Leggo ancora adesso sortite demagogiche e qualunquistiche che contrappongono, esaltandola, la protesta turca ad una supposta inerzia da parte delle folle italiane, ovviamente messa (e messe) alla berlina. Come già sottolineato, un atteggiamento di tal genere rivela e palesa l’ assenza, più totale e sconfortante, di dimestichezza con gli strumenti base della storiografia, della sociologia e delle scienze politiche; la Turchia, intesa ed analizzata come approdo istituzionale e politico della parabola storica ottomana, reca un passato millenario di teocentrismo islamico di stampo imperialista, e dopo una parentesi di parziale secolarizzazione ed occidentalizzazione ( la vulgata del paradiso laico post-kemaliano abbisogna di un’opera di scavo e di un “labor limae” estremamente rigorosi) rischia di piombare , nuovamente, nell’oscurantismo confessionale ad opera di un tiranno reazionario e illiberale, Recep Tayyip Erdoğan. Si potrebbe accettare una simile convergenza solo se il Vaticano decidesse di muovere le armate per impossessarsi di quelli che furono i suoi antichi domini territoriali, ma così non è e così mai sarà.
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Che cosa sono le teocrazie. Quando Lenin spodesto’ Allah
Con il termine “teocrazia” si intendono quelle comunità (non necessariamente statali o nazionali) prive di una separazione tra la sfera laica e quella religiosa, tra la morale religiosa e quella civile, tra il diritto dello Stato e quello di Dio. La “teocrazia” può essere anche una “ierocrazia” (ἱερός – κρατία), ovvero una forma di governo detenuta o gestita da una classe sacerdotale (dal clero), ma non si tratta di una condicio sine qua non. Le teocrazie islamiche (Arabia Saudita, Afghanistan, Sudan, Pakistan, Yemen, Nigeria, Somalia, Iran e Mauritania) vengono definite tali perché si rifanno alla “Legge di Dio”, ovvero la Shari’a, che ha come fonte ed ispirazione (pur tra diverse interpretazioni erronee e strumentali) il Corano e la Sunna. Ciò che è contro il Corano e l’insegnamento di Maometto, è contro la legge. La Shari’a separa, tra l’altro, in categorie qualitative l’uomo e la donna, il musulmano (“Mūʾmin “) e il non musulmano (“khafir”, infedele) e prevede la pena capitale per uno sterminato ventaglio di “reati” quali omicidio, adulterio, bestemmia contro Allah, apostasia ed omosessualità, senza contare le pene “accessorie” quali frustate, mutilazioni, pubbliche gogne, ecc. La sinistra politicamente corretta, borghese e revisionista (per usare un termine di più agevole comprensione “al caviale”) pone sul bilancino del buonsenso virgole ed aggettivi, in nome del rispetto nei confronti del “diverso”, salvo concedere deroghe ai valori, assoluti ed universali, di democrazia, libertà e rispetto della persona quando essi vengono violati dal e nel circuito islamico radicale. Quando l’URSS decise di rompere nel 1979 con la “Dottrina Breznev” per valicare i confini di uno stato posto al di fuori del perimetro yaltiano (l’Afghanistan), lo fece per scongiurare i rischi previsti dalla cosiddetta “Teoria del domino” (“Domino Theory”); l’illuminato governo filo-sovietico del Partito Democratico Popolare di Nur Mohammad Taraki (che aveva laicizzato la società, imposto il divieto del burka, concesso il diritto di voto alle donne, vietato i matrimoni combinati, contrastato il potere delle tribù) era stato rovesciato (grazie alla CIA) e il pericolo che si paventava agli occhi di Breznev (che comunista era davvero, non come Vendola o Ro-do-tà) era non soltanto quello di abbandonare l’area all’influenza statunitense, ma anche al radicalismo islamico, con un rischio contaminazione per le vicine repubbliche sovietiche di fede musulmana (caso Iran-Persia). Io mi tengo Tovarishch Taraki e lascio agli ultras del panciafichismo borghese il Mullah Omar.
P.s: consiglio a tal proposito le lezioni del Prof. Lenci (Storia dell’Africa e dell’Islam), ordinario di Storia Contemporanea presso l’università di Pisa. E’ stato uno dei miei primi esami e ne sono felice. до свидания.
Islam e violenza: dove sbaglia la sinistra
Tra le (molte) cause del declino (temporaneo?) della porzione più radicale della sinistra nazionale, figura senza dubbio la brusca “sterzata” a favore delle teocrazie islamiche. Questo atteggiamento è frutto di una strategia che, per quanto stolida, antistorica e sucida, risponde ad un criterio molto preciso e definito: nell’attuale segmento temporale, i regimi della Mezzaluna vivono infatti una forte contrapposizione con l’Occidente, gli USA e la NATO (dopo la contiguità con il Nazi-Fascismo nella prima parte del secolo scorso), di conseguenza vengono percepiti come alleati in una causa comune, secondo il principio de “il nemico del mio nemico è mio amico”. Un simile , sconclusionato “modus cogitandi atque operandi”, ha lasciato e lascia preda dello smarrimento e della costernazione i marxisti più ortodossi ( e non solo); nelle teocrazie di stampo islamico, infatti e ad esempio, i partiti comunisti sono vietati, i comunisti perseguitati e l’ architettura ideologica, sociale, culturale ed istituzionale di quei paesi contrasta in modo stridente con i principi base dell’ideologo di Treviri (in questo caso il materialismo storico) e con il portato del movimento comunista internazionale 900esco (in questo caso la parità di genere). Nella DDR (il Paese socialista che forse più di ogni altro seppe avvicinarsi al Comunismo, almeno dal 1924), venivano incoraggiati il nudismo, i rapporti prematrimoniali, quelli adolescenziali e l’aborto non aveva vincoli di alcun genere, proprio nel tentativo di far crollare i tabu arcaici e borghesi che ingabbiavano la figura femminile, impedendone la totale e piena emancipazione (si legga il sociologo tedesco-orientale Kurt Starke e lo si confronti con il sovietico T.S. Atarov). Cose ben lontane da burka, frustate ed infibulazione. “Ogni cuoca deve imparare a governare lo stato” – Vladimir Il’ič Ul’janov.
Che cos’e’ la Destra,che cos’e’ la Sinistra,che cos’e’ Renzi. Ma il PD cos’e’?
Renzi non è un socialdemocratico; è un centrista di provenienza margheritiana e di formazione, cultura e famiglia peculiarmente democristiane (è un lapiriano). Ovvia e comprensibile, di conseguenza, la perplessità nell’elettore di sinistra, all’idea di liquidare per sempre gli ultimi scampoli di socialismo democratico “consegnando” il cartello politico-elettorale “liberal” ad un vetero democrtistiano. Mi fa sorridere, però, che le accuse di “destrismo” e di “berlusconismo” provengano dall’apparato ex PCI-PDS-DS e dai fuoriusciti PRC adesso accasatisi sotto l’ombrello vendoliano (appena la nave ha iniziato ad imbarcare acqua, molti “compagni” non hanno esitato ad abbandonarla). Ricordiamo che sono stati loro ad imbastire un governo con Silvio Berlusconi (indipendentemente da quello che può essere il giudizio sull’esecutivo Letta); ricordiamo che sono stati loro ad eleggere un capo dello Stato in fronte compatto con il centro-destra (indipendentemente da quello che può essere il giudizio su Napolitano); ricordiamo che sono stati loro a salvare l’arcoriano dall’ineleggibilità nel 1996 (e in misura minore nel 1994); ricordiamo che sono stati loro ad introdurre, istituzionalizzare e rafforzare il precariato, sconquassando il mercato del lavoro (Pacchetto Treu e Protocollo sul Welfare); ricordiamo che sono stati (anche) loro a votare la nefasta Legge Biagi (per paura di essere dipinti come fiancheggiatori delle BR dal serraglio mediatico berlusconiano); ricordiamo che sono loro a detenere il record di privatizzazioni nella storia repubblicana (Governo D’Alema. Solo la coppia Eltisn- Gajdar arrivò a tanto); ricordiamo che sono stati (anche) loro a finanziare ed appoggiare tutte le iniziative militari USA/UNOCAL-NATO (anche la signora Rame votò in tal senso, nel 2007); ricordiamo che sono stati loro a consegnare il Ministero di Grazia e Giustizia nelle mani di Clemente Mastella (come nominare Pacciani presidente di un’associazione contro la violenza sulle donne); ricordiamo, altresì, che sono stati loro a governare con i diniani; ricordiamo ecc, ecc, ecc. Il tutto, corroborato e sostenuto da un’insopportabile quanto ipocrita retorica di odore migliorista sul senso di responsabilità istituzionale. I vecchi “apparatčik” hanno attestato la loro linea di galleggiamento, a partire dal 1995, sull’appeasement con il Cavaliere, e questo allo scopo di congelare i loro privilegi e il loro potere contrattuale. Le riforme ed il governo del Paese non sono, alla luce del segmento storico recente, ai vertici delle priorità di Via Sant’Andrea delle Fratte numero 16. Chi ha paura? Di chi?
L’est che non voleva i carri armati..ma nemmeno il liberismo
Le Destre si sono sempre “appropriate”, in Italia come altrove, delle rivolte e delle rivoluzioni avvenute nei Paesi d’oltrecortina, così come hanno fatto con le icone di quei fenomeni di protesta, in primis e ad esempio, Jan Palach. Questo in nome di una democrazia di cui sovente, è bene segnalarlo, si dimenticano, quando a calpestarla furono o sono tirannie di colori ed ispirazioni differenti. Da Berlino 1953, a Budapest 1956, a Praga 1968, ai moti operai di Polonia del 1970-1971, però, i movimenti antigovernativi non miravano ad una restaurazione del sistema capitalistico (che salvo rare eccezioni non aveva portato mai benessere o democrazia al di là dell’Elba e del Danubio), ma ad una rimodulazione della società in senso marxista-ortodosso. In poche parole, non era il libero mercato a fare da perno alle istanze dei manifestanti, ma un Socialismo teorico che si facesse prassi, privo del potere del partito, della polizia segreta e della direzione verticistica degli apparati: il Socialismo reale, in mano al popolo ed al servizio del popolo. Per rendercene conto, sarà sufficiente dare un’occhiata ai documenti di alcuni dei gruppi di lavoro che sorsero nei giorni frenetici dell’opposizione ai regimi ed al “grande fratello” moscovita (il documento delle “Duemila Parole” del Movimento Gioventù Rivoluzionaria cecoslovacco, il documento delle “Tremila parole” dei gruppi studenteschi jugoslavi, “Per un governo di consigli operai in Cecoslovacchia”, la piattaforma di Stettino, ecc). Non a caso si parla di “68 tradito” anche ad Est, e fu proprio questo fallimento riformistico a fare da propellente ai cambiamenti del 1989-1992.Anche in quella forchetta temporale, comunque, l’idea di abbattere lo status quo non era predominante. Il 17 marzo 1991, in un referendum, il 76,4% dei cittadini Sovietici votarono per il mantenimento dell’URSS in una veste riformata, e il progetto di unificazione della Germania prese piede e forma soltanto nella primavera del 1990.
Corvo Abdul non avrai il mio scalpo
“Oggi c’è una forma di potere molto più sottile che è sostanzialmente il controllo del pensiero, il controllo delle idee. Questo è molto pericoloso perché io quando ho controllato le idee di tutti coloro che sono subordinati al potere, costoro pensano come il potere, lo applaudono, lo vogliono, lo desiderano, lo adorano. Perché pensano come lui. E poi il secondo grado, ancora più pernicioso, è il controllo dei sentimenti. Ci sono delle trasmissioni televisive che insegnano ai giovani come si ama, come si odia, come ci si innamora, come ci si arrabbia. Quando io ho determinato il controllo dei sentimenti, io ho il potere assoluto. Perché non solo penso come mi hanno insegnato a pensare i mezzi televisivi, ma sento come loro desiderano io senta. A questo punto sono arrivato alla completa gestione del mondo, su cui opero.”
Ius sanguinis? Una questione di…punti di vista
Il cosmonauta cecoslovacco Vladimir Remek fu il primo non sovietico e non americano ad entrare in orbita, dal 2 al 10 marzo del 1978, a bordo della Soyuz-28. Secondo alcuni, la scelta di un cecoslovacco fu dettata da motivi di “calcolo”; dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del Patto di Varsavia, Mosca cercava un gesto distensivo nei confronti del suo satellite. Indipendentemente da questo, Remek era molto fiero della sua appartenenza al sistema socialista, così come era fiero del suo Paese, in quella commistione tra marxismo e fanatismo patriottico tipica delle realtà d’oltrecortina. Vedere il mondo dall'”alto” e così piccolo, però, gli fece cambiare totalmente prospettiva, spogliandolo di qualsiasi orientamento di tipo nazionalistico. “Posso dire che quest’esperienza ha cambiato radicalmente la mia vita. A 30 anni mi sono reso conto che il pianeta Terra ha una dimensione finita. Ci vuole appena un’ora e mezza per girargli attorno, a quella quota. Questo ha influito sul mio modo di vedere le cose. Ha reso più profonda la mia fede nel lavoro per la pace in questo pianeta. E naturalmente mi ha aiutato a vedere le cose con maggiore distacco, e perciò a mantenere una visione più ampia”. Queste le parole di Vladimir Remek, durante un’ intervista
Letta-nuova DC? E perchè no?
Tra i molti epiteti e le molte etichette con cui il Governo Letta è stato e viene classificato, spicca la definizione di “nuova Democrazia Cristiana”, formula utilizzata in senso e con intento dispregiativo, sminuente e canzonatorio. Non sanno, non ricordano o fingono di non sapere o di non ricordare, costoro, che la democrazia e la libertà di cui tutti possiamo godere (pur tra molte e molteplici storture e limitazioni) , è merito proprio di quella “balena bianca” oggi tanto sbeffeggiata e assurta a paradigma del peggio. E’ altresì grazie alla DC, depositaria e “braccio politico” della dottrina sociale della Chiesa cattolica (fin dai tempi della “Rerum Novarum”, quando era un sindacato), se l’Italia ha potuto dotarsi di un’architettura welfare tra le più avanzate, complete e competitive del circuito occidentale (implementando e perfezionando in questo senso l’opera giolittiana), ed è, anche, grazie alla DC, se oggi possiamo vantare quella che forse è la carta costituzionale più avanzata e moderna, anche in senso cronologico, dell’intero pianeta. La cosiddetta “democrazia bloccata” (mancanza di alternanza) e l’insabbiamento delle vicende meno chiare e più dolorose del segmento temporale primarepubblichista, non sono da imputare al partito di Piazza del Gesù, ma all’esigenza di tutelare quegli equilibri yaltiani che al tempo della “dottrina Breznev” non potevano essere alterati e manomessi. L’Italia, potenza perdente, era stata destinata al “mondo libero” e la mancanza di alternative liberali a destra (il partito più corposo era il neofascista MSI) e a sinistra (il PCI faceva la parte del leone), imponevano la salvaguardia e la “blindatura” dell’unica formazione liberale ed atlantista in grado di contenere gli estremismi di opposta matrice, preservando lo status quo democratico. Per questo, Mani Pulite esplose (fu fatta esplodere?) proprio nel 1992, a pochi mesi dal crollo dell’Unione Sovietica (1 gennaio 1992) e per questo, la Mafia, imprescindibile serbatoio di voti in una delle regioni più importanti del Paese, in quel 1992 “perse la testa”, dando il via alla stagione delle stragi, perché la vecchia politica non riusciva più a coprirla, non riuscendo più a coprire se stessa. Caduti gli equilibri est-ovest, caddero anche le sue strutture di sostegno in Italia. La destra e la sinistra nostrane non ebbero mai una Bad Godesberg, questa fu la radice di ogni male; colpa prima ed unica, ancora una volta, dell'”uomo qualunque”, di quell’elettore sempre irretito dal fascino dell’estremismo illiberale, della demagogia pericolosa e dal volto schiavizzante che ogni pensiero totalitario reca con sé, con il suo ventaglio di soluzioni “facili”, e che tanta presa riesce ad avere, soprattutto a certe latitudini, nella realtà latine. Colpa nostra il silenzio su Ustica, colpa nostra il silenzio su Piazza Fontana, colpa nostra l’affaire Moro e il “piano Viktor”, colpa nostra la strage di Via D’Amelio. Non della DC o degli USA. Non di Giulio Andreotti. L’Agenda Rossa? E’ nascosta nelle scrivanie (e nella coscienza) di ciascuno di noi.
Ereditarietà del malcostume
Politichetti di lungo corso, consiglieri “ad nauseam”, che passano ai figli il proprio “pacchetto” storico di voti, e con esso il loro seggio, come se si trattasse di un feudo. Rampolli digiuni di politica e di prassi della pubblica gestione che, forse, otterranno addirittura una sedia dietro la grande scrivania, quella al centro della sala. Perché, si sa, una mano lava l’altra, anche se la faccia poi rimane sporca. Ma il pesce non puzza dalla testa, come una vulgata ultimamente tanto in voga vorrebbe far credere alla “massa” tanto desiderosa di assoluzione, bensì dalla coda; colpa prima ed ultima è di chi accetta questi immondi travasi, colpa è dell’uomo qualunque, che sceglie di non scegliere, affossandosi per innalzare il nulla di nulla agghindato Bonne nuit.
P.s: se questo è il nuovo, io sono Georges Jacques Danton
Il pacifismo sconosciuto delle Tregue di Natale
Il movimento pacifista internazionale e, purtroppo, anche la storiografia accademica, hanno relegato in un angolo, se non dimenticato (almeno fino al lavoro di Christian Carion) le “tregue di Natale” del primo conflitto mondiale. Tale fenomeno rappresenta, almeno nel solco della storia contemporanea, l’esempio più alto, perché più genuino, dell’aspirazione dell’uomo civilizzato alla convivenza pacifica, motivo per cui apparre utile, giusto ed opportuno sia riscoperto, riletto, rinarrato (senza limitarsi al fronte nord-occidentale, dato che le pacificazioni si verificarono, fino al 1918, anche sul fronte italiano ed in Asia). La “colonizzazione culturale” americana ha sfortunatamente spostato, anche in questo caso, l’attenzione alle immagini ed alle icone provenienti dal loro vissuto (la bambina di Nick Ut, ad esempio), ed è questa una limitazione che rende monca e viziata la lettura e l’interpretazione di ciò che siamo e della nostra “istologia civile”.
“La piccola pace nella grande guerra. Fronte occidentale 1914: un Natale senza armi”, di Jürgs Michael. Il libro più completo, a tutt’oggi, per chi desideri approfondire l’argomento.