Le ministre di Renzi e quelle di Berlusconi: ecco perché non sono la stessa cosa

Mettendo sullo stesso piano la scelta di Renzi e quella di Berlusconi di nominare ministre dal gradevole aspetto esteriore, la propaganda ostile al nuovo governo mette in campo una strategia a tutta prima elementare ed immatura, ma proprio per questo particolarmente efficace, penetrante ed insidiosa.

Al Cavaliere non si contestava, infatti, la giovane età oppure l’avvenenza delle collaboratrici e delle candidate opzionate, bensì la loro totale mancanza di esperienza e requisiti per i delicatissimi incarichi ai quali venivano proposte ed i boccacceschi criteri di scelta alla base del loro posizionamento nelle liste elettorali od in questo o quel dicastero.

Attraverso il metodo della “semplificazione” e della “proiezione ed analogia”, gli avversari del nuovo Presidente del Consiglio cercano tuttavia di disinnescarne, da un lato, la credibilità di Matteo Renzi e del suo staff, e dall’altro di alleggerire il peso del giudizio morale sul capo del centro-destra (“lo fanno tutti”).

Feltri, Meredith e Sollecito.Quando la cronaca nera diventa un Cavallo di Troia contro la magistratura

Senza tema di smentita inaccettabili sotto il profilo morale, civile e deontologico, le dichiarazioni di Vittorio Feltri a proposito di Meredith Kercher durante la recente intervista a Raffaele Sollecito (“Ma perché avresti dovuto ammazzare Meredith? Te la volevi scopare? Non era nemmeno un granché ), sono tuttavia delle vere e proprie “password” per per la lettura e la comprensione dei meccanismi alla base del fare informazione nel nostro Paese.

Esse si muovono infatti e sostanzialmente attraverso due direttrici: una commerciale e l’altra, la più importante e preponderante, politica. Feltri è innocentista, e lo è perché un “giallo” nel quale il killer sia stato smascherato ed assicurato alla giustizia dà meno carburante all’informazione rispetto ad un caso ancora da codificare, potenzialmente gravido di piste ed ipotesi di ogni sorta, liquido amniotico e fluidificante per la speculazione giornalistica più libera (e redditizia). Ma lo è, anche e prima di tutto, perché asserire, sostenere e propugnare l’innocenza di un indagato significa sottintendere implicitamente vi sia stato un errore giudiziario. Una persecuzione, se esso si trascina nel tempo e con lunghe indagini (“Potevi restare a Santo Domingo invece che tornare in Italia che è una schifezza”. “Io non ho apprezzato il fatto che è tornato perché in Italia se vogliono fotterti, ti fottono. Nel dubbio mi tolgo dalle palle”).

L’intento sarà quindi screditare la magistratura (nonostante nei casi di “nera” le indagini vere e proprie vengano effettuate dalle forze dell’ordine e dai loro apparati), cucendole addosso l’immagine impopolare di un organismo forcaiolo, , nemico dei cittadini e maldestro, così da depotenziarne l’operato quando essa rivolge le sue attenzioni a Silvio Berlusconi. ( le testate con le quali Feltri collabora sono di proprietà dell’ex Presidente del Consiglio).

Una rapida ricognizione sui più recenti casi di cronaca (Perugia, Garlasco, Cogne, Erba, Via Poma, Unabomber, ecc), dimostrerà infatti come giornali e networks vicini al centro-destra siano, quasi puntualmente, dalla parte degli imputati. Molto più di una petizione di principio.

Sulla crisi ucraina

Ancestrale problema dei popoli dell’Est Europa (come di quelli baltici e della Finlandia), l’imperialismo russo, prima zarista, poi sovietico e adesso “putiniano”, è l’arché, lo snodo e la chiave di lettura della crisi che sta sconvolgendo l’Ucraina in questi ultimi giorni e mesi.

Terreno di caccia straniero, divisa e strattonata da e tra turchi, lituani, mongoli e polacchi fino al Trattato di Andrusovo che assegnava alla Russia zarista l’influenza sul Paese, l’Ucraina è stata da allora quasi ininterrottamente ammanettata a Mosca ed ai suoi disegni egemonici e strategici, siano essi di tipo economico come di tipo politico e militare. Insofferente al giogo russo e desideroso di spezzare le catene della sua ultramillenaria oppressione, il popolo ucraino cerca pertanto nell’ ombrello della UE e della NATO il mezzo per affrancarsi dall’invadenza del potente e scomodo confinante; benché sovente illogiche, pervasive ed invasive, le due grandi associazioni occidentali sono e rappresentano infatti l’unico sistema per consentire agli ucraini (ma non solo) di raggiungere la piena autogestione, creando tra Kiev e Mosca una barriera diplomatica e militare invalicabile per i russi e costringendoli a ripensare la loro intera politica nel versante Est del Vecchio Continente.

L’abbattimento della statua di Lenin a Fastiv non è, non deve e non dovrà essere letto quindi come un rigetto dell’ormai tramontato periodo comunista, bensì come il rifiuto di un simbolo russo (Vladimir Il’ič Ul’janov) e dell’ annessione sovietica del Paese (pace di Riga, 1921).

Perché Sanremo è Sanremo.Morettismi, controsensi e pinzillacchere

Dunque: vi si nota di più se guardate il Festival di Sanremo per criticarlo dal primo all’ultimo fotogramma o se non lo guardate per vantarvi di non averlo guardato? (stranamente, gli appartenenti a quest’ultima categoria dimostrano di conoscere a memoria ogni nota di questa o di quella canzone e sanno financo di che colore fosse lo smalto sulle dita dei piedi della starlette di turno).

Puntuali, prevedibili ma tutto sommato rassicuranti, un po’ come i Babbi Natale appiccicati ai balconi a dicembre oppure le bufale su Cécile Kyenge.

Secondo i sociologi Bathkin, Bordieu e King, era convinzione delle “élites” che che i generi culturali, di svago e di intrattenimento a loro rivolti e da loro concepiti fossero “migliori” rispetto a quelli studiati per le masse, e questo perché più elaborati e costosi. Manifestazione di massa e per la massa, il Festival di Sanremo stride quindi con la visione esclusiva, esclusivista ed autoemarginante di chi ritiene di far parte di una segmento ristretto di privilegiati sul piano intellettivo e culturale. Si tratta ad ogni modo di una visione miope e claustrofobica, perché non c’è dubbio che la kermesse ligure (unica nel suo genere) rappresenti ed abbia rappresentato un nodo ed uno snodo fondamentale nel percorso recente del costume e della cultura di questo Paese; dal palco dell’ Ariston sono passati infatti artisti che hanno segnato la storia della canzone (italiana e non italiana) ed il palco dell’ Ariston è un album fotografico che illustra e racconta l’evoluzione del vivere italiano come e meglio di molti libri di storia o di sociologia.

A differenza dell’ostracismo verso generi quali il “Cinepanettone” oppure il “Poliziottesco all’italiana”, l’egocentrico ed aprioristico snobismo antisanremese riesce a mettere d’accordo soggetti di destra e di sinistra, in un vortice di banale ottusità che li accomuna concettualmente a chi, a suo tempo, alzava le spalle davanti alla commedia oppure al romanzo.

Perché Grillo ha rovesciato il tavolo con Renzi.Forza e fragilità della politica del “niet”.

Accusare Grillo di disfattismo, protagonismo, irresponsabilità, scarso costruttivismo o, ancora, di tradimento della volontà della sua base dopo la performance con il Premier incaricato e leader democratico Matteo Renzi, significa non padroneggiare gli strumenti basilari per la comprensione e la codificazione di soggetti politici come il Movimento Cinque Stelle. Forza a trazione populistico-demagogica (nell’accezione storica e non popolare-dispregiativa dei termini), il M5S trova infatti nell’ ”alterità” (reale o presunta) e nella sua ostensione la sua punta di lancia e il catalizzatore primo del suo consenso popolare. Qualsiasi apparentamento o “appeasement” si tradurrebbe di conseguenza nella perdita di tale imprescindibile strumento di seduzione ed autopromozione (per questo l’ex comico ha voluto prendere parte al dibattito, nonostante fosse prevista soltanto la presenza dei due capigruppo pentastellati).

Si tratta tuttavia di un’arma a doppio taglio, perché se da un lato è vero che l’isolazionismo garantisce a forze di questo genere la conservazione del loro status verginale, dall’altro le confina nell’immobilismo e nell’inutilità “de facto”, condannandole sul lungo periodo all’estinzione politica. Caso unico di partito antisistema-integrato nel sistema con un’elevata longevità, la Lega Nord riuscì a rimanere agganciata al potere per quasi un 20ennio solo ed esclusivamente in virtù del traino da parte del mercato mediatico berlusconiano e di un generale gradimento da parte dell’informazione (anche di sinistra), sedotta dalla capacità di penetrazione del partito verde nelle realtà locali e dalla sua dimestichezza nel dialogo con la “società civile”.

P.S: da non dimenticare inoltre come il M5S raccolga i suoi voti quasi ugualmente da destra e da sinistra. Legarsi ad uno dei due emisferi della politica significherebbe pertanto andare incontro ad un’emorragia di voti potenzialmente distruttiva.

Uso e abuso della Costituzione ai tempi di renziani e berlusconiani (e grillini).

Quando i padri costituenti (una comunità che spaziava dai marxisti ai monarchici con una netta prevalenza dei centristi moderati) decisero di dotare il nostro Paese di un sistema di tipo inossidabilmente parlamentare, il loro intento era quello di blindare la democrazia con una serie di dispositivi che bilanciassero gli equilibri tra i vari poter dello Stato e della politica. Ancora traumatizzata dall’ esperienza fascista e dal suo strascico bellico, l’Italia voleva intatti scongiurare il pericolo di rimanere imprigionata in un “cul de sac” come quello che aveva prodotto la dittatura tra il 1919 e il 1922.

Chi riferisce di supposte violazioni della democrazia, della libertà e della dignità dei cittadini a proposito della nomina del futuro premier senza il passaggio elettorale, dimostrerà pertanto una scarsa conoscenza della Costituzione “formale” e della storia del nostro percorso repubblicano; in Italia (come nella quasi totalità delle democrazie occidentali) il capo del governo è nominato infatti dal Presidente della Repubblica e il suo esecutivo sottoposto al voto delle Camere. Non esiste elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri o della massima carica da parte del popolo. Non esiste presidenzialismo come non esiste “premierato forte”, in nessuna delle loro declinazioni, variabili ed opzioni. (Giovanni Spadolini giunse nel 1981 a Palazzo Chigi sulla scia dell’improbabile 3% raccolto dal suo partito, il PRI, alle consultazioni del 1979, mentre il grande trionfatore dei referendum del 1993, Mario Segni, si vide poi scalzato da Carlo Azeglio Ciampi ). Improprio anche il riferimento all’attuale legge elettorale come ariete per scardinare la legittimità della nomina di Monti, Letta e Renzi, giacché il “Porcellum” “prevede l’obbligo per ciascuna forza politica di indicare il proprio capo. Egli tecnicamente non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché spetta al Presidente della Repubblica la nomina a quell’incarico.”

Detto questo, non si potrà che evidenziare la capziosa contraddizione di un segmento della sinistra (in questo caso il comparto renziano) tradizionalmente accanita sostenitrice della centralità del cittadino-elettore e del “liquidismo” democratico e impegnata adesso in un duello con la logica e con il portato storico recente , dimenticando e volendo dimenticare come dal 1994 il premier abbia comunque goduto di un’investitura popolare “de facto” e con il placet di tutti, in qualità di leader della colazione uscita vincitrice dalle urne.

Per molto meno, altri sono stati messi all’indice ed alla pubblica ordalia come tiranni e sabotatori della libertà e delle garanzie costituzionali.

Appunti di storia:Quando Torquato Tasso “sconfisse” i briganti senza sparare un colpo


Torquato Tasso

Vero e proprio genio criminale, il brigante abruzzese Marco Sciarra, detto il “Re della Campagna”, seppe tenere in scacco le truppe papaline e quelle spagnole per decenni, respingendo gli attacchi dei corpi di spedizione più numerosi e ben armati, come quello guidato dal Duca di Miranda, Vicerè spagnolo. Durante uno dei tanti assalti ai danni di una carovana, i briganti di Sciarra ordinarono agli occupanti di gettarsi faccia a terra, in modo da depredarli dei loro averi. Soltanto una persona, un signore ben vestito e dall’aria distinta, rifiutò di eseguire l’ “ordine”. “Faccia a terra!”, gli fu intimato ancora una volta dai masnadieri. “Io sono Torquato Tasso”, rispose a quel punto il viaggiatore, senza scomporsi. “Il Poeta!”, fu la reazione confusa e imbarazzata di un brigante, che corse a baciare la mano al Tasso, in segno di riverenza e sottomissione (il gesto sarà successivamente abolito da Garibaldi). Messo al corrente dell’episodio, Sciarra ossequiò Tasso , restituì gli averi sottratti e lasciò ripartire la carovana. Sciarra morirà pugnalato a tradimento da un ex amico, tal Battimello, su ordine di Gianfrancesco Aldobrandini.

Appunti di storia:Tientsin, quando la Cina parlava italiano


Tientsin
La Concessione di Tientsin , altrimenti detta “piccola Italia”, fu una sorta di colonia italiana in territorio cinese, ottenuta come “bottino di guerra” dopo la spedizione internazionale del 1901, alla quale prese parte anche il nostro Paese. Insieme ad un indennizzo per danni di guerra pari a 26.617.00 Taels (pressapoco 100 milioni di Lire del 1901 e quasi 400 milioni di Euro oggi), l’Italia ottenne un’area di 40 ettari, circondata da quelle di Austria-Ungheria e Russia, compartecipanti all’impresa contro i Boxer . Luogo inizialmente malsano ed inospitale, il nostro governo provvide alla sua bonifica ed alla sua urbanizzazione, costruendo più di 150 ville con giardino in stile “marittimo”, scuole, asili, uffici. Una 60ina furono invece le aziende italiane che operarono a Tientsin, compresi il Credito Italiano e il Lloyd triestino. La crisi economica scaturita dal primo conflitto mondiale e la mancanza sul territorio di colossi industriali come FIAT e Magneti Marelli, rese tuttavia complicato l’inserimento delle attività italiane nell’importante mercato cinese. Allo scoppio della II Guerra mondiale, i militari di stanza a Tientsin (circa 300 uomini del battaglione San Marco ) vennero completamente dimenticati e abbandonati a loro stessi, per essere successivamente rimpatriati nel 1947, quando la Cina decise di revocare la concessione all’Italia.

Il PD renziano, il “salva Lega” e l’eterno ritorno della semplificazione

Puntuale in tutta la sua malinconica prevedibilità, è arrivata la “spiegazione” dall’equipe renziana in merito alla discussa e discutibile clausola detta “salva Lega”: “Norma simile anche in Spagna”, ci dice il parlamentare democratico e “figlio d’arte” Emanuele Fiano. Premesso come l’esistenza di una formula analoga in un altro Paese non legittimi, “ipso facto”, il “salva Lega”, la Spagna è uno stato-non nazione frammentato in una miriade di realtà secessioniste, differenti ed antitetiche per ragioni di tipo storico, etnico, linguistico e culturale, di conseguenza un dispositivo di rappresentanza territoriale più flessibile ed inclusivo si rende vitale e necessario. Ricorrendo a questo genere di semplificazioni, il PD renziano si dimostra speculare a quel Pdl che cercava di legittimare il Lodo Alfano adducendo come motivazione il fatto che anche in altri paesi fosse prevista una copertura legale per il capo del governo.

Il nuovo che arretra.