La moda del momento.

In questi giorni, l’italiano medio esterofilo gongola esaltanto la semplicità della scheda referendaria scozzese, rispetto alle schede elettorali e referendarie italiane (saltando dunque a piè pari, come sua abitudine, secoli di storia, diritto, ecc).

Ancora una volta, costoro si dimostrano provinciali, nel tentativo, affannoso ed affannato, di sembrare il contrario

La forza del Paese “reale” nel referendum scozzese.Silent majority e Vocal minority.

La netta affermazione del NO nel quesito referendario scozzese (55% contro 45% con un 84% di affluenza) ha dimostrato, ancora una volta, la differenza netta, sostanziale e decisiva, tra il Paese “reale” ed il Paese “politico”.

Il primo è identificabile nella “silent majority” (“maggioranza silenziosa “) di memoria nixoniana, ovvero il segmento più consistente della popolazione, che fa politica attiva soltanto nell’urna. Generalmente tradizionalisti e conservatori (anche se non necessariamente moderati) gli appartenenti alla “silent majority” manifestano uno scetticismo abituale verso le novità e gli estremismi, indipendentemente dalla loro collocazione “cromatica”.

Il secondo è identificabile nella “vocal minoity” (“minoranza rumorosa”), attiva e partecipe anche al di fuori degli appuntamenti elettorali e per questo più visibile e qundi, soltanto in apparenza, più forte.

In Italia, abbiamo avuto la dimostrazione di questa differenza, del suo peso e del suo ruolo, in occasione delle recenti consultazioni per il parlamento europeo, con un M5S, mattatore nelle piazze ed in rete (e per questo dato da molti observers come favorito), che ha perduto 3 milioni di voti, ed un PD, dato intorno al 25%, che ha addirittura sfondato la soglia del 40%, avvicinandosi al record che fu della DC a guida Fanfani, nel 1958.

Sul fronte indipendentista, i vari candidati appartenenti a formazioni che propugnano il ritorno delle Delle Due Sicilie non raccolgono che percentuali infinitesimali, nelle poche occasioni nelle quali riescono a presentare le loro liste (Michele Ladisa del Movimento DuoSiciliano si è fermato 0,20%). Anche in questo caso, potremo osservare una profonda differenza tra la forza “reale” e quella “sostanziale” di questi movimenti, attivissimi in rete (dove confezionano rielaborazioni stroiche al limite del grottesco) ma de facto inesistenti nelle urne.

In Veneto, regione considerata roccaforte leghista e laboratorio degli esperimenti separatisti del Carroccio, il partito di Salvini può invece contare su un 15,87% (politiche 2013), cifra assolutamente insufficiente per dare corpo e forma qualsiasi velleità rivoluzionaria.

A penalizzare l’indipendentismo, in Italia come altrove, anche una strategia comunicativa spesso aggressiva e un modus operandi borderline che spoglia le varie fazioni secessioniste di credibilità agli occhi dell’elettore moderato.

“For almost 200 years, the policy of this Nation has been made under our Constitution by those leaders in the Congress and the White House elected by all of the people. If a vocal minority, however fervent its cause, prevails over reason and the will of the majority, this Nation has no future as a free society”. Nixon’s ‘Silent Majority’ speech. 1969

Perché la destra che ieri odiava Gheddafi oggi ama Gheddafi, perché la destra che ieri odiava la Russia oggi ama la Russia. Tra culto del capo e schizofrenia ideologica.

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Se la destra italiana, atlantista come radicale, avesse creato una sua “kill list”, (la lista degli obiettivi da colpire ideata dalle autorità israeliane e poi adottata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001), il colonnello Mu’ammar Gheddafi sarebbe stato senza dubbio il primo degli elementi di cui sbarazzarsi.

Nell’immaginario del nostro conservatorismo, infatti, Gheddafi era il simbolo delle persecuzioni ai danni degli ex coloni italiani dopo il colpo di stato del 1969, e, in seconda battuta, una delle icone di quel revanscismo terzomondista che tanto preoccupava l’Occidente ed i suoi analisti (eccitando, invece, le sinistre socialiste) negli anni della “decolonizzazione”. Il feeling tra Silvio Berlusconi e il leader libico, tuttavia, è stato sufficiente a rimuovere dalle menti di ex missini e non solo, quasi mezzo secolo di ostilità, ideologica, politica ed etnica, rimpiazzandola con uno moto simpatetico inimmaginabile soltanto qualche anno prima (il bombardamento reaganiano di Tripoli e Bengasi del 1986 trovò il loro appoggio, pieno e totale).

Allo stesso modo, la Russia ed il suo presidente, prima e per anni percepiti come ostili e nemici, diventano oggi oggetto di rivalutazione e simpatia, al punto che, nell’analisi del nodo ucraino, Mosca viene preferita a Washington (!). In questo caso, alla motivazione racchiusa nell’amicizia tra Berlusconi e Putin si aggiunge la presenza, alla Casa Bianca, di un “democrat” (oltretutto afroamericano), il che spoglia i nostri conservatori di uno dei loro punti di riferimento storici, inducendoli ad orientarsi verso l’assordante tradizionalismo del capo del Cremlino. Ecco che, anche questa volta, 70 anni di vocazione atlantista “senza se e senza ma” vengono rimossi, ed alla tanto celebrata libertà “stars&stripes” viene anteposto l’oscurantismo di un ex ufficiale del KGB e quadro del PCUS.

Questa schizofrenia strategico-ideologica è senza dubbio la dimostrazione della fragilità del patrimonio valoriale della nostra destra, da un lato, e della sua atavica attrazione-subordinazione al singolo (nell’attuale fase storica, Berlusconi) ed al suo fascino evocativo, in nome del quale ogni coerenza d’intenti viene eliminata, eccedendo le categorie della logica.

Immaginiamo la reazione del vecchio MSI se a baciare la mano a Gheddafi fosse stato Sandro Pertini..

Politici e costi della politica.Andando controcorrente

Un considerazione forse impopolare, quasi certamente sgradita, ad ogni modo sincera e consapevole; entrando a contatto, per motivi professionali e personali, con chi fa politica, ho avuto modo di rivedere alcuni dei pregiudizi che avevo coltivato, al pari di molti, sulla categoria.

Se svolto con senso del dovere, e soprattutto a certi livelli, si tratta infatti di un esercizio difficile e, si, anche usurante, sul piano intellettivo, psicologico e fisico (considerata anche la mole di responsabilità che un ruolo pubblico comporta).

Da ridimensionare , senza dubbio, il sistema di finanziamenti che nutre gli apparati della gestione collettiva, ma senza offrire punti di entrata al demagogismo ventrale, ottuso ed ottundente. Sarà dunque opportuna una retribuzione adeguata al compito ed alla funzione.

Morte al Vaticano ma viva gli Imām

Perché la sinistra femminista, laica ed inclusiva giustifica l’oppressione del radicalismo islamico ai danni di omosessuali, donne, minoranze.

Le ragioni di un abbaglio.

E’ spesso motivo di incredulità e stupore una certa schizofrenia manifestata dai settori più radicali della sinistra italiana (ma anche straniera) tradizionalmente attenta e sensibile alle politiche di genere ed alla cultura dell’inclusione, e poi pronta a legittimare (anche con il silenzio) le declinazioni più aberranti dell’islamismo più fanatico ai danni delle donne, delle minoranze religiose e degli omosessuali.

Le motivazioni alla base di questa incoerenza di primo acchito assurda e indecifrabile, sono tuttavia facilmente rintracciabili e spiegabili analizzando le strategie e il “background” culturale delle piattaforme socialiste, nazionali come internazionali.

Più nel dettaglio, sono due le scelte alla base del loro “appeasement” verso il segmento più oltranzista della comunità arabo-musulmana, una di tipo tattico ed una di tipo storico e culturale.

La prima: l’attuale fase storica sta proponendo il ritorno di un confronto tra una parte del mondo arabo-musulmano e l’Occidente; di conseguenza, la sinistra marxista e antioccidentale (perché anticapitalista) sarà indotta a vedere nell’Islam radicale e nei suoi terreni di coltura l’ alleato in una battaglia comune.

La seconda: molti dei paesi afro-arabo-asiatico-musulmani sono stati e sono vittime della colonizzazione e della neocolonizzazione occidentale; la sinistra marxista, formalmente solidarista, ed antimperialsta, sarà quindi indotta ad interpretare la violenza sviluppata da e in quelle realtà come il prodotto dello sfruttamento e delle politiche aggressive dei paesi più avanzati (in quest’ottica culturale terzomondista andranno inquadrate anche le dichiarazioni di Alessando Di Battista sull’ ISIS-ISIL).

Ecco, dunque, perché individui pronti a battersi per le “quote rosa” e ad accusare la società italiana di maschilismo per la mancanza di sale-poppata per le deputate a Montecitorio, sono poi pronti a giustificare pratiche ripugnanti quali l’infibulazione o l’imposizione del burqa o, ancora, il matrimonio per le giovanissime.

Ecco, dunque, perché individui pronti a raccogliere firme per l’abolizione dell’ergastolo o ad indignarsi per una manganellata di troppo di un poliziotto, sono poi pronti a giustificare il taglio della mano ai ladri o l’impiccagione in Iran.

Ecco, dunque, perché individui pronti a scagliarsi contro l’omofobia sono i primi a giustificare le persecuzioni ai danni degli omosessuali nei paesi dell’Islam radicale.

Ecco, dunque, perché individui pronti ad inveire contro l’esposizione di un crocifisso nel gabbiotto della portineria di un ufficio pubblico, sono poi pronti a giustificare l’islamizzazione di società laiche (casi iraniano ed afghano).

Al di là di ogni scontata censura e condanna dell’oppressione clericale e reazionaria in nome della fede, gioverà ricordare come le teocrazie e le ierocrazie islamiche non abbiano comunque mai espulso il capitalismo dal loro sistema economico e gestionale (mantenendo anzi, in alcuni casi, un sistema fortemente liberista) o le logiche di tipo imperialistico e militarista dalle loro scelte in politica estera (si vedano le guerre di aggressione decise in più di un’occasione dalle loro leadership).

La sinistra più ortodossa muove e muoverà quindi le proprie scelte da una percezione distorta e pregiudiziale della geopolitca, dell’Europa, degli USA e degli stessi paesi della Mezzaluna

Appunti di storia:Quando Ronald Reagan giocò a Guerre Stellari.

Il sistema antimissile “Strategic Defense Initiative” (SDI), ribattezzato “Guerre Stellari”, fu concepito da Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.

Finalità del progetto, quella di rendere inoffensivo e superato l’arsenale nucleare e termonucleare sovietico, intercettando gli ICBM di Mosca e mettendo così al riparo gli USA e l’intero Occidente dal rischio di “mutua distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction-MAD).

Sebbene lo SDI non sia mai diventato realtà, è opinione di non pochi osservatori che esso sia stata una delle cause del crollo sovietico; secondo la tesi, nel tentativo di tenere il passo di Washington, Mosca avrebbe dato il via alla dispendiosa rincorsa agli armamenti che vibrò l’ultimo colpo alla sua già fragile economia.

Lo SDI avrebbe infatti spostato in modo decisivo ed irreversibile gli equilibri militari in favore del blocco occidentale.

Perché Di Battista vuole dialogare con chi mozza la testa ai bambini.Occidente e terzomondismo: cosa dice la storia.

Da molti sottovalutate o etichettate come le pittoresche bizzarrie di un giovane inesperto di geopolitica, le dichiarazioni di Alessandro Di Battista (M5S) sono, al contrario, il frutto di una cultura terzomondista e pregiudizialmente antioccidentale sedimentata e diffusa, in modo trasversale, a livello mediatico, politico e tra la gente “comune”.

Il frame: “Con i droni il terrorismo è la sola arma rimasta a chi si ribella”, rappresenta la summa e la chiave di lettura di questa distorsione cognitiva e concettuale; per l’onorevole pentastellato, infatti, l’ISIS (o ISIL) è , in buona sostanza, un gruppo resistente e partigiano che lotta in piena inferiorità numerica contro l’oppressore, occidentale e statunitense.

Al contrario, L’ISIS è una fazione radicale islamica che mira non già a liberare l’Iraq dallo straniero (Baghdad è indipendente e sovrana dal 1932) o ad affrancarsi da una maggioranza cristiana che non c’è, ma a fare del paese delle mille e una notte uno stato confessionale ( teocratico o ierocratico), come avvenuto nel segmento territoriale che è riuscito fin ora ad assoggettare.

Le persecuzioni ai danni delle minoranze cristiana ed ebrea, trovano, invece, risposta e terreno di coltura nella Jihād (“offensiva”, da non confondere con la Jihād “difensiva”) e nello stesso Corano.

In particolare:

«In verità, coloro che avranno rifiutato la fede ai nostri segni li faremo ardere in un fuoco e non appena la loro pelle sarà cotta dalla fiamma la cambieremo in altra pelle, a che meglio gustino il tormento, perché Allah è potente e saggio» (Sura 4:56).

“La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso” (Sura 5;33)

“Uccidete gli infedeli ovunque li incontriate. Questa è la ricompensa dei miscredenti.” (Sura 2:191)

“Vi e’ stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. E’ possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece e’ un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi e’ nociva. Allah sa e voi non sapete. ” (Sura 2:216).

«Instillerò il mio terrore nel cuore degli infedeli; colpiteli sul collo e recidete loro la punta delle dita… I miscredenti avranno il castigo del Fuoco! … Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi» (Sura 8:12-17).

«Profeta, incita i credenti alla lotta. Venti di voi, pazienti, ne domineranno duecento e cento di voi avranno il sopravvento su mille miscredenti» (Sura 8:65).

«Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri ucciderete gli idolatri dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, catturateli ovunque in imboscate! Se poi si convertono e compiono la Preghiera e pagano la Decima, lasciateli andare» (Sura 9:5).

«Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati. Dicono i giudei: “Esdra e’ figlio di Allah”; e i cristiani dicono: “Il Messia è figlio di Allah”. Questo e’ ciò che esce dalle loro bocche. Li annienti Allah. Quanto sono fuorviati!» (Sura 9:29-30).

«O voi che credete! Se non vi lancerete nella lotta, Allah vi castigherà con doloroso castigo e vi sostituirà con un altro popolo, mentre voi non potrete nuocergli in nessun modo» (Sura 9:39).

«[gli ipocriti e i miscredenti] Maledetti! Ovunque li si troverà saranno presi e messi a morte.» (Sura 33:61).

«Quando incontrate gli infedeli, uccideteli con grande spargimento di sangue e stringete forte le catene dei prigionieri» (Sura 47:4).

Il Califfato, dunque, è ben lontano dal romantico e suggestivo cliché assegnatogli da una certa lettura mediatica, politica e da Di Battista, il cui partito, forse, sta anche cercando di recuperare terreno presso una certa sinistra, radicale e storicamente terzomondista, persa con alcune scelte tattiche e comunicative che hanno spostato a destra il baricentro della creatura grilliano-casaleggiana

La scure dei “califfati” occidentali sul libero arbitrio.Eterologa, aborto, eutanasia, matrimonio gay? Si, grazie.

Le scelte attinenti la sfera più intima e personale dell’individuo (fisica, psicologica ed esistenziale), sono e dovranno rimanere di competenza esclusiva dell’individuo stesso, unico e solo interessato, unico e solo giudice e padrone della propria vita. Ogni ingerenza da parte di soggetti istituzionali, politici, morali o dei singoli, dovrà, quindi, essere respinta, combattuta, ostacolata e denunciata come una violenza, una prevaricazione ed un abuso.

L’atteggiamento ostruzionistico del ministro Lorenzin in materia di fecondazione eterologa non potrà dunque che collocarsi al di fuori del perimetro del rispetto civile e delle garanzie più elementari a tutela del libero arbitrio, fissandosi come un’intrusione inaccettabile per qualsiasi consorzio evoluto e liberale

Perché Obama ha paura di fare il Bush.Che cosa rischia l’Occidente

L’era Bush (2001 – 2009) ha determinato una lacerazione dell’immagine pubblica degli Stati Uniti, facendo scivolare la popolarità e il prestigio internazionali della prima potenza mondiale ai minimi storici, dal dopo Nixon ad oggi.

Questo fattore, unito all’opinione, diffusa e trasversale anche sul fronte interno, di aver sbagliato completamente la politica estera sul piano economico, strategico ed etico, sta quindi condizionando, vincolando e limitando, in modo importante e decisivo, le scelte di Washington negli scacchieri nord-africano e mediorientale.

In buona sostanza, la paura di “emulare” il suo predecessore (sul quale manca ancora un giudizio sufficientemente equilibrato) e di impantanarsi in un nuovo Vietnam, consiglia ed “impone” all’inquilino del numero 1600 di Pennsylvania Avenue una strategia poco assertiva nei confronti delle derive islamiste che si stanno affacciando nel Rimland mediorientale e nei paesi della “primavere arabe”.

Si tratta, ad ogni modo, di un errore grossolano, che rischierà di determinare conseguenze impreviste ed imprevedibili per gli USA e l’Occidente nel suo insieme, esattamente come avvenne nel 1979 con l’allora Persia lasciata scivolare da Jimmy Carter (nonostante gli avvertimenti di Zbigniew Brzezinski, suo Consigliere per la sicurezza nazionale ) nella mani degli ayatollah (l’ingegnere navale di Plains era senza tema di smentita un campione del pensiero liberale, ma poco adatto alle contingenze della “Realpolitik”).

Abbandonare quelle comunità al radicalismo islamico lasciando incompiuta la loro opera di democratizzazione, infatti, significherebbe non soltanto uno sbaglio dal punto di vista morale (consentire, ad esempio, all’ISIS di proseguire la mattanza dei cristiani), ma anche da quello strategico ed economico; i nuovi regimi potrebbero guardare a Russia, Siria, Cina ed Iran come loro partner ed interlocutori, anche per la fornitura ed il trasferimento di gas e petrolio di cui sono ricchissimi, e creare nuovamente una cintura di accerchiamento ai danni di Israele.

Tale scenario impone dunque agli USA l’abbandono della tentazione isolazionista (storicamente radicata in una fetta molto rilevante dell’opinione pubblica e politica) per riappropriarsi della “Dottrina Reagan”, oggi vitale per l’ affermazione e la tutela dei valori e degli interessi occidentali.

Tra gli argomenti maggiormente utilizzati dai teorici della scelta isolazionista, c’è la convinzione dell’impermeabilità dei paesi afro-arabo-islamici alla cultura democratica. Gioverà a questo proposito ricordare il caso del Giappone imperiale, un Paese vincolato e limitato da un sistema di tradizioni molto più antiche di quelle islamiche ed altrettanto incompatibili con la democrazia occidentale (una società fortemente gerarchizzata, la fusione tra l’elemento secolare e quello temprale, un codice etico-religioso, il Bushido, come regolatore della morale e del comportamento, organizzazione feudale, schiavismo, ecc), ma completamente asciugato dalle sue declinazioni più arcaiche e trasformato in una moderna democrazia nel volgere di pochi anni e prima di ogni ricambio generazionale. La caratteristica insulare del Giappone, la mancanza di una qualsiasi esperienza democratica nel suo passato e di ogni commistione con l’elemento occidentale, inoltre, rendevano il Sol Levante molto più isolato e resistente al modello liberale di quanto non siano alcuni paesi arabi, africani e musulmani, al contrario non digiuni di trascorsi democratici e storicamente contigui alla nostra civiltà.

I cristiani ammazzati in Iraq? Per il pacifismo vittime di serie B

Secondo l’ultimo bilancio diffuso dall’Onu, dall’inizio dell’offensiva dei combattenti sunniti, partita da Fallujah (ovest) lo scorso gennaio, in Iraq almeno 5576 civili sono stati uccisi, di cui 2400 nel solo mese di giugno, e altri 11.662 sono rimasti feriti.

Morti che non fanno rumore. Morti di seconda fascia, evidentemente, che non meritano copertine, slogan, comitati, indignazione. Come i cristiani; marchiati, crocifissi, torturati, rapinati solo per la loro fede.

Vittime, in ultima analisi, anche del silenzio assordante del pacifismo geografico e di maniera, frutto maligno del furore ideologico, del non sapere, della paura di sapere.