Il populismo e le troppe strade dell’uomo della strada

uomo strada

“Tecnocrati come Bill Clinton e Tony Blair […] hanno abbracciato un falso progressismo che era predicato sul profitto e hanno rinunciato a qualsiasi proposta che potesse risultare invisa a politici e elettori centristi, indipendentemente da quanto fosse giusta […]. E mentre questi cosiddetti liberal si impossessavano dei fatti, al tempo stesso spostavano i conflitti sociali in uno spazio non-fattuale, ossia in quello dei non-valori […]. In quest’area, i valori progressisti sono stati venduti con un senso di superiorità morale che occultava […] la codardia di politiche che demolivano lo Stato sociale e il lavoro sindacalizzato”

 

Così i politologi danesi Rune Møller Stahl e Bue Rübner Hansen nel loro saggio “La fallacia delle fake news”.

 

Il declino e poi il crollo del blocco socialista (1980-1992) e la crescita economica degli anni ’80-’90 del secolo scorso avevano indotto le classi dirigenti, così come l’opinione pubblica comune, a ritenere vincente, definitivo e irreversibile il modello neo-liberista e globalista. Le tradizionali istanze sociali e sindacali novecentesche erano così state marginalizzate, diventando per le sinistre socialdemocratiche occidentali (e non solo) delle zavorre di cui disfarsi per tornare competitive.

 

La crisi economico-finanziaria del 2008 e i conflitti con Strasburgo e Francoforte hanno messo in crisi questa acquisizione ed oggi le sinistre moderate si vedono messe sul banco degli imputati dalla gente comune per aver impresso quella svolta centrista che invece pochi anni or sono il cittadino-elettore stesso esigeva quale “condicio sine qua non” per garantire il suo voto. Anche le destre borghesi sembrano adesso evidenziare una maggiore apertura verso soluzioni un tempo rigettate come dannose, anti-storiche e ideologiche; sostando sul caso italiano, la tutela dell’articolo 18 e le nazionalizzazioni, prima tematiche care solo ad una parte della sinistra e del sindacalismo, sono oggi patrimonio irrinunciabile di alcuni settori della destra.

 

L'”everyman”, l’ uomo “della strada” che guarda alla soluzione populista animato da un dirompente rancore anti-establishment e da una torsione passatista e statalista, sembra così dimenticare come fino a poco meno di un decennio fa sia stato proprio il suo entusiasmo verso l’impianto neo-liberista a fare la fortuna di quel sistema che oggi indica come nemico ed ostile.

Perché non li ospiti a casa tua? E già che ci sei, sistema pure quella buca sull’Aurelia… La semplificazione come strategia

migranti

(Di CatReporter79)

Al pari della scuola, della sanità, della sicurezza, dei trasporti e di altri ambiti e contesti, anche il problema immigrazione è competenza delle istituzioni, statali e pubbliche. Invitare provocatoriamente chi solidarizza con i migranti ad ospitarne a casa sua (sapendo che non potrà farlo e che la risposta sarà di conseguenza negativa) è quindi puerile e irrazionale, come puerile e irrazionale sarebbe pretendere che la vittima di un episodio di malasanità si curi da sola o che il viaggiatore che perde il treno salga sulla locomotiva per farlo arrivare lui, se proprio ne è capace, in orario.

Puerile e irrazionale, dicevamo, se e quando proveniente dal singolo, mentre si tratta di una tecnica comunicativa efficace e studiata (la questione viene semplificata e l’avversario- interlocutore presentato come ipocrita e/o costretto alla difensiva con le tattiche della”proiezione-analogia” e dell’ “attacca il messaggero”) se e quando proveniente dal politico o dall’influencer.

Quelle atomiche sul water

(Di CatReporter79)

Secondo alcune fonti, ad un certo punto del vertice di Reykjavík
Michail Gorbačëv e Ronald Reagan si chiusero in bagno per discutere lontano da orecchie indiscrete. I due uomini più potenti del mondo, a capo dei due eserciti più potenti del mondo, avrebbero steso sul water la mappa con i siti nucleari da chiudere. Il meeting, avvenuto tra l’11 e il 12 ottobre 1986 (il primo tra i due), riguardava proprio il disarmo.

Nel 1956, durante il terzo incontro tra le diplomazie israeliana, britannica e francese sulla crisi di Suez, il premier israeliano Ben Gurion e i suoi luogotenenti Moshe Dayan e Shimon Peres avrebbero invece disegnato i piani d’attacco contro l’Egitto di Nasser sulla carta stagnola di un pacchetto di sigarette, in mancanza di altro. Il vertice ebbe come risultato il “Protocollo di Sèvres ” (in cui era delineata la guerra agli egiziani), sempre negato da britannici e francesi e considerato una teoria del complotto fino a quando Ben Gurion non decise di renderlo pubblico.

Verosimili*benché grotteschi e bizzarri, episodi di questo tipo aiutano ad “umanizzare” i potenti, favorendo una lettura più obiettiva e disincantata della Storia come del presente

*Nei giorni della CMC (Crisi del missili di Cuba dell’ottobre 1962), John Kennedy discuteva spesso in bagno con i collaboratori, facendo scorrere l’acqua. Anche JFK e i suoi volevano evitare attenzioni indiscrete.

Schegge di spin – Il buco nella rete

(Di CatReporter79)

Nel preparare alcune lezioni on line sullo spin doctoring e, più in generale, sulla consulenza al politico ed ai partiti (strategia, comunicazione, ecc) ho inserto due casi riguardanti le scorse comunali massesi.

Da una parte abbiamo un signore attempato, che non ha un account Facebook e che forse non usa nemmeno internet o lo fa in modo molto sporadico. Dall’altro abbiamo un giovane, attivissimo sul web.

Entrambi candidati.

Il primo è passato, il secondo no.

Il primo ha preso moltissimi voti (è puntualmente un recordman), il secondo è andato parecchio a di sotto delle aspettative.

Perché?

Perché il primo vanta una rete fittissima di contatti ed amicizie “reali”, anche legati al lavoro (nel pubblico) che svolgeva, mentre il secondo (un libero professionista) si è speso essenzialmente sulla rete, trascurando altre modalità.

Nelle competizioni locali, soprattutto nei contesti di medie e piccole dimensioni, il web può risultare una buona opportunità, ma solo e soltanto come appoggio. La chiave del successo sta invece nel contatto, diretto, continuo, costante, con la gente, e ciò a partire da mesi, se non anni, prima del voto. I social a volte sono utili, altre indispensabili, ma molto spesso brillano di una luce fasulla. Lo sconfitto del mio esempio sembrava non a caso popolarissimo, on line.

La sinistra sinistra tra utopie e contraddizioni

( Di CatReporter79)

Oggi accusati da un segmento della sinistra di essersi dimostrati troppo distanti dalla gente comune, Matteo Renzi e i suoi collaboratori furono in passato accusati da quello stesso segmento di politiche “di destra” proprio per aver cercato di intercettare gli umori dei cittadini su alcuni argomenti sensibili (ricordiamo le polemiche dell’ex premier con la UE o le politiche minnitiane sugli sbarchi).

Questo rinvia a uno di problemi nodali della sinistra (di una sua parte), ossia il conflitto tra l’esigenza e la volontà di (ri)connettersi con il “popolo” e un velleitarismo ideologico sostanzialmente elitario che porta a rigettare come reazionaria ogni opzione pragmatica su tematiche sentite dal “popolo” quali sicurezza, immigrazione, tasse, ecc (“inseguire la destra sul suo stesso terreno”).

Credere, obbedire, comunicare – L’ “assalto” ai CAF tra mito e realtà

bendato

(Di CatReporter79)

La polemica sull’ “assalto” ad alcun CAF del Meridione per l’ottenimento del reddito di cittadinanza a poche ore dal voto, risulta particolarmente utile e preziosa per la comprensione delle dinamiche legate alla manipolazione del fatto, alle “fake news”.

Da un lato abbiamo visto infatti trasformarsi in razionali debunker giornali, blog e semplici internauti (vicini al M5S) in passato creatori e diffusori di bufale, mentre dall’altro abbiamo visto soggetti in passato impegnati nel contrasto alle bufale accettare e condividere ciecamente l’informazione sull’ “assalto ” ai CAF (per screditare il movimento di Grillo).

In realtà, la verità stava nel mezzo: molti hanno domandato i moduli ma non c’è stato alcun “assalto” inteso come richieste di massa. Nel linguaggio della comunicazione si chiamerebbe “propaganda grigia” , ossia parzialmente falsa o parzialmente vera, a seconda dei punti di vista

Questo dimostra come la diffusione delle false informazioni (al di là del caso in oggetto) non sia dovuta tanto all’ignoranza o al tanto citato analfabetismo funzionale ma più semplicemente all’elemento ideologico, che trova la sua affermazione più eclatante nel “bias di conferma”; ci credo perché ci voglio credere.

Appunti di storia -Via Fani, 40 anni dopo

(Di CatReporter79)

Moro e gli USA: una prospettiva diversa

Alla fine degli anni ’70, il vice-ambasciatore americano in Italia, Allen Holmes, stilò per il dipartimento di Stato di Washington un rapporto di undici pagine intitolato “A disserting view of american policy in Italy”.

Nel documento, il diplomatico criticava la chiusura mostrata verso il PCI dal suo Paese negli ultimi anni; per Holmes, era invece necessario coinvolgere anche i comunisti nel governo italiano, alla luce della svolta democratica promossa da Enrico Berlinguer.

Secondo una linea condivisa da Aldo Moro e dallo stesso Andreotti, un eventuale partecipazione del PCI nell’esecutivo aveva anche lo scopo di evitare un asse con il PSI, il PRI e il PSDI, che avrebbe garantito alle sinistre un controllo totale del Parlamento.

Sebbene non fossero mancati attriti tra Moro e gli USA (celebre a tal proposito uno scontro tra lui e Kissinger nel 1974), come abbiamo visto la postura di Washington nei riguardi di Botteghe Oscure e della politica dello statista democristiano subì un mutamento significativo. Si tratta di un elemento di notevole importanza storica, che contribuisce a indebolire la mitologia che vuole i fatti del marzo-maggio 1978 come una macchinazione ordita dagli Stati Uniti per scongiurare l’accesso del PCI alle “stanze dei bottoni” del nostro Paese.

Nella foto: Henry Kissinger e Aldo Moro

Appunti elettorali

(Di CatReporter79)

Il PD
Limitarsi a considerare il risultato del PD come una catastrofe, innanzitutto del suo segretario, sarebbe un approccio troppo semplicistico e poco razionale. Al netto degli errori di Renzi (ottimo comunicatore ma pessimo stratega, a differenza di quel Berlusconi che gli viene paragonato ma che sapeva essere sia ottimo comunicatore che ottimo stratega), il PD paga un momento negativo comune a quasi tutti i grandi partiti socialdemocratici occidentali. In un’epoca di profonda crisi economico-sociale, di emergenza legata al terrorismo e all’immigrazione, usare un linguaggio ponderato ed europeista è infatti scommessa difficile e rischiosa. Risalire la china sarà un’impresa ardua, al di là di chi guiderà il partito, che in ogni caso resta il secondo del Paese. Solo un cambiamento radicale degli scenari internazionali potrà invertire questa fase negativa per le sinistre moderate.

Il M5S
Il M5S stravince senza vincere, tagliando l’Italia in due secondo un cliché socio-politico-culturale che ricorda quello del 2 Giugno 1946. Oggi, il Movimento si trova davanti al suo più grande nemico, che è allo stesso tempo la sua forza più grande: l’ “alterità”. Se vorrà governare dovrà perderla, accettando il compromesso con altre forze, cosa che provocherà anche un’emorragia di consensi in quei sostenitori che non si riconosceranno ideologicamente nella nuova alleanza. Mantenerla significherà invece restare in panchina, fino a data da destinarsi.

Il centro-destra
Il centro-destra vince, di nuovo, ma ha anch’esso la sua debolezza nella sua forza. Le colonne portanti di questa orchestra polifonica sono cioè due partiti, FI e Lega, basati a loro volta esclusivamente sui singoli e pertanto legati alle loro fortune e ai loro destini destini. FI, creazione di Berlusconi (ormai al tramonto) e sprovvista di un suo “background” e la Lega, che Salvini non ha creato ma che Salvini ha saputo resuscitare dal baratro dove era precipitata. La più grande resurrezione dopo quella di Lazzaro e di Richard Nixon, parafrasando il New York Times.

La sinistra della sinistra
La debacle di LEU e di PAP conferma in modo eclatante lo scollamento delle sinistre “radicali” rispetto al Paese “reale”. L’incontro (la contaminazione?) con il movimentismo ha determinato un loro slittamento verso obiettivi e valori che la classe lavoratrice e il “proletariato” percepiscono come lontani. L’assegnazione di un ruolo apicale a tematiche come il femminismo, il migrazionismo, il terzomondismo, l’animalismo, l’anti-specismo e l’ecologismo e la conseguente relegazione delle battaglie storiche sul lavoro e i diritti sociali a un velleitarismo ideologico anacronistico e inattuabile, hanno in buona sostanza fatto sentire solo e senza più tutela il loro elettorato tradizionale. Operai, precari, cassintegrati, disoccupati, cittadini in emergenza abitativa, delle periferie, ecc, si spostano così, in Italia come altrove, verso le destre radicali, sociali e identitarie, maggiormente collegate, almeno nel loro abito propagandistico, alle esigenze dei ceti “autoctoni” in difficoltà. LEU ricalca inoltre un tipo di civismo anni ’90 (vedi l’uso di un magistrato come “frontman”) oggi superato.

Un commento a parte meritano i media: sebbene in democrazia all’informazione non spetti un ruolo “pedagogico”, è comunque dovere dei professionisti del settore (e questo è un principio già di memoria tucididea) non manipolare il fatto. Un errore che invece il giornalismo italiano ha commesso, giocando con l’emotività dei cittadini, stuzzicando la loro rabbia e le loro paure. Ciò ha contribuito a creare un’immagine “percepita” ben differente da quella “reale” e ben più negativa e compromessa, avvantaggiando l’opzione populista.

Comunicare e comunicare – La ragionata banalità del menopeggismo

( Di CatReporter79)

Molto frequente nell’elettorato italiano, la scelta “menopeggista” non è quasi mai come viene presentata da chi la effettua, ossia un voto cosiddetto “d’impulso” o frutto della delusione per gli altri partiti (“controdipendente”)*, ma una postura ideologica e partigiana ben definita, netta e fidelizzata.

Nel momento in cui viene negato in modo aprioristico e radicale ogni merito e risultato alle altre forze e agli altri leader (“perché, gli altri cosa hanno fatto?”, “perché, gli altri sono migliori?”, ecc) si compie infatti un procedimento irrazionale, del tutto ascrivibile all’ideologismo ed alla sua emotività.

Si tratta molto spesso di un voto conservatore o populista, camuffato con il criterio menopeggista per sottrarsi ad una certa demonizzazione messa in atto dalla cultura di sinistra verso quel genere di posizionamento. L’elettorato conservatore o populista tende inoltre ad essere meno coinvolto, elemento che lo induce ad una minore esposizione.

*in un saggio del 2006, i politologi italiani Antonio Valente e Alessandro Amadori hanno diviso il voto in tre macrocategorie:

-solido

-razionale

-di impulso

Il voto “solido” è legato a convinzioni di tipo ideologico e di militanza ed è difficilmente modificabile

Il voto “razionale” si divide invece a sua volta in due sottogruppi:

-controdipendente, scaturito dalla delusione per i partiti e gli schieramenti votati in precedenza. Matura dai sei ai dodici mesi prima delle consultazioni

-di interesse, motivato da un’analisi dei programmi e dei leder in campo

Il voto di “impulso” è anch’esso diviso in due sottogruppi:

-last minute, ovvero la scelta di quello che l’elettore considera il meno distante dai suoi orientamenti (il cosiddetto “meno peggio”)

-di cabina, legato a fatti recenti e contingenti. Matura circa dieci giorni prima delle elezioni

Nell’attuale epoca post-ideologica, i voti dei “last deciders” vengono considerati imprescindibili per la vittoria finale

Tra Storia, “spin” e comunicazione -Quando Marx e Lenin si perdono nell’asterisco egualitario (mentre Ezra Pound ringrazia)

( Di CatReporter79)

L’incontro (la contaminazione?) con il movimentismo ha determinato uno slittamento delle sinistre, specialmente di matrice marxista, verso obiettivi e valori percepiti come lontani e distanti dalla classe lavoratrice e dal “proletariato” reali.

L’assegnazione di un ruolo apicale a tematiche come il femminismo, il migrazionismo, il terzomondismo, l’animalismo, l’anti-specismo e l’ecologismo e la conseguente relegazione delle battaglie storiche sul lavoro e i diritti sociali a un velleitarismo ideologico anacronistico e inattuabile, hanno in buona sostanza fatto sentire solo e senza più tutela il loro elettorato tradizionale.

Operai, precari, cassintegrati, disoccupati, cittadini in emergenza abitativa, delle periferie, ecc, si spostano così, in Italia come nel resto del mondo occidentale, verso le destre radicali, sociali e identitarie, maggiormente collegate, almeno nel loro abito propagandistico, alle esigenze dei ceti “autoctoni” in difficoltà.