Obama, Berlusconi e l’ironia “diversa”

La battuta di Obama sul Colosseo (“è più grande di uno stadio di baseball”) viene bollata come inopportuna e di cattivo gusto. Le incursioni pseudo-umoristiche dell’ex Cavaliere nell’aprile 2009 con i cadaveri di 309 persone ancora caldi venivano, al contrario, giustificate come simpatici siparietti per spezzare la tensione (e guai a sostenere il contrario o si era tacciati di “grigismo” comunista). È sempre un peccato quando l’informazione ha un padrone che dice dove legare l’asino

“Qui sine peccato est vestrum primus lapidem mittat”. Perché il PD può dare “lezioni” di democrazia

Esiste e trova particolare utilizzo, a destra come al centro, il “cult” dell’impossibilità, da parte del PD, di sostare ed esprimersi nel panorama democratico e liberale in ragione dei trascorsi storici del Partito Comunista Italiano, ritenuto (a torto) suo precursore politico. Il ritornello “adesso vogliono insegnarti che cosa sia la democrazia quando fino a ieri erano stalinisti”, benché, senza tema di smentita, acuminato e suggestivo, si formula e sviluppa intorno ad una semplificazione grossolana, che non tiene conto né del principio della contestualizzazione (tra i cardini dell’analisi storiografica ) né dell’evidenza della compromissione, in misura differente e variabile, di quasi tutti i partiti nazionali con le logiche meno limpide della politica e della sua gestione. Stragi di stato, insabbiamenti, corruzione, appoggi a questo od a quel “capotazza” sudamericano oppure a questo o quel nucleo terroristico, rendono impossibile ed impensabile per chiunque (eccezion fatta per Radicali e Monarchici) la rivendicazione di una verginità pubblica e morale. Da non dimenticare, inoltre, come la generazione che ha scelto, condiviso e vissuto la contiguità con il Blocco Sovietico stia a poco a poco uscendo dal panorama politico per lasciare spazio a figure formatesi nella Margherita o dopo la Bolognina e l’ammainamento del vessillo dell’Ottobre dai pennoni del Cremlino. Significativo, a questo proposito, l’utilizzo della prima pagina de L’Unità contenete l’omaggio a Stalin il giorno dopo la sua morte. Soltanto tre anni dopo (1956), in occasione del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il mondo (anche quello comunista) sarebbe venuto a conoscenza dei crimini commessi dal leader sovietico, ma fino a quel momento, “Koba” rappresentava il simbolo della vittoriosa lotta al nazifascismo che tanto danno aveva provocato all’Europa ed al genere umano. Inoltre, quasi nessuno degli aderenti a quel PCI (1953) è ancora impegnato in politica (e in vita).

30 anni nel braccio della morte: innocente. Quel garantismo Star&Stripes che esiste soltanto il “Law And Order”

Eccezionale comunicatore ed ancor più abile lettore e conoscitore dei meccanismi alla base del consenso (valutazione che andrà a posizionarsi al di là del giudizio politico e morale), Benito Mussolini aveva intuito la straordinaria capacità di contaminazione dei media di massa e, in special modo, del cinema, ancor prima che questi si esprimessero in tutta la virulenza del loro potenziale.

E’ notizia di queste ore il rilascio di un detenuto di colore, il 64enne Glenn Ford, dopo 30 anni passati nel braccio della morte in una prigione federale della Louisiana. Si tratta di uno dei tanti, tantissimi errori che affliggono ed ammorbano la giustizia Stars&Stripes (ogni anno sono 2mila gli innocenti arrestati a fronte di 15-20mila omicidi commessi) , purtuttavia il sistema giudiziario d’oltreoceano continua ad essere ammantato da un’ aura di impeccabilità garantistica che, in realtà, è ben lontano dal possedere e che trova ancoraggio, spiegazione, espressione e promozione soltanto nella finzione cinematografia (secondo una ricerca del National Registry of Exonerations, la maggior parte di queste condanne sono arrivate a causa di false prove nel 51% dei casi, per identificazioni sbagliate da parte dei testimoni oculari nel 43% o per degli errori commessi dagli inquirenti nel rimanente 24%).

L’analisi è e sarà sovrapponibile anche ad altri ambiti e contesti, come, ad esempio, il giornalismo, all’ombra della Statua della Libertà molto meno intraprendente e molto più ammanettato alle logiche del marketing e della politica di quanto attori e cineasti vorrebbero far pensare. Concausa di queste “misperceptions” è il contributo dell’elemento ideologico, che altera ed inquina la lettura della realtà americana in chi è ancora influenzato da un portato dottrinale di tipo guerrafreddista, quando gli USA erano visti e percepiti come un baluardo democratico da opporre al totalitarismo sovietico.

Dai corpi di Timosara agli scoop rubati – Il “fate girare” ante litteram.Perché la malainformazione non nasce con internet.


-Rivolta di Timisoara del 1989: l’agenzia di stampa ungherese Mti raccoglie da un cittadino cecoslovacco (rimasto anonimo) la notizia di scontri con numerosi morti e feriti tra civili ed autorità. La tedesca orientale Adn rilancia la news, parlando di 4.660 morti, 1860 feriti, 13.000 arresti e 7.000 condanne a morte. Seguono le maggiori testate del mondo occidentale (Corriere della Sera, Le Monde, Le Figaro,New York Times, Washington Post). Le fotografie dei corpi a terra, con ferite ricucite dal collo al torace fanno il giro del pianeta, commuovendo l’opinione pubblica e rappresentando il colpo di grazia per il regime ceauseschiano. Grande sensazione arriva dall’immagine di una donna adulta insieme ad una neonata, che si pensò essere sua figlia. Entrambe morte. Solo qualche mese dopo si scoprì che si trattava dei cadaveri (13) di persone decedute per cause naturali (la cicatrice era dovuta alle autopsie), disseppelliti dai cimiteri o presi dalle camere mortuarie e gettati in strada per accrescere l’idea e la percezione della ferocia del Conducător . In particolare, emerge che la donna , tal Zamfira Baitan , era un’anziana alcolizzata morta di cirrosi epatica, mentre la bambina, tale Christina Steleac, era deceduta a seguito di una congestione. Non intercorreva tra loro nessun legame di parenetela.

-Nel 1988, il Presidente del Bundestad tedesco, Philipp Jenninger , ricordando la Notte dei Cristalli si domanda come tanti tedeschi abbiano potuto seguire il regime hitleriano. La stampa dei cinque continenti fraintende e Jenninger è accusato di antisemitismo. Pochi giorni dopo, il cancelliere Helmut Kohl lo costringe a rassegnare le dimissioni.

-Durante le presidenziali del 1988, il celebre “anchorman” della Cbs Dan Rather accusa George Bush Sr. di aver ricevuto un trattamento preferenziale ai tempi in cui prestava servizio come pilota della Guardia Nazionale in Vietnam. I documenti in possesso del giornalista si rivelano fasulli e Rather è costretto alle dimissioni, dopo essersi scusato con i telespettatori e con gli Stati Uniti

-Il giornalista radiofonico americano Armstrong Williams, anima della trasmissione radiofonica “Syndacated”, viene sorpreso mentre intasca una mazzetta di ben 240 mila dollari dal Dipartimento della Scuola per tesserne le lodi. Si scoprirà che altri giornalisti americani intascavano ingenti somme per fare propaganda al Ministero della Salute.

-Il Direttore del Washington Post, Benjamin Bradlee , obbliga una sua reporter a restituire il Premio Pulitzer dopo aver scoperto che la sua storia che le era valsa il prestigiosissimo riconoscimento era un falso

Nessun lavoro di “Fact checking” (verifica dei fatti), “Gatekeeping” (selezione dei fatti/notizie) e “Discovery” (ricerca degli elementi per la costruzione dell’articolo), dunque. Nessun controllo, nessuno scrupolo. L’ABC del giornalismo è accantonato, dimenticato, e si tratta soltanto di una piccola, piccolissima parte delle tante manomissioni, false informazioni e colpi bassi nella storia ultramillenaria del giornalismo (nata con Tucidide e non con Gutenberg ).

Si è scelto di utilizzare esempi riferiti in buona parte alla stampa anglosassone perché vista e percepita (a torto) come esempio di professionalità e correttezza deontologica, ma la stampa di qualsiasi nazione ha gli armadi zeppi di scheletri di questo genere. Finalità della ricognizione storiografica, è ed è stata quella di evidenziare la debolezza e l’infondatezza dell’accusa, rivolta all’informazione on line, di essere la madre e l’unica responsabile della manomissione e dell’inquinamento del fatto; al contrario, per il suo carattere liquido, interattivo e per la sua fruibilità incondizionata, la rete consente al lettore un controllo ed uno scambio ben più completo e paritetico del e con il giornalista di quanto non permettano i canali tradizionali, veri e propri fortini nei quali nemmeno la legge sul diritto ed il dovere di rettifica può penetrare. La rete non ha, inoltre, a legarne e condizionarne il lavoro i tanti lacci e lacciuoli e del marketing, benzina ma allo stesso tempo zavorra dell’informazione tradizionale, atomo primo di quella degenerazione del racconto che prende il nome di “infotainment”. Se è indubbia ed innegabile l’esigenza di un intervento del legislatore per limitare gli eccessi di quel vasto, variopinto ed incontrollato mondo che è il virtuale, è altrettanto indubbio ed innegabile che nuove realtà quali il “citizen journalism”, i ”new media” e i suoi numerosi “tools”, arricchiranno la domanda e l’offerta democratica, costiuendo, come accaduto in occasione delle “Primavere arabe”, un ostacolo insormontabile per chiunque si voglia frapporre tra il cittadino e i suoi diritti più inalienabili.

La mannaia maschilista di Sabina Guzzanti sulle nuove ministre del Governo Renzi

Da una dichiarazione di Sabina Guzzanti sulle ministre del Governo Renzi: “Il nuovo Governo è mostruoso e le nuove ministre sono donne immagine. Sono giovani, come possono avere le competenze necessarie per essere ministri? Si scelgono giovani inesperte che poi fanno leggi a favore degli imprenditori senza neanche accorgersene”. Ancora: “Marianna Madia è un esempio di donna al potere per raccomandazione”. Conclude: “La questione femminile con il berlusconismo è diventata solo pornografia”

A bene vedere, da una sosta attenta e scrupolosa sulle sue esternazioni, la disamina di Guzzanti non contiene nessun lavoro di scavo ed approfondimento analitico; ci dice che le neo-ministre in forza all’esecutivo Renzi sarebbero “inesperte” ma non ne spiega il motivo (a parte l’elemento anagrafico). Liquida il nuovo Governo come “mostruoso” ma, ancora, manca qualsiasi acquisizione a corroborare la tesi. Infine, e questo è il dato più significativo, bolla la squadra “rosa” del premier come composta da “donne immagine”. Perché ? Anche stavolta, Guzzanti non lo spiega. Associando “ipso facto” la giovane età e l’avvenenza di una donna alla mancanza di capacità cognitiva, politica ed organizzativa, l’artista romana dimostra e palesa una mentalità degna del maschilismo più retrivo, lo stesso che fin dalle fasi embrionali della sua carriera ha detto di voler combattere. Un maschilismo pericoloso, prima di ogni altra cosa, perché annidato negli strati più profondi (ed incontrollabili) dell’inconscio.

I “profeti” dell’integrazione sono, dell’integrazione stessa, i primi ed i peggiori nemici. “Se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo”. P.S: la ricordo ancora, durante un confronto con Giuliano Ferrara, ripiegare sulle offese riguardanti il peso, definendolo “fetecchia” (tra i numerosi epiteti) , perché in difficoltà ed incapace di misurarsi sul piano del gioco leale.

Mentana: Epic fail!

Contrattando e discutendo i tempi e, soprattutto, i modi dell’intervista al leader del Movimento Cinque Stelle, Enrico Mentana è venuto meno, ancora una volta, a due dei principi guida del giornalismo e della sua deontologia: la ricerca della “verità” e dell’ “essenzialità” (Carta dei Doveri del 1963). Il cronista assolve ad un compito di vitale importanza, che è quello di informare il cittadino su ciò che lo riguarda e ne regola l’esistenza; apparirà pertanto inaccettabile ed inconciliabile con il ruolo della stampa un atteggiamento di accondiscendenza verso un personaggio pubblico, in special modo se alla base di questa scelta vi sarà la ricerca del profitto e della visibilità.

Dalle “Regole per l’intervista” della BBC: “Non è corretto informare l’intervistato sulle domande che saranno formulate. Nel caso in cui l’intervistato rifiuti di rispondere, l’autore deve considerare l’ipotesi di continuare o interrompere. La reticenza dovrebbe essere indicata al pubblico”. E’, del resto, lo stesso che insieme ad altri due giornalisti (Emilio Fede e Giuliano Ferrara) partecipava ai briefing con il suo editore (Silvio Berlusconi) per pianificarne la “discesa in campo” nei primi anni ’90. Un Judith Miller in versione maschile

La RU-486 e la prepotenza degli antiabortisti

Nei giorni e nei mesi che videro la polemica sull’adozione della cosiddetta “pillola abortiva” (RU-486) arroventare il dibattito politico, la punta di lancia dell’arsenale retorico proibizionista era che l’opzione farmacologica potesse condurre e indurre ad una “banalizzazione dell’aborto”.

Si trattava di un vero e proprio “refrain”, ripetuto e fatto rimbalzare fino allo spasimo ma, a ben vedere, non soltanto svuotato di qualsiasi credibilità morale (conteneva la volontà di un’imposizione) ma, prima di tutto, imperniato su un cortocircuito logico; se, infatti, vogliamo pensare vi sia un legame tra la percezione dell’aborto e la forza dell’ impatto sulla psiche e sul fisico provocata della soluzione utilizzata per la rimozione del feto, per cui una formula il meno possibile invasiva (come la RU-486) possa attenuare e diluire la percezione della “gravità” della pratica abortiva, se ne deduce, seguendo la stessa traiettoria logica, che una strada il più possibile rischiosa, nociva e scioccante tale da conficcare nella donna un trauma fisico e psicologico indelebile azzeri qualsiasi eventualità di prendere sottogamba l’ IVG.

Perché , dunque, non tornare agli obsoleti e rischiosissimi metodi delle “mammane” di un tempo? Perché non tornare ai ferri caldi oppure agli uncini? Perché , ancora, non tornare ai pugni sulle pance? In questo caso, saremo certi, certissimi, che l’aborto non verrebbe mai “banalizzato”. Al contrario, la sventurata ne conserverebbe memoria vivida e pulsante, nel corpo e nella mente, fino al termine dei suoi giorni.

A questi interrogativi, i proibizionisti solevano non rispondere, nonostante venisse loro fatto notare come la RU-486 contribuisse a scongiurare rischi residuali legati all’IVG mediante prassi chirurgica. Non vi era (e non vi è), dunque, nessun interesse per l’incolumità della paziente, bensì la volontà di punirla, esponendola alle incognite dell’aborto “tradizionale”. Questo perché l’autodeterminazione femminile lacera la concezione retriva della donna e del suo ruolo cui i più conservatori sono ammanettati; ella è e deve rimanere confinata nella funzione di moglie e fattrice e guai a volersene affrancare. Pena, la totale mancanza di “pietas”. Oppure un rastrello nella pancia e magari un’infezione.

Silvio Berlsuconi e il “niet” di Strasburgo. A cosa serve l’ennesimo “coup de théâtre”

Benché consapevole dell’impossibilità di presentare la sua candidatura alle imminenti elezioni europee, Berlusconi ha tuttavia deciso di annunciarla pubblicamente (e su tutto il territorio nazionale) così da poter, ancora una volta, mettere in moto la macchina del vittimismo allorquando Strasburgo avesse posto il suo legittimo, prevedibile ed inevitabile divieto. In questo modo, l’ ex Cavaliere mira ad ottenere un duplice risultato, cercando di screditare chi gli ha “impedito” una prima volta di candidarsi (la magistratura italiana) e chi glielo ha “impedito” una seconda (l’UE), cavalcando, nell’ultimo caso, la poderosa ondata di antieuropeismo populistico che sta caratterizzando l’attuale momento storico.

La stessa cosa si potrà affermare a proposito dell’autosospensione dalla Federazione dei cavalieri del lavoro. L’ex Premier sa che il titolo gli sarebbe stato revocato a causa della condanna ed allora cerca di calare l’asso del gesto sprezzantemente nobile e dignitoso.

Festa del Papà…. anche per loro.

Un pensiero ai padri separati, vittime invisibili inghiottite dal cono d’ombra di un controcultura che confonde il rispetto della donna con la mortificazione e la banalizzazione della figura maschile.

Nessun megafono, per loro.

Nessuna alterazione strumentale di questa o di quella statistica.

Nessuna schiera di giornalisti od “esperti” a gridarne il dolore, questa volta autentico, vivido e pulsante.

Un pensiero a loro, un pensiero ai loro bambini.

Aborto ed eutanasia.Perché chi non rispetta la vita vorrebbe imporne la tutela

Esiste da sempre, negli Stati Uniti, una polemica tra progressisti e conservatori in materia di aborto ed eutanasia che vede i primi accusare i secondi di incoerenza allorquando si schierano a difesa della vita, visto il loro manifesto ed inossidabile appoggio alla pena capitale, alle varie campagne militari organizzate dal Paese, alla libera concessione delle armi ai privati cittadini, alle politiche razziali, ecc. A ben vedere la contestazione appare tutt’altro che infondata, dal momento in cui le armi, la guerra, la pena di morte e la discriminazione costituiscono “ipso facto” la negazione più paradigmatica della vita, della sua tutela e protezione.

Si tratta di un’antinomia, di un corto circuito logico che definisce anche la restante porzione del conservatorismo occidentale (anche italiano), pur con le debite e dovute differenze del caso, e che può trovare risposta e spiegazione nella mancanza di una cultura liberale basica nel segmento antiabortista ed antieutanasico riconducibile ai settori del tradizionalismo politico; obiettivo non è, infatti, la tutela della vita bensì l’attacco al libero arbitrio, in special modo quello femminile. Non una battaglia “per”, ma una battaglia “contro”.

Aborto ed eutanasia sono e rappresentano la massima attestazione della libertà individuale, e questo non può essere accettato ed accolto da uno spirito non democratico, tantomeno se a reclamare e a testimoniare la propria emancipazione ed autonomia è un appartenente al genere femminile, da sempre sottomesso e regolato dalle norme del maschilismo più consueto (sposa e fattrice). L’uomo, ma soprattutto la donna, liberi di decidere di sé e per sé, lacerano ogni acquisizione sociale e culturale di tipo reazionario, ed è qui l’archè e lo snodo della “difesa” della vita da parte dei proibizionisti, passaggio esclusivamente funzionale ad un disegno coercitivo e liberticida.