La Russia, la sindrome d’accerchiamento e la “fame di acqua”-Il perché dell’intraprendenza putiniana.

Le politiche espansionistiche russe (prima imperiali e sovietiche ed oggi putiniane), si muovono, storicamente ed in linea di massima, su due direttrici, una psicologica ed una strategica.

Nel primo caso, osserviamo una “sindrome da accerchiamento”, che Mosca accusa da Ovest come da Est. SI tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

Nel secondo caso, pur controllando migliaia di km di coste, alla Russia, è sempre mancato lo sbocco ad acque calde ed “importanti”. In quest’ottica, si collocano, ad esempio, il tentativo (bloccato dagli Inglesi) di avanzare a Sud per arrivare all’Oceano Indiano, la scelta di entrare nel primo conflitto mondiale a fianco dell’Intesa (sottrarre agli Ottomani sbocco al Mediterraneo) e la guerra la Giappone imperiale nel 1905 (estendere la propria influenza sul Pacifico)

Ad ostacolare la realizzazione dei piani russi, è oggi l’elemento nucleare, che rende impossibile o formidabilmente complessa la restaurazione della “Terza Roma” di memoria romanoviana

Il no all’indipendenza di Edimburgo: un trauma nel trauma per la Lega Nord.

La debacle dei separatisti nel referendum scozzese rappresenta un trauma culturale, ancor prima che politico, specialmente per la Lega Nord italiana e la galassia di gruppi e micro-gruppi che animano l’universo antiunitario del nostro Settentrione.

Affamati di simbologie e miti da inserire in un pantheon vuoto, i leghisti italiani avevano infatti adottato come loro punto di riferimento, ideale ed assoluto, gli scozzesi; il mito di Sir William Wallace , la loro origine celtica, la collocazione geografica nel Nord Europa, il passato di eroici guerrieri contro la dominazione inglese, l’equivoco che li vuole tuttora legati a tradizionalismi rurali arcaici tra boschi e montagne, avevano fatto dei connazionali di Sean Connery un richiamo immaginifico irresistibile, eccitando un identitarismo machista e primitivo che ha da sempre ammaliato e contraddistinto il Carroccio ed i suoi emuli.

Il fatto, dunque, che proprio loro abbiano preferito alla mitologica “Europa dei popoli” quella di Strasburgo, all’indipendenza la coabitazione con gli ex invasori, alla tradizione una confederazione multietnica che permette agli omosessuali matrimonio e adozione, è per i “celti “ di casa nostra uno shock collettivo dal quale sarà difficile riprendersi

Braveheart è cambiato: usa Facebook e manda i figli al fare l’Erasmus. E magari ha anche una moglie che viene dal Senegal

Perchè separarsi non conviene, se non ai propri avversari.Russia contro Qatar.

Il 17 febbraio 2012 esplose una violenta lite tra l’ambasciatore russo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Vitaly Ivanovich Churkin, e il Primo Ministro degli Affari Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim Al- Thani , in merito alla questione siriana.

“Vi invito a guardarci da qualsiasi uso del veto sulla crisi in Siria. La Russia deve approvare la risoluzione, altrimenti perderà tutti i paesi arabi”, la richiesta a muso duro di Al-Thani a Churkin, il quale rispose: “Se ti rivolgi a me con quel tono ancora una volta , non ci sarà più qualcosa che si chiamerà Qatar. Voi siete un ospite del Consiglio di Sicurezza , rispettatelo e state a posto. E non vi parlerò più, poiché a nome della Grande Russia , mi rivolgo solo ai grandi”.

E’ bene ricordare come il Qatar non sia soltanto un grande produttore/esportatore di petrolio ma anche uno dei tre paesi con le maggiori riserve di “oro blu” in assoluto (insieme all’ Iran ed alla stessa Russia), rivale diretto di Mosca nello scacchiere euroasiatico, anche in ragione dei suoi progetti per la costruzione di gasdotti che aggirino la Russia, passando per la Siria (per questo Putin difende il regime baathista).

Doha, inoltre, vanta quote e presenze rilevanti in alcune delle maggiori realtà economiche, culturali e sportive francesi e tedesche (Louis Vuitton, Total, Le Figaro, Vinci, Vivendi, Glencore, Paris St.Germain, Volkswagen, Porsche, ecc), in una campagna di “conquista” del mondo occidentale che si sta facendo di anno in anno più imponente.

Ciononostante, un alto rappresentante russo poté concedersi il lusso di trattare un ministro qatriota con sufficienza e disprezzo, rispedendo al mittente le sue richieste.

Immaginiamo che cosa accadrebbe a singole porzioni di Italia, Spagna, Regno Unito, Francia o Germania (prive di gas e petrolio) una volta libere dall’ombrello dei Paesi originari; il loro potere contrattuale e la loro credibilità d’insieme, nelle assisi internazionali, sarebbero certamente molto più ridotti e ridimensionati, così da comprometterne, in modo decisivo, gli interessi.

Sostando sul il caso italiano, Roma è una “middle power” ed un ”regional power”, in virtù della sua appartenenza al G-8-G-20, del Nuclear Sharing e dei suoi oltre 60 milioni di abitanti, che le garantiscono un numero di rappresentanti a Strasburgo pari a quello di Regno Unito Francia, Ma che ne sarebbe di un Veneto lasciato a sé stesso? O di un Regno/Repubblica delle Due Sicilie (magari preda dalle mafie)? O di una Repubblica altoatesina? Molto verosimilmente, la loro forza d’azione non sarebbe sufficiente ad assicurare un’adeguata copertura ai loro interessi economici e strategici , esponendoli alle mire ed al ricatto delle grandi potenze continentali.

Enrico Berlinguer: il “padre” politico di Matteo Renzi.La lezione della storia.

Fu con Palmiro Togliatti che il Partito Comunista Italiano entrò in un progetto trasversale di governo, insieme alla Democrazia Cristiana ed alle altre forze liberali, monarchiche ed atlantiste (Governo Badoglio II , Governo Bonomi II , Governo Bonomi III , Governo Parri , Governo De Gasperi I , Governo De Gasperi II), dal 1944 (Svolta di Salerno) al 1947. Fu, insomma, il capostipite delle cosiddette “larghe intese”, su suggerimento di Stalin.

A riprendere il dialogo con la DC ed i suoi alleati, Enrico Berlinguer , che portò il PCI al cosiddetto “governo della non sfiducia” (1976) o di “solidarietà nazionale”, a guida andreottiana (Andreotti III). Berlinguer , però, fece ancora di più, attuando una scelta di campo, netta e definita, in favore del blocco atlantico («Io voglio che l’Italia non esca dal Patto atlantico e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO» ) e dando vita, insieme ai comunisti spagnoli e francesi, al progetto della cosiddetta “terza via” (o “eurocomunismo” ), che riponeva per sempre l’esperienza e il dettato rivoluzionari per guardare ad un modello di compromesso con la democrazia ed il capitalismo. Per questo, venne osteggiato dai più ortodossi, in Italia come in URSS, tacciato di revisionismo, trozkismo e deviazionismo.

Oggi, chi ne esalta ed evoca la figura, contrapponendola a quella dell’attuale Presidente del Consiglio (malvisto in ragione del suo appeasement con le forze di centro-destra), dovrebbe ricordare quella fase, anzi, quelle fasi, del nostro percorso recente, e la sconfitta storica della critica conservatrice.

Il pericolo xenofobo e quello assolutorio.Due concezioni al bivio.

L’ultimo, gravissimo, episodio di criminalità a L’Aquila, non dovrà trasformarsi nel volano per una nuova ondata di intolleranza xenofoba (i rapinatori parlavano con accento straniero), ma nemmeno dovrà essere archiviato, in modo semplicistico, come frutto della contingenza sfavorevole, secondo i criteri e i dettami di un socialismo umanitario ed utopistico che ha mostrato tutta la propria inadeguatezza storica.

E’ giunto il momento, per un certo certo segmento “liberal”, di sviluppare una nuova e diversa concezione dell’ Altro, più pragmatica, ampia e matura, che faccia i conti con le diverse declinazioni dell’Altro (in questo caso, l’Altro-criminale), spogliandosi di orpelli idealistici che hanno il sapore ed il colore dell’illusione, dell’alibi, della forzatura

La moda del momento.

In questi giorni, l’italiano medio esterofilo gongola esaltanto la semplicità della scheda referendaria scozzese, rispetto alle schede elettorali e referendarie italiane (saltando dunque a piè pari, come sua abitudine, secoli di storia, diritto, ecc).

Ancora una volta, costoro si dimostrano provinciali, nel tentativo, affannoso ed affannato, di sembrare il contrario

La forza del Paese “reale” nel referendum scozzese.Silent majority e Vocal minority.

La netta affermazione del NO nel quesito referendario scozzese (55% contro 45% con un 84% di affluenza) ha dimostrato, ancora una volta, la differenza netta, sostanziale e decisiva, tra il Paese “reale” ed il Paese “politico”.

Il primo è identificabile nella “silent majority” (“maggioranza silenziosa “) di memoria nixoniana, ovvero il segmento più consistente della popolazione, che fa politica attiva soltanto nell’urna. Generalmente tradizionalisti e conservatori (anche se non necessariamente moderati) gli appartenenti alla “silent majority” manifestano uno scetticismo abituale verso le novità e gli estremismi, indipendentemente dalla loro collocazione “cromatica”.

Il secondo è identificabile nella “vocal minoity” (“minoranza rumorosa”), attiva e partecipe anche al di fuori degli appuntamenti elettorali e per questo più visibile e qundi, soltanto in apparenza, più forte.

In Italia, abbiamo avuto la dimostrazione di questa differenza, del suo peso e del suo ruolo, in occasione delle recenti consultazioni per il parlamento europeo, con un M5S, mattatore nelle piazze ed in rete (e per questo dato da molti observers come favorito), che ha perduto 3 milioni di voti, ed un PD, dato intorno al 25%, che ha addirittura sfondato la soglia del 40%, avvicinandosi al record che fu della DC a guida Fanfani, nel 1958.

Sul fronte indipendentista, i vari candidati appartenenti a formazioni che propugnano il ritorno delle Delle Due Sicilie non raccolgono che percentuali infinitesimali, nelle poche occasioni nelle quali riescono a presentare le loro liste (Michele Ladisa del Movimento DuoSiciliano si è fermato 0,20%). Anche in questo caso, potremo osservare una profonda differenza tra la forza “reale” e quella “sostanziale” di questi movimenti, attivissimi in rete (dove confezionano rielaborazioni stroiche al limite del grottesco) ma de facto inesistenti nelle urne.

In Veneto, regione considerata roccaforte leghista e laboratorio degli esperimenti separatisti del Carroccio, il partito di Salvini può invece contare su un 15,87% (politiche 2013), cifra assolutamente insufficiente per dare corpo e forma qualsiasi velleità rivoluzionaria.

A penalizzare l’indipendentismo, in Italia come altrove, anche una strategia comunicativa spesso aggressiva e un modus operandi borderline che spoglia le varie fazioni secessioniste di credibilità agli occhi dell’elettore moderato.

“For almost 200 years, the policy of this Nation has been made under our Constitution by those leaders in the Congress and the White House elected by all of the people. If a vocal minority, however fervent its cause, prevails over reason and the will of the majority, this Nation has no future as a free society”. Nixon’s ‘Silent Majority’ speech. 1969

Referendum.Le insidie dell’indipendenza e il monito di David Cameron.

Rivolgendosi agli elettori scozzesi, il Primo Ministro britannico David Cameron ha chiesto di votare contro l’indipendenza di Edimburgo perché , ha aggiunto, «non ci sarà modo di tornare indietro».

La frase non è, come potrebbe sembrare, il colpo di coda di una retorica unitaria timorosa delle debacle, ma un messaggio, sottile, che l’inquilino di Downing Street ha voluto lanciare alle spinte centrifughe che minacciano di modificare la fisionomia del Regno Unito quale è oggi.

L’indipendentismo, europeo e occidentale, tende, infatti, a dare per scontati l’attuale status quo basato sulla democrazia e il rispetto della legalità internazionale e la sua prosperità economica (pur non mancando i periodi di crisi), considerandoli come acquisizioni naturali, quindi immutabili.

Non è così, e l’ombrello di Londra, Roma, Madrid, Berlino, ecc, potrebbe, un giorno, venire rimpianto.

La memoria degli smemorati.

A chi utilizza la tragedia del golpe fascista in Cile per relativizzare e ridimensionare quella dell’11 settembre newyorkese, non avendo l’onestà intellettuale ed il coraggio sociale per ammettere la propria indifferenza verso le morti americane, ricordo anche:

11 settembre 1857: Coloni Mormoni e Indiani Paiute uccidono 120 pionieri a Mountain Meadows, nello stato dello Utah (USA).

11 settembre 1943: Eccidio di Nola (NA) da parte delle truppe tedesche
-Liquidazione del ghetto a Minsk e Lida da parte dei nazisti.

11 settembre 1970: Tornado causa 30 vittime a Venezia.

“Vasa inania multum strepunt”. I vasi vuoti fanno molto rumore.

Never forget… Mai dimenticare

C’è una linea sottile che lega la disperazione di chi si gettava dalle Torri Gemelle tagliate in due dall’orrore e chi sperava ed ansimava, sotto le macerie di una palazzo a L’Aquila oppure ad Onna.

Lasciamo alle menti immature il relativismo etico, l’odio politico che si fa indifferenza.