Ai nastri di partenza il Grande Fratello”, universale come la supponenza arrogante del disinformato

Torna il “Grande Fratello” e, puntualmente, tornano le speculazioni pseudosociologiche che vorrebbero il programma come “archè” di una supposta decadenza culturale ed antropologica tutta italiana, perversione voyeuristica sviluppatasi nel liquido amniotico della nostra essenza particolare più contaminata. Addirittura ci si stupisce per la concomitanza del suo rilancio con l’assegnazione del Premio Oscar al Maestro Sorrentino, come vi fosse o vi dovesse essere una linea di continuità tra il lavoro dell’ Academy Awards e i palinsesti delle emittenti televisive italiane.

Si tratta di una semplificazione primitiva (ma per questo virale ed efficace) che ha come spinta propulsiva e fluidificante la misconoscenza arrogante della storia della televisione e, più in generale, dei reality show, del loro sviluppo, del loro impatto sociale e della loro diffusione, in Italia come nel resto del mondo.

Programma concepito e realizzato da una società di produzione televisiva straniera (l’olandese Endemol), il “Grande Fratello” è un format diffuso in tutti e cinque i continenti, con lo stesso successo riscontrato nel nostro Paese (12 edizioni nel Regno Unito, 15 in Spagna, 13 negli Stai Uniti). Ma non solo: il “masscult” che vorrebbe anche gli altri reality show, realty games o talent show come peculiarità negativa (perché mai, poi?) del Bel Paese, dimentica, anche in questo caso, che si tratta di contenitori in maggioranza ideati oltreconfine e con una risposta, anche in questo caso, planetaria.

Ma vediamo la cosa nel dettaglio:

Reality di produzione statunitense e diffusi (anche) negli USA: The 70’s House , A Shot at Love with Tila Tequila , The bachelor – L’uomo dei sogni , Cambio moglie , Dr. 90210 , Extreme Makeover – Belli per sempre , The Hills , I fantastici cinque , Il ristorante , Laguna Beach , L’isola dei famosi[ , Miami Ink , Newlyweds: Nick and Jessica , Notti sul ghiaccio , Gli Osbourne , Paris Hilton’s My New BFF , La pupa e il secchione , Pussycat Dolls Present: The Search for the Next Doll , The Real World , SMS amiche per caso , SOS Tata , Survivor , Unan1mous , Vero amore.

Reality di produzione britannica e diffusi (anche) nel Regno Unito: Ballando con le stelle , Changing Rooms – Camera a sorpresa , X Factor.

Reality di produzione olandese e diffusi (anche) in Olanda: Grande Fratello , Pechino Express , Ritorno al presente .

Reality di produzione spagnola e diffusi (anche) in Spagna: Operazione Trionfo

Reality di produzione giapponese diffusi (anche) in Giappone: Diario – Esperimento d’amore

Reality di produzione svedese e diffusi (anche) in Svezia: La fattoria

Reality di produzione norvegese e diffusi (anche) in Norvegia: SuperSeniors

Reality di produzione danese e diffusi (anche) in Danimarca: Wild West

Reality di produzione israeliana e diffusi (anche) in Israele: Uman – Take Control!

Reality di produzione belga e diffusi (anche) in Belgio: La talpa

Reality di produzione turca e diffusui (anche) in Turchia: La sposa perfetta

Reality di produzione neozelandese e diffusi (anche ) in Nuova Zelanda: Popstars

Se posizionati nel contesto per il quale sono stati concepiti (lo svago), i realty sono e rappresentano una propaggine ed una variante naturale del genere di intrattenimento, che non va inteso come un blocco monolitico, rachitico e ripetitivo, bensì come un ventaglio vivace di offerte, per tutti e nell’interesse di tutti.

Prima di lanciarsi in improbabili cariche a sciabola sguainata con considerazioni disancorate da ogni elemento e contributo fattuale, suggerisco, ancora una volta, di fare affidamento su alcuni strumenti propri del metodo di indagine giornalistico, in particolare il “Fact checking” (verifica dei fatti) ed il “Gatekeeping” (selezione dei fatti/notizie),

Sorrentino e Maradona

Dedicando il trionfo hollywoodiano al “Pibe de Oro”, il Maestro Sorrentino, partenopeo, ha rivolto il suo pensiero non all’uomo Diego Armando Maradona (evasore fiscale, tossicomane e pessimo genitore) bensì all’atleta Diego Armando Maradona, ovvero all’icona sportiva che tanto ha rappresentato per Napoli da un punto di vista calcistico e, di rimbalzo, culturale e sociale. La polemica aprioristica, forzata ed egocentrica, è spesso una polemica immatura, è spesso una polemica sciocca.

Amo Caravaggio, che pure fu un omicida. Amo Celine, che pure fu un nazista. Amo l’arte, che è arte, pur differente e meno convenzionale, anche nel piede sinistro di Diego Armando Maradona. Piaccia o meno.

“Affaire” Crimea.Le ragioni di Vladimir Putin

Abitata fin dal I millennio A.C dai Cimmeri e successivamente contesa, occupata e dominata da Greci, Romani, Tauri, Bizantini, Genovesi, Ottomani e Tatari, la Crimea passò nel XVII secolo in via definitiva sotto la sfera d’influenza russa, quando fu conquistata da Pietro il Grande che vi pose come suo luogotenente il principe Potëmkin , il quale dette vita ad una massiccia campagna di russificazione della penisola.

Proclamata repubblica autonoma all’interno dell’URSS, la Crimea fu donata nel 1954 da Nikita Sergeevič Chruščëv , ucraino, all’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, dando vita a quell’interminabile contesa tra russi ed ucraini tornata ad acuirsi in questi ultimi giorni. Etnicamente, culturalmente e storicamente appartenente a Mosca, i Russi maltollerarono vieppiù il “regalo” di Chruščëv a Kiev perché letto ed interpretato (a ragion veduta) come una violazione di quel principio di equidistanza ed imparzialità che il potere centrale avrebbe dovuto applicare, in nome del dettato leninano, nei confronti di tutti i segmenti etnici e statali dell’ Unione.

E’ opportuno e necessario che il disappunto verso il Presidente della Federazione Russa per la sua rigidità nei confronti della comunità LGBT o, ancora, verso il dissenso interno, non faccia prevalere la componente più emotiva e manichea nell’analisi della complessa situazione che caratterizza l’ “affaire” crimeo e, più in generale, i rapporti tra Mosca e Kiev. Se qualsiasi  tentativo militare diretto teso a riportare la Crimea entro i confini russi parrebbe senza tema di smentita censurabile ed inaccettabile, non vanno tuttavia derubricate le esigenze e le aspirazioni di un popolo che, a maggioranza, vuole tornare sotto la bandiera che riconosce come propria e che ne rappresenta la storia, la cultura e l’essenza

Sul “colpo di stato” italiano del 2011

Memorandum per chi, tra i supporters del Cavaliere, continua a bollare come “colpo di Stato” l’insediamento del Prof. Mario Monti a Palazzo Chigi, nel novembre 2011.

1: In Italia (come nella quasi totalità dei Paesi occidentali) il premier non viene eletto e confermato dal popolo bensì dal Parlamento, a maggioranza.

2: L’esecutivo guidato da Mario Monti ebbe, durante tutto il tempo della sua esperienza storica, la fiducia ed il sostegno del centro-destra, all’epoca maggioranza in entrambe le Camere.

Un piccolo “cadeau ” alla provocazione: o non c’è stato nessun golpe oppure, in caso contrario, Berlusconi ne è l’autore ed il protagonista. Delle due, l’una.

P.s: la nomina di Mario Monti fu caldeggiata anche dal leader del M5S, Giuseppe Piero Grillo.

Le ministre di Renzi e quelle di Berlusconi: ecco perché non sono la stessa cosa

Mettendo sullo stesso piano la scelta di Renzi e quella di Berlusconi di nominare ministre dal gradevole aspetto esteriore, la propaganda ostile al nuovo governo mette in campo una strategia a tutta prima elementare ed immatura, ma proprio per questo particolarmente efficace, penetrante ed insidiosa.

Al Cavaliere non si contestava, infatti, la giovane età oppure l’avvenenza delle collaboratrici e delle candidate opzionate, bensì la loro totale mancanza di esperienza e requisiti per i delicatissimi incarichi ai quali venivano proposte ed i boccacceschi criteri di scelta alla base del loro posizionamento nelle liste elettorali od in questo o quel dicastero.

Attraverso il metodo della “semplificazione” e della “proiezione ed analogia”, gli avversari del nuovo Presidente del Consiglio cercano tuttavia di disinnescarne, da un lato, la credibilità di Matteo Renzi e del suo staff, e dall’altro di alleggerire il peso del giudizio morale sul capo del centro-destra (“lo fanno tutti”).

Feltri, Meredith e Sollecito.Quando la cronaca nera diventa un Cavallo di Troia contro la magistratura

Senza tema di smentita inaccettabili sotto il profilo morale, civile e deontologico, le dichiarazioni di Vittorio Feltri a proposito di Meredith Kercher durante la recente intervista a Raffaele Sollecito (“Ma perché avresti dovuto ammazzare Meredith? Te la volevi scopare? Non era nemmeno un granché ), sono tuttavia delle vere e proprie “password” per per la lettura e la comprensione dei meccanismi alla base del fare informazione nel nostro Paese.

Esse si muovono infatti e sostanzialmente attraverso due direttrici: una commerciale e l’altra, la più importante e preponderante, politica. Feltri è innocentista, e lo è perché un “giallo” nel quale il killer sia stato smascherato ed assicurato alla giustizia dà meno carburante all’informazione rispetto ad un caso ancora da codificare, potenzialmente gravido di piste ed ipotesi di ogni sorta, liquido amniotico e fluidificante per la speculazione giornalistica più libera (e redditizia). Ma lo è, anche e prima di tutto, perché asserire, sostenere e propugnare l’innocenza di un indagato significa sottintendere implicitamente vi sia stato un errore giudiziario. Una persecuzione, se esso si trascina nel tempo e con lunghe indagini (“Potevi restare a Santo Domingo invece che tornare in Italia che è una schifezza”. “Io non ho apprezzato il fatto che è tornato perché in Italia se vogliono fotterti, ti fottono. Nel dubbio mi tolgo dalle palle”).

L’intento sarà quindi screditare la magistratura (nonostante nei casi di “nera” le indagini vere e proprie vengano effettuate dalle forze dell’ordine e dai loro apparati), cucendole addosso l’immagine impopolare di un organismo forcaiolo, , nemico dei cittadini e maldestro, così da depotenziarne l’operato quando essa rivolge le sue attenzioni a Silvio Berlusconi. ( le testate con le quali Feltri collabora sono di proprietà dell’ex Presidente del Consiglio).

Una rapida ricognizione sui più recenti casi di cronaca (Perugia, Garlasco, Cogne, Erba, Via Poma, Unabomber, ecc), dimostrerà infatti come giornali e networks vicini al centro-destra siano, quasi puntualmente, dalla parte degli imputati. Molto più di una petizione di principio.

Sulla crisi ucraina

Ancestrale problema dei popoli dell’Est Europa (come di quelli baltici e della Finlandia), l’imperialismo russo, prima zarista, poi sovietico e adesso “putiniano”, è l’arché, lo snodo e la chiave di lettura della crisi che sta sconvolgendo l’Ucraina in questi ultimi giorni e mesi.

Terreno di caccia straniero, divisa e strattonata da e tra turchi, lituani, mongoli e polacchi fino al Trattato di Andrusovo che assegnava alla Russia zarista l’influenza sul Paese, l’Ucraina è stata da allora quasi ininterrottamente ammanettata a Mosca ed ai suoi disegni egemonici e strategici, siano essi di tipo economico come di tipo politico e militare. Insofferente al giogo russo e desideroso di spezzare le catene della sua ultramillenaria oppressione, il popolo ucraino cerca pertanto nell’ ombrello della UE e della NATO il mezzo per affrancarsi dall’invadenza del potente e scomodo confinante; benché sovente illogiche, pervasive ed invasive, le due grandi associazioni occidentali sono e rappresentano infatti l’unico sistema per consentire agli ucraini (ma non solo) di raggiungere la piena autogestione, creando tra Kiev e Mosca una barriera diplomatica e militare invalicabile per i russi e costringendoli a ripensare la loro intera politica nel versante Est del Vecchio Continente.

L’abbattimento della statua di Lenin a Fastiv non è, non deve e non dovrà essere letto quindi come un rigetto dell’ormai tramontato periodo comunista, bensì come il rifiuto di un simbolo russo (Vladimir Il’ič Ul’janov) e dell’ annessione sovietica del Paese (pace di Riga, 1921).

Ecco perché Paola Taverna e il M5S vorrebbero mandare Matteo Renzi “a lavurar”

Scrive la senatrice pentastellata Paola Taverna sul suo spazio FB:

“Ma vergognati, non hai mai fatto un c…o nella vita e vieni qui a parlarci di scuola pubblica, di cittadini, di attrarre investimenti e che il paese è al tracollo. Ma te che c…o hai fatto fino ad oggi ed ancora non hai detto che farai. Renzi #mavafffffffffff

Il post, apparentemente uno sfogo “naïf” libero da qualsiasi pretesa politica, è in realtà un piccolo saggio di comunicazione populista e, di conseguenza, uno strumento per la lettura dei codici e dei ritualismi propagandistici di forze quali il M5S.

Taverna pone l’accento sul fatto che Renzi (come del resto Grillo) non provenga dal mondo del lavoro, e lo fa in modo forte, diretto, usando il linguaggio dell’ “everyman” (uomo della strada) mediante il ricorso alla parolaccia e ad uno stile informale e scomposto. Popolare, per l’appunto. Il risultato cui mira (consapevolmente) Taverna è e sarà pertanto duplice: da un lato, confezionare un’immagine respingente del nuovo Premier, cercando di farlo apparire come un parassita della politica, un privilegiato che impone ad altri scelte e sacrifici che lui non ha mai dovuto subire, dall’altro, la senatrice a cinque stelle cerca la connessione e l’aggancio con il ventre dell’elettorato, seguendo le stesse liturgie comportamentali dell’uomo qualunque.

Strategia utilizzata nella storia più recente da Berlusconi e dalla Lega Nord e, prima ancora, da qualsiasi forza a carattere populistico-demagogico (PNF, UQ, Partito dei Contadini d’Italia , IDV, ecc), si conferma come un “evergreen” dell’ autopromozione.

Perché Sanremo è Sanremo.Morettismi, controsensi e pinzillacchere

Dunque: vi si nota di più se guardate il Festival di Sanremo per criticarlo dal primo all’ultimo fotogramma o se non lo guardate per vantarvi di non averlo guardato? (stranamente, gli appartenenti a quest’ultima categoria dimostrano di conoscere a memoria ogni nota di questa o di quella canzone e sanno financo di che colore fosse lo smalto sulle dita dei piedi della starlette di turno).

Puntuali, prevedibili ma tutto sommato rassicuranti, un po’ come i Babbi Natale appiccicati ai balconi a dicembre oppure le bufale su Cécile Kyenge.

Secondo i sociologi Bathkin, Bordieu e King, era convinzione delle “élites” che che i generi culturali, di svago e di intrattenimento a loro rivolti e da loro concepiti fossero “migliori” rispetto a quelli studiati per le masse, e questo perché più elaborati e costosi. Manifestazione di massa e per la massa, il Festival di Sanremo stride quindi con la visione esclusiva, esclusivista ed autoemarginante di chi ritiene di far parte di una segmento ristretto di privilegiati sul piano intellettivo e culturale. Si tratta ad ogni modo di una visione miope e claustrofobica, perché non c’è dubbio che la kermesse ligure (unica nel suo genere) rappresenti ed abbia rappresentato un nodo ed uno snodo fondamentale nel percorso recente del costume e della cultura di questo Paese; dal palco dell’ Ariston sono passati infatti artisti che hanno segnato la storia della canzone (italiana e non italiana) ed il palco dell’ Ariston è un album fotografico che illustra e racconta l’evoluzione del vivere italiano come e meglio di molti libri di storia o di sociologia.

A differenza dell’ostracismo verso generi quali il “Cinepanettone” oppure il “Poliziottesco all’italiana”, l’egocentrico ed aprioristico snobismo antisanremese riesce a mettere d’accordo soggetti di destra e di sinistra, in un vortice di banale ottusità che li accomuna concettualmente a chi, a suo tempo, alzava le spalle davanti alla commedia oppure al romanzo.

Fazio, chi ti paga? Gli inserzionisti. Anatomia di una leggenda populista


Ed anche quest’anno, con l’inesorabile puntualità di un’ingiunzione di pagamento, arriva la polemica sui cachet di presentatori ed ospiti del Festival di Sanremo . Il “masscult” confezionato dalla propaganda che fa della semplificazione la sua arma vincente, vorrebbe infatti che i compensi destinati a Fazio, Littizzetto , Casta e via discorrendo provengano dai soldi del Canone, quindi dalle nostre tasche, per usare un’espressione cara al ventralismo più modaiolo. Ma è davvero così? No, non proprio. Anzi, niente affatto. Manifestazione storicamente di grande successo con medie di milioni e milioni di telespettatori ogni sera, il Festival della Canzone Italiana attira infatti l’interesse dei grandi inserzionisti, disposti a sborsare cifre da capogiro per vedere i loro marchi inseriti negli spazi della kermesse.E’ da questi introiti che la RAI prende le risorse per gli ingaggi delle sue “vedette”, esattamente come fece con Grillo nel 1978, nel 1988 e nel 1989 (nell’edizione del 1989, l’attuale leader pentastellato percepì ben 350 milioni delle vecchie lire, circa 392.000 euro attuali).

Andando più nel dettaglio, i ricavi dai pacchetti pubblicitari ammonteranno quest’anno a ben 20 milioni e 200mila euro, ai quali vanno aggiunti 600mila euro di ricavi RAI dalla vendita dei biglietti. A fronte di un costo totale di 11 milioni di euro (comprendenti i cachet), più 7 milioni di convenzione con il comune di Sanremo, avremo quindi un attivo di circa 2, 8 milioni di euro.

Un inciso: una certa memorialistica vuole Grillo ostracizzato da Viale Mazzini per una battuta sul Partito Socialista Italiano. L’episodio in questione risale al 1986 (Fantastico 7) e l’anno successivo il comico presenziò al Festival di Sanremo.