La destra e l’equivoco antiecologista.

Dai suoi spazi virtuali, lo spin doctor, poltitologo ed analista repubblicano Dinesh D’Souza (ex enfant prodige della squadra di governo reaganiana), si è recentemente scagliato contro le teorie sul surriscaldamento globale legato alle emissioni gassose.

Il rifiuto delle istanze ambientali è, insieme all’arretratezza sui temi etici e sociali, una delle zavorre della destra americana e occidentale; i conservatori tendono infatti a vedere nella tutela degli ecosistemi un limite alla libertà d’azione dell’imprenditoria ed un retaggio, quindi, della cultura socialista e del dirigismo statalista.

Non è così, ed è un fraintendimento dal quale dovranno liberarsi, se non vorranno pedere il treno, già in partenza, della storia.

Ronald Reagan e Matteo Renzi: la “fortuna” dei vincenti.

L’ “invincibilità” di Matteo Renzi, sull’onda del grande successo delle scorse europee, ricorda da vicino quella di Ronald Reagan, dopo le vittorie plebiscitarie su James E.Carter (1980) e Walter “Fritz” Mondale (1984).

Grazie ad essa, Reagan riuscì a passare indenne dagli scandali, Iran-Contra, Anne Gorsuch e dalla crisi che morse il Paese nel suo secondo mandato.

Oggi, la figura dell’ex borgomastro fiorentino mette il silenziatore alla recessione, che tuttavia continua a sparare

Appunti di storia. “Signor Andropov, Dio ha creato il mondo per noi, per vivere insieme in pace e non per combattere”.Samantha Smith, la bambina di 10 anni che non voleva la Terza Guerra Mondiale.

All’alba degli anni ’80 del secolo scorso, il mondo si trovava nel pieno di quella che gli storiografi chiamano “Seconda Guerra Fredda”, ovvero il periodo che va dall’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979) all’elezione di Michail Sergeevič Gorbačëv alla carica di Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (1985). I rapporti erano dunque particolarmente tesi, tra i due blocchi, e la “détente” di memoria nixoniana sembrava ormai un ricordo lontano e sbiadito.

Ronald Reagan, succeduto nel 1981 a Jimmy Carter alla Casa Bianca, aveva deciso una grandiosa politica di riarmo e la contestuale realizzazione di uno “scudo stellare” (SDI), così da riaffermare la supremazia americana e occidentale nel mondo dopo i difficili anni ’70, mentre l’operazione NATO “Able Archer 83” (Abile Arciere 83), concepita per testare la forza del dispositivi di reazione sovietici, aveva spinto l’umanità sull’orlo del baratro, forse più di quanto avvenuto nel 1962.

Il cinema, intanto, raccontava quel momento tanto delicato attraverso film come “The day after” e “War games”, proiezioni immaginifiche del timore collettivo per un armageddon

Tra chi aveva paura della distruzione totale, un bambina americana di 10 anni, Samantha Smith, che nel 1982 decise di scrivere all’allora Segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica , Jurij Vladimirovič Andropov, per rivolgergli un appello di pace:

Caro Sig. Andropov,
Mi chiamo Samantha Smith. E ho dieci anni. Congratulazioni per il vostro nuovo incarico. Sono preoccupata per una possibile guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti. Avete intenzione di votare per fare una guerra o no? Se non volete, ditemi per favore come farete per evitare che ci sia una guerra. A questa domanda potete non rispondere, ma mi piacerebbe sapere perché volete conquistare il mondo o almeno il nostro paese. Dio ha creato il mondo per noi, per vivere insieme in pace e non per combattere.

Sinceramente,

“Samantha Smith”
Samantha Smith

“Io ci provo. Ma non risponderà mai”, avrà pensato la piccola Samantha. E invece, chi lo avrebbe mai detto, quell’uomo potente e impegnato le rispose:

Cara Samantha,
Ho ricevuto la tua lettera, che somiglia a molte altre che mi sono arrivate di recente dal tuo paese e da altri paesi di tutto il mondo.

Mi sembra – da quello che posso leggere nella tua lettera – che tu sia una ragazzina coraggiosa e onesta, simile a Becky, l’amica di Tom Sawyer nel famoso libro del tuo compatriota Mark Twain. Questo libro è molto conosciuto e amato nel nostro paese da tutti i ragazzi e le ragazze.

Hai scritto di essere preoccupata circa la possibilità che ci sia una guerra nucleare tra i nostri due paesi. E hai chiesto se stiamo facendo qualcosa per evitare che questa guerra scoppi.

La tua domanda è la più importante tra tutte quelle che ogni uomo pensante possa mai porre. Ti risponderò con serietà e onestà.

Sì, Samantha, noi nell’Unione Sovietica stiamo tentando di fare tutto il possibile perché non ci siano guerre sulla Terra. Questo è ciò che ogni sovietico vuole. Ciò che il grande fondatore del nostro stato, Vladimir Lenin, ci ha insegnato.

Il popolo sovietico sa quale cosa terribile possa essere una guerra. Quarantadue anni fa la Germania nazista, che mirava alla supremazia su tutto il mondo, attaccò il nostro paese, bruciò e distrusse molte migliaia delle nostre città e villaggi, uccise milioni di uomini sovietici, donne e bambini.

In questa guerra, che terminò con la nostra vittoria, noi eravamo alleati con gli Stati Uniti: insieme lottammo per la liberazione di molte persone dagli invasori nazisti.

Spero tu sappia tutto questo grazie alle lezioni di storia della tua scuola. Oggi desideriamo molto vivere in pace, commerciare e cooperare con tutti i nostri vicini su questa Terra – che siano vicini o lontani. E certamente anche con un grande paese come gli Stati Uniti d’America.

In America e nel nostro paese ci sono armi nucleari – armi terribili che possono uccidere milioni di persone in un istante. Ma vogliamo che non vengano mai usate.

Ed è precisamente questo il motivo per cui l’Unione Sovietica ha dichiarato solennemente al mondo intero che mai – mai – userà queste armi per prima contro qualsiasi altro paese. In generale noi proponiamo di interrompere la loro produzione e di procedere all’abolizione di tutte le riserve sulla Terra.

Mi sembra che questa sia una risposta sufficiente alla tua seconda domanda: “perché volete fare la guerra al mondo intero o perlomeno al nostro paese?” Noi non vogliamo fare niente del genere. Nessuno nel nostro paese – né i lavoratori o i contadini, gli scrittori o i dottori, né gli adulti o i bambini, né i membri del governo – desidera una grande o “piccola” guerra.

Noi vogliamo la pace – siamo occupati in altre cose: far crescere il frumento, costruire e inventare, scrivere libri e volare nello spazio. Noi vogliamo la pace per noi stessi e per tutti i popoli del pianeta. Per i nostri figli e per te, Samantha.

Ti invito, se i tuoi genitori saranno d’accordo, a venire in visita nel nostro paese, il momento migliore sarebbe questa estate. Scoprirai il nostro paese, incontrerai i tuoi coetanei, visiterai un campo internazionale per bambini – “Artek” – sul mare. E vedrai con i tuoi occhi: nell’Unione Sovietica, ognuno è per la pace e l’amicizia tra i popoli.

Grazie per la tua lettera. Ti auguro tutto il meglio per la tua giovane vita.
“Y. Andropov”

E così, Il 7 luglio del 1983, Samantha partì per l’URSS, dove soggiornò con i suoi genitori per due settimane, ospite di Andropov. Seguita da giornalisti e fotografi, visitò Mosca, Leningrado e trascorse del tempo ad Artek (oggi nell’Ucraina) in uno dei principali campeggi del paese, insieme ai “Pionieri”, gli omologhi sovietici dei nostri scout, preferendo al compagnia dei bambini russi all’alloggio che le era stato riservato. Parlando a una conferenza stampa a Mosca, disse che i russi erano «proprio come noi», scatenando le ovazioni dei presenti.

Tornata in patria, fu accolta come un’eroina, anche se non mancarono le polemiche (specialmente da parte repubblicana) per aver umanizzato “L’impero del male”.

In seguito, intervistò ed incontrò uomini politici, ministri e primi ministri di tutto il mondo, e prese parte ad iniziative per la pace, diffondendo il suo messaggio e la sua esperienza.

Samantha Smith sarebbe morta due anni dopo, a soli 13 anni, in un incidente areo. Stava rientrando in USA dopo un altro viaggio all’estero, nel quale aveva raccontato la sua storia come ambasciatrice per la pace e girato un film. Con lei morirono anche il papà, due membri dell’equipaggio ed altri quattro passeggeri..

L’Unione Sovietica dedicò alla sua memoria una serie di francobolli, un vascello ed un asteroide, mentre il Maine, Stato della bambina, le dedicò il primo lunedì di giugno di ogni anno, una statua e il dormitorio di un college. Lo stato di Washington le ha intitolato invece una scuola elementare.

Samantha Smith ricordo

La memoria degli smemorati.

A chi utilizza la tragedia del golpe fascista in Cile per relativizzare e ridimensionare quella dell’11 settembre newyorkese, non avendo l’onestà intellettuale ed il coraggio sociale per ammettere la propria indifferenza verso le morti americane, ricordo anche:

11 settembre 1857: Coloni Mormoni e Indiani Paiute uccidono 120 pionieri a Mountain Meadows, nello stato dello Utah (USA).

11 settembre 1943: Eccidio di Nola (NA) da parte delle truppe tedesche
-Liquidazione del ghetto a Minsk e Lida da parte dei nazisti.

11 settembre 1970: Tornado causa 30 vittime a Venezia.

“Vasa inania multum strepunt”. I vasi vuoti fanno molto rumore.

Appunti di storia-7 settembre 1977

Il presidente americano James E.Carter e quello panamense Omar Torrijos si stringono la mano dopo aver firmato i Trattati Torrijos-Carter, che stabilivano la restituzione dal Canale a Panamá da parte degli USA dopo il 1999.

La restituzione (contestatissima in patria) del Canale allo stato centroamericano si inquadrava nella politica di non intrusione negli affari interni degli altri paesi voluta e varata da Carter. Una politica, quella della non intrusione carteriana, lodevole sul piano etico ma gravemente deficitaria in termini di pragamatismo, che costò alla Persia il passaggio nella sfera del fondamentalismo teocratico

Perché la destra che ieri odiava Gheddafi oggi ama Gheddafi, perché la destra che ieri odiava la Russia oggi ama la Russia. Tra culto del capo e schizofrenia ideologica.

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Se la destra italiana, atlantista come radicale, avesse creato una sua “kill list”, (la lista degli obiettivi da colpire ideata dalle autorità israeliane e poi adottata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001), il colonnello Mu’ammar Gheddafi sarebbe stato senza dubbio il primo degli elementi di cui sbarazzarsi.

Nell’immaginario del nostro conservatorismo, infatti, Gheddafi era il simbolo delle persecuzioni ai danni degli ex coloni italiani dopo il colpo di stato del 1969, e, in seconda battuta, una delle icone di quel revanscismo terzomondista che tanto preoccupava l’Occidente ed i suoi analisti (eccitando, invece, le sinistre socialiste) negli anni della “decolonizzazione”. Il feeling tra Silvio Berlusconi e il leader libico, tuttavia, è stato sufficiente a rimuovere dalle menti di ex missini e non solo, quasi mezzo secolo di ostilità, ideologica, politica ed etnica, rimpiazzandola con uno moto simpatetico inimmaginabile soltanto qualche anno prima (il bombardamento reaganiano di Tripoli e Bengasi del 1986 trovò il loro appoggio, pieno e totale).

Allo stesso modo, la Russia ed il suo presidente, prima e per anni percepiti come ostili e nemici, diventano oggi oggetto di rivalutazione e simpatia, al punto che, nell’analisi del nodo ucraino, Mosca viene preferita a Washington (!). In questo caso, alla motivazione racchiusa nell’amicizia tra Berlusconi e Putin si aggiunge la presenza, alla Casa Bianca, di un “democrat” (oltretutto afroamericano), il che spoglia i nostri conservatori di uno dei loro punti di riferimento storici, inducendoli ad orientarsi verso l’assordante tradizionalismo del capo del Cremlino. Ecco che, anche questa volta, 70 anni di vocazione atlantista “senza se e senza ma” vengono rimossi, ed alla tanto celebrata libertà “stars&stripes” viene anteposto l’oscurantismo di un ex ufficiale del KGB e quadro del PCUS.

Questa schizofrenia strategico-ideologica è senza dubbio la dimostrazione della fragilità del patrimonio valoriale della nostra destra, da un lato, e della sua atavica attrazione-subordinazione al singolo (nell’attuale fase storica, Berlusconi) ed al suo fascino evocativo, in nome del quale ogni coerenza d’intenti viene eliminata, eccedendo le categorie della logica.

Immaginiamo la reazione del vecchio MSI se a baciare la mano a Gheddafi fosse stato Sandro Pertini..

Il “debunking” della storia.Dalle atrocità della Rivoluzione Francese lo smascheramento delle teorie del complotto sull’assassinio di James Foley.

Non appena conquistata la Bastiglia, gli insorti decisero di decapitare il comandante della fortezza, il marchese Bernard-René Jordan de Launay.

Riunitisi intorno al prigioniero, i rivoltosi non riuscivano tuttavia a decidere a chi sarebbe spettato l’ ”onore” di assassinare il militare, ormai indifeso, finché de Launay non colpì con un calcio (forse inavvertitamente) uno di loro, un cuoco.

A quel punto, la folla dispose che sarebbe toccato a lui il compito di vendicarsi del nobiluomo, vendicando così idealmente anche tutta la popolazione francese. Messagli in mano una sciabola, però, il cuciniere non riusciva a portare a compimento la sua “missione”; la spada non era abbastanza affilata.

Tolto dalla tasca un coltellino che gli serviva in bottega, prese allora a tagliare il capo a de Launay, in modo rapido, preciso e definitivo.

Gli insorti decisero subito dopo di fare irruzione anche in altre carceri della capitale, massacrando prigionieri incolpevoli tra i quali numerosi giovani e adolescenti.

Questo macabro frammento di storia e storiografia dimostra tutta la debolezza delle teorie dietrologiche che vogliono l’uccisione di James Foley (o il modo in cui essa è stata presentata) una montatura, dal momento in cui, secondo i complottisti, sarebbe impossibile decapitare un essere umano con un “semplice” coltello.
Se di montatura si tratta o si vuol discutere, non sarebbe certo quella la prova

Dal Vietnam a Grenada fino al martirio di James Foley: come nacque il giornalismo “embedded” e perché a volte è necessario.

Forte ai suoi inizi di un consenso diffuso e trasversale, la guerra in Vietnam si trasformò ben presto nella spina nel fianco per gli Stai Uniti, sempre più incalzati dalle proteste e dalle critiche e costretti infine alla ritirata ed alla sconfitta, nel 1975, sotto Gerald Ford.

Complice della progressiva ostilità da parte della pubblica opinione al conflitto, il ruolo dei media, che per la prima volta nella storia portarono “a casa” la guerra, tramite la televisione. Le immagini dei giovani americani uccisi e mutilati, convinsero l’americano medio a dire basta alla campagna militare nata con l’incidente del Tonchino.

Ancora “scottati” da quell’esperienza, le autorità decisero di coprire con la censura l’informazione sullo sbarco di Grenada (1983), ma la scelta si rivelò un errore clamoroso, dal punto di vista politico e comunicativo. Nel tentativo di evitare le polemiche, infatti, l’amministrazione Reagan le attirò, insieme all’accusa di voler ostacolare la libera circolazione delle informazioni e, con essa, la democrazia.

Lo scivolone indusse allora Washington ad un cambio di rotta, che si concretizzò nell’adozione di una “terza via” nel rapporto con i media; né la libertà concessa in Vietnam ma nemmeno la censura adottata per Grenada. Il piano, elaborato dalla “Sidle Commission” (1984), una commissione composta dai vertici militari di allora, era quello, come ebbe a dire il senatore William Fullbright, di una “militarizzazione” della stampa. In buona sostanza, si decise di “ospitare” i giornalisti tra la truppa, consentendo loro di riprendere, fotografare e raccontare, ma, di fatto, sottoponendoli ad un controllo, continuo e costante.

Nasceva così la figura del cronista “embedded ” “(dall’inglese “incastonare”). Incastonato, in questo caso, tra l’esercito e le autorità.

Il giornalismo “embedded ” è spesso avversato da chi ritiene costituisca una forma di asservimento all’establishment, perché privo di una capacità di movimento autonoma e dipendente dalle fonti politico-militari e dalla loro protezione; se, da un lato, l’osservazione può trovare accoglimento, è pur vero che vicende tragiche come quella di James Foley dimostrano tutta l’impossibilità di svolgere la professione di Tucidide in modo sicuro e consapevole. Un consorzio progredito, sul piano civile e culturale, non dovrebbe infatti permettere a chi fa informazione di andare incontro al pericolo ed alla morte, lasciandolo senza forme di tutela e salvaguardia. La vita ha la precedenza su qualsiasi scoop, anteprima o fotografia.

Come gli europei annientarono la Cina guadagnando il dominio del mondo.La “superiorità” dell’ingegno occidentale, al di là del luogo comune.

Un settore dell’intellighenzia occidentale, storicamente sensibile nei confronti della cultura asiatica, ama mettere l’accento sulla presunta paternità cinese della polvere da sparo e delle armi da fuoco, volendo così assegnare all’Impero Celeste un primato di indubbia valenza ed importanza sotto il profilo tecnico e scientifico. In questo modo si cerca di suggerire e sottintendere una superiorità dell’ingegno orientale su quello europeo.

Converrà a questo proposito segnalare e ricordare che se la storiografia è ancora incerta sull’attribuzione dell’invenzione delle armi da fuoco e della povere pirica, sono invece ampiamente documentati e documentabili il ritardo e l’ottusità del Celeste Impero in materia di armamenti, nello scontro con l’Occidente.

Se infatti gli Europei accumularono a partire dal XV secolo un vantaggio sempre più consistente e decisivo sulle altre civiltà, e questo in virtù delle loro migliorie in campo navale (velieri e galeoni), prima, e sull’utilizzo ed il perfezionamento del cannone, poi, i cinesi rimasero invece sempre indietro per quanto riguarda sia le forze di terra che quelle di mare, e questo per il loro rifiuto di adeguarsi all’impiego dei cannoni, decisivi nelle battaglie campali come tra i flutti.

Convinta della propria superiorità, l’orgogliosa cultura imperiale rifiutava l’assimilazione di modelli provenienti dall’Ovest, preferendo la sconfitta a quella che avrebbe percepito come un’autodegradazione.

Scriveva, sul tema, il missionario francese in Cina Louis le Comte (1655–1728): “I mandarini non potevano persuadersi a far uso di nuovi strumenti e ad abbandonare i loro ormai vecchi, a meno che venisse un ordine specifico dall’imperatore diretto a tal fine. Preferiscono il più scadente dei pezzi di antiquariato al più perfetto oggetto moderno, differendo in ciò da noi europei che non amiamo altro che la novità”.

A ciò si dovrà aggiungere la peculiare riottosità delle classi dirigenti cinesi alle innovazioni.

Nell’immagine: un galeone portoghese. Quando il navigatore lusitano Fernao Peres sbarcò a Canton, dette ordine di sparare alcune salve di cannone per salutare la città. La potenza delle armi portoghesi fu tale da gettare nel panico l’intera popolazione locale. Scrisse sull’ episodio il mandarino Wwang-Hong: “I Fo-lang-ki* sono estremamente pericolosi a causa della loro artiglieria e delle lor navi. Nessuna arma costruita dall’antichità storica in poi può competere con i loro cannoni”.

*Fo-lang-ki era il termine cinese che indicava gli europei.

Appunti di storia:Quando Ronald Reagan giocò a Guerre Stellari.

Il sistema antimissile “Strategic Defense Initiative” (SDI), ribattezzato “Guerre Stellari”, fu concepito da Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.

Finalità del progetto, quella di rendere inoffensivo e superato l’arsenale nucleare e termonucleare sovietico, intercettando gli ICBM di Mosca e mettendo così al riparo gli USA e l’intero Occidente dal rischio di “mutua distruzione assicurata” (Mutual Assured Destruction-MAD).

Sebbene lo SDI non sia mai diventato realtà, è opinione di non pochi osservatori che esso sia stata una delle cause del crollo sovietico; secondo la tesi, nel tentativo di tenere il passo di Washington, Mosca avrebbe dato il via alla dispendiosa rincorsa agli armamenti che vibrò l’ultimo colpo alla sua già fragile economia.

Lo SDI avrebbe infatti spostato in modo decisivo ed irreversibile gli equilibri militari in favore del blocco occidentale.