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Storiografo, giornalista, spin doctor. Come i gatti ho più vite. Ma in tutte la passione di raccontare l'attualità, la storia e la comunicazione.

Rivoluzionari da salotto: la malinconia della prevedibilità.

Pur essendo un irriducibile nemico del “politically correct”, che ritengo scudo e spada del neofascismo politico-mediatico più infido e devastante (dato il suo nascondersi dietro la veste, positiva, dell’ecumenismo), non posso che (sor)ridere degli affannosi ed ingenui tentativi posti in essere da alcuni nel momento in cui cercano di farsi passare come rivoluzionari del linguaggio e grimaldelli dello status quo sociale e culturale attraverso incursioni “razzistoidi” e “sessistoidi”. Il vertice della malinconia di tale modus operandi è senza tema di smentita la sua sconcertante prevedibilità, ancor più paradossale e stridente se si considera che l’obiettivo primigenio di questi “strali” è proprio quello di suggerire originalità ed indipendenza di ragionamento

La bella politica di chi non ha santi (e padroni) in paradiso.

Ode all’uomo nuovo… Quando entravi, un po’ intimorito, per la prima volta in una sezione di partito, senza conoscere nessuno. Magari c’era un dibattito e non osavi disturbare, finché non venivi notato da uno di quelli grandi, che ti indicava il “capo”. Allora gli spiegavi che cosa volevi, che ti andava di dare una mano, di renderti utile; lui ti faceva la tessera e tu ti sentivi parte di qualcosa di grande, di importante, grazie a quel pezzetto di cartoncino colorato. Se era d’estate, poi, avevi la possibilità di iniziare subito, alla festa, servendo ai tavoli, pulendo le padelle e le stoviglie o cucinando qualcosa (se eri bravo con i fornelli). Ad un certo punto arrivavano le elezioni e con esse i volantinaggi, spesso a prendersi qualche insulto, e gli attacchinaggi, in giro per la città, anche dove non si poteva. E poi le prime riunioni, nelle quali non prendevi mai la parola, anche perché il più delle volte non ne capivi molto, benché ti fossi imbottito di teoria e di teorie. Dopo tanto, tanto tempo, se avevi dato prova di essere “bravo”, potevi aprire tu la sezione o fare il rappresentante di lista o ancora candidarti. La tua ignoranza, o meglio, la tua poca conoscenza delle cose della politica e del mondo degli “adulti”, ti proteggeva, ti faceva sembrare tutto bello, ma almeno facevi da te, facevi da solo e , soprattutto, facevi per il collettivo, non per il particolare. Era (è) bello questo modo un po’ fragile e un po’ ingenuo di vivere la militanza, senza ascensori a propulsione familistico-cli­entelare che ti proiettino direttamente nelle stanze dei bottoni perché hai un cognome di un certo tipo, il tal padre, la tal madre, il tal nonno o simili malinconie.

Le Iene e le Olimpiadi dell’Illegalità…ma non del buon gusto

Ieri sera mi è capitato davanti agli occhi un servizio de “Le iene” (ennesimo grimaldello mediatico ad uso e consumo dell’ arcoriano e travestito da servizio di controinformazione); un inviato lasciava in terra un Rolex nelle piazze delle città di vari Paesi europei (Italia, Francia, Svizzera e Romania) aspettando che qualcuno lo raccogliesse. Recuperarlo significava vincere la “medaglia dell’illegalità”. Il “premio” era messo in palio anche attraverso una modalità differente e consequenziale: l’inviato rincorreva i passanti con in mano 100 euro, avvisandoli che la banconota era caduta dalle loro tasche. Chi la prendeva, assicurava a se stesso ed al proprio Paese il “trofeo” del programma di Italia 1. Il tutto “impreziosito” dalla cornice fonetica delle urla, sguaiate e stridule, della “iena”. Chi è salito sul punto più alto del podio? Bucarest, la Romania. Ladroni! Premesso che raccogliere un oggetto in terra non costituisce un atto amorale così come, in tempi di crisi (ancor più severi in un Paese del Secondo Mondo), non e biasimevole “accettare” 100 euro se e quando nessuno le reclama, non possono esimermi dal pormi e dal porre alcuni interrogativi: sono stati soltanto i romeni a raccogliere l’orologio e ad accettare la banconota, oppure la cosa è avvenuta anche in altre piazze? Chi può garantire che il servizio non sia stato sottoposto ad un’attenta (e calcolata) opera di “labor limae”? Il format in questione è trasmesso, per l’Italia, da una rete Mediaset, e non mi stupirei se anche questa fosse una mossa, l’ennesima, di indottrinamento politico e culturale, in tale frangente volta ad alzare la polvere contro gli immigrati e i romeni “zingari” e “ladri”. Se così fosse, ci troveremo davanti ad un esempio di propaganda “agitativa” di tipo “sociologico” (tra le più insidiose).

Ho una buona istruzione ed una situazione economicamente accettabile anche grazie ad un “romeno” del XIX secolo, che lasciò l’aquilano per andare a farsi sfruttare (ed insultare) in una fabbrica di Detroit.

Che cosa sono le teocrazie. Quando Lenin spodesto’ Allah

Con il termine “teocrazia” si intendono quelle comunità (non necessariamente statali o nazionali) prive di una separazione tra la sfera laica e quella religiosa, tra la morale religiosa e quella civile, tra il diritto dello Stato e quello di Dio. La “teocrazia” può essere anche una “ierocrazia” (ἱερός – κρατία), ovvero una forma di governo detenuta o gestita da una classe sacerdotale (dal clero), ma non si tratta di una condicio sine qua non. Le teocrazie islamiche (Arabia Saudita, Afghanistan, Sudan, Pakistan, Yemen, Nigeria, Somalia, Iran e Mauritania) vengono definite tali perché si rifanno alla “Legge di Dio”, ovvero la Shari’a, che ha come fonte ed ispirazione (pur tra diverse interpretazioni erronee e strumentali) il Corano e la Sunna. Ciò che è contro il Corano e l’insegnamento di Maometto, è contro la legge. La Shari’a separa, tra l’altro, in categorie qualitative l’uomo e la donna, il musulmano (“Mūʾmin “) e il non musulmano (“khafir”, infedele) e prevede la pena capitale per uno sterminato ventaglio di “reati” quali omicidio, adulterio, bestemmia contro Allah, apostasia ed omosessualità, senza contare le pene “accessorie” quali frustate, mutilazioni, pubbliche gogne, ecc. La sinistra politicamente corretta, borghese e revisionista (per usare un termine di più agevole comprensione “al caviale”) pone sul bilancino del buonsenso virgole ed aggettivi, in nome del rispetto nei confronti del “diverso”, salvo concedere deroghe ai valori, assoluti ed universali, di democrazia, libertà e rispetto della persona quando essi vengono violati dal e nel circuito islamico radicale. Quando l’URSS decise di rompere nel 1979 con la “Dottrina Breznev” per valicare i confini di uno stato posto al di fuori del perimetro yaltiano (l’Afghanistan), lo fece per scongiurare i rischi previsti dalla cosiddetta “Teoria del domino” (“Domino Theory”); l’illuminato governo filo-sovietico del Partito Democratico Popolare di Nur Mohammad Taraki (che aveva laicizzato la società, imposto il divieto del burka, concesso il diritto di voto alle donne, vietato i matrimoni combinati, contrastato il potere delle tribù) era stato rovesciato (grazie alla CIA) e il pericolo che si paventava agli occhi di Breznev (che comunista era davvero, non come Vendola o Ro-do-tà) era non soltanto quello di abbandonare l’area all’influenza statunitense, ma anche al radicalismo islamico, con un rischio contaminazione per le vicine repubbliche sovietiche di fede musulmana (caso Iran-Persia). Io mi tengo Tovarishch Taraki e lascio agli ultras del panciafichismo borghese il Mullah Omar.

P.s: consiglio a tal proposito le lezioni del Prof. Lenci (Storia dell’Africa e dell’Islam), ordinario di Storia Contemporanea presso l’università di Pisa. E’ stato uno dei miei primi esami e ne sono felice. до свидания.

Il presidenzialismo e l’immunità del Caimano

Quando i padri costituenti dettero vita alla nostra architettura istituzionale, depennarono il progetto presidenzialista proprio per evitare, loro ancora scioccati dall’esperienza mussoliniano-fascista, la concentrazione del potere nelle mani di una singola persona e di un singolo circuito ideologico. Il nostro sistema presente potrà risultare obsoleto e farraginoso (anche per la balcanizzazione del panorama partitico) ma rimane l’unica diga alla deriva autoritaristica. Il problema derivante da un assetto di tipo presidenziale (quale?), inoltre, non risiede soltanto nell’attribuzione al singolo di una porzione eccessiva di facoltà decisionali, ma anche nel conferimento alla “massa” del potere di dare il potere, senza il filtraggio costituito e garantito dai partiti. In un Paese come l’Italia, condizionato da un sistema mediatico mal distribuito e preda delle proprietà politiche, questa prerogativa oclocratica concessa al popolo non può che spaventare. Proprio per questo l’arcoriano desidera il presidenzialismo, perché sa che i cittadini elettori, suggestionati e manipolati dal suo arsenale mediatico, lo eleggerebbero, pur alle soglie dei novanta, al Colle, regalandogli quello che cerca: l’immunità.

Islam e violenza: dove sbaglia la sinistra

Tra le (molte) cause del declino (temporaneo?) della porzione più radicale della sinistra nazionale, figura senza dubbio la brusca “sterzata” a favore delle teocrazie islamiche. Questo atteggiamento è frutto di una strategia che, per quanto stolida, antistorica e sucida, risponde ad un criterio molto preciso e definito: nell’attuale segmento temporale, i regimi della Mezzaluna vivono infatti una forte contrapposizione con l’Occidente, gli USA e la NATO (dopo la contiguità con il Nazi-Fascismo nella prima parte del secolo scorso), di conseguenza vengono percepiti come alleati in una causa comune, secondo il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”. Un simile , sconclusionato “modus cogitandi atque operandi”, ha lasciato e lascia preda dello smarrimento e della costernazione i marxisti più ortodossi ( e non solo); nelle teocrazie di stampo islamico, infatti e ad esempio, i partiti comunisti sono vietati, i comunisti perseguitati e l’ architettura ideologica, sociale, culturale ed istituzionale di quei paesi contrasta in modo stridente con i principi base dell’ideologo di Treviri (in questo caso il materialismo storico) e con il portato del movimento comunista internazionale 900esco (in questo caso la parità di genere). Nella DDR (il Paese socialista che forse più di ogni altro seppe avvicinarsi al Comunismo, almeno dal 1924), venivano incoraggiati il nudismo, i rapporti prematrimoniali, quelli adolescenziali e l’aborto non aveva vincoli di alcun genere, proprio nel tentativo di far crollare i tabu arcaici e borghesi che ingabbiavano la figura femminile, impedendone la totale e piena emancipazione (si legga il sociologo tedesco-orientale Kurt Starke e lo si confronti con il sovietico T.S. Atarov). Cose ben lontane da burka, frustate ed infibulazione. “Ogni cuoca deve imparare a governare lo stato” – Vladimir Il’ič Ul’janov.

Il “terremoto” della Festa della Repubblica

Da aquilano di nascita e di “sangue”, ho trovato del tutto irricevibili le polemiche degli anni passati sull’inopportun­ità di celebrare il 2 Giugno nella capitale, per destinare i soldi (appena 2 milioni di euro) dell’iniziativa­ ai terremotati, abruzzesi ed emiliani. Si tratta di pretesti, provocazioni ed arieti attraverso i quali giungere a ben altri obiettivi, scardinando le basi del nostro stare insieme e della nostra comunità democratica nata dalla lotta al nazi-fascismo. Trovo tuttavia improprio che la Festa della Repubblica si caratterizzi per lo sfoggio di muscolarità militare e di retorica bellica, come avveniva ai tempi delle democrazie popolari (cui va il mio tributo per e sotto molti altri aspetti); più giusto e ragionevole sarebbe proporre un ventaglio di iniziative che rappresentino la nostra storia recente, il nostro cammino comune. Per il grigio-verde c’è il 4 Novembre.

Che cos’e’ la Destra,che cos’e’ la Sinistra,che cos’e’ Renzi. Ma il PD cos’e’?

Renzi non è un socialdemocrati­co; è un centrista di provenienza margheritiana e di formazione, cultura e famiglia peculiarmente democristiane (è un lapiriano). Ovvia e comprensibile, di conseguenza, la perplessità nell’elettore di sinistra, all’idea di liquidare per sempre gli ultimi scampoli di socialismo democratico “consegnando” il cartello politico-eletto­rale “liberal” ad un vetero democrtistiano.­ Mi fa sorridere, però, che le accuse di “destrismo” e di “berlusconismo”­ provengano dall’apparato ex PCI-PDS-DS e dai fuoriusciti PRC adesso accasatisi sotto l’ombrello vendoliano (appena la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, molti “compagni” non hanno esitato ad abbandonarla). Ricordiamo che sono stati loro ad imbastire un governo con Silvio Berlusconi (indipendenteme­nte da quello che può essere il giudizio sull’esecutivo Letta); ricordiamo che sono stati loro ad eleggere un capo dello Stato in fronte compatto con il centro-destra (indipendenteme­nte da quello che può essere il giudizio su Napolitano); ricordiamo che sono stati loro a salvare l’arcoriano dall’ineleggibi­lità nel 1996 (e in misura minore nel 1994); ricordiamo che sono stati loro ad introdurre, istituzionalizz­are e rafforzare il precariato, sconquassando il mercato del lavoro (Pacchetto Treu e Protocollo sul Welfare); ricordiamo che sono stati (anche) loro a votare la nefasta Legge Biagi (per paura di essere dipinti come fiancheggiatori­ delle BR dal serraglio mediatico berlusconiano);­ ricordiamo che sono loro a detenere il record di privatizzazioni­ nella storia repubblicana (Governo D’Alema. Solo la coppia Eltisn- Gajdar arrivò a tanto); ricordiamo che sono stati (anche) loro a finanziare ed appoggiare tutte le iniziative militari USA/­UNOCAL-NATO (anche la signora Rame votò in tal senso, nel 2007); ricordiamo che sono stati loro a consegnare il Ministero di Grazia e Giustizia nelle mani di Clemente Mastella (come nominare Pacciani presidente di un’associazione­ contro la violenza sulle donne); ricordiamo, altresì, che sono stati loro a governare con i diniani; ricordiamo ecc, ecc, ecc. Il tutto, corroborato e sostenuto da un’insopportabi­le quanto ipocrita retorica di odore migliorista sul senso di responsabilità istituzionale. I vecchi “apparatčik” hanno attestato la loro linea di galleggiamento,­ a partire dal 1995, sull’appeasemen­t con il Cavaliere, e questo allo scopo di congelare i loro privilegi e il loro potere contrattuale. Le riforme ed il governo del Paese non sono, alla luce del segmento storico recente, ai vertici delle priorità di Via Sant’Andrea delle Fratte numero 16. Chi ha paura? Di chi?

M5S, istantanea di una debacle. O la (non) democrazia del frigorifero.

Il clamoroso rovescio subito dal Movimento 5 Stelle alle recenti Amministrative (2/3 dei voti andati perduti) si può comprendere soltanto esaminando l’istologia dell’ elettorato ed operando una distinzione tra il voto “tradizionale” e quello di “protesta”. Se il primo può essere infatti un voto molto spesso di abitudine, lasseferista, distratto, stanco (scelgo la lista X perché è uso nella mia famiglia, perché nella mia zona vincono sempre loro, ecc), il voto di “protesta”, liquidista, qualunquista o demagogico che sia, è sempre un voto di costruzione, di “pretesa”, di attesa, un voto “per”. L’elettore vuole, esige, che la sua scelta segni un “point break”, un giro di boa. In parole povere, si aspetta cambi qualcosa, e che cambi presto, con ritmo circadiano. Esattamente ciò che voleva e pensava chi a febbraio marcò con la crocetta il simbolo con le cinque stelle. Beppe Grillo avrebbe potuto imprimere a questo Paese la più grande svolta rivoluzionaria dal 1992-1994, tramite un governo di scopo e a “tempo” con il centro-sinistra; questo perché, brandendo il ruolo di ago della bilancia (il cartello bersaniano era sotto al Senato) aveva l’occasione di sedersi a capo tavola, negoziando ed ottenendo tutte quelle riforme ed istanze contenute nel programma elettorale del Movimento, tra le quali, cosa non da poco, l’ineleggibilità di Berlusconi. Ha invece preferito rinchiudersi in una torre d’avorio, in splendida ed urlata solitudine, bollando gli interlocutori come “stalkers politici”, alternando molotoviani “niet” ai più familiari “vaffanculo” all’indirizzo di chiunque imbastisse e presentasse ipotesi di convergenza. Nei 4 mesi di permanenza in Parlamento, il gruppo pentastellato si è segnalato per le liti e le polemiche sulla diaria, sui rimborsi, sugli scontrini e per un ddl, l’unico e tra l’altro ad personam, sull’abolizione del reato di vilipendio al Capo dello Stato (una ventina di attivisti grillini sono sotto inchiesta per aver offeso Napolitano sul blog). Un po’ poco, per il nuovo Terzo Stato della politica italiana. Nei sistemi democratici, il governo del Paese, e quindi la sua opera di cambiamento, è impossibile senza alleanze (salvo nelle realtà a bipolarismo rigido) ed attestare la propria linea di galleggiamento sull’esposizione delle debolezze e contraddizioni altrui, reali o presunte che siano, alla lunga stanca, e senza tema di smentita non serve alla comunità. Voti in frigorifero, per l’appunto, come quelli di Covelli, come quelli del MSI ante-dicembre 1993. до свидания. Dasvidania.

Il nemico-amico.

La costruzione del mito del “nemico comune” viene generalmente associata alla propaganda di tipo bellico (in tempi recenti, gli USA ne hanno offerto esempi paradigmatici in occasione delle operazioni in Iraq ed Afghanistan), ma si tratta di un errore di lettura, valutazione ed interpretazione decisamente ingenuo e grossolano, seppur comprensibile per i non “addetti ai lavori” (stampa, sociologi, politologi, storici, massmediologi). Tale strategia, infatti, costituisce una delle punte di lancia nell’arsenale di qualsiasi propagandista, sviluppandosi attraverso direttrici-base che possono essere riassunte nella seguente terzina:

; assegnazione di un ruolo. Attraverso la creazione del “nemico comune”, il beneficiario dell’azione propagandistica viene investito di un ruolo, positivo, di barriera ed argine ai mali causati dal nemico. Se suddetto “nemico” verrà presentato con una molteplicità di volti ed aspetti (stampa, avversari politici, analisti, intellettuali, internauti, ecc), allora il risultato sarà ancor più soddisfacente (se tutti ce l’hanno con noi, vuol dire che combattiamo per una causa giusta).

; il fattore “nicchia”. Se il nostro nemico (o i nostri nemici) rappresentano una forza numerosa, l’essere minoranza fa sentire parte di una “élite”, di un circolo esclusivo e ristretto di persone “illuminate”, uniche e sole custodi delle coordinate giuste per risolvere il male collettivo. P.s: altra cosa è la “sindrome da accerchiamento” tipica dei circuiti più estremi della Destra, retaggio e conseguenza del bagaglio eroistico-superomistico di stampo nietzscheano-evoliano alla base della loro esperienza culturale ed ideologica.

; catalizzazione delle energie e del consenso. Se individua un soggetto-bersaglio che metta in pericolo ed in allarme la nostra comunità, (politica, culturale, virtuale, sociale che sia), si ottiene un “collante”, un polo di attrazione per forze ed adesioni che, altrimenti, potrebbero rischiare la frammentazione e la dispersione.

A questo va però aggiunta una distinzione, tra la ricerca del “nemico comune” in tempo di guerra ed in tempo di pace. Se nel primo caso, tale soluzione è a termine, finalizzata e propedeutica alla distruzione dell’avversario che si combatte, in tempo di pace può non avere termine e scadenza, con il rischio di scivolare, alla lunga, nella prevedibilità e nella scontatezza, per poi disinnescarsi.