Perché la destra che ieri odiava Gheddafi oggi ama Gheddafi, perché la destra che ieri odiava la Russia oggi ama la Russia. Tra culto del capo e schizofrenia ideologica.

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Se la destra italiana, atlantista come radicale, avesse creato una sua “kill list”, (la lista degli obiettivi da colpire ideata dalle autorità israeliane e poi adottata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001), il colonnello Mu’ammar Gheddafi sarebbe stato senza dubbio il primo degli elementi di cui sbarazzarsi.

Nell’immaginario del nostro conservatorismo, infatti, Gheddafi era il simbolo delle persecuzioni ai danni degli ex coloni italiani dopo il colpo di stato del 1969, e, in seconda battuta, una delle icone di quel revanscismo terzomondista che tanto preoccupava l’Occidente ed i suoi analisti (eccitando, invece, le sinistre socialiste) negli anni della “decolonizzazione”. Il feeling tra Silvio Berlusconi e il leader libico, tuttavia, è stato sufficiente a rimuovere dalle menti di ex missini e non solo, quasi mezzo secolo di ostilità, ideologica, politica ed etnica, rimpiazzandola con uno moto simpatetico inimmaginabile soltanto qualche anno prima (il bombardamento reaganiano di Tripoli e Bengasi del 1986 trovò il loro appoggio, pieno e totale).

Allo stesso modo, la Russia ed il suo presidente, prima e per anni percepiti come ostili e nemici, diventano oggi oggetto di rivalutazione e simpatia, al punto che, nell’analisi del nodo ucraino, Mosca viene preferita a Washington (!). In questo caso, alla motivazione racchiusa nell’amicizia tra Berlusconi e Putin si aggiunge la presenza, alla Casa Bianca, di un “democrat” (oltretutto afroamericano), il che spoglia i nostri conservatori di uno dei loro punti di riferimento storici, inducendoli ad orientarsi verso l’assordante tradizionalismo del capo del Cremlino. Ecco che, anche questa volta, 70 anni di vocazione atlantista “senza se e senza ma” vengono rimossi, ed alla tanto celebrata libertà “stars&stripes” viene anteposto l’oscurantismo di un ex ufficiale del KGB e quadro del PCUS.

Questa schizofrenia strategico-ideologica è senza dubbio la dimostrazione della fragilità del patrimonio valoriale della nostra destra, da un lato, e della sua atavica attrazione-subordinazione al singolo (nell’attuale fase storica, Berlusconi) ed al suo fascino evocativo, in nome del quale ogni coerenza d’intenti viene eliminata, eccedendo le categorie della logica.

Immaginiamo la reazione del vecchio MSI se a baciare la mano a Gheddafi fosse stato Sandro Pertini..

“Gaza, oltre 300 sopravvissuti alla Shoah contro Israele”.Anzi, no. Anzi, si. Anzi, forse.Astuzie e distorsioni

Secondo numerose ed autorevoli fonti giornalistiche, nazionali come internazionali, oltre 300 sopravvissuti alla Shoah avrebbero pubblicato una lettera a pagamento sul New York Times per condannare “il massacro di palestinesi a Gaza” e, contestualmente, gli USA e l’Occidente per il loro appoggio a Tel Aviv.

Un gesto carico di significato, dunque, dal momento in cui la critica ad Israele arriverebbe, questa volta, dal suo interno e, per di più, dai reduci della più grande tragedia abbattutasi sul popolo ebraico nella sua storia conosciuta.

Il ricorso al “fact checking”, tuttavia, farà emergere e consentirà di evidenziare alcune manipolazioni e distorsioni della notizia tese ad alterarne la sostanza, insieme alla forma, a scopo propagandistico.

Non soltanto, infatti, i sottoscrittori non sono 300 bensì 226, ma, cosa più importante, soltanto 32 sono “survivors” ( persone nate prima del genocidio nazista e che vi hanno assistito, sopravvivendogli) e la stragrande maggioranza di loro vive e risiede lontano da Israele, non a diretto contato con il conflitto in corso con l’elemento arabo-musulmano, oggi come dal 1948.

Abbiamo assistito e stiamo assistendo, dunque, ad un caso di propaganda “grigia” (parzialmente falsa), elaborata allo scopo di “caricare” la componente emotivo-emozionale della lettera così da aumentarne la forza d’impatto sulla pubblica opinione

Perché dire “Italietta” equivale a dire “sporco negro”.L’equivoco del razzismo “endogeno”

Non è infrequente imbattersi, sulle piattaforme virtuali come nei consessi “reali”, in commenti ad episodi di razzismo a loro volta ad elevato dosaggio di pregiudizio biologico. Protagonisti, individui che, nell’intento di manifestare il loro sdegno all’ìntolleranza, finiscono con il palesarne, nella stessa misura di coloro i quali vengo censurati, insieme ai loro atteggiamenti.

Se, ad esempio, l’episodio razzista accade in Italia, costoro si lanceranno in “tackle” sulla comunità e la cultura italiane, in modo generico e generalizzante, attraverso schemi comportamentali e registri comunicativi che respingerebbero con sdegno e vigore, se adottati nei confronti e ai danni di realtà altre e differenti.

Si tratta di una forma di razzismo “endogeno”, la cui pericolosità sociale non viene percepita in tutta la sua dimensione (sfuggendo anche alla classificazioni delle scienze storiche e sociali) in quanto chi la pone in essere lo fa, appunto, contro sé stesso, contro il proprio humus etnico ed ambientale.

Il razzista “endogeno”, inoltre, sarà persuaso di aver compiuto un gesto di elevata qualità civica e civile, screditando il proprio elemento comunitario in quel momento visto come contrapposto ad una categoria solitamente colpita dalla discriminazione.

Questo, renderà la sua correzione ancora più complessa e disagevole.

Adel Smith: come un razzista e intollerante divenne un campione delle libertà laiche.Astuzie e scorretteze del circo-circuito mediatico

Muore Adel Smith, lottò contro crocifisso in luoghi pubblici – La Repubblica

Morto Adel Smith, lottò contro i crocifissi nei luoghi pubblici – Il Secolo XIX

Islam: è morto all’Aquila Adel Smith lottò contro crocifissi nelle scuole – Il Messaggero

È morto ieri a 54 anni Adel Smith, famoso per campagne e presenze televisive
contro crocifissi e simboli sacri nei luoghi pubblici italiani -Il Post

Morto Adel Smith, il «nemico» del crocifisso nei luoghi pubblici – Il Corrirere della Sera

Questi, i titoli utilizzati da alcune delle maggiori testate giornalistiche italiane per i loro pezzi sulla morte di Adel Emiliano Smith, il teologo musulmano deceduto due giorni fa pressso l’ospedale San Salvatore dell’Aquila a causa di un male incurabile.

Potremo notare come i titoli opzionati suggeriscano l’immagine di un laico, impegnato, al pari di tanti altri, in una campagna di “secolarizazione” della società, secondo il modello delle più evolute democrazie occidentali.

Attuando un’operazione di scavo più apoprofondita sulla vita e l’opera di Smith, potremo tuttavia renderci contro di quanto le cose non stiano e non stessero esattamente in questo modo; il presidente dell’ Unione musulmani d’Italia lottò, si, contro l’ostensione della croce nei luoghi pubblici (prevista dalla nostra legge soltanto nelle scuole elementari, medie e nei tribunali) ma lo fece ben lontano dalle traiettorie del rispetto e del buongusto, gettando, tra le tante, il crocifsso da un ospedale e definendo il Nazareno “un morticino”.

In questo modo, Smith non soltanto ferì la sensibilità di milioni di fedeli (italiani e non italiani), ma adottò un comportamento di tipo colonialistico; essendo egli un egiziano, la pretesa di rivoluzionare, alterare e defenestrare (in ogni senso) le tradizioni di una comunità ospitante si inseriva infatti in un’ottica di dominio, nel caso di specie dell’elemento islamico su quello cristiano e italiano (il Cristianesimo è la religione più diffusa nel nostro Paese).

La stampa, quindi, ha scelto di alterare il fatto, a scopo ideologico, utilizzando una serie di astuzie che, in ultima analisi, fanno un torto alla deontologia professionale ed al lettore.

Finali diversi…

Mi piace pensare ad un finale diverso, ad una ucronia forse ingenua ma che, tuttavia, riesce a farmi stare meglio; il boia ritrova la sua umanità, vede in James Foley un ragazzo, come lui, che giocava negli anni ’80, proprio come lui, magari con il Commodore e l’Atari. Spezza allora le sue catene e lo regala alla libertà. James lo ringrazia, gli tocca le spalle e va via, scoprendo quel sole e quel cielo nuovi, prende il primo telefono e chiama i suoi cari. Le voci si incontrano, dando forma ai sogni. La sua vita è ancora lì, insieme alla sua testa, insieme alla sua speranza nell’altro. Scrive, poi, di quell’esperienza, e lo fa senza odio. Io leggo di lui, che ce l’ha fatta, e imparo qualcosa in più, su quel Paese lontano e sulle sue ferite. Purtroppo, però, è andata in modo diverso. Ciao, amico..da un ragazzo come te, che giocava con il Commodore e l’Atari, proprio come te.

Politici e costi della politica.Andando controcorrente

Un considerazione forse impopolare, quasi certamente sgradita, ad ogni modo sincera e consapevole; entrando a contatto, per motivi professionali e personali, con chi fa politica, ho avuto modo di rivedere alcuni dei pregiudizi che avevo coltivato, al pari di molti, sulla categoria.

Se svolto con senso del dovere, e soprattutto a certi livelli, si tratta infatti di un esercizio difficile e, si, anche usurante, sul piano intellettivo, psicologico e fisico (considerata anche la mole di responsabilità che un ruolo pubblico comporta).

Da ridimensionare , senza dubbio, il sistema di finanziamenti che nutre gli apparati della gestione collettiva, ma senza offrire punti di entrata al demagogismo ventrale, ottuso ed ottundente. Sarà dunque opportuna una retribuzione adeguata al compito ed alla funzione.

Morte al Vaticano ma viva gli Imām

Perché la sinistra femminista, laica ed inclusiva giustifica l’oppressione del radicalismo islamico ai danni di omosessuali, donne, minoranze.

Le ragioni di un abbaglio.

E’ spesso motivo di incredulità e stupore una certa schizofrenia manifestata dai settori più radicali della sinistra italiana (ma anche straniera) tradizionalmente attenta e sensibile alle politiche di genere ed alla cultura dell’inclusione, e poi pronta a legittimare (anche con il silenzio) le declinazioni più aberranti dell’islamismo più fanatico ai danni delle donne, delle minoranze religiose e degli omosessuali.

Le motivazioni alla base di questa incoerenza di primo acchito assurda e indecifrabile, sono tuttavia facilmente rintracciabili e spiegabili analizzando le strategie e il “background” culturale delle piattaforme socialiste, nazionali come internazionali.

Più nel dettaglio, sono due le scelte alla base del loro “appeasement” verso il segmento più oltranzista della comunità arabo-musulmana, una di tipo tattico ed una di tipo storico e culturale.

La prima: l’attuale fase storica sta proponendo il ritorno di un confronto tra una parte del mondo arabo-musulmano e l’Occidente; di conseguenza, la sinistra marxista e antioccidentale (perché anticapitalista) sarà indotta a vedere nell’Islam radicale e nei suoi terreni di coltura l’ alleato in una battaglia comune.

La seconda: molti dei paesi afro-arabo-asiatico-musulmani sono stati e sono vittime della colonizzazione e della neocolonizzazione occidentale; la sinistra marxista, formalmente solidarista, ed antimperialsta, sarà quindi indotta ad interpretare la violenza sviluppata da e in quelle realtà come il prodotto dello sfruttamento e delle politiche aggressive dei paesi più avanzati (in quest’ottica culturale terzomondista andranno inquadrate anche le dichiarazioni di Alessando Di Battista sull’ ISIS-ISIL).

Ecco, dunque, perché individui pronti a battersi per le “quote rosa” e ad accusare la società italiana di maschilismo per la mancanza di sale-poppata per le deputate a Montecitorio, sono poi pronti a giustificare pratiche ripugnanti quali l’infibulazione o l’imposizione del burqa o, ancora, il matrimonio per le giovanissime.

Ecco, dunque, perché individui pronti a raccogliere firme per l’abolizione dell’ergastolo o ad indignarsi per una manganellata di troppo di un poliziotto, sono poi pronti a giustificare il taglio della mano ai ladri o l’impiccagione in Iran.

Ecco, dunque, perché individui pronti a scagliarsi contro l’omofobia sono i primi a giustificare le persecuzioni ai danni degli omosessuali nei paesi dell’Islam radicale.

Ecco, dunque, perché individui pronti ad inveire contro l’esposizione di un crocifisso nel gabbiotto della portineria di un ufficio pubblico, sono poi pronti a giustificare l’islamizzazione di società laiche (casi iraniano ed afghano).

Al di là di ogni scontata censura e condanna dell’oppressione clericale e reazionaria in nome della fede, gioverà ricordare come le teocrazie e le ierocrazie islamiche non abbiano comunque mai espulso il capitalismo dal loro sistema economico e gestionale (mantenendo anzi, in alcuni casi, un sistema fortemente liberista) o le logiche di tipo imperialistico e militarista dalle loro scelte in politica estera (si vedano le guerre di aggressione decise in più di un’occasione dalle loro leadership).

La sinistra più ortodossa muove e muoverà quindi le proprie scelte da una percezione distorta e pregiudiziale della geopolitca, dell’Europa, degli USA e degli stessi paesi della Mezzaluna

Gerusalemme o Tel Aviv?Le ragioni di un “equivoco”

Sebbene la capitale “storica” dello Stato di Israele sia Gerusalemme (fondata dal popolo ebraico tra il 2400 e il 2250 a.c ), i media indicano in prevalenza Tel Aviv come riferimento del Paese.

Si tratta di una scelta comprensibilmente sgradita a quella fetta di pubblica opinione vicina ad Israele, che tuttavia trova una spiegazione di tipo politico, diplomatico e “pratico” nel fatto che la città sia oggetto di contesa con l’elemento palestinese e (anche) da esso rivendicata come capitale.

La comunità internazionale, inoltre, non riconosce la presenza israeliana nel settore Est di Gerusalemme (a maggioranza araba) non riconoscendo, di conseguenza, il suo status di capitale del Paese.

Per questo, e per l’ubicazione della stragrande maggioranza delle ambasciate straniere nel suo territorio, Tel Aviv (letteralmente “collina della primavera”) viene citata come massimo centro israeliano. Nda: il settore Est di Gerusalemme venne occupato dal Tzahal con la Guerra dei Sei Giorni, determinata dal blocco egiziano del porto israeliano di Eilat, sul Mar Rosso.

Come gli europei annientarono la Cina guadagnando il dominio del mondo.La “superiorità” dell’ingegno occidentale, al di là del luogo comune.

Un settore dell’intellighenzia occidentale, storicamente sensibile nei confronti della cultura asiatica, ama mettere l’accento sulla presunta paternità cinese della polvere da sparo e delle armi da fuoco, volendo così assegnare all’Impero Celeste un primato di indubbia valenza ed importanza sotto il profilo tecnico e scientifico. In questo modo si cerca di suggerire e sottintendere una superiorità dell’ingegno orientale su quello europeo.

Converrà a questo proposito segnalare e ricordare che se la storiografia è ancora incerta sull’attribuzione dell’invenzione delle armi da fuoco e della povere pirica, sono invece ampiamente documentati e documentabili il ritardo e l’ottusità del Celeste Impero in materia di armamenti, nello scontro con l’Occidente.

Se infatti gli Europei accumularono a partire dal XV secolo un vantaggio sempre più consistente e decisivo sulle altre civiltà, e questo in virtù delle loro migliorie in campo navale (velieri e galeoni), prima, e sull’utilizzo ed il perfezionamento del cannone, poi, i cinesi rimasero invece sempre indietro per quanto riguarda sia le forze di terra che quelle di mare, e questo per il loro rifiuto di adeguarsi all’impiego dei cannoni, decisivi nelle battaglie campali come tra i flutti.

Convinta della propria superiorità, l’orgogliosa cultura imperiale rifiutava l’assimilazione di modelli provenienti dall’Ovest, preferendo la sconfitta a quella che avrebbe percepito come un’autodegradazione.

Scriveva, sul tema, il missionario francese in Cina Louis le Comte (1655–1728): “I mandarini non potevano persuadersi a far uso di nuovi strumenti e ad abbandonare i loro ormai vecchi, a meno che venisse un ordine specifico dall’imperatore diretto a tal fine. Preferiscono il più scadente dei pezzi di antiquariato al più perfetto oggetto moderno, differendo in ciò da noi europei che non amiamo altro che la novità”.

A ciò si dovrà aggiungere la peculiare riottosità delle classi dirigenti cinesi alle innovazioni.

Nell’immagine: un galeone portoghese. Quando il navigatore lusitano Fernao Peres sbarcò a Canton, dette ordine di sparare alcune salve di cannone per salutare la città. La potenza delle armi portoghesi fu tale da gettare nel panico l’intera popolazione locale. Scrisse sull’ episodio il mandarino Wwang-Hong: “I Fo-lang-ki* sono estremamente pericolosi a causa della loro artiglieria e delle lor navi. Nessuna arma costruita dall’antichità storica in poi può competere con i loro cannoni”.

*Fo-lang-ki era il termine cinese che indicava gli europei.

Appunti di storia:Quando Ronald Reagan giocò a Guerre Stellari.

Il sistema antimissile “Strategic Defense Initiative” (SDI), ribattezzato “Guerre Stellari”, fu concepito da Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.

Finalità del progetto, quella di rendere inoffensivo e superato l’arsenale nucleare e termonucleare sovietico, intercettando gli ICBM di Mosca e mettendo così al riparo gli USA e l’intero Occidente dal rischio di “mutua distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction-MAD).

Sebbene lo SDI non sia mai diventato realtà, è opinione di non pochi osservatori che esso sia stata una delle cause del crollo sovietico; secondo la tesi, nel tentativo di tenere il passo di Washington, Mosca avrebbe dato il via alla dispendiosa rincorsa agli armamenti che vibrò l’ultimo colpo alla sua già fragile economia.

Lo SDI avrebbe infatti spostato in modo decisivo ed irreversibile gli equilibri militari in favore del blocco occidentale.