Il debunking e quelle statistiche buone solo quando fanno comodo

Nonostante da marzo-aprile molte e forse troppe cose siamo cambiate (curiamo meglio i malati, sono aumentati i tamponi, abbiamo il tracciamento, l’età media dei contagiati e la mortalità si sono abbassate, forse il virus ha un comportamento diverso, ecc), il paragone con la scorsa primavera viene fatto con frequenza sia dai più “ottimisti” (per evidenziare come per loro la situazione sia nettamente migliorata) sia dai più “prudenti” (per evidenziare come per loro la situazione sia ancora molto pericolosa) e dai giornalisti, spesso più concentrati sulla ricerca di titoli e notizie ad effetto che sul proporre un’informazione puntuale e lucida.


Tuttavia, un noto sito di debunking ha “bacchettato”, in un articolo uscito oggi, solo i primi (dando così prova di una fallacia logica nota come del “cecchino texano”), accusandoli di leggere i dati in modo arbitrario e di minimizzare il problema infondendo false sicurezze. Il tutto, condito dalle immancabili accuse di “negazonismo” (?) e di italianomedismo (c’è dunque anche un sottofondo di razzismo e classismo).Non è purtroppo il primo caso del genere, a dimostrazione di come anche il debunking, che dovrebbe fare dell’analisi razionale la propria bussola e la propria ragion d’essere, tenda a scivolare, almeno in questa circostanza, nella polarizzazione (emotiva o politica e ideologica che sia), venendo meno ai propri compiti e doveri.

Nota: il sito in questione non è uno spazio di informazione scienfica né il pezzo era supportato da evidenze scientifiche. Tra l’altro nell’articolo viene usata la foto di un calcolo fatto a mano, proprio per delegittimare ulteriormente il bersaglio.

Il maccartismo ai tempi del Covid

Qualcuno sta paragonando il periodo che stiamo vivendo al maccartismo, nello specifico la tendenza ad accusare di “negazionismo” (e di egoismo, stupidità ed analfabetismo funzionale) chiunque mostri e manifesti dissenso, anche in maniera lucida o tiepida, rispetto alla linea ancora dominante.

Il paragone è centrato ed ha una sua ratio storica, perché oggi come allora domina un timore spesso irrazionale (anche i maccartisti e le destre reazionarie parlavano tra l’altro di “contagio” a proposito della diffusione delle idee comuniste e socialiste) e perché oggi come allora si assiste ad un tiro al bersaglio cieco e indiscriminato, una spirale verso il basso in cui il pensiero critico e la differenza sono demonizzati e la sfumatura non ammessa, considerati metastasi da combattere ed estirpare.

In comune con il maccartismo c’è anche la denuncia e la segnalazione “de facto” di chi non rispetterebbe le “regole”, dai runner solitari ai 16enni che si baciano togliendosi la mascherina, ecc.

Il maccartismo fallì e fallì male, tuttavia, portandosi dietro i suoi sostenitori; questo perché in un circuito democratico ed avanzato un approccio isterico e liberticida non può mai sopravvivere e prosperare, oltre il breve termine.

Il capro espiatorio e la “guerra civile” tra italiani (e il paradosso Piero Angela)

Responsabili dell’indebolimento del SSN con anni e anni di tagli, e di non aver saputo ancora implementare le strutture medico-sanitarie o il trasporto pubblico per far fronte all’ “emergenza” Covid, le istituzioni e la politica scelgono di continuare ad usare il cittadino come capro espiatorio per l’aumento dei positivi (in maggioranza asintomatici o con sintomi “lievi”), coadiuvate dal sistema mediatico per affinità ideologiche e/o interesse economico.

Il risultato è un guerra strisciante tra italiani fatta di accuse e recriminazioni reciproche, nonostante gli italiani siano stati e siano tra i popoli più rispettosi delle norme di contenimento e nonostante abbiano subito e accettato il lockdown più rigido di ogni epoca.

Una strategia immorale, che si snoda attraverso la propaganda “agitativa” (studiata per creare e stimolare reazioni forti come la rabbia contro un bersaglio), “sociologica” (studiata per cambiare la mentalità del target), “grassroots” (diretta al “grass”, il “prato”, l’uomo comune) e “treetops” (diretta agli strati più “alti” della popolazione come intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc. “Treetops” sta infatti a indicare i rami più alti dell’albero). In quest’ultimo caso è emblematico l’atteggiamento di Piero Angela, forse inconsapevole testa di ponte che arriva a parlare di “untori” e ad invocare persino l’intervento dei soldati nelle strade come in un paese sudamericano degli anni ’70.

Dagli all’asintomatico?


Qualche giorno fa, un noto biologo italiano ha parlato degli asintomatici, sostenendo che anche loro sarebbero “malati” e rischierebbero gravi conseguenze. Dichiarazioni di un certo interesse, non tanto dal punto di vista scientifico (erano supportate da elementi e dati insufficienti e fumosi, ospitate da una testata generalista e il soggetto in questione non è né un virologo né un medico), ma comunicativo.

Oggi che gli asintomatici e i positivi “lievi“ sono la maggioranza di chi contrae il Covid, almeno in Italia, il rischio è infatti che il cittadino-medio tenda a “sottovalutare” la malattia, abbassando la guardia. Un “calo di tensione” che potrebbe danneggiare il prossimo (le persone realmente esposte a scenari severi) ma anche chi, a vario titolo e sono moltissimi, sta traendo vantaggio e beneficio da questa situazione di emergenza.

Sicuramente il biologo di cui sopra era in buona fede (nonostante qualche richiamo di troppo ai “negazionisti”, categoria che per alcuni ingloba chiunque manifesti anche solo un dubbio rispetto ad una certa linea), tuttavia non è da escludere che in un futuro molto prossimo gli asintomatici possano subire un’ “offensiva” mediatica (è capitato ad altre categorie) che li presenti come pericolosi, danneggiati e dannosi, anche oltre l’evidenza, la realtà e il buonsenso.

il Covid e lo strano caso dell’uomo che morì due volte

Sembra che la Regione Abruzzo abbia annoverato tra i recenti morti per il Covid anche un autotrasportatore ucraino, annegato e poi risultato positivo al tampone post-mortem. Chi conosce la comunicazione e la Storia (soprattutto) non se ne stupirebbe e non può non domandarsi quanti casi del genere ci siano stati, fino ad oggi. Ma sa anche che certi comportamenti sono destinati, presto o tardi, a ritorcersi contro chi li pone in essere e li sostiene.

Quel vaccino contro i “poteri forti”

Addditato come strumento di controllo e guadagno dei “poteri forti” , il vaccino anti-Covid sarà, paradossalmente, l’esatto conrtrario.

A trarre beneficio dalla situazione di emergenza che stiamo vivendo sono infatti (tra gli altri) politici, partiti, media e un segmento esteso e influente dell’imprendioria privata, settori riconducibili a quel “sistema” inteso nella sua accezione più comune e che subiranno un danno importantissimo dalla sconfitta del virus. Ad essi andranno aggiunti gli scienziati “televisivi” (volendo usare un cliché informale), ovvero quei tecnici che stanno ottenendo vantaggio dall’esposizione mediatica (anche sui social).

Il proliferare di certe notizie infondate o manipolate che mettono in dubbio l’efficacia di un vaccino, adesso che sembra in dirittura di arrivo, è la prova e la dimostrazione della sua pericolosità, per qualcuno che ha il potere di accedere al grande pubblico.

Mattarella, la stampa italiana e il “solito” Boris Johnson

Mattarella ha indubbiamente ragione quando parla dell’importanza della serietà, rispondendo a Boris Johnson. Tuttavia, serietà significa molte cose, è un concetto, un valore, multiforme, e con svariate accezioni. Serietà vuol dire anche non trascurare milioni di persone colpite ed affette da malattie magari più gravi del Covid, serietà vuol dire anche evitare provvedimenti inutili o eccessivi che mettano a repentaglio la salute mentale, il benessere e la sicurezza economica dei cittadini. Ecc, ecc.

Chi poi abbia fatto lo sforzo di andare oltre i titoli e i commenti di certa stampa italiana, si renderà conto che il premier britannico non ha formulato un’analisi decentrata. Pur tra mille contraddizioni e storture, è infatti innegabile che Londra vanti una tradizione democratica più antica e solida rispetto a molti altri paesi occidentali, elemento questo che porta inglesi e britannici ad assegnare un ruolo fondamentale alle libertà individuali. Se oggi gli italiani non marciano in camicia nera, è del resto anche merito (non dimentichiamolo) del sacrifico di milioni di ragazzi che imbracciarono il fucile sotto la Union Jack.

In un certo senso, Boris Johnson è diventato per una parte dell’informazione e della sinistra di casa nostra ciò che la Boldrini o la Kyenge furono e sono per la destra reazionaria e populista, ovvero il bersaglio ideale (anche a causa di demeriti suoi) per veicolare una propaganda spesso ostile, agitativa e fuorviante.

Se la forma diventa sostanza: i “fascisti” di Colleferro

Sebbene non esista alcuna prova a dimostrare che l’aggressione di Colleferro avesse un movente razziale (Willy Monteiro Duarte è intervenuto a rissa già iniziata), come non esista alcuna prova dell’appartenenza degli assassini all’estrema destra (pare che uno di loro fosse un simpatizzante del M5S, inoltre avevano amici nordafricani e i loro raid colpivano in maniera indiscriminata italiani e stranieri), i Bianchi, Bellegia e Pincarelli sono stati associati quasi subito al Fascismo.

Un binomio suggerito non solo dalle caratteristiche della vittima (un ragazzo di origine capoverdiana) ma anche dall’aspetto esteriore dei quattro giovani e dal fatto praticassero discipline da combattimento. I tatuaggi, i fisici in evidenza e la passione per la lotta hanno cioè attivato dei “frame” in chi ha voluto vederli come fascisti (il cliché di un muscolarismo bellicista che si vuole prerogativa dei soli estremismi di destra), “frame” che hanno aderito al “campo di realtà” di costoro e ai loro sistemi di “credenza”, innescando a loro volta i meccanismi alla base del “grouping” e dell’ “omofilia”.

Detto forse più prosaicamente, anche chi condanna la forma intesa come fattore discriminante e vincolante (la nazionalità e l’etnia nel caso di specie) ha dimostrato la stessa vulnerabilità, cosa peraltro fisiologica.

Per questo, l’esame delle credenze del target e delle sue strutture culturali è un passaggio fondamentale e irrinunciabile nell’ingegneria della propaganda.

La rivincita dei “nazisti” svedesi


Il successo del modello svedese, oggi riconosciuto anche dall’ OMS, andrà senza dubbio contestualizzato, tenendo presente come le differenze tra un paese e l’altro, tra uno scenario e l’altro, rendano spesso difficile o impossibile concepire soluzioni univoche e standardizzate.

Quello che tuttavia non può non balzare agli occhi è il fatto sia stata smentita la narrazione che voleva e vuole demonizzare la Svezia (tra le comunità più progredite al mondo), presentandola come un paese egoista, incosciente, negazionista, sprovveduto, folle, quasi prossimo all’eugenetica nazista (!).

Un atteggiamento che rientra in una strategia propagandistica e comunicativa precisa, mirata a colpire non solo la leadership scandinava ma chiunque prenda le distanze da un certo approccio e da una certa narrazione, oggi ancora dominanti, rispetto al problema Covid.

Zingaretti, la mascherina e l’ “abito del capo”

In alcuni contributi precedenti era stata analizzata l’importanza dell’immagine nella politica e nella propaganda, dalle fasi più antiche della storia fino ai giorni nostri. Dal mito greco del “καλὸς καὶ ἀγαθός” alle rappresentazioni degli imperatori romani nel fulgore di un’avvenenza perfetta in realtà inesistente, la fisicità ha sempre costituito un elemento apicale nel modo di essere dell’uomo pubblico e politico, ma è soltanto con l’irruzione dei media audiovisivi che essa si trasforma in un pivot decisivo nelle tecniche di autopromozione (in maggior misura per le forze di tipo populistico e demagogico).

Ecco, ad esempio, che “il corpo del capo” diventa la sottolineatura del muscolarismo-machismo non soltanto di un leader ma anche di un’ideologia (Mussolini). Per “immagine”, tuttavia, non si dovrà intendere la corporeità in senso stretto e limitante ma anche l’insieme di tutti gli ingredienti che realizzano l’involucro del personaggio, “dalla “voce del capo” (Hitler) all’ “abito del capo”, quest’ultimo un aspetto sempre più fondamentale.

Le foto di sé con indosso la mascherina che Zingaretti pubblica sui social con grande frequenza (lo fanno anche altri politici) hanno lo scopo di mostrarlo responsabile e allo stesso tempo battagliero, in prima linea contro l’emergenza. Nel suo caso, è bene ricordalo, interviene pure la necessità di far dimenticare di averla clamorosamente sottovalutata, nelle sue fasi iniziali.

La mascherina prende quindi il posto di un elmo, ma idealmente rappresenta anche il resto dell’armatura, spada compresa. Zingaretti è un guerriero, che combatte per la sua regione e il suo paese, che si è rialzato dopo essere stato ferito. Per questo il tema Covid occupa gran parte della sua comunicazione, come di quella degli altri leader “giallo-rossi”. Di nuovo e concludendo, la mascherina ha anche la funzione di rimarcare una differenza rispetto a rivali come Salvini, che invece (seguendo una scelta diversa ma altrettanto studiata ed elaborata) decidono spesso di farne a meno.

Approfondimento:

Si tratta in ogni caso di una scelta comunicativa tipica sopratutto del leader “agentico”, mentre uno Zingaretti è forse un leader più vicino al modello “cooperativo”

Secondo lo psicologo ed esperto di comunicazione statunitense David Bakan, tra gli aspetti del leaderismo ci sono l’ “agentività” (agency) e la “cooperatività” (communion).

Il leader che adotta uno stile “agentico” tenderà ad essere individualista, ambizioso, creativo, orientato al risultato e all’espansione di sé

Il leader cooperativo sarà invece più attento al gruppo e propenso al gioco di squadra.

Come suggerito da un altro studioso, James David Barber, occorre tuttavia fare attenzione a non confondere la “cooperaritvità” con la mancanza di personalità (errore invece molto comune); nel leader “cooperativo” l’energia caratteriale è infatti semplicemente meno esibita, ma non per questo meno forte ed incisiva