Il Pontefice, il pugno e quel catechismo alla Don Camillo.

Al pari di Giovanni Paolo I, Francesco sceglie un registro comunicativo e concettuale semplice ed agevole, adatto all’ everyman, da “parrocco del mondo” come fu, appunto, il compianto Luciani. Per questo, è e sarà improprio un lavoro di scavo esegetico e moralmente critico riguardo le sue ultime esternazioni. Incapsulate in un abito retorico popolare, esse hanno infatti ed esclusivamente lo scopo di raccomandare il rispetto e la moderazione. Un sipario ingenuamente spiritoso, come altri nelle nostre memorie del catechismo e dell’oratorio

“In Italia Charlie Hebdo ce lo sogniamo”. Davvero? Un messaggio per chi non conosce la storia, per chi non conosce sé stesso.

La tragedia parigina, con il suo corredo di errori, sviste e dilettantismi delle autorità francesi, ha messo in crisi quegli esterofili di casa nostra in servizio attivo e permanente, i quali, tuttavia, hanno cercato di rimediare denunciando quella che a loro modo di vedere sarebbe l’assenza, in Italia, di voci libere e indipendenti come “Charlie Hebdo”; “In Italia gente così ce la sogniamo”. Questo, in buona sostanza, il messaggio.

A costoro propongo e segnalo questa lista: sono gli italiani uccisi, feriti o perseguitati mentre facevano informazione, perché facevano informazione.

Sono tanti, sono 26, e forse ne mancherà qualcuno.

Sperando vi sia utile, con l’augurio possiate conoscerli, così da rispettarli, così da rispettare ciò che siete, ciò che siamo.

Buona lettura.

Cosimo Cristina

Mauro De Mauro

Giovanni Spampinato

Giuseppe Fava

Mauro Rostagno

Ilaria Alpi

Giuseppe Alfano

Giancarlo Siani

Carlo Casalegno

Walter Tobagi

Italo Toni

Graziella De Palo

Almerigo Grilz

Guido Puletti

Marco Luchetta

Gabriel Gruener

Antonio Russo

Maria Grazia Cutuli

Raffaele Ciriello

Vittorio Arrigoni

Enzo Baldoni (blogger)

Enzo Tortora

Giuseppe “Peppino” Impastato

Indro Montanelli (gambizzato dalle BR)

Simone Camilli

Miran Hrovatin

Mi si nota di più se dico di essere un po’ francese? Quelle terrazze sul dramma

Le tragedie di grande impatto emotivo come quella parigina, offrono un “point of view” ed un assist ideali per l’osservazione e l’analisi di un aspetto caratteristico della psiche umana e del comportamento sociale.

Nel caso di specie, ad esempio, potremmo notare da parte di molti la rivendicazione di un elemento di unione con la Francia; da un lontano parente nato oltralpe, ad un soggiorno a Parigi fatto magari da bambini, ogni esperienza, ogni dato, diventano utili per la ricerca di un mezzo che collochi in qualche modo questi italianissimi “signor Rossi” o “signora Rossi” nel cono di luce del dramma.

Un’ipertrofia dell’Ego, in qualche caso, un’insicurezza di fondo, in altri

Massacro “Charlie Hebdo”: le parole che aiutano i terroristi.

Il commando di Parigi ha dato prova di un’efficienza militare diabolica e di una volontà distruttiva solida e precisa, lasciando sul campo 12 esseri umani, annientati a sangue freddo.

Chi, adesso, cerca di utilizzare l’ errore (ancora da verificare) della carta di identità “dimenticata” in auto da uno degli assassini o nella ricerca dello stabile per fare ironia su di loro, sceglie, in realtà, un indirizzo strategico ben preciso, cercando di “assolvere” il terrorismo islamico dalla colpa in questione mostrando una presunta incapacità dei killer (“troppo stupidi per essere terroristi”; questo, il messaggio).

Un modus cogitandi pericoloso, miope ed oltraggioso, dal quale è e sarà necessario e doveroso prendere le distanze.

“I media non ve lo dicono”: il perché di una stupidaggine

La frase “i media non ve lo dicono” , punta di lancia del propagandismo dietrologista, è quanto di più irrazionale possa essere concepito in riferimento alla comunicazione. Questo perché un giornalista (soprattutto il freelance) ed una testata (sopratutto se lontana dal governo di turno) vivono di “notiziabilità”, ovvero di tutto quello che può generare una ricaduta positiva in termini economici, professionali e di visibilità.

Perché Mani Pulite non doveva cambiare le cose.La debole astuzia di un messaggio qualunquistico.

Il riaffacciarsi nel dibattito italiano della questione morale, porta inevitabilmente con sé l’accusa, rivolta a Mani Pulite, di non esser riuscita a modificare il comportamento della classe dirigente nazionale. “Non è cambiato niente”, questo il refrain che rimbalza dagli studi televisivi, ai salotti culturali, ai bar.

Si tratta, a ben vedere, di un giudizio usato con maggior frequenza da quel segmento di pubblica opinione che fu vicino al Pentapartito, che in questo modo cerca di ridimensionare le colpe* dell’asse DC-PSI-PLI-PRI-PSDI volendo sottintendere una peggiore condotta dell’establishment attuale. (*Colpe gravi, a partire dalla ricerca del consenso attraverso politiche sociali ed assistenzialistiche rese possibili da iniezioni di debito pubblico. Oggi ne paghiamo lo scotto, ma puntiamo il dito contro Merkel e Francoforte)

Un messaggio volutamente semplicistico e frettoloso, che omette un’evidenza di fondo, di importanza irrinunciabile ed apicale: Mani Pulite non fu un’iniziativa politica od istituzionale di rilancio etico, ma un’inchiesta giudiziaria ed investigativa che mirava a far luce su alcuni fenomeni corruttivi precisi e circoscritti (alla giurisdizione del Pool milanese).

Non doveva cambiare nulla, dunque, perché questo non era né doveva essere il suo scopo ed il suo compito.

P.s: seguendo il sillogismo che confina Mani Pulite nell’inutilità per non essere stata in grado di eliminare la corruzione, dovremmo allora chiedere lo scioglimento della magistratura e delle forze dell’ordine e l’abolizione delle carceri, dato che il crimine e e sarà, comunque, inestirpabile e sempre presente.

Il caso – Perché si parla di malasanità e non di buona sanità L'”asimmetria negativa” e il pessimismo mediatico.

Secondo l’ OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), l’Italia è il Paese con l’aspettativa di vita più lunga alla nascita: 80,9 anni. Sette mesi più dei francesi, un anno e otto mesi più dei britannici e ben tre anni più degli statunitensi.

L’ OMS (Organizzazione mondiale della sanità), inoltre, inserisce il servizio sanitario italiano al secondo posto, su scala mondiale, per qualità e capacità dell’assistenza offerta rispetto alle risorse investite.

Un quadro più che favorevole, dunque, al quale si aggiungono le molte eccellenze vantate nel settore dal nostro Paese. Il cittadino italiano, tuttavia, tende ad avere un’idea negativa del SSN e a nutrire in esso una scarsa fiducia; questa antinomia tra la sanità “reale” e quella “percepita” è il frutto di quella che gli esperti di comunicazione definiscono “asimmetria negativa”, ovvero la tendenza, da parte dei media, a dare risalto alle notizie a carattere più negativo.

L’asimmetria negativa è strettamente legata all’ “information anxiety” “(ansia da informazione”), uno stato ansioso da sovraccarico di notizie di segno pessimistico.

Le cause di questa scelta contraria ai principi fondanti la deontologia giornalistica vanno ricercate nell’interesse economico (l’episodio negativo è più “notiziabile”, quindi richiama un numero maggiore di fruitori) e politico (le testate contrarie all’establishment di turno strumentalizzano l’evento infausto allo scopo di danneggiare la parte avversa).

Matteo Salvini e la canzone di Elisa: il “sotf power” del leader del Carroccio.

« Stupenda la canzone “A modo tuo” di Elisa. Così, mi andava di dirvelo. E voi cosa state ascoltando? »

Questo, uno degli ultimi post scritti da Matteo Salvini su Facebook e Twitter. Nonostante la cosa abbia suscitato l’ilarità dei sui detrattori, interventi del genere si presentano come abili tecniche propagandistiche e comunicative, questo perchè l’utilizzo di un’immagine, di un link o di qualsiasi altro elemento richiami alla “normalità” ed alla propria vita di tutti i giorni, è funzionale all’obiettivo di avvicinare il politico alla gente “comune” («E voi cosa state ascoltando?»), spoglandolo di quella patina di istituzionale distacco che, solitamente, circonda l’establishment.

La scelta si rivelerà ancor più efficace se il personaggio in questione baserà, come Matteo Salvini, la propria strategia sul dialogo con l’ “everyman” (l’ “uomo della strada”)

Perché è giusto dire “non sono razzista, ma”. Il totalitarismo irrazionale del pensiero unico.

Consacrata come la dimostrazione e il palesamento di un razzismo subdolo ed inconscio, la formula “no sono razzista, ma” risponde, in realtà e molto spesso, all’esigenza di sottrarsi ad una forzatura concettuale e ideologica che impone un pensiero uniformante e idealizzante l’immigrato o lo straniero, al di fuori del quale si è accusati di pregiudizio xenofobo.