E’ interessante notare come nei paesi slavi e latini (le patrie del populismo classico), il linguaggio politico anticonvenzionale ed urlato, gli stilemi, la gestualità e l’ estetica della rutilanza più triviale e chiassosa riescano a comunicare al popolo sincerità, alterità, onestà ed intraprendenza.
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Il Qualunquismo Quotidiano
Attenzione alla parola “terrorista”
L’ elasticità restringente del termine/concetto “terrorismo”/”terrorista” è uno dei bastioni della propaganda politica di guerra e segna allo stesso tempo una tappa assolutamente nuova in questo senso (almeno dal 1917 in poi, quando il Presidente americano Woodrow Wilson gettò le fondamenta della propaganda moderna tramite la costituzione del “Committee on Public Information”). Questo perché tali formule (“terrorismo” e “terrorista”) traggono la loro forza e spinta propulsiva da uno dei cardini dell’impianto propagandistico classico: la semplificazione. Dalle campagne USA-NATO in Iraq e Afghanistan, i due vocaboli hanno assunto una valenza identificativa dell’autoctono che combatte lo straniero (le truppe occidentali) in “casa propria” e, e bene rammentarlo, con mezzi nettamente inferiori, dal punto di vista qualitativo come quantitativo. Ecco che il concetto di “terrorismo” si fa restringente e banalizzante, semplificante. Viceversa, diventa elastico quando la propaganda occidentale o di matrice revisionista fa riferimento agli stessi combattenti quando erano schierati contro le milizie Sovietiche (guerra afghana del 1979-1989) o, ad esempio, quando al centro dell’indagine e della speculazione storica, giornalistica o politica ci sono i soldati di Salò (anch’essi schierati a difesa di un regime dittatoriale contro gli Anglo-Americani, ma in questo caso presentati come soldati regolari e depositari di una dignità ideologica). Il meccanismo è strettamente legato e consequenziale ad alcuni passaggi che il sociologo Ragnedda inquadra all’interno di tre terzine:
A) Ricorso alla paura e identificazione del nemico
1) demonizzazione del nemico
2) Uso da parte del nemico di armi letali e non convenzionali
3) Guerra in risposta al nemico e non come attacco
B) Bontà delle nostre guerre
1) Soccorrere una nazione o un popolo
2) Giusta causa
3) Estendere la democrazia
C) Sostegno alla giusta causa
1) Sostegno dal di fuori: internazionale
2) Sostegno dall’interno. intellettuali ed artisti
3) Sostegno dall’alto: divino
Ecco dove e perchè Grillo è più debole di Mr.B
Da “L”Unità” (l’ex giornale degli ex amici di Mosca. Ohibò..i “liberali” chiudano pure gli occhi)
“Coerente, in fondo, lo è. Marco Travaglio viene da quella destra italiana che ha sempre avuto come sua ossessione la sinistra. La cui storia descrive con le mani insanguinate e con gli scarponi chiodati. Nel 1994, proprio per far deragliare i nipotini di Stalin, Travaglio accarezzò la Lega. Cioè un movimento ribelle dei territori, ma pur sempre agli ordini di Berlusconi. Nel febbraio scorso ha puntato invece sul M5S, ossia su un movimento ribelle della rete, e tuttavia garante del buon mondo antico presidiato dal grato Cavaliere.
Alla forza meno granitica che ha espresso la storia repubblicana, Travaglio intende prestare un disperato soccorso. E perciò strilla contro il «giornalismo servo» che descrive i mitici deputati di Grillo come divisi, poco esperti, attardati sulle questioni degli scontrini. Urge una rapida controstoria delle eroiche gesta per riscattare l’onore perduto. Ed ecco però come il saggio, lui sì non «prostatico», Travaglio tira le fila: occorre un bel «collegio dei probiviri» che liquidi la senatrice «furbona», «l’altro genio» che andava in Tv, i dissidenti feriti solo «sul nobile ideale della diaria».
Ma come? Senza neppure accorgersene, Travaglio descrive l’esperienza del M5S proprio come abitualmente fanno le spregevoli «guardie del corpo dei partiti» che riempiono di insulsaggini i loro giornali. E però «il cameriere del contropotere» aveva l’intenzione di celebrare la missione storico-cosmica del M5S, santificato come «unico», «primo», «storico» in ogni gesto, opposizione, sogno e proposta.
Non meno confuso il corazziere di Grillo (e quindi un po’ carabiniere anche di Berlusconi) appare quando indossa gli abiti del suggeritore strategico. Oltre alle adunate dei probiviri per rimettere disciplina, i grillini «convochino conferenze stampa e iniziative di piazza» contro «quell’ente inutile che è ormai il parlamento». Perfetto. La memoria lo riporta, con un sospetto automatismo, all’aula sorda e non più grigia ma comunque inutile. Contro di essa occorre scaldare la piazza in un moto di ribellione perpetua contro istituzioni nemiche, con la subdola vocazione al «golpetto» e quindi senza alcun valore normativo.
È quello che Grillo sta già facendo, condannando all’irrilevanza un movimento di quasi 9 milioni di elettori, destinato alla frammentazione e alla fronda per l’assoluta mancanza di guida politica. Senza un briciolo di organizzazione, un confronto sui programmi, una strategia politica di breve e medio periodo non c’è nulla che possa trattenere una forza che sbanda e procede alla cieca: né gli anatemi di un comico arrabbiato né le scomuniche di un giornale amico.
Il disegno che Grillo persegue è quello di un movimento certo dimagrito ma non esangue, che si serve delle istituzioni come di un semplice megafono, che ricorre alla piazza per scopi di propaganda ma ha poi nel blog privato del capo il suo centro assoluto di riferimento. Il mondo è però troppo complesso per rinchiuderlo in un blog. E delle forze centrifughe, al cospetto dello scacco continuo che il non-partito incassa nelle sedi della rappresentanza, spingeranno alla deriva una litigiosa formazione flash da mesi chiusa in un vicolo cieco.
Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici. Anche Grillo dispone di un partito della micro azienda, con alcuni giornali e trasmissioni Tv di supporto. Ma la sua potenza di fuoco, che è stata devastante durante la campagna elettorale, pare spenta dopo l’ingresso trionfale nel Palazzo, occupato per non combinare nulla.
Il mito di un uomo solo al comando anche stavolta non funziona. Senza un’ideologia coerente, una macchina di un qualche spessore, un blocco di interessi sociali di riferimento nessun capo assoluto, seppure coadiuvato da un guru millenarista o da media vicini agli spifferi della polizia giudiziaria, riesce a mantenere il saldo controllo di una schiera di eletti reclutati con provini, autopromozioni, cooptazioni, filmati.
La velleità di raccogliere in ogni piazza un risentimento su una singola istanza e definire così una eterogenea aggregazione di micro-rabbie non porta ad una politica. La fenomenologia della rabbia a febbraio ha gonfiato una metafisica della rivolta. Ma se l’ingresso nel palazzo è sterile, e improduttiva si rivela la partecipazione al gioco politico, difficile pare accendere di nuovo la miccia della ribellione. Neanche se l’ordine di insurrezione lo redige Travaglio, che sogna un vecchio comico al Palazzo e un altro a scaldare la piazza invocando di visitare il suo blog”
Analisi lucida e puntuale che non posso che condividere, eccezion fatta per un passaggio:
“Quanto alla forma del non-partito il confronto con il Cavaliere non regge. Quello di Berlusconi non è un effimero partito personale, si avvale di un immenso apparato politico professionale di nuovo conio. Ha la regia organizzativa e propagandistica dei quadri di una grande azienda, la copertura di un esercito agguerrito di media, la vocazione egemonica di schiere di giornalisti militanti, la dedizione alla causa di vasti ceti di amministratori e di intellettuali organici”.
Grillo ha, per struttura caratteriale (personalità forte ed accentratrice come quella di Berlusconi ed ego ipertrofico) l’idea/obiettivo del capo carismatico/monarca assoluto, ma la sua fragilità rispetto al Cavaliere nell’edificazione di un simile progetto non risiede nella diversa potenza di fuoco mediatico dei due partiti o nell’immaturità organizzativa del Movimento, quanto nel fatto che il M5S, a differenza del PdL e di FI, è nato (almeno nelle intenzioni della sua base), proprio come “turning point” rispetto alle vecchie e stantie prassi del sistema, compreso il millenarismo avventista del capo che l’arcoriano incarna e che tanto ammorba ed affossa l’altra metà del cielo politico italiano. Pretendere che i tanti, tantissimi soggetti provenienti dai movimenti o dalle porzioni più radicali e idealiste della sinistra italiana e adesso gravitanti nell’orbita pentastellata, possano accettare epurazioni e diktat di scuola staliniana o xiaopingiana o, peggio ancora, sposare posizioni teonomiche, significa azzopparsi in partenza e consegnarsi ad una rapida ed irreversibile emorragia di consensi e credibilità.
La novità del vecchio, la presunzione del nuovo non nuovo
Nota peculiare delle forze politiche “nuove”, è l’ostensione odiosa, boriosa, insipiente e puerile dell’alterità e della superiorità morale. Dato che nulla si genera dal nulla, soprattutto in politica, questi soggetti sono quasi sempre il prodotto di rimescolamenti, aggregazioni, convergenze di e tra altre forze, quelle tradizionali, quelle vecchie, quelle “sporche”, sotto altre vesti ed insegne. Ciò che viene spacciato come verginità morale e politica. è in realtà la truffa di un “lavaggio” fatto con l’acqua avanzata dalle pulizie della volta precedente.
I bambini:ancora vittime di serie B
La “Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile” passata attraverso il silenzio mediatico più assordante, ancora una volta. Nessuna manifestazione di piazza, nessuna coccardina orgogliosamente appuntata sul petto, nessun nastro facebookiano, nessuna parata di sociologi televisivi, per chi non ha voce, per chi non può contare su lobbies, potentati e retroculture.
Kim Jong Grillo, i senatori abruzzesi e il nuovo “Grande Fratello”
“Ai senatori Gianluca Castaldi ed Enza Blundo del Movimento 5 Stelle.
Apprendiamo che nella seduta odierna del Senato sono stati discussi l’articolo 6 sul Patto di stabilità, e gli articoli 7 e 8 che contenevano interventi in favore del territorio aquilano colpito dal sisma nell’aprile 2009. Il Senato ha approvato la deroga al patto di stabilità per i territori colpiti dal… sisma, in Abruzzo e in Emilia con l’astensione dell’intero M5S, compresi voi senatori abruzzesi. Il Senato ha poi approvato anche l’emendamento che proroga il contratto dei precari della ricostruzione sino al 31 dicembre 2013 con voto contrario dei senatori 5 Stelle.
Chiediamo
-le ragioni di tale colpevole astensione e voto contrario
-le modalità di partecipazione messe in campo dal M5S per arrivare a questa votazione
Ritenendo gravi le posizioni da voi assunte, in assenza di qualsiasi forma di discussione con la popolazione aquilana, restiamo in attesa di una vostra sollecita risposta che, comunque, non potrà rimarginare in alcun modo la ferita che avete voluto infliggere a tutto il cosiddetto cratere sismico”
Aggiunta personale: può, un ordine di partito, condurre a tanto? Può avere una tale capacità di scavo e penetrazione nella coscienza dell’individuo? Perché, nel caso di specie, ad alzarsi in piedi sarebbe dovuta essere la coscienza.
Postilla storica: nel dicembre 1989, durante i giorni della rivolta a Timisoara, Ceausescu pensò di deporre il capo della Securitate, dell’ Esercito e il Ministro della Difesa (Vlad, Minea e Postelnicu), “colpevoli” di non avere rispettato i suoi ordini di reprimere nel sangue la protesta popolare (i tre si rifiutarono perché complici di un piano di destabilizzazione e sabotaggio del regime deciso ed attuato dalla CIA e dal KGB gorbacioviano dopo il vertice di Malta). Bene, nonostante la sua rabbia, il “Conducator” rimise la decisione al voto del CPEx (il comitato centrale del partito) che si espresse a difesa degli “imputati”, i quali rimasero ai loro posti (un militare “osò” addirittura criticarlo apertamente). Persino nella Romania di allora c’era un barlume di collegialità ed autonomia di giudizio.
“Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era uscito vincitore su se medesimo. Amava il Grande Fratello” – George Orwell, “1984”.
La destra, la Lega e i valori (s)venduti. ne valeva la pena?
La Turchia e le piazze italiane: il qualunquismo al potere
Leggo ancora adesso sortite demagogiche e qualunquistiche che contrappongono, esaltandola, la protesta turca ad una supposta inerzia da parte delle folle italiane, ovviamente messa (e messe) alla berlina. Come già sottolineato, un atteggiamento di tal genere rivela e palesa l’ assenza, più totale e sconfortante, di dimestichezza con gli strumenti base della storiografia, della sociologia e delle scienze politiche; la Turchia, intesa ed analizzata come approdo istituzionale e politico della parabola storica ottomana, reca un passato millenario di teocentrismo islamico di stampo imperialista, e dopo una parentesi di parziale secolarizzazione ed occidentalizzazione ( la vulgata del paradiso laico post-kemaliano abbisogna di un’opera di scavo e di un “labor limae” estremamente rigorosi) rischia di piombare , nuovamente, nell’oscurantismo confessionale ad opera di un tiranno reazionario e illiberale, Recep Tayyip Erdoğan. Si potrebbe accettare una simile convergenza solo se il Vaticano decidesse di muovere le armate per impossessarsi di quelli che furono i suoi antichi domini territoriali, ma così non è e così mai sarà.
Siamo diversi anche se siamo come gli altri. Perchè Grillo attacca il Parlamanento
Queste frasi pronunciate da Beppe Grillo, irricevibili e pericolose perché tese a colpire il centro nevralgico della democrazia italiana (l’attacco al “parlamentarismo”, interpretato e presentato come un inutile legaccio alla gestione dinamica dello Stato, era un “must” del Fascismo mussoliniano) ci offrono una chiave di lettura importante sul fenomeno M5S e, più in generale, sulle forze catalizzatrici il voto di “protesta”. Esse traggono la loro forza e spinta propulsiva dall’ostensione di un’ alterità, reale o sbandierata che sia, rispetto ai partiti tradizionali, e questo per mezzo di una strategia che si snoda essenzialmente attraverso il linguaggio parlato (rutilante ed anticonvenzionale, contrapposto alla retorica “ingessata” del “politichese”), l’estetica/esteriorità ed il rifiuto delle etichette tipiche della politica classica (ad esempio vengono rigettati il termine e la dicitura “partito”, a vantaggio di quello di “lega”, “alleanza” o, in questo caso, “movimento”, per suggerire maggior dinamismo e collegialità). Il ” turning point” arriva nel momento in cui tali forze transitano dalla piazza al palazzo, alle stanze dei bottoni; allora questa alterità, ovvero il loro motore primo, viene messa in discussione, viene messa alla prova, colpita ed insidiata dalle tentazioni e dagli sbagli che, inevitabilmente, attendono chi è investito di un ruolo di responsabilità ed importanza istituzionale. Sorge quindi l’esigenza, vitale e imprescindibile, di far girare allo spasimo questo motore, fino ai suoi limiti ed oltre, in modo tale che il rumore del suo rombo esasperato superi il bisbiglio urlato della verità, in modo tale che esso riesca a superare in velocità la deduzione del cittadino e dell’elettore. Di qui, sortite come quella sopracitata o, spaziando, le improbabili chiamate ad improbabili lotte da parte del Bossi imborghesito e avvinghiato al potere insieme al suo clan familiare, in una grottesca riproposizione del clanismo ceasusechiano. Il motore gira, gira, urla e sbotta..finché non fonde.