La comunicazione irresponsabile – La guerra farlocca di Adnkronos: cui prodest ?



Nell’ormai lontano 25 novembre, l’ammiraglio Rob Bauer, presidente del comitato militare della NATO, disse che l’Occidente dovrà investire di più per implementare la propria capacità di DETERRENZA, in ragione dell’attuale quadro globale. Ciononostante, l’agenzia Adnkronos pubblica, quasi ogni giorno (caso pressoché  unico al mondo), la  notizia, manipolandola, dandole un taglio allarmistico-apocalittico come si può vedere. Un comportamento che non è solo deontologicamente scorretto, ma pure socialmente pericoloso. Un copione già visto, con il Covid e con altri argomenti capaci di determinare un forte impatto emotivo. Canali da evitare, smettendo di seguirli.

La (prevista e prevedibile) parabola del M5S


Già oltre dieci anni fa previdi, in alcuni articoli realizzati per testate di settore e proiezioni per i clienti, la parabola del M5S, ciò che oggi sta vivendo. Non che il sottoscritto possieda chissà quali abilità analitiche o divinatorie, ma era sufficiente una conoscenza, anche basica, della politica italiana, della sua storia e di certe dinamiche della psicologia sociale, per giungere alla stessa conclusione.

Questi soggetti hanno infatti nel loro punto di forza, cioè l’ostensione dell “alterità” e della trasversalità, la loro stessa debolezza; solo con l’isolamento potranno conservarle, tuttavia esso porterà, alla lunga, all’inazione più inutile ed al conseguente abbandono da parte del cittadino. Entrare invece nella “stanza dei bottoni” farà smarrire loro la “verginità”, piegandoli a quegli obblighi e compromessi derivanti dall’arte del governare (vincoli di bilancio e normativi, alleanze internazionali, “deep state”, ecc). A ciò si aggiungeranno la ricattabilità e la scarsa affidabilità di una classe dirigente composta in buona parte da deputati e senatori di fatto “presi dalla strada” (condizione di per sé non disdicevole), i quali ben difficilmente saranno pronti a rinunciare ad uno status ottenuto quasi all’improvviso ed in modo inaspettato.

Il paragone con la Lega e il futuro del Movimento

L’accostamento con la Lega Nord potrebbe essere fuorviante, perché per il Carroccio l’antipolitica non era un elemento centrale bensì subordinato ad un discorso di tipo localistico-identitario (cosa che gli assicurava e gli assicura un radicamento nei territori, che ai grillini, di nuovo, manca). E’ vero che il M5S non si esauriva, neanche nei giorni migliori, nella progettualità del “vaffa”, tuttavia “sklills” come il pragmatismo liquido hanno sempre avuto un peso relativo, almeno nella percezione dell’elettorato. La creazione di Grillo e G.Casaleggio era forse più simile all’UQ gianniniano (anch’esso paragonato spesso alla Lega*), forza estintasi nel volgere di pochi anni. Se poi Salvini è riuscito a ridare linfa al suo partito trasformandolo da forza “localista” a nazionalista”, andando con naturale facilità a riempire spazi liberati dalla scomparsa di protagonisti quali AN, il futuro dei cinque stelle appare incerto e da definire e definirsi, non in ultimo pensando alla difficoltà di inserirsi come alternativa di sinistra ad un PD targato Schlein. I “lumbàrd” potevano inoltre contare, volendo concludere, su una serie di dirigenti esperti e rodati, opportunità di cui il M5S non dispone anche a causa del vincolo dei due mandati e dell’autoritarismo dei fondatori; è, questo, un “vulnus” che li ha costretti a cercare un leader altrove, un Giuseppe Conte estraneo alla loro tradizione e che, infatti, li sta portando non solo a collezionare sconfitte su sconfitte ma pure a snaturarsi.

*a riguardo mi permetto di consigliare il saggio “La Lega qualunque”, di A. Sarubbi. Pur non condividendone l’impianto di base (il paragone tra Carroccio e “torchietto”), trovo offra spunti di un certo interesse

Appunti di comunicazione – Caso Bove: è vera empatia? Il dovere del realismo



Un personaggio famoso sfugge alla sua dimensione privata, per appartenere a quella pubblica, al pubblico che lo sente legato a sé, come una figura familiare. È dunque normale, fisiologico, nel quadro di tale dinamica psicologico-sociale-culturale, l’affetto e il trasporto dimostrati ad Edoardo Bove, la preoccupazione per lui quasi fosse un amico, un parente (qualcuno si è non a caso spinto a chiamarlo confidenzialmente “Edo”).

Un disincantato realismo ci obbliga tuttavia al confronto con l’indifferenza verso tragedie analoghe, quando  colpiscono estranei-sconosciuti, addirittura sotto i nostri occhi. Non solo; e se Bove avesse militato in una squadra “polarizzante” ? Sarebbe stato circondato da tanta, premurosa, attenzione?

Appunti di comunicazione – No, la rinascita dell’Iran non parte solo e soltanto dalle donne: il dovere della razionalità

Benché suggestivo e di forte impatto emotivo, il messaggio secondo cui il gesto di Ahoo Daryaei sarebbe l’emblema di una rinascita, di un cambiamento e di un’energia che possono arrivare solo dalle donne e con le donne, sarà ad ogni modo concettualmente sbagliato e fuorviante.

Se, come premesso, l’immagine di una donna iraniana che cammina in slip e reggiseno in mezzo alla folla e ad altre donne, velate, costituisce un “frame” dall’importantissima valenza simbolica e storica, è infatti bene ricordare come la stragrande maggioranza dei dissidenti iraniani sia composta da uomini e come solo gli uomini abbiano, in una società così strutturata, la capacità effettiva di incidere contro la ierocrazia dominante. Questo non vuol dire, si faccia attenzione, marginalizzare o sottovalutare il potenziale “rivoluzionario” delle donne e delle ragazze iraniane, ma ricondurre l’analisi ad una dimensione razionale e realistica.

Appunti di comunicazione Khelif-Carini, tra polarizzazione ed omissioni



Il 20 settembre 1973, la leggenda del tennis Billie Jean King sconfisse il collega maschio Bobby Riggs in quella nota come la “Battaglia dei sessi”. Anni dopo, sarebbe stata emulata dalla climber Lynn Hill e dalla maratoneta Pamela Reed.  Eccezioni, che infatti sono passate alla storia. Eccezioni, come quei casi che hanno visto uomini battere bestie feroci. Ma la regola è un’altra. La regola dice che le potenzialità fisiche ed atletiche di un uomo non sono paragonabili a quelle di una donna, come un essere umano soccomberà il 99,9% delle volte contro una tigre od un leone.

Le nove sconfitte (su 45 match) di Imane Khelif, incassate peraltro ad inizio carriera, dicono poco o nulla nell’economia del dibattito, non fanno venir meno e non negano gli indubbi vantaggi strutturali,  contestati oggi e ieri da avversarie e federazioni, derivati dalla sua particolare condizione, ma potrebbero essere riconducibili ad una preparazione insufficiente, ad una non buona forma psico-fisica al momento, a torti arbitrali, ecc.  Molto semplicemente, nella classifica del “gradimento” di una certa cultura liberal, politically correct, inclusivista, woke o che dir si voglia (i concetti non sono “ipso facto” intercambiabili) , una donna bianca, occidentale e fino a prova contraria eterosessuale, è la seconda linea del fronte subito dopo l’omologo maschio,  ha quindi un  perso specifico minore rispetto ad un’intersessuale africana. Se, volendo intenderci,  Carini fosse stata nera e Khelif una bianca-statunitense od israeliana, le cose sarebbero cambiate, come sarebbero cambiate se al posto della Di Francisca ci fosse stata una Egonu. 

Ampliando il campo d’indagine, la tragedia di una Giulia Cecchettin ha guadagnato la ribalta perché l’omicida era un italiano autoctono e di buona famiglia, ma, se si fosse trattato di un immigrato, molti indignati avrebbero tenuto un profilo più basso (chi conosce Sofia Castelli?), se non assunto un atteggiamento giustificazionista. La stessa ragione che porta costoro a denunciare il sessismo e la misogina in Italia e in Occidente salvo fare del relativismo assolutorio davanti ai soprusi ed alle negazioni delle libertà fondamentali subiti dalle donne ad altre latitudini (“è la loro cultura”, questo il refrain. Ricordiamo che pure la pedofilia e la Mafia hanno un, poderoso, retroterra culturale).

Siamo in presenza, insomma, di ipocrisie distopiche figlie tanto di un senso di colpa tutto occidentale quanto, paradossalmente,  di un paternalismo razzista, che induce un certo movimento d’opinione a credere che gli occidentali bianchi siano gli unici ed i soli capaci di una riflessione critica sul proprio modo di essere. A questi individui non interessa realmente il benessere delle donne, come non interessa la causa delle iperandrogeniche, ma sarebbero pronti a scaricare  una Khelif, lo si è già detto, di fronte ad un argomento ritenuto più sensibile.

Il fatto che il centro-destra abbia infine preso le parti di Carini contribuisce ad aumentare e radicare la polarizzazione, impedendo ancor più l’elaborazione razionale.

La soluzione? Adesso che transessuali, intersessuali,  iperandrogeniche, transgender, ecc,  sono divenute/i, per fortuna, “rappresentazioni sociali”, sarebbe logico ed opportuno inserirle/i in categorie sportive formalmente definite, così da tutelare i loro diritti e quelli altrui.

Nota: chi dice che Carini si è arresa “solo” dopo 46 secondi o dopo “soltanto” un pugno o ancora dopo “appena” un pugno alla mandibola, non si rende conto dell’assurdità di un simile ragionamento, che denota un’ignoranza totale e pericolosa riguardo la boxe ed il combattimento. Insultare la pugilessa azzurra, darle della “pancina” o della vigliacca, rimanda infine al concetto sopraesposto, ovvero che la donna viene difesa e rispettata a seconda del suo contraltare del momento; eroina, martire e giusta in un caso, per poi tornare ad essere senza carattere, superficiale o poco di buono in un altro.

Appunti di comunicazione – Il pizzicotto iraniano, la solita estate 1914 e le responsabilità dell’informazione



Dopo il raid d’inizio mese a Damasco, una reazione iraniana era prevista e prevedibile perché  inevitabile. Conscia della pericolosità di qualsiasi atto ritorsivo che potesse portare ad uno scontro militare su larga scala contro una grande potenza  nucleare (e largamente superiore anche sotto il profilo convenzionale), Teheran ha quindi scelto una risposta dimostrativa, sostanzialmente innocua, addirittura annunciata. Una forma di propaganda “interna”, più nello specifico, rivolta innanzitutto alla propria opinione pubblica ed a quelle della porzione di mondo arabo e musulmano che guardano alla teocrazia del Golfo come ad un (nuovo) punto di riferimento.

Se non è irrazionale che l’uomo “comune”, l’ “everyman”, il quale non sempre padroneggia certe dinamiche della storia, della geopolitica e della comunicazione, si metta in allarme, preoccupato per escalation distruttive prima locali e poi globali (i puntuali ed immancabili riferimenti all’estate 1914), non è invece accettabile che ad alimentare certi timori siano i professionisti dell’informazione, che anche se posizionati ideologicamente e politicamente sono tenuti a seguire ben precisi e rigorosi indirizzi deontologici.



Restando agli agit-prop, fa sorridere (volendo ricorrere ad un’espressione indulgente) un Corradino Mineo, quando annuncia adrenalinico e trionfante il presunto successo bellico iraniano (“ha dimostrato stanotte di poter rispondere”, “ha mandato una pioggia di droni e missili su Israele ma non ha affondato il colpo”) e mette in guardia circa una presunta “rete di solidarietà atomica” composta da Russia e Cina, che a tutto ambiscono fuorché  a scomparire dalle mappe sacrificandosi per gli ayatollah.

Appunti di comunicazione – La propaganda e lo “svantaggio” dell’Occidente



Se in Occidente la propaganda russa è di fatto libera di filtrare, senza limiti e condizionamenti ma anzi amplificata dai numerosi canali di appoggio di Mosca, non è così a parti invertite. Questo senza dimenticare che, essendo società “aperte”, plurali e democratiche, le occidentali non hanno una propaganda univoca, standardizzata ed “ufficiale”.

Per il Kremlino è dunque più facile destabilizzare l’ opinione pubblica avversaria, ad esempio con la ciclica minaccia nucleare intervenendo con la “grassroots propaganda” (dirett al “grass”, il “prato”, appunto il cittadino comune), bloccando e manomettendo eventuali contrattacchi.

In questa fase della “guerra grigia” in atto (gray zone warfare), la Russia è insomma favorita e avvantaggiata, benché non si tratti di un aspetto realmente decisivo.

Appunti di comunicazione – Non solo Giulia Cecchettin: perché può essere sbagliato colpevolizzare le “crocerossine” (e le loro famiglie)



Il Sistema Motivazionale Interpersonale (SMI) dell’ “accudimento”, reciproco a quello dell’ “attaccamento”, si attiva quando abbiamo di fronte un soggetto che percepiamo come più fragile, in difficoltà, bisognoso di aiuto. Se impossibilitati ad assisterlo, proveremo ansia, tenerezza protettiva e senso di colpa, emozioni che giocano un ruolo intermedio tra la presa d’atto della situazione e il comportamento per raggiungere l’obiettivo, nel caso di specie il soccorso*.

Non si tratta, è bene evidenziarlo, di teorizzazioni e ipotesi astratte, bensì di meccanismi psicobiologici facenti capo al sistema limbico (amigdala e giro del cingolo).

Appellarsi alle ragazze affinché non facciano da “crocerossine” a individui problematici e narcisisti**, è quindi un approccio scorretto, superficiale e sostanzialmente privo di utilità, com’è sbagliato colpevolizzare le famiglie delle vittime (anch’esse inconsapevoli di certe dinamiche complesse), imputando loro disattenzioni e mancanze di iniziativa. Le istituzioni dovrebbero invece, tramite la scuola, “educare” i giovani a riconoscere certi segnali di allarme nell’altro e, nel caso, a chiedere aiuto.

*Bowlby-Liotti

**la cosa riguarda anche gli uomini, dato che anche loro possono diventare vittime di relazioni “tossiche” e pericolose

La comunicazione irresponsabile – La cara, vecchia, Terza Guerra Mondiale



Durante l’ultimo (e in corso) conflitto arabo-israeliano, l’Iran si è limitato a manifestazioni di solidarietà verso Ḥamās senza tuttavia spingersi oltre ed anzi mostrando più volte irritazione verso l’ “alleato”. L’ipotesi di un attacco diretto e frontale ad Israele da parte di Teheran, usando come “casus belli” l’attentato di oggi (rivendicato dall’ISIS), è anche per questo del tutto irrazionale, com’è irrazionale credere che qualcuno, soprattutto una potenza non-nucleare, possa realmente voler muovere guerra ad una potenza nucleare.



Chi di nuovo paventa imminenti scenari apocalittici, e di nuovo una Terza Guerra Mondiale, è poco attrezzato per l’analisi geopolitica o cerca di spaventare il proprio bersaglio, di destabilizzarlo nel quadro di un disegno tattico o strategico preciso.

Sembrano i TDG, solo che fanno più danni.

Appunti di comunicazione – L’ambasciatore improvvisato

Nel 2001 un informatico italo-americano di nome Jonah Peretti inviò provocatoriamente alla NIKE la richiesta di personalizzare le proprie scarpe con la scritta “Sweatsop”*, termine che indica un luogo di lavoro caratterizzato da condizioni povere e socialmente inaccettabili per il dipendente. L’allusione era alle fabbriche della multinazionale nei paesi del Secondo e Terzo Mondo.

Il vivacissimo scambio di mail che ne derivò (“potete mandarmi un paio di scarpe del colore della pelle della bimba vietnamita di dieci anni che ha lavorato per farle?”) fu reso virale da una catena partita dagli amici dell’informatico, che nel giro di poche settimane si ritrovò famoso a livello globale e a dibattere sui media dei diritti dei lavoratori. Lui, senza alcuna competenza ed esperienza a riguardo, come infatti ebbe a riconoscere per primo.

L’aneddoto è emblematico non solo dei meccanismi della viralità ma pure dell’informazione, specialmente al giorno d’oggi; più del messaggio, in sé, conta chi lo veicola. Anche il caso di Gino ed Elena Cecchettin può essere per certi versi paragonabile a quello di Peretti.

*la NIKE aveva lanciato un sito tramite il quale i clienti avrebbero potuto scegliere colore e scritta delle loro scarpe