paesi occidentali) il premier non viene eletto e confermato dal popolo bensì dal Parlamento, a maggioranza.

2: L’esecutivo guidato da Mario Monti ebbe, durante tutto il tempo della sua esperienza storica, la fiducia ed il sostegno del centro-destra, all’epoca maggioranza in entrambe le Camere.

Un piccolo “cadeau ” alla provocazione: o non c’è stato nessun golpe oppure, in caso contrario, Berlusconi ne è l’autore ed il protagonista. Delle due, l’una.

P.s: la nomina di Mario Monti fu caldeggiata anche dal leader del M5S, Giuseppe Piero Grillo.

Ecco perché Paola Taverna e il M5S vorrebbero mandare Matteo Renzi “a lavurar”

Scrive la senatrice pentastellata Paola Taverna sul suo spazio FB:

“Ma vergognati, non hai mai fatto un c…o nella vita e vieni qui a parlarci di scuola pubblica, di cittadini, di attrarre investimenti e che il paese è al tracollo. Ma te che c…o hai fatto fino ad oggi ed ancora non hai detto che farai. Renzi #mavafffffffffff

Il post, apparentemente uno sfogo “naïf” libero da qualsiasi pretesa politica, è in realtà un piccolo saggio di comunicazione populista e, di conseguenza, uno strumento per la lettura dei codici e dei ritualismi propagandistici di forze quali il M5S.

Taverna pone l’accento sul fatto che Renzi (come del resto Grillo) non provenga dal mondo del lavoro, e lo fa in modo forte, diretto, usando il linguaggio dell’ “everyman” (uomo della strada) mediante il ricorso alla parolaccia e ad uno stile informale e scomposto. Popolare, per l’appunto. Il risultato cui mira (consapevolmente) Taverna è e sarà pertanto duplice: da un lato, confezionare un’immagine respingente del nuovo Premier, cercando di farlo apparire come un parassita della politica, un privilegiato che impone ad altri scelte e sacrifici che lui non ha mai dovuto subire, dall’altro, la senatrice a cinque stelle cerca la connessione e l’aggancio con il ventre dell’elettorato, seguendo le stesse liturgie comportamentali dell’uomo qualunque.

Strategia utilizzata nella storia più recente da Berlusconi e dalla Lega Nord e, prima ancora, da qualsiasi forza a carattere populistico-demagogico (PNF, UQ, Partito dei Contadini d’Italia , IDV, ecc), si conferma come un “evergreen” dell’ autopromozione.

Uso e abuso della Costituzione ai tempi di renziani e berlusconiani (e grillini).

Quando i padri costituenti (una comunità che spaziava dai marxisti ai monarchici con una netta prevalenza dei centristi moderati) decisero di dotare il nostro Paese di un sistema di tipo inossidabilmente parlamentare, il loro intento era quello di blindare la democrazia con una serie di dispositivi che bilanciassero gli equilibri tra i vari poter dello Stato e della politica. Ancora traumatizzata dall’ esperienza fascista e dal suo strascico bellico, l’Italia voleva intatti scongiurare il pericolo di rimanere imprigionata in un “cul de sac” come quello che aveva prodotto la dittatura tra il 1919 e il 1922.

Chi riferisce di supposte violazioni della democrazia, della libertà e della dignità dei cittadini a proposito della nomina del futuro premier senza il passaggio elettorale, dimostrerà pertanto una scarsa conoscenza della Costituzione “formale” e della storia del nostro percorso repubblicano; in Italia (come nella quasi totalità delle democrazie occidentali) il capo del governo è nominato infatti dal Presidente della Repubblica e il suo esecutivo sottoposto al voto delle Camere. Non esiste elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri o della massima carica da parte del popolo. Non esiste presidenzialismo come non esiste “premierato forte”, in nessuna delle loro declinazioni, variabili ed opzioni. (Giovanni Spadolini giunse nel 1981 a Palazzo Chigi sulla scia dell’improbabile 3% raccolto dal suo partito, il PRI, alle consultazioni del 1979, mentre il grande trionfatore dei referendum del 1993, Mario Segni, si vide poi scalzato da Carlo Azeglio Ciampi ). Improprio anche il riferimento all’attuale legge elettorale come ariete per scardinare la legittimità della nomina di Monti, Letta e Renzi, giacché il “Porcellum” “prevede l’obbligo per ciascuna forza politica di indicare il proprio capo. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell’incarico.”

Detto questo, non si potrà che evidenziare la capziosa contraddizione di un segmento della sinistra (in questo caso il comparto renziano) tradizionalmente accanita sostenitrice della centralità del cittadino-elettore e del “liquidismo” democratico e impegnata adesso in un duello con la logica e con il portato storico recente , dimenticando e volendo dimenticare come dal 1994 il premier abbia comunque goduto di un’investitura popolare “de facto” e con il placet di tutti, in qualità di leader della colazione uscita vincitrice dalle urne.

Per molto meno, altri sono stati messi all’indice ed alla pubblica ordalia come tiranni e sabotatori della libertà e delle garanzie costituzionali.

La severità coerente della storiografia scientifica e la schizofrenia etica degli ideologismi

Ridimensionando, relativizzando o, addirittura, negando la tragedia italiana in Istria, Dalmazia e nella Venezia Giulia (le Foibe e l’esodo forzato dei nostri connazionali) in nome del fideismo ideologico radicale, il mistificatore (nel caso di specie quasi sempre collocato e collocabile nella sinistra massimalista) non soltanto pone in essere una falsificazione del contributo documentale ma cade, inconsapevolmente, nell’incongruenza dottrinale più evidente. Questo perché il comunismo nazionalista, identitario e imperialista promosso da leader quali Tito, Ceaușescu, Hoxha, Castro, Tôn Đức Thắng, ecc, si pone come formula altra ed antitetica rispetto ai principi dell’internazionalismo, dell’antistato e dell’inclusione sviluppati da Marx e da Lenin, rimodellando l’idea di comunità in senso più reazionario ed esclusivistico.

Proprio per aggirare questa inconciliabilità di fondo, l’ultrasciovinista Corea del Nord della dinastia dei Kim ha dato vita a partire dal 1955 allo Juche, una forma di comunismo “autarchico” e depurato dall’elemento internazionale ed ecumenico classico.

Ernesto Guevara de la Serna fu un autentico socialista (ed internazionalista), infatti Cuba e l’URSS decisero di sbarazzarsene, abbandonandolo al suo destino in terra boliviana.

Le Foibe, l’ Olocausto e il relativismo della memoria.

La schizofrenia etica come baricentro dell’analisi politica e storica.

Anni fa ebbi modo di confrontarmi con un profugo istriano (era originario di Capodistria), il quale, a proposito della tragedia delle Foibe e del conseguente esodo dei nostri connazionali, raccontava come il suo disappunto fosse indirizzato non già a quella porzione della sinistra negazionista che non ricordava e non voleva ricordare, quanto a quella destra che ricordava e voleva ricordare. Secondo l’uomo (un centrista conservatore), la destra offendeva il ricordo degli infoibati e dei profughi istriani, dalmati e giuliani, più di quanto non facessero i neotitini, facendo un uso del tutto strumentale dell’eccidio, adoperato come contrappeso morale alla barbarie nazifascista e brandito come vessillo politico e ideologico. La memoria, secondo l’anziano, veniva quindi svuotata di qualsiasi elemento morale , per diventare il punto d’entrata di un’iniziativa di tipo squisitamente tattico e strategico. Il portato fattuale e documentale avvalora, a parere di chi scrive, la tesi in questione, perché se da un lato le destre ricordano l’agonia degli italiani in quelle terre del nostro Est (già severamente provate dall’occupazione austriaca) scagliandosi contro i contenuti del negazionismo più improbabile perché più ideologico , dall’altro vi è la tendenza a minimizzare, se non proprio a giustificare, i molti orrori commessi in Italia da chi invece combatteva sotto le insegne del Nazismo e del Fascismo. Ecco che la rimozione, il “benaltrismo” ed il revisionismo, anche in questo caso astorico, occupano la scena , spazzando via quelle coordinate etiche apparentemente tanto salde nell’analisi e nella narrazione della tragedia istriana (la recente indignazione per il trattamento riservato alla salma di Erich Priebke , uccisore di centinaia di civili italiani inermi, si staglia quale esempio paradigmatico di questa schizofrenia critica). Già terreno di scontro diplomatico e politico (gli Usa imposero all’Italia democristiana il silenzio sulle Foibe per non urtare i rapporti con il “dissidente” Tito, all’epoca visto come un possibile grimaldello per scardinare il blocco socialista), il dramma dei nostri connazionali uccisi al confine jugoslavo si è trasformato anche in un terreno di confronto e di scontro ideologico, nel quale la doppia morale si posiziona, ancora una volta, come l’atomo primo della speculazione teorica e come chiave di lettura delle incongruenze dello storicismo partigiano. Di nuovo, in poli più antitetici dell’universo politico si dimostrano accomunati dalla propensione al fideismo ideologico irrazionale, sovrapposti e sovrapponibili nella loro insatbilità etica e critica come teroizzato dal sociologo e politologo Moisey Ostrogorsky.

“Io non scordo”. Dipende