Quelle bufale che fanno bene al regime nordcoreano

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Nel tentativo di screditare Kim Jong-un ed il regime Juche, gli influencer occidentali e sudcoreani hanno elaborato una strategia basata su un ampio ricorso all’alterazione del fatto ed alla menzogna.

Incapsulata in “bufale” tanto grottesche quanto improbabili e, dunque, smentibili (il dittatore si nutrirebbe di ragni, ucciderebbe la gente a cannonate, ecc), questa scelta propagandistica si sta tuttavia e per questo rivelando un boomerang, portando all’affermazione del dubbio anche in presenza di notizie vere e provate sulle violazioni compiute dal regime di Pyongyang e rafforzando quel (diffuso) movimento d’opinione che vuole l’Occidente ipocrita e manipolatore.

Le Unioni Civili e la strategia del gambero pentastellata

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La motivazione addotta dal M5S per giustificare la scelta astensionista nel voto sulle Unioni Civili (il dispositivo non sarebbe abbastanza completo) non potrà che apparire vuota e velleitaria se si pensa che lo scorso febbraio fu proprio il Movimento a far mancare all’ultimo secondo l’ossigeno al DDL Cirinnà nella sua versione più ampia e matura.

La decisione andrà invece ricondotta a quella strategia di avvicinamento al blocco conservatore che Grillo ha manifestato in modo inequivocabile attraverso l’alleanza europea con l’UIK e che continua a ribadire e confermare con le sue esternazioni pubbliche (si veda l’ultimo tackle su Sadiq Khan).

Alla caccia di quello spazio lasciato vuoto dal berlsuconismo, l’ex comico sapeva e sa bene di non poter apparire credibile portando in eredità una legge che avvantaggia la comunità LGBT, specialmente nell’imminenza di un appuntamento fondamentale come le lezioni romane.

D’altro canto, un “no” netto, secco e ideologico alla Cirinnà ed alle politiche egualitarie in senso più ampio, avrebbe come conseguenza un’emorragia a sinistra potenzialmente fatale. Da qui, la sterzata verso una motivazione ufficiale come quella data.

Il PCI e la RAI: la “rivoluzione” del 1959

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“Milioni di persone siedono ogni sera come sui banchi di una gigantesca scuola, la più grande di cui i clericali dispongano e i maestri che impartiscono la lezione sono gli agenti ideologici del monopolio, dell’integralismo clericale, gli impiegati di concetto di una sorta di immensa azienda propagandistica, che, come un’azienda commerciale, deve produrre profitto politico”

Così, la giornalista e attivista comunista Maria Antonietta Macciocchi, nel primo convegno sulla televisione organizzato dal PCI (1959). A motivare la dura requisitoria di Macciocchi contro il piccolo schermo, la messa in onda del programma “Cinquant’anni di vita italiana”, ideato e condotto da Silvio Negro, giornalista conservatore e vicino al Vaticano.

Se fino a quel momento il Partito Comunista aveva mostrato un sostanziale, e, per certi versi, snobistico distacco dalla TV, ecco che nel 1959 prese forma, da parte di Botteghe Oscure, la richiesta di una vera e propria rivoluzione in senso egualitario delle dinamiche RAI; è infatti dello stesso 1959 l’articolo :”Nuove leggi per una televisione imparziale” (pubblicato su “Vite Nuove”, testata vicina al PCI e di cui Maciocchi era direttrice), mentre nella primavera dell’anno seguente i circoli ARCI organizzarono una serie di incontri nei quali si chiedevano la nomina parlamentare del consiglio di amministrazione dell’azienda e l’accesso per tutti i partiti.

Quella del PCI fu ed è da considerarsi un’iniziativa del tutto pionieristica nel campo dell’informazione televisiva, la prima in senso assoluto volta alla creazione di una RAI imparziale e svincolata dalle dinamiche clerical-politiche, tanto presenti e vincolanti allora come oggi.

Donald Trump spiegato nel 1980. La politica dell’immagine nell’analisi di James MacGregor.

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“La sua modestia come Presidente (Jimmy Carter, ndr) non è dovuta solo al suo carattere e alla sua preparazione, molta è colpa del sistema con il quale si elegge il Presidente. Se verrà eletto Reagan, avremo un caso simile a quello di Carter: non di dovrebbe imparare a fare il Presidente mentre lo si fa. Il sistema del primo ministro, adottato in altre democrazie occidentali, malgrado i suoi difetti costringe gli uomini che vogliono raggiungere il vertice ad un lungo apprendistato. Dovremmo evitare, almeno, che il capo dell’esecutivo sia scelto in base alla sua immagine”.

Così scriveva il politologo e storico statunitense James MacGregor (1918 – 2014), alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1980.

In un periodo di forte, e per certi versi inedita, crisi del sistema americano, MacGregor individuava nell’affermazione della politica dell’immagine una delle cause dell’impasse nel quale versava il suo Paese. Per MacGregor, il “contenitore” aveva di fatto guadagnato il sopravvento sul “contenuto”, indebolendo e inquinando la cultura democratica e la sua prassi in modo pericoloso.

L’analisi, tuttavia, si basava su due modelli, James E.Carter e Ronald Wilson Reagan, per certi versi non appropriati, dal momento in cui entrambi si erano lanciati nella corsa alla Casa Bianca dopo una lunga gavetta come deputati e governatori (Carter della Georgia e Reagan della California).

Pur muovendo da due esempi “sbagliati”, la speculazione di MacGregor restava comunque intatta nella sua validità, per acquistare sempre più forza negli anni fino a trovare la sua definitiva conferma con Donald Trump; sprovvisto di qualsiasi esperienza politica sul “campo”, il magnate newyorkese è quindi un dilettante della politica, capace però di affermarsi in virtù della sua immagine, utilizzata come vettore principale ed elemento soverchiante rispetto ai contenuti, propri come altrui.

Perché Donald Trump ama gli ignoranti. Astuzia di una strategia.

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“Amo le persone ignoranti”; così il repubblicano Donald Trump, dopo la sua vittoria nei caucus del Nevada. La frase, ingenuamente catalogata come provocatoria, rientra invece nel quadro di una ben delineata strategia politica e comunicativa, tanto dirompente quanto sottile ed efficace.

Appropriandosi di uno degli stilemi classici delle destre populiste, il magnate cerca infatti di parlare all’ “uomo comune” (“everyman”) dell’ “uomo comune” con il linguaggio dell’ “uomo comune”. Trump si rivolge, nel caso di specie, alla “working class” (bianca) che, secondo la sua traiettoria concettuale, è “ignorante” perchè non ha tempo da perdere in vacui esercizi intellettuali, dovendo lavorare e produrre.

In questo modo, il candidato goppista rivolge un attacco anche alla sinistra, tradizionalmente bollata dalle destre populiste come lontana dal “Paese reale”.

La frase trumpiana sarà paragonabile alle cravatte allentate di Umberto Bossi o al “trash talking” grilliano e salviniano, tutti esempi di comunicazione concepita per suggerire alle masse vicinanza, pragmatismo e genuinità.

Il “canguro” e le bugie di Luigi Di Maio (e quelle di Gianroberto Casaleggio)

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Di Maio (M5S) : “Rivolgo un appello a Renzi. Noi sulle unioni civili ci siamo al cento per cento. Possiamo votare la legge, senza canguro, in due tre giorni”.

La replica di Monica Cirinnà, ideatrice della legge: “NO, non è vero. Non si potrebbe votare la legge in un giorno, né in due e neanche in tre.

La discussione con questo numero di emendamenti e di incognite sul voto segreto durerà settimane.

Volete un calcolo di quanto?

Per prima cosa, quanti sono gli emendamenti? Ci sono i 580, (non 500 come viene detto) sopravvissuti degli otre 5000 presentati inizialmente dalla Lega. Ad essi ne vanno aggiunti qualche altro centinaio provenienti da NCD, FI, e destre varie (oltre ai 40 residui del PD).

In tutto, circa circa 800 emendamenti che non si votano in due giorni. E chi lo afferma mente sapendo di mentire. Perché? Andiamo per punti:

• innanzitutto per via del loro contenuto, visto che come abbiamo detto specialmente quelli leghisti sono innanzitutto trappole, 500 trappole;

• per le condizioni in cui lavora l’Aula: senza relatore, senza pareri del Governo e, soprattutto, senza possibilità di contingentamento dei tempi, (massimo 2 minuti a intervento) e previsti solo per i decreti legislativi del governo, (non per un disegno di legge come quello per le Unioni civili in discussione);

• stando così le cose, per ogni emendamento al ddl, ogni gruppo potrebbe parlare 10 minuti. Siccome in parlamento ci sono 10 gruppi, il calcolo del tempo di discussione necessario per gli 800 emendamenti sarebbe di 1333 ore (10 min X 10 gruppi X 800 emendamenti / 60). Circa 166 giornate lavorative di 8 ore ciascuna: un anno di lavoro medio, se l’aula si riunisse tutti i giorni lavorativi occupandosi solo di questo ddl. Dato che potrebbe ridursi a 56 giorni, circa 2 mesi, ma il senato dovrebbe riunirsi in seduta permanente notte e giorno senza mai pause, nemmeno per mangiare o dormire.

• Se, invece, vogliamo guardare il problema da un’altra angolazione, per discutere tutti gli emendamenti in due giorni (l tempo sventolato in questi giorni come realmente necessario), ossia circa 11 ore di aula, il senato dovrebbe e votare un emendamento ogni 50 secondi circa (11H*60Min*60sec/800).”

La ricercatrice, la ministra e la falsa emergenza sulla “fuga dei cervelli”

La vicenda della ricercatrice Roberta D’Alessandro, che dal suo spazio Facebook ha lanciato un “j’accuse” contro il Ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini lamentando una presunta disattenzione delle nostre istituzioni verso i giovani laureati, ha fatto tornare alla ribalta il fenomeno del “brain drain”’, ovvero la “fuga dei cervelli” all’estero.

Tematica tra le più scottanti nel dibattito contemporaneo, il “brain drain” italiano non ha, tuttavia, quei contorni di emergenzialità che una certa pubblicistica vorrebbe conferirgli.

Analizzandolo più nel dettaglio, potremo infatti notare come l’Italia sia soltanto nona per numero di laureati “in fuga”, alle spalle di Australia, Belgio, Brasile, Canada, Danimarca, Francia, Germania e India (Paesi avanzati e con un elevato grado di istruzione). Osservando invece il numero totale degli emigranti europei, ci accorgeremo di essere alle spalle di Federazione Russa, Germania, Regno Unito, Francia e Spagna.

Sebbene piaghe quali l’ipertrofismo burocratico, il nepotismo e la scarsità dei fondi destinati alla ricerca e all’istruzione siano reali ed evidenti, è tuttavia necessario osservare il percorso dell’analisi razionale, per non cedere il passo ad un allarmismo che ha, sovente, un backround ideologico.

L’ ansia da informazione: un rischio per il nostro Paese.Secondo lo studioso americano Saul Wurman, l’eccesso quantitativo di informazioni mediatiche può dare origine ad un fenomeno, potenzialmente molto insidioso, detto “information anxiety” (ansia da informazione).

Bombardato da imput di ogni genere, il cittadino rischierà, secondo Wurman, di perdere il suo senso dell’orientamento cognitivo, ancor più se questi imput saranno di carattere sensazionalistico-allarmistico. Tra le nazioni maggiormente esposte all’ “information anxiety”, per il massmediologo Mauro De Vincentiis, l’Italia, Paese in stato perenne di emergenza emotiva ( a confermarlo, la capacità di sedimentazione di “fattoidi”* quali il “brain drain”, l’ “emergenza” suicidi, l’ “emergenza” criminalità, l’ “emergenza” immigrazione, ecc).

*nel gergo della comunicazione, il “fattoide” è un non-fatto, una “bufala” o una bufala parziale creata e manipolata ad arte da chi fa informazione

La propaganda politica e la delegittimazione dell’avversario da Colin Powell a Vladimir Putin

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Le accuse russe rivolte alla Turchia in merito all’acquisto di petrolio dall’ISIS (ad oggi prive di ogni riscontro documentale) ricalcano alcune metodologie classiche e peculiari della comunicazione propagandistica di tipo politico.

Da un lato, Mosca cerca infatti di delegittimare Ankara attraverso il sistema della “proiezione” o “analogia” e dell’ “etichettamento” (l’avversario viene associato all’idea, respingente, dello stato islamico e del terrorismo) mentre, dall’altro, cerca di fare appello alla lotta contro il “nemico comune” (il fondamentalismo), elemento a sua volta legato alla giustificazione dell’iniziativa putiniana in Siria (“bontà delle nostre guerre”- “guerra giusta”), in realtà a vantaggio esclusivo dell’alleato-cliente assadiano.

Si tratta, in linea di massima, di propaganda “grassroots” (rivolta agli strati intellettualmente e culturalmente meno evoluti della platea) ma capace di sfondare , grazie alla componente ideologica (l’odio anti-islamico e quello anti-americano), anche nei settori più avanzati della pubblica opinione.

Putin sceglie dunque le stesse procedure persuasive tipiche dell’Occidente e che videro un largo impiego a Washington ai tempi delle campagne dei primi anni 2000.

Nella foto: Vladimir Putin e  Recep Tayyip Erdoğan

Il neocolonialismo cinese Quella collaborazione mai nata tra la “campagna del mondo”

La Cina vede oggi uno dei punti di forza della sua “foreign strategy” proprio nei suoi trascorsi di Paese colonizzato, grazie ai quali è in grado di porsi nella veste di amico e non di oppressore nei confronti di quelle nazioni del Terzo-Quarto mondo vitali per i suoi interessi economici.

Analizzando le sue linee di indirizzo, potremo tuttavia renderci conto di quanto Pechino sia, a tutti gli effetti, una potenza a vocazione neocolonialista, non diversa da quelle occidentali e forse addirittura più invasiva, facendo così lettera morta quelle aspirazioni terzomondiste di una convergenza Sud-Sud nate con la Conferenza di Bandung del 1955.

La tabella, i cui dati sono il prodotto di un’analisi effettuata dal Ministero della Difesa italiano, ci mostra le differenze tra la filosofia cinese e quella europea (UE) in materia di cooperazione con i Paesi africani.

UE
Obiettivi:
-Eliminazione della povertà attraverso lo sviluppo sostenibile
-Raggiungimento del Millennium Development Goals
-Pace e sicurezza
-Democrazia, good govenrnance, rispetto dei diritti umani e delle libertà

Principi:
-Titolarità e responsabilità africana
-Partnership
-Uguaglianza e solidarietà
-Dialogo politico sulla base del presupposto che i miglioramenti della good governnace sono fondamentali per lo sviluppo sociale ed economico

CINA
Obiettivi
-Promozione della pace e della stabilità
-Sviluppo economico e sociale
-Sviluppo armonioso
-Prosperità comune

Principi:

-Reciproco vantaggio
-Amicizia
-Uguaglianza e solidarietà
-Reciprocità (reciproco sostegno sostegno e stretto coordinamento, reciproco apprendimento, ricerca di uno sviluppo comune)
-Coesistenza pacifica
-Principio di una sola Cina
-Non ingerenza negli affari interni e rinunzia alle condizioni

Come possiamo notare, mentre la UE coniuga le esigenze dello sviluppo economico-sociale e della stabilità a quelle della democrazia e del rispetto dei diritti umani, la Cina esclude queste ultime opzioni dal suo ventaglio programmatico.

I motivi vanno ricercati nella fisionomia politico-istituzionale del Dragone (Paese non liberale) e nei suoi contenziosi interni con le repubbliche indipendentiste del Tibet, di Taiwan (“Principio di una sola Cina”, punto 6 dei “Principi”) e dello Xinjiang ; Pechino non può permettersi l’appoggio ad una dottrina che abbia la democrazia (e di conseguenza l’autodeterminazione dei popoli) e la tutela della libera partecipazione tra i suoi obiettivi, mentre il passaggio riguardante la “promozione della pace ed ella stabilità” dovrà essere letto come uno sostegno alla repressione di ogni velleitarismo democratico minante lo status quo.

Un attore che mira al raggiungimento del proprio interesse esclusivo, dunque, come confermato dallo “scambio ineguale” (altro carattere distintivo del neocolonialismo) con l’Angola.

ll “peccato originale” di Silvio Berlusconi

L’Italia che vide l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi (1993-1994) era un Paese che stava sperimentando una della fasi di maggior cambiamento della sua storia unitaria. Per l’effetto, sinergico, di elementi quali l’inchiesta “Mani Pulite” e la fine della Guerra Fredda (1945-1991/1992), dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto e garantito gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano, una nuova generazione aveva accesso alla guida dello Stato e la “società civile” tornava ad esprimersi, mediante piattaforme propositive quali comitati, liste referendarie, ecc.

Resuscitando un avversario/nemico ormai morto (il Comunismo) per catalizzare le forze conservatrici e dotarsi di una riconoscibilità ideologica, Berlusconi riportò la dialettica politica e il pendolo della storia nazionale indietro di 50 anni, rispolverando quel corredo di odi, esasperazioni, paure e rancori che sembravano ormai appartenere al passato ed infliggendo un colpo mortale all’ondata di rinnovamento che stava mutando la fisionomia del Paese.

Tra le sue colpe storiche (bilanciate da meriti che l’analista razionale non potrà negare o ridimensionare) questa è, a parere di chi scrive, la più grave ed eclatante.