Il nostro mondo è il fornello con la bombola, la scatola dei fiammiferi che non si rompono mai quando li sfreghi, i bicchieri con le scritte di vini e liquori, i cassetti chiusi con le carte, i cacciaviti, le prese e le spine di 30 anni prima, imprigionati insieme al loro odore, le candeline di compleanni passati sparse qua e là, gli adesivi di un mondo lontano e diverso che non esiste più, il mobile con la pedana e lo specchio, la cucina bianca e rosa, di plastica e metallo, le finestre arrugginite, le persiane che non si alzano bene, il panorama verde e arancione, la stufa elettrica e il phon Termozeta, l’odore della legna o il ronzio della mosca dopo il vortice rumoroso della campana che spacca in due il tempo assolato, il profumo dolce del ghiaccio, il cipresso, il trattore, la bicicletta buona una volta, la gente che non è ancora partita, la gita in città a vedere le fontane.
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L’est che non voleva i carri armati..ma nemmeno il liberismo
Le Destre si sono sempre “appropriate”, in Italia come altrove, delle rivolte e delle rivoluzioni avvenute nei Paesi d’oltrecortina, così come hanno fatto con le icone di quei fenomeni di protesta, in primis e ad esempio, Jan Palach. Questo in nome di una democrazia di cui sovente, è bene segnalarlo, si dimenticano, quando a calpestarla furono o sono tirannie di colori ed ispirazioni differenti. Da Berlino 1953, a Budapest 1956, a Praga 1968, ai moti operai di Polonia del 1970-1971, però, i movimenti antigovernativi non miravano ad una restaurazione del sistema capitalistico (che salvo rare eccezioni non aveva portato mai benessere o democrazia al di là dell’Elba e del Danubio), ma ad una rimodulazione della società in senso marxista-ortodosso. In poche parole, non era il libero mercato a fare da perno alle istanze dei manifestanti, ma un Socialismo teorico che si facesse prassi, privo del potere del partito, della polizia segreta e della direzione verticistica degli apparati: il Socialismo reale, in mano al popolo ed al servizio del popolo. Per rendercene conto, sarà sufficiente dare un’occhiata ai documenti di alcuni dei gruppi di lavoro che sorsero nei giorni frenetici dell’opposizione ai regimi ed al “grande fratello” moscovita (il documento delle “Duemila Parole” del Movimento Gioventù Rivoluzionaria cecoslovacco, il documento delle “Tremila parole” dei gruppi studenteschi jugoslavi, “Per un governo di consigli operai in Cecoslovacchia”, la piattaforma di Stettino, ecc). Non a caso si parla di “68 tradito” anche ad Est, e fu proprio questo fallimento riformistico a fare da propellente ai cambiamenti del 1989-1992.Anche in quella forchetta temporale, comunque, l’idea di abbattere lo status quo non era predominante. Il 17 marzo 1991, in un referendum, il 76,4% dei cittadini Sovietici votarono per il mantenimento dell’URSS in una veste riformata, e il progetto di unificazione della Germania prese piede e forma soltanto nella primavera del 1990.
Liberiamo i fantasmi di Bucarest
La credibilità della UE non si gioca soltanto sul tavolo delle trattative macroeconomiche o nel contenzioso strategico e militare con Mosca, ma a anche e soprattutto sulla situazione dell’infanzia in Romania, ed in particolar modo a Bucarest. Il “mondo libero” giubilò per la caduta del Socialismo nel 1989/1992, ma non ha saputo fornire ed “imporre” agli ex paesi d’oltrecortina le direttrici giuste per un passaggio graduale, omogeneo ed equilibrato dall’economia pianificata a quella di mercato. Il risultato è stato un gattopardesco cambio di faccia e di facciata dei vecchi potentati ed “apparatchik”, con l’ossificazione (o il peggioramento ) delle disuguaglianze sociali. Si discute di rating e redditività bancaria tra cristalli di Boemia e tappeti rossi, mentre migliaia di bambini sono e rimangono privi di documenti, spettri delle fogne costretti a succhiare colla per non sentire i morsi della fame, massacrati di botte negli orfanotrofi-lager. Il riassetto in senso “civile” ed umano di questa mostruosità moderna non richiederebbe certo uno sforzo titanico ed insostenibile, per la porzione occidentale del continente.
Corvo Abdul non avrai il mio scalpo
“Oggi c’è una forma di potere molto più sottile che è sostanzialmente il controllo del pensiero, il controllo delle idee. Questo è molto pericoloso perché io quando ho controllato le idee di tutti coloro che sono subordinati al potere, costoro pensano come il potere, lo applaudono, lo vogliono, lo desiderano, lo adorano. Perché pensano come lui. E poi il secondo grado, ancora più pernicioso, è il controllo dei sentimenti. Ci sono delle trasmissioni televisive che insegnano ai giovani come si ama, come si odia, come ci si innamora, come ci si arrabbia. Quando io ho determinato il controllo dei sentimenti, io ho il potere assoluto. Perché non solo penso come mi hanno insegnato a pensare i mezzi televisivi, ma sento come loro desiderano io senta. A questo punto sono arrivato alla completa gestione del mondo, su cui opero.”
L’acqua, il bambino e la nostra libertà di fare
I sondaggi sparlanti.Stay alert
Secondo i sociologi Jowett e O’Donnell, per propaganda si intende “il tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti del propagandista”. Il sondaggio (parliamo di sondaggi manipolati) è senza dubbio un’arma fondamentale nell’arsenale di qualsiasi politico od “opinon maker”. Si tratta di un tipo di propaganda “verticale”, ovvero diretta e gestita dall’alto, quasi sempre “grigia” (parzialmente falsa) o “nera” (totalmente falsa) mirante, appunto, a “plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento” allo scopo di avvantaggiare questa o quella posizione. Il sondaggio manipolato crea la falsa percezione di un vasto consenso attorno ad un determinato soggetto o ad una determinata causa, giocando su quella che Newcombe definisce “pluralistic ignorance”, “ignoranza pluralistica”; il soggetto crede di essere l’unico a non condividere un certo orientamento (quello sostenuto dal propagandista) e per paura di risultare impopolare o di essere in errore, tace o si uniforma. Per la sociologa tedesca Elisabeth Noelle Neumann, infatti, “l’opinione pubblica dominante costringe alla conformità di atteggiamento e comportamento nella misura in cui minaccia di isolamento l’individuo che dissente”. Negli ultimi giorni, stanno girando in rete e per le piazze “sondaggi” che vorrebbero in crescendo ed in maggioranza partiti e formazioni in realtà in netto calo; in questo modo, i loro leader cercano di contenere il danno, rilanciando con la manipolazione. Ovviamente, tali sondaggi verrebbero “nascosti” dai media eterodiretti dagli avversari. Si apre così un altro ventaglio di opzioni in dotazione alla propaganda (propaganda di tipo “agitativo”): le frasi allusive e la ricerca del nemico. Stay alert.
Ruby, la Boccassini e la “tolleranza” a corrente alternata
La battuta della Boccassini su Karima El Marough, in arte Ruby, durante la sua requisitoria (“una ragazza intelligente, di quella furbizia orientale, propria delle sue origini”) è grave, gravissima, per diversi motivi e sotto molteplici punti di vista. E’ grave, è gravissima, perché Boccassini è una donna delle istituzioni, è grave, è gravissima, perché la togata si è lasciata andare ad uno “sconfinamento” oltre il perimetro delle sue competenze (e conoscenze), è grave, è gravissima, perché si tratta di una sortita dai chiari, manifesti ed inequivocabili contorni razzisti e xenofobi. Una battuta che denota ignoranza, dalla sciatteria intellettuale rumorosa, fragorosa, rutilante. Dispiace ma non stupisce, ancora una volta, il silenzio dei censori del politicamente corretto e dell’ecumenismo etnico a corrente alternata; sempre pronti a bacchettare tutto e tutti, anche e molto spesso a sproposito, mettendo sul bilancino del buonsenso virgole e congiunzioni, adesso tacciono, perché a sbagliare è stata una delle loro icone e perché la destinataria dello strale intinto nel qualunquismo è un'”amichetta” di Berlusconi. La mente libera, liberale e libertaria, non potrà che inorridire per la frase alla “Der Stürmer” pronunciata dal Pm milanese, come di questa parzialità ideologica che stupra e azzoppa la morale civile, inquinandola nel suo atomo primo, che è la comunicazione. Fiero di non aver bisogno di eroi.
P.s: immaginiamo un intervento dello stesso tenore, da parte di un magistrato “vicino” al centrodestra, su un ebreo od una donna…
Fin che la Barca va
Più volte ho manifestato la mia distanza dalla moda del “tiro al piccione” sul PD, noioso refrain di una mentalità della semplificazione, malinconica e scontata, che a nulla serve e che nulla produce. Appare comunque sempre più chiaro come il partito di Via di Sant’Andrea delle Fratte sia nulla più di un “parcheggio” per le vecchie cere del politburo “comunista” e querciato, privo di una reale progettualità a lungo termine per il sistema-paese. L’idea non è quella di vincere e di vincere per riformare, bensì quella di “galleggiare”.
Ius sanguinis? Una questione di…punti di vista
Il cosmonauta cecoslovacco Vladimir Remek fu il primo non sovietico e non americano ad entrare in orbita, dal 2 al 10 marzo del 1978, a bordo della Soyuz-28. Secondo alcuni, la scelta di un cecoslovacco fu dettata da motivi di “calcolo”; dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia, Mosca cercava un gesto distensivo nei confronti del suo satellite. Indipendentemente da questo, Remek era molto fiero della sua appartenenza al sistema socialista, così come era fiero del suo Paese, in quella commistione tra marxismo e fanatismo patriottico tipica delle realtà d’oltrecortina. Vedere il mondo dall'”alto” e così piccolo, però, gli fece cambiare totalmente prospettiva, spogliandolo di qualsiasi orientamento di tipo nazionalistico. “Posso dire che quest’esperienza ha cambiato radicalmente la mia vita. A 30 anni mi sono reso conto che il pianeta Terra ha una dimensione finita. Ci vuole appena un’ora e mezza per girargli attorno, a quella quota. Questo ha influito sul mio modo di vedere le cose. Ha reso più profonda la mia fede nel lavoro per la pace in questo pianeta. E naturalmente mi ha aiutato a vedere le cose con maggiore distacco, e perciò a mantenere una visione più ampia”. Queste le parole di Vladimir Remek, durante un’ intervista
Sognavamo un’altra vita. I bimbi de L’Aquila
Un amico, candidato sindaco per Massa, ha realizzato un collage di foto, piccole foto dei suoi amici e collaboratori da bambini, con su scritto: “SOGNAVANO UN’ALTRA CITTA'”. Non voglio entrare nel merito della sua campagna elettorale e del suo lavoro, tantomeno fargli uno “spot” (politicamente siamo molto distanti e lui lo sa), ma ammetto che quest’idea, questo manifesto, sono riusciti a farmi un certo “effetto”. In quei bambini, ho rivisto i bambini di un’altra città, qualche centinaio di chilometri più a sud, e in quella domanda, ho sentito anche la loro domanda, con un’aggiunta: SOGNAVAMO UN’ALTRA VITA. Un’altra vita, senza dubbio. Una vita innanzitutto più lunga. Invece, la cupidigia criminale di pochi e l’incompetenza di tanti, hanno devastato sia la comunità di mattoni che quella di anime, soffocando la seconda sotto la polvere esausta della prima.