Spazio vitale tedesco* e spazio vitale russo: analogie e differenze

putynLa fine della “koinè” sovietica ha rilanciato uno scenario del tutto simile a quello nato con Vesailles, ovvero ampie porzioni etniche ritrovatesi al di fuori dei loro nuovi e particolari spazi nazionali.

Qui, trova la sua spiegazione e la sua motivazione anche la crisi del Donbass, con la minoranza russa “imprigionata” entro confini che non le appartengono più.

A differenza di quanto accaduto in passato, tuttavia, la maggior solidità della coscienza democratica, degli organismi internazionali e la détente atomica (a vantaggio dell’Occidente), rendono del tutto impossibile una degenerazione violenta su ampia scala.

*Lebensraum.

L’imperialismo russo-putiniano e le problematiche del “Terzo Dopoguerra”

russian-flag-hd-wallpaper-269x170All’indomani del crollo sovietico e della fine della Guerra Fredda (1989 – 1991), non pochi analisti paventarono il rischio di una nuova Versailles, per Mosca, ovvero di una “pace” concordata dai soli “vincitori” (a differenza di quelle di Vienna, Utrecht e Vestfalia) che, penalizzando l’ex nemico, avrebbe finito con irrobustirne le spinte revansciste e scioviniste.

Tra le misure più contestate, l’ipotesi di un allargamento della NATO e della UE ad Est e l’adozione di un ombrello antimissile, opzioni viste come eccessivamente penalizzanti la Russia e la sua sicurezza.

Le crisi che oggi stanno interessando la massa ex sovietica ed il ritorno ad uno schema contrappositivo di tipo duopolistico, sembrano dare conferma ai timori di allora, ma una ricognizione più dettagliata sullo scenario storico e geopolitico dell’area porterà all’emersione di una realtà ben differente, mostrando come le linee d’indirizzo adottate dalle democrazie fino ad oggi nei confronti della Russia siano più vicine ad esigenze di “containment” che non ad un velleitarismo di impronta espansionistica.

Soffocati per 50 anni dal dominio russo-sovietico ed incalzati per secoli dall’imperialismo zarista-terzoromista, i paesi dell’Europa dell’Est e dell’ex URSS vedono infatti nei dispositivi militari ed economici occidentali una garanzia contro l’ex oppressore (nonché una possibilità di rilancio economico), fattori che saldandosi ad un ritorno dell’iniziativa russa nella zona (si pensi ai casi polacco, bielorusso, georgiano ed ucraino) allontanano la prospettiva di una riconciliazione in questo “Terzo Dopoguerra”.

L’Occidente non dovrà, tuttavia, riposare sulle garanzie del suo “hard power”, ma aiutare la Russia nel suo percorso democratico e liberale, unica strada percorribile per giungere ad un ridimensionamento decisivo di ogni pulsione revanscista dell’ “Orso” e delle sue velleità proiettive verso Est.

Il prevedibile semi-flop di Minsk.

ucraina minsk dombass“Accordo non risolutivo”.

Così Federica Mogherini, rappresentante degli Esteri UE, ha commentato il cessate il fuoco stabilito a Minsk. Intanto, nella notte, una cinquantina di carri armati russi avrebbero oltrepassato la frontiera ucraina.

La scarsa concretezza di quanto ottenuto nel vertice era eventualità prevista e prevedibile; potenze minori, Parigi e Berlino non hanno, infatti, la forza negoziale per concedere assicurazioni definite e sul lungo periodo, né possono contare su uno status paritetico nel confronto con Mosca (Berlino non ha nemmeno un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) .

L’unico risultato tangibile della due giorni potrebbe invece essere l’indebolimento dell’asse occidentale, con l’esclusione degli alleati più importanti ( e di Bruxelles) dall’incontro.

Una decisione strategicamente immatura, dunque, quella delle due cancellerie, forse più attente alle esigenze di un sorpassato autoreferenzialismo sciovinista che non alla risoluzione della crisi.

Tsipras e la Russia: prove tecniche di avvicinamento.

In una delle sue prime dichiarazioni in qualità di primo ministro greco, Alexīs Tsipras si è detto preoccupato per quelle che ha definito “nuove misure restrittive” contro la Russia, in merito alla questione ucraina.

Già critico verso l’establishment democratico nato da Maidan, Tsipras chiarisce dunque in modo inequivocabile la sua linea di appoggio a Mosca e Pechino ( preconizzata da alcuni analisti, tra i quali il sottoscritto), unici appigli di cui Atene può oggi disporre per avere un potere negoziale con Francoforte, Berlino e Bruxelles e per smaltire il suo debito, offrendo come contropartita la sua funzione strategica nel Mediterraneo (“win win scenario”).

Perché Obama è un’anatra zoppa ma non ha subìto una catastrofe Il “The six-year itch” e la lezione della storia.

Nella storia americana, soltanto in tre occasioni il partito del Presidente è riuscito a guadagnare terreno nelle elezioni di mediotermine: 1934 (F.D.Roosevelt), 1998 (W.J.Clinton) e 2002 (George W. Bush), due delle quali (1934 e 2002) sulla scia di eventi del tutto eccezionali e particolari (Grande Depressione/New Deal ed 11 Settembre). La motivazione sta nel fatto che chi è al potere tende solitamente a pagare il prezzo di un malcontento comunque ed in ogni caso latente tra gli elettori e pronto ad esplodere specialmente quando la contingenza obbliga a scelte impopolari.

La sconfitta patita dall’Asinello nella notte di ieri sera, pur sonora (il GOP controlla adesso entrambe le camere), dovrà quindi necessariamente passare attraverso il filtro di un’analisi più razionale e, quindi, del ridimensionamento; senza dubbio un segnale per la “lame duck” Barack Obama, che paga l’ incapacità di uscire dalla crisi in un Paese che conta 60 milioni di poveri, la crescita del gigante cinese e quella che (erroneamente) viene percepita come una sudditanza verso la Russia negli scacchieri internazionali (Siria, Donbass, ecc), il tutto in un revival del declinismo anni ’70, ma non una catastrofe come potrebbe sembrare agli occhi dell’osservatore meno attento alle vicende ed alla storia dell’aquila dalla testa bianca.

Appunti di storia-57 anni fa, la pallina di alluminio che affascinò e spaventò il mondo.

Veniva lanciato dai sovietici esattamente 57 anni fa (4 ottobre 1957) il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1. Il “compagno di viaggio” (questo il significato della parola “sputnik”), rimase nello spazio per 57 giorni, compiendo in totale 1 400 orbite.

Il lancio esaltò il mondo comunista, da un lato, e terrorizzò l’Occidente, dall’altro. Negli Stati Uniti, le sirene di alcune fabbriche suonarono l’allarme, perché si pensava che il satellite potesse rappresentare una minaccia militare.

Gli USA si sarebbero rifatti pochi mesi dopo, mandando in orbita l’Explorer 1

La Russia, la sindrome d’accerchiamento e la “fame di acqua”-Il perché dell’intraprendenza putiniana.

Le politiche espansionistiche russe (prima imperiali e sovietiche ed oggi putiniane), si muovono, storicamente ed in linea di massima, su due direttrici, una psicologica ed una strategica.

Nel primo caso, osserviamo una “sindrome da accerchiamento”, che Mosca accusa da Ovest come da Est. SI tratta di un retaggio delle invasioni e degli attacchi portati dagli Svedesi, dai Cavalieri Teutonici e dai Lituani, prima, e dai Polacchi, dai Francesi e dai Tedeschi poi (ad Ovest) e dai Mongoli e dai Tartari, prima, e dai Cinesi poi (ad Est).

Nel secondo caso, pur controllando migliaia di km di coste, alla Russia, è sempre mancato lo sbocco ad acque calde ed “importanti”. In quest’ottica, si collocano, ad esempio, il tentativo (bloccato dagli Inglesi) di avanzare a Sud per arrivare all’Oceano Indiano, la scelta di entrare nel primo conflitto mondiale a fianco dell’Intesa (sottrarre agli Ottomani sbocco al Mediterraneo) e la guerra la Giappone imperiale nel 1905 (estendere la propria influenza sul Pacifico)

Ad ostacolare la realizzazione dei piani russi, è oggi l’elemento nucleare, che rende impossibile o formidabilmente complessa la restaurazione della “Terza Roma” di memoria romanoviana

Perchè separarsi non conviene, se non ai propri avversari.Russia contro Qatar.

Il 17 febbraio 2012 esplose una violenta lite tra l’ambasciatore russo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Vitaly Ivanovich Churkin, e il Primo Ministro degli Affari Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim Al- Thani , in merito alla questione siriana.

“Vi invito a guardarci da qualsiasi uso del veto sulla crisi in Siria. La Russia deve approvare la risoluzione, altrimenti perderà tutti i paesi arabi”, la richiesta a muso duro di Al-Thani a Churkin, il quale rispose: “Se ti rivolgi a me con quel tono ancora una volta , non ci sarà più qualcosa che si chiamerà Qatar. Voi siete un ospite del Consiglio di Sicurezza , rispettatelo e state a posto. E non vi parlerò più, poiché a nome della Grande Russia , mi rivolgo solo ai grandi”.

E’ bene ricordare come il Qatar non sia soltanto un grande produttore/esportatore di petrolio ma anche uno dei tre paesi con le maggiori riserve di “oro blu” in assoluto (insieme all’ Iran ed alla stessa Russia), rivale diretto di Mosca nello scacchiere euroasiatico, anche in ragione dei suoi progetti per la costruzione di gasdotti che aggirino la Russia, passando per la Siria (per questo Putin difende il regime baathista).

Doha, inoltre, vanta quote e presenze rilevanti in alcune delle maggiori realtà economiche, culturali e sportive francesi e tedesche (Louis Vuitton, Total, Le Figaro, Vinci, Vivendi, Glencore, Paris St.Germain, Volkswagen, Porsche, ecc), in una campagna di “conquista” del mondo occidentale che si sta facendo di anno in anno più imponente.

Ciononostante, un alto rappresentante russo poté concedersi il lusso di trattare un ministro qatriota con sufficienza e disprezzo, rispedendo al mittente le sue richieste.

Immaginiamo che cosa accadrebbe a singole porzioni di Italia, Spagna, Regno Unito, Francia o Germania (prive di gas e petrolio) una volta libere dall’ombrello dei Paesi originari; il loro potere contrattuale e la loro credibilità d’insieme, nelle assisi internazionali, sarebbero certamente molto più ridotti e ridimensionati, così da comprometterne, in modo decisivo, gli interessi.

Sostando sul il caso italiano, Roma è una “middle power” ed un ”regional power”, in virtù della sua appartenenza al G-8-G-20, del Nuclear Sharing e dei suoi oltre 60 milioni di abitanti, che le garantiscono un numero di rappresentanti a Strasburgo pari a quello di Regno Unito Francia, Ma che ne sarebbe di un Veneto lasciato a sé stesso? O di un Regno/Repubblica delle Due Sicilie (magari preda dalle mafie)? O di una Repubblica altoatesina? Molto verosimilmente, la loro forza d’azione non sarebbe sufficiente ad assicurare un’adeguata copertura ai loro interessi economici e strategici , esponendoli alle mire ed al ricatto delle grandi potenze continentali.

Appunti di storia. “Signor Andropov, Dio ha creato il mondo per noi, per vivere insieme in pace e non per combattere”.Samantha Smith, la bambina di 10 anni che non voleva la Terza Guerra Mondiale.

All’alba degli anni ’80 del secolo scorso, il mondo si trovava nel pieno di quella che gli storiografi chiamano “Seconda Guerra Fredda”, ovvero il periodo che va dall’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979) all’elezione di Michail Sergeevič Gorbačëv alla carica di Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (1985). I rapporti erano dunque particolarmente tesi, tra i due blocchi, e la “détente” di memoria nixoniana sembrava ormai un ricordo lontano e sbiadito.

Ronald Reagan, succeduto nel 1981 a Jimmy Carter alla Casa Bianca, aveva deciso una grandiosa politica di riarmo e la contestuale realizzazione di uno “scudo stellare” (SDI), così da riaffermare la supremazia americana e occidentale nel mondo dopo i difficili anni ’70, mentre l’operazione NATO “Able Archer 83” (Abile Arciere 83), concepita per testare la forza del dispositivi di reazione sovietici, aveva spinto l’umanità sull’orlo del baratro, forse più di quanto avvenuto nel 1962.

Il cinema, intanto, raccontava quel momento tanto delicato attraverso film come “The day after” e “War games”, proiezioni immaginifiche del timore collettivo per un armageddon

Tra chi aveva paura della distruzione totale, un bambina americana di 10 anni, Samantha Smith, che nel 1982 decise di scrivere all’allora Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica , Jurij Vladimirovič Andropov, per rivolgergli un appello di pace:

Caro Sig. Andropov,
Mi chiamo Samantha Smith. E ho dieci anni. Congratulazioni per il vostro nuovo incarico. Sono preoccupata per una possibile guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti. Avete intenzione di votare per fare una guerra o no? Se non volete, ditemi per favore come farete per evitare che ci sia una guerra. A questa domanda potete non rispondere, ma mi piacerebbe sapere perché volete conquistare il mondo o almeno il nostro paese. Dio ha creato il mondo per noi, per vivere insieme in pace e non per combattere.

Sinceramente,

“Samantha Smith”
Samantha Smith

“Io ci provo. Ma non risponderà mai”, avrà pensato la piccola Samantha. E invece, chi lo avrebbe mai detto, quell’uomo potente e impegnato le rispose:

Cara Samantha,
Ho ricevuto la tua lettera, che somiglia a molte altre che mi sono arrivate di recente dal tuo paese e da altri paesi di tutto il mondo.

Mi sembra – da quello che posso leggere nella tua lettera – che tu sia una ragazzina coraggiosa e onesta, simile a Becky, l’amica di Tom Sawyer nel famoso libro del tuo compatriota Mark Twain. Questo libro è molto conosciuto e amato nel nostro paese da tutti i ragazzi e le ragazze.

Hai scritto di essere preoccupata circa la possibilità che ci sia una guerra nucleare tra i nostri due paesi. E hai chiesto se stiamo facendo qualcosa per evitare che questa guerra scoppi.

La tua domanda è la più importante tra tutte quelle che ogni uomo pensante possa mai porre. Ti risponderò con serietà e onestà.

Sì, Samantha, noi nell’Unione Sovietica stiamo tentando di fare tutto il possibile perché non ci siano guerre sulla Terra. Questo è ciò che ogni sovietico vuole. Ciò che il grande fondatore del nostro stato, Vladimir Lenin, ci ha insegnato.

Il popolo sovietico sa quale cosa terribile possa essere una guerra. Quarantadue anni fa la Germania nazista, che mirava alla supremazia su tutto il mondo, attaccò il nostro paese, bruciò e distrusse molte migliaia delle nostre città e villaggi, uccise milioni di uomini sovietici, donne e bambini.

In questa guerra, che terminò con la nostra vittoria, noi eravamo alleati con gli Stati Uniti: insieme lottammo per la liberazione di molte persone dagli invasori nazisti.

Spero tu sappia tutto questo grazie alle lezioni di storia della tua scuola. Oggi desideriamo molto vivere in pace, commerciare e cooperare con tutti i nostri vicini su questa Terra – che siano vicini o lontani. E certamente anche con un grande paese come gli Stati Uniti d’America.

In America e nel nostro paese ci sono armi nucleari – armi terribili che possono uccidere milioni di persone in un istante. Ma vogliamo che non vengano mai usate.

Ed è precisamente questo il motivo per cui l’Unione Sovietica ha dichiarato solennemente al mondo intero che mai – mai – userà queste armi per prima contro qualsiasi altro paese. In generale noi proponiamo di interrompere la loro produzione e di procedere all’abolizione di tutte le riserve sulla Terra.

Mi sembra che questa sia una risposta sufficiente alla tua seconda domanda: “perché volete fare la guerra al mondo intero o perlomeno al nostro paese?” Noi non vogliamo fare niente del genere. Nessuno nel nostro paese – né i lavoratori o i contadini, gli scrittori o i dottori, né gli adulti o i bambini, né i membri del governo – desidera una grande o “piccola” guerra.

Noi vogliamo la pace – siamo occupati in altre cose: far crescere il frumento, costruire e inventare, scrivere libri e volare nello spazio. Noi vogliamo la pace per noi stessi e per tutti i popoli del pianeta. Per i nostri figli e per te, Samantha.

Ti invito, se i tuoi genitori saranno d’accordo, a venire in visita nel nostro paese, il momento migliore sarebbe questa estate. Scoprirai il nostro paese, incontrerai i tuoi coetanei, visiterai un campo internazionale per bambini – “Artek” – sul mare. E vedrai con i tuoi occhi: nell’Unione Sovietica, ognuno è per la pace e l’amicizia tra i popoli.

Grazie per la tua lettera. Ti auguro tutto il meglio per la tua giovane vita.
“Y. Andropov”

E così, Il 7 luglio del 1983, Samantha partì per l’URSS, dove soggiornò con i suoi genitori per due settimane, ospite di Andropov. Seguita da giornalisti e fotografi, visitò Mosca, Leningrado e trascorse del tempo ad Artek (oggi nell’Ucraina) in uno dei principali campeggi del paese, insieme ai “Pionieri”, gli omologhi sovietici dei nostri scout, preferendo al compagnia dei bambini russi all’alloggio che le era stato riservato. Parlando a una conferenza stampa a Mosca, disse che i russi erano «proprio come noi», scatenando le ovazioni dei presenti.

Tornata in patria, fu accolta come un’eroina, anche se non mancarono le polemiche (specialmente da parte repubblicana) per aver umanizzato “L’impero del male”.

In seguito, intervistò ed incontrò uomini politici, ministri e primi ministri di tutto il mondo, e prese parte ad iniziative per la pace, diffondendo il suo messaggio e la sua esperienza.

Samantha Smith sarebbe morta due anni dopo, a soli 13 anni, in un incidente areo. Stava rientrando in USA dopo un altro viaggio all’estero, nel quale aveva raccontato la sua storia come ambasciatrice per la pace e girato un film. Con lei morirono anche il papà, due membri dell’equipaggio ed altri quattro passeggeri..

L’Unione Sovietica dedicò alla sua memoria una serie di francobolli, un vascello ed un asteroide, mentre il Maine, Stato della bambina, le dedicò il primo lunedì di giugno di ogni anno, una statua e il dormitorio di un college. Lo stato di Washington le ha intitolato invece una scuola elementare.

Samantha Smith ricordo

Perché la destra che ieri odiava Gheddafi oggi ama Gheddafi, perché la destra che ieri odiava la Russia oggi ama la Russia. Tra culto del capo e schizofrenia ideologica.

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Se la destra italiana, atlantista come radicale, avesse creato una sua “kill list”, (la lista degli obiettivi da colpire ideata dalle autorità israeliane e poi adottata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001), il colonnello Mu’ammar Gheddafi sarebbe stato senza dubbio il primo degli elementi di cui sbarazzarsi.

Nell’immaginario del nostro conservatorismo, infatti, Gheddafi era il simbolo delle persecuzioni ai danni degli ex coloni italiani dopo il colpo di stato del 1969, e, in seconda battuta, una delle icone di quel revanscismo terzomondista che tanto preoccupava l’Occidente ed i suoi analisti (eccitando, invece, le sinistre socialiste) negli anni della “decolonizzazione”. Il feeling tra Silvio Berlusconi e il leader libico, tuttavia, è stato sufficiente a rimuovere dalle menti di ex missini e non solo, quasi mezzo secolo di ostilità, ideologica, politica ed etnica, rimpiazzandola con uno moto simpatetico inimmaginabile soltanto qualche anno prima (il bombardamento reaganiano di Tripoli e Bengasi del 1986 trovò il loro appoggio, pieno e totale).

Allo stesso modo, la Russia ed il suo presidente, prima e per anni percepiti come ostili e nemici, diventano oggi oggetto di rivalutazione e simpatia, al punto che, nell’analisi del nodo ucraino, Mosca viene preferita a Washington (!). In questo caso, alla motivazione racchiusa nell’amicizia tra Berlusconi e Putin si aggiunge la presenza, alla Casa Bianca, di un “democrat” (oltretutto afroamericano), il che spoglia i nostri conservatori di uno dei loro punti di riferimento storici, inducendoli ad orientarsi verso l’assordante tradizionalismo del capo del Cremlino. Ecco che, anche questa volta, 70 anni di vocazione atlantista “senza se e senza ma” vengono rimossi, ed alla tanto celebrata libertà “stars&stripes” viene anteposto l’oscurantismo di un ex ufficiale del KGB e quadro del PCUS.

Questa schizofrenia strategico-ideologica è senza dubbio la dimostrazione della fragilità del patrimonio valoriale della nostra destra, da un lato, e della sua atavica attrazione-subordinazione al singolo (nell’attuale fase storica, Berlusconi) ed al suo fascino evocativo, in nome del quale ogni coerenza d’intenti viene eliminata, eccedendo le categorie della logica.

Immaginiamo la reazione del vecchio MSI se a baciare la mano a Gheddafi fosse stato Sandro Pertini..