Addditato come strumento di controllo e guadagno dei “poteri forti” , il vaccino anti-Covid sarà, paradossalmente, l’esatto conrtrario.
A trarre beneficio dalla situazione di emergenza che stiamo vivendo sono infatti (tra gli altri) politici, partiti, media e un segmento esteso e influente dell’imprendioria privata, settori riconducibili a quel “sistema” inteso nella sua accezione più comune e che subiranno un danno importantissimo dalla sconfitta del virus. Ad essi andranno aggiunti gli scienziati “televisivi” (volendo usare un cliché informale), ovvero quei tecnici che stanno ottenendo vantaggio dall’esposizione mediatica (anche sui social).
Il proliferare di certe notizie infondate o manipolate che mettono in dubbio l’efficacia di un vaccino, adesso che sembra in dirittura di arrivo, è la prova e la dimostrazione della sua pericolosità, per qualcuno che ha il potere di accedere al grande pubblico.
Mattarella ha indubbiamente ragione quando parla dell’importanza della serietà, rispondendo a Boris Johnson. Tuttavia, serietà significa molte cose, è un concetto, un valore, multiforme, e con svariate accezioni. Serietà vuol dire anche non trascurare milioni di persone colpite ed affette da malattie magari più gravi del Covid, serietà vuol dire anche evitare provvedimenti inutili o eccessivi che mettano a repentaglio la salute mentale, il benessere e la sicurezza economica dei cittadini. Ecc, ecc.
Chi poi abbia fatto lo sforzo di andare oltre i titoli e i commenti di certa stampa italiana, si renderà conto che il premier britannico non ha formulato un’analisi decentrata. Pur tra mille contraddizioni e storture, è infatti innegabile che Londra vanti una tradizione democratica più antica e solida rispetto a molti altri paesi occidentali, elemento questo che porta inglesi e britannici ad assegnare un ruolo fondamentale alle libertà individuali. Se oggi gli italiani non marciano in camicia nera, è del resto anche merito (non dimentichiamolo) del sacrifico di milioni di ragazzi che imbracciarono il fucile sotto la Union Jack.
In un certo senso, Boris Johnson è diventato per una parte dell’informazione e della sinistra di casa nostra ciò che la Boldrini o la Kyenge furono e sono per la destra reazionaria e populista, ovvero il bersaglio ideale (anche a causa di demeriti suoi) per veicolare una propaganda spesso ostile, agitativa e fuorviante.
Il successo del modello svedese, oggi riconosciuto anche dall’ OMS, andrà senza dubbio contestualizzato, tenendo presente come le differenze tra un paese e l’altro, tra uno scenario e l’altro, rendano spesso difficile o impossibile concepire soluzioni univoche e standardizzate.
Quello che tuttavia non può non balzare agli occhi è il fatto sia stata smentita la narrazione che voleva e vuole demonizzare la Svezia (tra le comunità più progredite al mondo), presentandola come un paese egoista, incosciente, negazionista, sprovveduto, folle, quasi prossimo all’eugenetica nazista (!).
Un atteggiamento che rientra in una strategia propagandistica e comunicativa precisa, mirata a colpire non solo la leadership scandinava ma chiunque prenda le distanze da un certo approccio e da una certa narrazione, oggi ancora dominanti, rispetto al problema Covid.
Le scuole italiane rischiano un collasso dalle proporzioni inedite e inaudite, schiacciate dal groviglio di normative (spesso inutili, dannose, farraginose e contraddittorie) elaborate per far fronte all’emergenza.
Se ciò dovesse accadere, e se i numeri dei decessi dovessero confermarsi bassi, l’impianto teorico e ideologico alla base delle misure restrittive, dentro e fuori gli istituti scolastici, potrebbe subire un colpo decisivo ed un segmento importante del movimento d’opinione a loro sostegno e a sostegno del governo potrebbe cambiare idea. Pensiamo agli insegnanti (tra i grandi elettori del M5S nel 2018) e/o ai familiari dei bambini e dei ragazzi, ovvero le categorie in questo caso più esposte.
In alcuni contributi precedenti era stata analizzata l’importanza dell’immagine nella politica e nella propaganda, dalle fasi più antiche della storia fino ai giorni nostri. Dal mito greco del “καλὸς καὶ ἀγαθός” alle rappresentazioni degli imperatori romani nel fulgore di un’avvenenza perfetta in realtà inesistente, la fisicità ha sempre costituito un elemento apicale nel modo di essere dell’uomo pubblico e politico, ma è soltanto con l’irruzione dei media audiovisivi che essa si trasforma in un pivot decisivo nelle tecniche di autopromozione (in maggior misura per le forze di tipo populistico e demagogico).
Ecco, ad esempio, che “il corpo del capo” diventa la sottolineatura del muscolarismo-machismo non soltanto di un leader ma anche di un’ideologia (Mussolini). Per “immagine”, tuttavia, non si dovrà intendere la corporeità in senso stretto e limitante ma anche l’insieme di tutti gli ingredienti che realizzano l’involucro del personaggio, “dalla “voce del capo” (Hitler) all’ “abito del capo”, quest’ultimo un aspetto sempre più fondamentale.
Le foto di sé con indosso la mascherina che Zingaretti pubblica sui social con grande frequenza (lo fanno anche altri politici) hanno lo scopo di mostrarlo responsabile e allo stesso tempo battagliero, in prima linea contro l’emergenza. Nel suo caso, è bene ricordalo, interviene pure la necessità di far dimenticare di averla clamorosamente sottovalutata, nelle sue fasi iniziali.
La mascherina prende quindi il posto di un elmo, ma idealmente rappresenta anche il resto dell’armatura, spada compresa. Zingaretti è un guerriero, che combatte per la sua regione e il suo paese, che si è rialzato dopo essere stato ferito. Per questo il tema Covid occupa gran parte della sua comunicazione, come di quella degli altri leader “giallo-rossi”. Di nuovo e concludendo, la mascherina ha anche la funzione di rimarcare una differenza rispetto a rivali come Salvini, che invece (seguendo una scelta diversa ma altrettanto studiata ed elaborata) decidono spesso di farne a meno.
Approfondimento:
Si tratta in ogni caso di una scelta comunicativa tipica sopratutto del leader “agentico”, mentre uno Zingaretti è forse un leader più vicino al modello “cooperativo”
Secondo lo psicologo ed esperto di comunicazione statunitense David Bakan, tra gli aspetti del leaderismo ci sono l’ “agentività” (agency) e la “cooperatività” (communion).
Il leader che adotta uno stile “agentico” tenderà ad essere individualista, ambizioso, creativo, orientato al risultato e all’espansione di sé
Il leader cooperativo sarà invece più attento al gruppo e propenso al gioco di squadra.
Come suggerito da un altro studioso, James David Barber, occorre tuttavia fare attenzione a non confondere la “cooperaritvità” con la mancanza di personalità (errore invece molto comune); nel leader “cooperativo” l’energia caratteriale è infatti semplicemente meno esibita, ma non per questo meno forte ed incisiva
Con poco più di 1000 partecipanti, la manifestazione romana di ieri (che non vedeva solo la presenza di “negazionisti”) è stata un evento abbastanza marginale. Ciononostante i principali vettori e mittenti della comunicazione e della propaganda filo-governative le hanno dato e le stanno dando ampio risalto, come puntualmente fanno ormai da giugno con tutti gli eventi analoghi.
Incapsulata nella propaganda “agitativa”, la ricerca del “nemico comune” è una tecnica tra le più efficaci, che consente di cementare il consenso attorno al mittente e/o di indirizzare l’attenzione del target a suo piacimento. Talvolta può essere legata alla ricerca del “capro espiatorio” e al ricorso al “senso comune”*. Certa destra agisce ad esempio in questo modo rispetto al problema immigrazione ed a quello sicurezza.
Soprattutto volendo considerare come l’emergenza sanitaria sia riuscita ad aumentare le quotazioni del premier e dell’esecutivo (prima in netto e progressivo calo), non è da escludere che la maggioranza e il movimento d’opinione ad essa vicino stiano cercando di esasperare il ruolo e l’importanza di certe frange ostili, così da averne un ritorno di immagine e politico presentandosi quale unica alternativa affidabile e delegittimando un dissenso che oggi sembra irrobustirsi.
*far credere che le opinioni del mittente rispecchino quelle della maggioranza, il senso comune, appunto
Esiste ed è disponibile un’imponente produzione bibliografica, anche di carattere scientifico e accademico, a dimostrare come nella comunicazione e nel “problem solving” un approccio ostile ed elitario non solo non paghi ma ottenga l’effetto opposto, mettendo l’interlocutore sulla difensiva e rendendolo sordo alle nostre argomentazioni.
Viceversa, una postura equilibrata e razionale, il valorizzare chi abbiamo davanti, cercare di andare incontro alle sue esigenze ed ascoltarne le ragioni, aiuterà a farci capire meglio e a far passare in modo più agevole il nostro messaggio.
A riguardo, gli esperti di negoziazione dei conflitti e docente ad Harvard Roger D. Fisher e Daniel L. Shapiro offrono un “vademecum” molto interessante:
-esprimere apprezzamento, valutando positivamente ciò che gli altri pensano, sentono o mostrano, (senza pensare che ciò significhi cedimento)
-costruire affiliazione, trasformando l’avversario in un collega grazie alla scoperta di interessi e conoscenze in comune
-rispettare l’autonomia, espandendo nel contempo la propria
-riconoscere lo status delle controparti, e onorarle quando serve, riaffermando nel contempo il proprio status (questa azione rafforza stima e capacità di influenzare
-scegliere per sé un ruolo negoziale pieno, e cioè con un chiaro obiettivo e che sia significativo dal punto di vista personale
Passare, insomma, dal “come faccio fargli cambiare idea?” al “quali parole possiamo trovare che ci accomunano, che consentono una progressiva trasformazione della disputa in collaborazione?”, dal “noi chiediamo”, “noi insistiamo”, “abbiamo diritto a” al “ciò che realmente ci preoccupa è”, “noi temiamo che”, “noi preferiamo”, “lasciateci spiegare i nostri sentimenti a riguardo” (Granelli-Trupia)
Un arsenale basato sul “soft power”, il cui impiego possibile è illustrato in un altro vademecum, in questo caso della Harvard Law School (Principled Negotiation):
-separa le persone dal problema (sii mite con le persone e duro con i problemi)
-concentrati sugli interventi e non sulle posizioni (che tendono a con-fondersi con gli ego delle persone)
-inventa un certo numero di opzioni che puntino a ottenere benefici reciproci prima di decidere il da farsi
-insisti che il risultato della trattativa utilizzi criteri oggettivi
-abbi sempre in testa il tuo BATNA (Best Alternative to a Negotiated Agreement)
E se invece fosse la controparte a manifestare un atteggiamento ostile e respingente? Sarà sempre raccomandabile non lasciarsi coinvolgere in una “rissa” verbale inutile e controproducente. Anche stavolta può venirci in aiuto una tecnica, detta “negotiation jujitsu” (dal nome della famosa arte marziale giapponese). Difendere cioè le nostre posizioni senza attaccare, ma eludendo l’aggressività altrui lasciandola colpire a vuoto così che si spenga. Nel dettaglio:
-usare le domande al posto di affermazioni: le affermazioni creano resistenza, dove invece le domande generano rispose. Le domande consentono alla controparte di spiegare il proprio punto di vista dandoci una visione più ampia. Le domande possono anche essere molto sfidanti e forzare la controparte ad affrontare i punti nodali del problema
-usare il silenzio, una delle armi più efficaci a disposizione: quando la controparte fa una proposta irragionevole o un attacco personale ingiustificato, la cosa migliore da fare è rimanere fermi, neanche troppo turbati e non dire una parola. La controparte sarà così forzata a parlare e a giustificare le proprie affermazioni
Soprattutto in una fase come quella odierna, che vede medici, scienziati e divulgatori commettere spesso degli errori di comunicazione nell’accostarsi all’emergenza Covid e al tema vaccinale, queste linee guida sono più che mai utili e preziose. Cedere al’Ego, all’ira, avere delle cadute di stile o essere troppo criptici e complessi durante un performance che vuole avere carattere divulgativo, non farà altro che aumentare la distanza tra il cittadino e la scienza confinandola in una bolla, a tutto vantaggio di quelle correnti di pensiero e di quei movimenti e anti-scientifici che oggi sembrano, infatti, di nuovo in ascesa.
Riferimenti bibliografici:
Roger Fisher e Daniel Shapiro, “Beyond Reason: Using Emotions as You Negotiate”; Andrea Granelli e Flavia Trupia, “La retorica è viva e gode di ottima salute. Convincere, capire, vaccinarsi ai tempi del web”; Roger Fisher e William Ury, ““Getting to Yes”
I manifestanti bielorussi anti-governativi vengono accusati in questi giorni di fascismo e nazismo dagli avversari interni ed esterni, proprio come ieri accadeva ai loro omologhi democratici di Piazza Maidan, in Ucraina.
L’accusa di fascismo e nazismo è un cliché tipico delle scuole propagandistiche di tradizione e impronta socialista (usata ad esempio dalla Russia sovietica e post-sovietica a cominciare dagli anni ’20 ); più nel dettaglio si tratta di una forma di propaganda “agitativa”, incapsulata nelle tecniche della “proiezione” e “analogia” (associare il bersaglio ad un’immagine respingente) e sostenuta da un arcipelago vasto e variegato di fallacie logiche*.
La stessa strategia che i settori più “prudenti” rispetto all’emergenza Covid stanno usando contro il movimento d’opinione più “ottimista”, o che semplicemente manifesta dubbi rispetto alla narrazione ad oggi dominante, tacciandolo di “negazionismo”. Anche i manifestanti berlinesi di due giorni fa (i cosiddetti “no mask”) sono stati del resto associati alle destre estreme e naziste, cercando di attivare il “frame” inconscio legato al passato tedesco.
*Ad hominem circostanziale, Generalizzazione indebita, Accusa d’interesse, Abuso, Argumentum ab auctoritate, Argumentum ad ignorantiam, Ad judicium, Pendio scivoloso, ecc
Anche e soprattutto in ragione della pessima e irresponsabile condotta di buona parte dell’informazione italiana (e non solo italiana) in questa fase storica, tra fake news, manipolazioni, imprecisioni e allarmismi costanti e privi di ogni attendibilità e ratio, non è da escludere che i cittadini arriveranno a manifestare un sentimento di rigetto per le notizie sul Covid e per i media stessi, specialmente se i numeri dei morti e dei ricoverati in terapia intensiva dovessero rimanere confermarsi trascurabili.
Basterà ricordare, a questo proposito, come anche nei paesi non-democratici (dittatoriali, totalitari o autoritari), che pure non hanno un’opposizione aperta che li contrasti, i media trovino grande difficoltà nella loro opera di persuasione e la loro credibilità sia spesso molto bassa. Anche l’assuefazione nel target potrà diventare un problema, per certa stampa e certa politica, obbligandoli ad un cambio di rotta.
Transitorio per definizione in quanto di base innaturale ed anomala, ogni periodo di emergenza non può, per questo, ambire alla cristallizzazione ed alla sopravvivenza.
L’abuso e la compressione delle libertà individuali e politiche possono verificarsi e si verificano anche all’interno dei regimi democratici, non sono una peculiarità esclusiva di quelli dittatoriali, totalitari e autoritari.
Se è vero che la democrazia italiana non è, ad oggi, a rischio, è altrettanto vero che non considerare le disposizioni attuali per ciò che sono, ovvero una limitazione della libertà del cittadino e una riduzione della qualità della sua vita, sarebbe miope e pregiudizievole. Insomma, mette in atto una mistificazione consapevole chi cita l’esempio di paesi come la Corea del Nord per ridimensionare il peso e la portata di ciò che stiamo vivendo e sperimentando