Perché il Re di Giordania vestito da soldato piace alla gente. Le folle ed il maschio alpha, da Benito Mussolini a Vladimir Putin

giordania_re_abdallahPer meglio comprendere e leggere l’ondata di popolarità che ha investito il Re di Giordania dopo la diffusione di una sua foto in divisa militare, dovremmo, ancora una volta, rifarci alle teorie sulla psicologia delle folle e sui meccanismi del consenso di Gustave Le Bon (1841-1931) e Jürgen Habermas (1929-).

Grossolane ed immature nelle loro sensibilità percettive (indipendentemente dalla qualità culturale ed intellettuale dei singoli componenti), le folle sono dunque particolarmente sensibili al “capo” ed ai richiami a quel muscolarismo ancestrale ed essenziale di cui una divisa, nel caso di specie, potrà essere rappresentazione.

In un processo basato sulla semplificazione e da esso scaturito (un capo di Stato non va mai in prima linea né decide in modo esclusivamente autonomo la politica estera), la folla ha quindi identificato in ʿAbd Allāh II vestito da soldato, da “guerriero”, dopo la barbara uccisione di un suo militare, l’uomo forte, il “maschio alpha” che proteggerà il “branco” da chi ne minaccia la sopravvivenza.

Lo stesso meccanismo scatterà ed è scattato dinanzi alle fotografie di quasi tutti i leader dittatoriali (non a caso quasi sempre in tenuta militare, a sottolinearne la “potenza” e l’autorità) e dinanzi a quelle di Vladimir Vladimirovič Putin con in mano un fucile da caccia ed a petto nudo; qui, l’immagine del capo-combattente si salda e si coniuga alla memoria del virilismo termonucleare e kappagibbista sovietico.

Onestà tedesca e fellonia italiana. Breve analisi di una menzogna

E’ acquisizione comune l’idea del tedesco fedele ai patti e alla parola data contrapposto all’italiano, guascone ed opportunista, che straccia gli accordi presi e, con essi, il suo onore. Una simile traiettoria è il risultato di un ventaglio di fattori concomitanti e sinergici, facilmente riassumibili e condensabili nella seguente terzina:

; l’immagine, stereotipata, del popolo tedesco, incapsulato in una veste ideale dai contorni del rigore e dell’onesta intellettuale più adamantina

; la manomissione del portato storico perpetrata dalla componente ideologica, che impedisce una sana, razionale e soprattutto scientifica visione degli elementi documentali

; la debolezza della nostra coscienza nazionale, che ci porta ad un’attribuzione in senso svalutativo di tutto ciò che è patrio e, sul fronte opposto, ad un’iper valutazione di tutto quello che trova la sua paternità ed origine oltreconfine

L’attenta ed acuta osservazione dell’impianto fattuale non può e non potrà che che condurre, però, ad una facile smentita della teoria sopra esposta e ad un ridimensionamento dell’immagine dualistica da essa consegnata. La violazione, da parte tedesca, del trattato di Versailles, il “tradimento”, sempre da parte tedesca, del Patto Molotov-Ribbentrop, l’invasione (non comunicata agli alleati) dell’URSS, l’ aggressione della Germania alla Danimarca e alla Norvegia senza dichiarazione di guerra, l’aggressione, proditoria ed ingiustificata, all’Italia dopo l’8 settembre e la resa nell’Italia del Nord senza consultare gli alleai della RSI (svendendoli, de facto, agli anglo-americani) rappresentano soltanto un’esigua porzione dei “tradimenti” da parte di Berlino degli impegni assunti nei consessi internazionali ed all’onor militare. Del resto, lo stesso Joachim von Ribbentrop si vantava dell’inaffidabilità del suo Paese, arrivando ad affermare di voler collezionare e custodire in un prezioso baule tutti i trattati da lui firmati e successivamente violati e disattesi.

Mirabile esempio di rettitudine personale e collettiva, non c’è che dire.

P.s: gli elementi utilizzati dai detrattori del nostro Paese (italiani come stranieri) a sostegno della tesi dell’italica fellonia sono, in linea di massima, l’8 Settembre e il Patto di Londra del 1915. Nel primo caso, l’Italia si rifiutò semplicemente di proseguire una guerra non voluta dal popolo e che non aveva più nessuna possibilità di concludersi con un esito a noi favorevole. La prosecuzione del conflitto accanto a Hilter avrebbe significato, per una popolazione già ridotta allo stremo, altri due anni di bombardamenti a tappeto, di morte, di distruzione e sofferenza nonché un trattato armistiziale dalle clausole ben più gravi, gravose e pesanti di quello che invece riuscimmo ad ottenere (anche Grandi e lo stesso Mussolini trattarono per una pace separata, con gli angloamericani come con i sovietici, per sganciarsi dai tedeschi). Per quel che concerne il Patto di Londra, la volontà era quella di recuperare le terre irredente, portando a compimento i nostri processi risorgimentali e l’unità del Paese entro i suoi confini naturali. In entrambe le occasioni, l’Italia non fece altro che perseguire i propri interessi ed il proprio vantaggio, esattamente come la Germania, l’Austria o chiunque altro.

Il IV Novembre e le tante amnesie della destra “nazionale”

Le esperienze ideologiche 900esche ci hanno consegnato la spaccatura immaginifica, sedimentatasi ed ossificatasi nelle nostre strutture culturali più profonde, tra una destra patriottica ed una sinistra antinazionale. Si tratta, però e a ben vedere, di un falso storico, facilmente smentibile dall’osservazione e dallo studio dei processi materiali e filosofici più recenti. Se, infatti, è vero che la sinistra di ispirazione massimalista era ed è portata, in virtù del principio basico dell’internazionalismo marxiano, ad un rifiuto dell’idea di comunità identitariamente organizzata, è altrettanto vero che la restante porzione dell’emisfero “progressista”, nella sua accezione democratica e liberale, non solo ha sempre abbracciato gli ideali della condivisione unitaria ma prende le mosse proprio da quegli uomini e da quei segmenti concettuali che furono anima e linfa dei processi risorgimentali per sfociare, di lì a poco, nella Sinistra Storica e nell’estrema Sinistra Storica. Al contrario, la comunità conservatrice offre e presenta, accanto ad una nutrita pattuglia di ispirazione smaccatamente patriottica, anche un ricchissimo sottobosco antiunitario; da segnalare e da non sottovalutare, altresì, la profonda e preoccupante mutazione culturale che la prima fazione sta avendo per effetto dell’apparentamento politico con la seconda, tradottosi e concretizzatosi nel fiorire di tutta una bibliografia revisionista in senso antirisorgimentale proveniente dagli ambienti ex aenniani ed ex missini un tempo “appaltatori” unici (ed abusivi) degli ideali sciovinisti. Ma non solo: eventi come la prima Guerra Mondiale o le guerre di indipendenza o, ancora, importanti conquiste coloniali come quella di Libia (che segnò l’ingresso del nostro Paese nel club delle grandi potenze), vengono spesso ignorati oppure accolti tiepdiamente proprio dalle destre a vocazione nazionalista-fascista in quanto slegate dalla paternità mussoliniana e, anzi, merito di quell’Italia liberale che l’ex marxista predappiese bollava come “Italietta” e che combatté fino a distruggere, disperdendone le ceneri nell’oblio del trascorso.

P.s: la realizzazione della Repubblica Sociale, entità secessionista e giuridicamente inammissibile perché altra e contraria rispetto alla Stato legittimo delineato nella Brindisi libera da Pietro Badoglio e da Vittorio Emanuele III, è la prova provante dell’aderenza, da parte fascista e vetero-fascista, non agli ideali di “patria” e nazione bensì a quelli mussoliniani e partitici.

Il mito del consenso fascista. Breve analisi di un falso storico.

Tra le numerose e più inossidabili mitologie venutesi a creare intorno all’esperienza del 20eenio mussoliniano-fascista, figura e spicca quella del grande consenso di massa di cui il regime ed il suo condottiero-ideatore avrebbero goduto. L’ipnotico refrain “erano tutti fascisti” (mi sia concessa una facile semplificazione) rimbalza tra i vari canali della pubblicistica (e di un fetta consistente della storiografia) nazionale, in modo trasversale, ma si tratta, a ben vedere, di un assioma privo di ancoraggi alla realtà riscontrabile. Compito dello storico e del cronista, è quello di ricostruire l’evento mediante prove documentali reali, verificate e verificabili, concedendo il minimo spazio all’interpretazione speculativa di tipo personale; nel caso di specie, l’acquisizione dalla quale l’analisi storiografica e cronistica deve partire identifica nel numero di 3 i passaggi per la determinazione/calcolo del consenso di una forza politica:

; il sondaggio

; il risultato elettorale

; il numero dei tesserati

Nel primo caso, si tratta di uno strumento ancora scarsamente diffuso, nel segmento temporale che ospitò il Fascismo italiano. Da aggiungere, inoltre, la scarsissima affidabilità di un’indagine demoscopica effettuata all’interno di una società chiusa e regolata da un regime di tipo liberticida. Nel secondo caso, l’unico dato elettorale utilizzabile è quello del 1922 (anteriore alla Marcia su Roma), e ci consegna l’immagine di una forza ben lontana da quel movimento oceanico comunemente tratteggiato (31.000 voti pari allo 0,5%). Per quel che concerne, infine, le tessere, la loro spendibilità come prova e fonte documentale termina il 3 giugno 1938, quando venne preclusa l’attività lavorativa al cittadino non iscritto al PNF. Ad ogni modo, i tesserati al partito ammontavano, nel 1943, a circa 2,5 milioni, su una popolazione che superava i 40.

La propaganda mussoliniano-fascista utilizza di fatto 2 argomentazioni, a sostegno della tesi del “grande consenso”: la mancanza di un’opposizione di massa e la forte presenza di popolo ai comizi del Duce. Nel primo caso, la scarsa presa del movimento antifascista sulle masse si può spiegare con la paura da parte di queste ultime del regime e della sua repressione (situazione presente in tutte le dittature). Nel secondo caso, su una popolazione di 45 milioni di abitanti, i presenti in questa o in quella piazza non possono certo fare statistica.


Non si dimentichi che la storiografia (in ciascuna delle sue branche e declinazioni) è una scienza ed è catalogata come tale, appunto perché trova, come detto in precedenza, la sua finalità nella ricostruzione di un percorso reale attraverso la ricerca e l’analisi di risultati reali. Lo storico non è un artista od un filosofo, e non può formulare il suo lavoro sulla supposizione o sull’interpretazione libera e soggettiva, ma sulla realtà. In questo caso, la realtà è quella di una forza sicuramente non trascurabile, ma indubbiamente, indiscutibilmente e nettamente minoritaria.

Find the Grave?

“Sicuramente, o Popolo,/ ben grande è il tuo potere,/ poiché ciascun temere/ ti deve come un re!/ Però, pel naso è facile menarti; e troppo godi di chi ti liscia e abbindola;/ e chi discorre, l’odi a bocca aperta;/ ed esule va il senno tuo da te!” – Aristofane.

Giovanni Lanza (Destra Storica), medico, eroe risorgimentale, ministro, Presidente della Camera dei deputati e Presidente del Consiglio dei ministri del Regno, non fu soltanto l’uomo che restituì Roma all’Italia, ma anche il primo politico ad elaborare un disegno di legge sull’ obbligatorietà scolastica in un Paese umiliato ed offeso dall’analfabetismo di massa. Il popolo italiano lo ringrazia  lasciando nell’abbandono la sua tomba a Casale Monferrato, oggi preda della sporcizia e degli elementi al punto che persino le scritte sulla lapide risultano illeggibili. Quella di Benito Mussolini, però, è omaggiata di ogni onore ed attenzione, alla stregua di un novello santo sepolcro. Questo, anche questo, la dice lunga sul grado di immaturità di una fetta (preponderante anche se nella sua parabola discendente) della destra italiana.

A voi.

Ma non a me.

Facendo un po’ di chiarezza…Chi era Giuseppe Zanardelli

Zanardelli

Costui è Giuseppe Zanardelli, fotografato in un momento di relax. L’italiano medio esalta il devastatore dello stato di diritto (Mussolini) e figuri della risma di Grillo e Santanchè, per poi ignorare la memoria e l’opera di questo straordinario liberale. Fu lui a dotare l’Italia del più avanzato Codice Penale d’Europa, fu lui ad abolire la pena capitale (altre grandi democrazie vi arrivarono soltanto pochi anni fa o ancora mantengono la massima condanna), fu ancora lui a gettare le basi dello stato sociale poi perfezionato da Giovanni Giolitti (e non dal Fascismo) e fu, in ultimo, lui a varare le prime autentiche politiche di assistenza al Mezzogiorno, recandosi di persona tra le fasce più povere della popolazione.

Populismo latino e Unione Europea

Se si osserva la storia dei paesi latini, dal Centro-Sud America alla Romania, noteremo come ad unirne i percorsi vi sia un comune denominatore, una costante distintiva: il populismo. Assumiamo l’esempio sudamericano (porzione continentale abitata prevalentemente da ispanici ed italiani); è qui che il populismo storicamente nasce e vede il suo sviluppo più ampio ed articolato. Dai coniugi Peròn, a Batista, a Stroessner, a Pinochet, a Menem (tutti ancora amatissimi), passando a Lula, Mujica e Chavez, mutano i cromatismi politici ma non l’architettura ideologica e propagandistica sostanziale. Stessa cosa per l’Europa (con la sola eccezione della Spagna post-franchista); nell’Italia unitaria, il populismo presenta un corredo di esempi estremamente vasto e variegato, con De Pretis, Crispi e Giolitti nel secolo 19esimo per poi esprimersi nella sua manifestazione più eclatante tramite Mussolini, Giannini e, in tempi più recenti, con la Lega Nord, Berlusconi e Grillo (si potrà parlare di mutazione teratologica del populismo, che diventa “populismo mediatico”). Purtroppo, questa traiettoria conosce ben poche inversioni di tendenza, e raro, rarissimo, è il punto di rottura. Le urne infatti consegnano sempre uomini e programmi smaccatamente volti e improntati al consenso, privi di una visione lunga e focalizzati sulle passioni del momento (il rottamatore Renzi è paradigma ideale di questo genere di mentalità e strategia). Il leader all’occidentale, per usare una formula di agevole comprensione, viene tacciato di inconsistenza e le sue proposte percepite come punitive, elitarie e pertanto cestinate. Va detto che la comunità latina europea ha invero un vantaggio, rispetto a quella sudamericana: la UE. Il mio auspicio è quello che l’Unione aumenti sempre di più il proprio controllo sui singoli stati, così che il timone rappresentato dalle grandi democrazie di tipo anglosassone possa dirigere anche la nostra sgangherata barca. In gioco c’è molto più di quanto la sterile propaganda identitaria pancista (smemorata sulle incursioni antiunitarie delle Lega) voglia far credere. Non dimentichiamoci di Adenauer. Io me lo tengo ben stretto.