Né rigore teutonico né lassismo greco. La “terza via” che potrebbe salvare l’Europa.

de gasperi adenauer schuman cat reporter79La soluzione ai problemi europei dovrà passare da un approccio razionale che faccia tabula rasa di ogni emotività revanscista e rigetti il manicheismo dal sistema normativo della politica come del singolo.

Da qui, l’esigenza di formulare una via di mezzo tra il rigorismo, la cui conclusione non potrà né potrebbe essere “sine die”, e il solidarismo, aprioristico e ideologico, verso quelle mentalità gestionali d’impronta mediterranea inadeguate al confronto con l’economia moderna e incompatibili con le regole alla base di una proficua e giusta convivenza.

Una “terza via”, dunque, come soluzione unica per far tornare l’Europa alla Carta di Nizza ed allo spirito di Messina nonché ad una reale e solida capacità competitiva in grado di affrancare il Vecchio Continente dall’altra sponda dell’Oceano come dai giganti euroasiatici.

Nazismo e fascismo nella Russia di Putin.

putin3Se è ben nota l’amicizia tra Vladimir Putin e formazioni di destra od estrema destra al di fuori dei confini della Federazione Russa (ad esempio il FN lepenista o la Lega Nord italiana) si sa forse meno della presenza, all’interno del gigante euroasiatico, di sigle che guardano al nazismo ed al fascismo, e della loro contiguità con il Kremlino. Tra queste organizzazioni spiccano, in particolare, Mestnye (Locali) e Nashi (I Nostri), oltre ad una galassia di associazioni di skinhead.

Xenofobia
Nell’estate del 2007, Mestnye avviò una campagna per il boicottaggio dei taxisti non russi, attraverso volantini che mostravano un giovane , russo e biondo, rifiutare il servizio di un tassista dalla carnagione olivastra. Il volantino recitava lo slogan: “Noi non andiamo nella stessa direzione”.

Nel settembre 2007, sempre Mestnye organizzò una vera e propria trappola ai migranti che lavoravano in un mercato di Yaroslavskoe Shosse , nel nord est di Mosca, usando come esca l’offerta di un impiego in un cantiere edile. Giunti a destinazione, i migranti trovarono ad attenderli gi uomini dell’ufficio immigrazione, che misero le manette a 73 persone per ingresso illegale nel paese. Benché non vi sia un legame ufficiale tra queste iniziative e il governo, esse ricalcano comunque la linea di indirizzo del Kremlino in materia (nell’aprile 2008, Putin emanò un decreto con il quale veniva proibito ai lavoratori stranieri il commercio nei mercati al dettaglio della Russia).

La Putnjungend
Ufficialmente legato al presidente ed al suo partito, è invece Nashi, organizzazione giovanile con circa 120 mila iscritti, ribattezzata la Putinjugend, a richiamare la famigerata Hitlerjugend di Baldur Benedikt von Schirach . In un raduno estivo nel 2007, i suoi militanti di distinsero per un’agguerrita campagna diffamatoria nei confronti delle autorità estoni, con la distribuzione di materiale raffigurante i governanti di Tallin come fascisti (nel solco della tradizione propagandistica sovietico-russa) e le donne dell’opposizione nazionale come prostitute. Ancora, nel meeting venne promossa un’iniziativa “moralizzatrice”, che chiedeva alle ragazze la consegna della biancheria intima più succinta in cambio di indumenti ritenuti più morigerati.

Per aver partecipato ad un incontro con le opposizioni nel giugno del 2006, l’allora ambasciatore britannico Anthony Brenton venne invece perseguitato per mesi dai giovani di Nashi, con continue irruzioni durante i suoi suoi discorsi pubblici (i militanti bloccavano l’entrata e l’uscita degli edifici nei quali si tenevano i discorsi del diplomatico, fischiandolo ed insultandolo).

Pestaggi e intimidazioni
Nel 2006, l’assassinio nella città di Kondopoga di due russi in una scazzottata scatenò la reazione dei gruppo di naziskin del Paese, con pestaggi, intimidazioni e sabotaggi ai danni degli stranieri dalla pelle scura, che vennero cacciati dalla città.

L’anno successivo, sempre i neonazisti aggredirono un gruppo di ambientalisti che ad Angarsk protestavano contro la realizzazione di un impianto di uranio voluto dal governo, ammazzando barbaramente un attivista.

Dal quadro, senza dubbio preoccupante, appena delineato, emerge come l’accusa di compromissione con l’ideologia nazifascista, punta di lancia del propagandismo putiniano, potrebbe e dovrebbe essere “girata”, invece, alla Russia dell’ex ufficiale del KGB,oggi molto più impregnata di estremismo nero rispetto a paesi come l’Ucraina o le piccole repubbliche baltiche, periodicamente (e ingiustamente) indicati dalla Russia e dai suo sostenitori esterni come terreni di coltura dell’ odio razzista e xenofobo.

Perché gli USA stanno perdendo il loro continente. Da Castro a Morales passando per Bolivar.

“Supponiamo che invadessimo Cuba e vincessimo. Non possiamo continuare a far così per sempre. La cosa che mi fa star male su Cuba è l’assunto che le armi possano farci qualcosa. Niente può essere fatto riguardo a Cuba. L’abbiamo persa ben prima della rivoluzione. L’Occidente ha creato più Cuba di quante ne possa gestire”; queste, le parole sulla CMC* del reverendo afroamericano James Badlwin, tra i più celebri ed apprezzati intellettuali statunitensi del XX secolo.

Figura di cultura e formazione progressista, Baldwin voleva in questo modo segnalare una correlazione tra l’atteggiamento tenuto dal suo Paese nell’isola caraibica e la rivoluzione del 1959 (“l’Occidente ha creato più Cuba di quante ne possa gestire”), messa in atto da un movimento all’inizio non comunista ma identitario e patriottico, nato in risposta alle politiche neocoloniali tenute fino a quel momento da Washington.

Proprio come il fenomeno castrista, anche l’attuale esplosione del neo-bolivarismo nel resto dell’America cosiddetta latina (Mujica, Morales, Chavez, Madurio, Lula, ecc) trae origine da una reazione, identitaria, all’invasività occidentale e statunitense nel continente; a indebolire ancora di più l’immagine di Washington nella zona, l’appoggio, durante gli anni della Guerra Fredda, alle dittature militari e reazionarie, che impedisce agli Stati Uniti ed al movimento d’opinione ad essi vicino l’utilizzo di quella mitologia democratica e di quella carta del debito morale al contrario tanto spendibili ed efficaci nel Vecchio Continente ( gli USA hanno hanno contribuito direttamente alla liberazione dell’Europa occidentale dal nazifascismo e, indirettamente, alla liberazione di quella orientale dal comunismo, rappresentando il maggiore rivale dell’URSS e il leader del modello uscito vincente dalla Guerra Fredda).

A fare il resto, la memoria dell’olocausto dei nativi, strumento di propaganda di eccezionale importanza e potenza, trasversalmente accettato e condiviso.

Una situazione dunque non facile e non facilmente reversibile e risolvibile, che pone Washington nella stessa posizione, respingente, della Russia nell’Europa orientale.

*Crisi dei missili di Cuba

*Baldwin, è bene ricordarlo, non fu il solo intellettuale statunitense a denunciare l’imperialismo del suo Paese a Cuba, collegandolo alla rivoluzione castrista.

Perché le “barriere” di Ceuta e Melilla non rappresentano la soluzione all’esodo dall’Africa.

ceuta-and-melilla_mainstory1Ceuta e Melilla sono due colonie spagnole in terra marocchina, tra le ultime testimonianze, con l’arcipelago di Chafarinas, dell’espansionismo madrileno nel Continente Nero.

Questi territori sono aspramente rivendicati dal Marocco*, Paese arabo-musulmano ed africano a differenza della Spagna, paese cristiano-cattolico e membro UE.

Per questo, e per contenere un’emigrazione già attiva ben prima dei sommovimenti degli ultimi anni, il governo spagnolo dispose la costruzione delle due barriere, che altro non sono che frontiere e organismi doganali. Se ne dedurrà quindi tutta la debolezza di ogni accostamento tra la situazione delle cittadelle e il Mediterraneo; non solo è impossibile la realizzazione di confini fisici sulle acque ma i due scenari si presentano come diametralmente opposti, inconciliabili ed antitetici, per ragioni storiche, diplomatiche e politiche .

*Nel 2003 vi fu tra i due stati anche un breve scontro armato anche per il possesso dell’isolotto di Persil-Leila.

La destra italiana e quello strano innamoramento per Vladimir Putin, l’uomo che rivaluta l’URSS e Stalin. Anatomia di un paradosso.

putin_salviniSaldamente filo-americana ed atlantista per 70 anni, la destra italiana sembra , da qualche tempo, aver abbandonato questa scelta di campo storica per guardare ad Est, in particolare alla Russia di Valdimir Putin. La motivazione di un simile “turning point”, che sembra mettere fine ad una dottrina per decenni tra i punti di forza del conservatorismo nazionale, va individuata nell’appeal suscitato dal Presidente russo in ragione del suo muscolarismo (fattore che da sempre tocca le corde più profonde delle platee di destra), nel suo tradizionalismo, nella sua partnership con Silvio Berlsuconi ma, anche e soprattutto, nell’antiobamismo.

L’elezione alla Casa Bianca di un afroamericano, democratico e con un nome arabo, ha infatti causato nella destra italiana un rigetto verso l’antico alleato ed amico d’oltreoceano, oggi percepito come estraneo. Ecco così che un ex membro del PCUS e del KGB diventa improvvisamente la stella polare di chi ha sempre guardato alla Russia-URSS come ad un nemico mortale, ad un “impero del male” da combattere ed abbattere.

Si tratta ad ogni modo di paradosso nel paradosso, per i trascorsi di Putin (e del suo Paese) ma anche alla luce della sua condotta presente; se, infatti, l’ex ufficiale del KGB ha mantenuto la linea di indirizzo yeltsiniana sul recupero del patrimonio storico-culturale cristiano ed imperiale, rispetto a “Corvo Bianco” ha avviato una riscoperta in senso agiografico del passato comunista, nelle parole (nel 2005 definì il crollo dell’URSS “la più grande catastrofe del XX secolo”) come nei fatti.

Non solo ha ventilato la possibilità di restituire a Volgograd e San Pietroburgo i loro nomi sovietici ma ha imposto la rimozione dei libri di storia scolastici scritti e diffusi durante gli anni ’90, critici verso l’esperienza sovietica, e la contestuale sostituzione con saggi molto più indulgenti riguardo il vecchio Stato*. Sui vecchi testi, Putin ha detto in particolare che: “molti libri di testo sono scritti da persone che lavorano per ottenere finanziamenti stranieri. Queste persone ballano una polka farfalla* con i soldi ricevuti. Questi libri, spiacevolmente, entrano nelle nostre scuole, e nelle nostre università” (2007).

La nuova storiografia imposta nelle aule rivaluta al contrario non soltanto l’URSS ma anche Stalin, ridimensionando la gravità dei crimini del dittatore. Sulle purghe si legge ad esempio che furono necessarie perché : “crearono una nuova classe dirigente in grado di risolvere il compito della modernizzazione in condizioni di carenza di risorse, che fosse leale verso il potere supremo e immacolata dal punto di vista della disciplina esecutiva” , mentre su Koba** le nuove dispense raccontano che: “egli è considerato uno dei leader di maggior successo dell’URSS. Il territorio raggiunse l’estensione dell’impero russo (e in alcune aree lo superò persino) Ottenne la vittoria in una delle guerre più grandi della storia: l’industrializzazione dell’economia e la rivoluzione culturale ebbero luogo con successo , avendo come esito non solo l’istruzione di massa ma anche il sistema educativo migliore del mondo . L’URSS divenne uno dei paesi guida delle scienze; la disoccupazione fu praticamente sconfitta”.

Simili impostazioni revisionistiche si affacciano anche per quanto riguarda l’annessione delle repubbliche baltiche negli anni ’30-40.

Sebbene Putin non sia, e forse non sia mai stato, un marxista né miri alla rifondazione del comunismo, gli elementi proposti indicano oltre ogni ragionevole dubbio anche la sua distanza dalla cultura e dal solco storico ed esperienziale delle destra italiane ed europee. Un feeling insensato, grottesco ed innaturale, quindi, destinato a venir meno con il ritorno di un repubblicano al numero 1600 di Pennsylvania Avenue.

*Uno di questi libri più famosi è “A Modern History of Russia. 1945-2006. A Teacher’s Manual”

** Espressione risalente all’epoca staliniana usata per indicare, appunto, qualcosa di estraneo.

*** “Acciaio”. Uno dei soprannomi di Stalin.

Vladimir Putin, l’Ucraina, i paesi baltici e gli errori sovietici del 1962. Come e perché l’uomo forte del Kremlino sta rischiando e che cosa sta rischiando.

nato-contro-le-bandiere-della-russia-44228586Una domanda che ancora oggi pungola gli storiografi in merito alla crisi di Cuba del 1962 è come sia stato possibile che i sovietici, solitamente prudenti ed accorti come giocatori di scacchi, possano essersi comportati come giocatori di poker (Claude Delmas), lanciandosi, cioè, in un’avventura tanto azzardata e rischiosa, dalle conseguenze imprevedibili e potenzialmente catastrofiche in primis per l’allora militarmente più debole URSS.

Le motivazioni di un simile passo falso vanno ricercate, a parere di chi scrive, in una sottovalutazione di fondo coltivata dall’establishment sovietico, e soprattutto da Nikita Sergeevič Chruščëv, nei confronti degli USA e di John Kennedy; la mancanza (scontata, per evitare una III Guerra Mondiale) di una risposta militare della NATO alla repressione dei moti ungheresi del 1956, il vantaggio sovietico nella corsa spaziale, la giovane età di JFK e le sue posizioni liberali, avevano infatti persuaso l’URSS, ma anche un certo segmento della pubblica opinione occidentale, del definitivo sorpasso comunista ai danni delle democrazie atlantiche e di una contestuale ed irreversibile debolezza di Washington.

In particolare, Chruščëv aveva avuto modo di corroborare le proprie convinzioni al vertice di Vienna del 1961, quando aggredì verbalmente il suo omologo americano sulla questione della corsa agli armamenti e riguardo il rischio di un escalation termonucleare, senza che JFK fosse in grado di opporre una risposta adeguata efficace (Kennedy si mostrò in quel frangente stupito ed imbarazzato dalla foga del suo interlocutore).

Lo sviluppo della CMC e la risolutezza del presidente statunitense smentirono tuttavia Chruščëv e il Kremlino, che spaventatati dall’ipotesi di un confronto con l’Occidente si affrettarono a ritirare (in cambio di alcune contropartite rimaste all’epoca segrete) i loro vettori dall’isola caraibica.

Allo stesso modo, Vladimir Putin sembra avere sottovalutato Barack Obama e l’Occidente, ma le sanzioni ai danni di Mosca e il brusco rafforzamento della presenza militare a difesa dei paesi baltici stanno smentendo questa “wishful thinking” dell’ex ufficiale del KGB, che adesso dovrà, nell’interesse del suo Paese, cercare di evitare di spingersi troppo oltre, così da non cadere nell’errore che fu di Chruščëv e che tanto costò al prestigio del gigante sovietico, rafforzando quello dell’avversario.

Perché la CMC?
La questione è ancora oggetto di dibattito. Secondo alcuni analisti, l’URSS non puntava alla ricerca di un vantaggio di tipo militare, collocando i suoi missili a Cuba (avrebbe potuto colpire gli USA anche dal suo territorio) ma a dotarsi di una contropartita così da chiedere, in luogo della rimozione dei missili, un trattato di pace con la DDR che portasse allo sgombero di Berlino Ovest da parte degli occidentali.

Confidando nell’assenza di una risposta americana, Chruščëv dette quindi prova di una grave ed imperdonabile mancanza di capacità di lettura geopolitica.

I massacri dei Conquistadores e la memoria corta dei loro discendenti

conquistador_by_madspeitersen-d2z6s5cLa dotazione di un apparto di tipo socialista, antitetico al precedente hitleriano, rappresentò, per l’opinione pubblica e la classe dirigente della DDR, un anestetico contro il trauma, morale e storico, del Nazismo.

Ecco, ad esempio, che l’orrore di quanto avvenuto tra il 1933 e il 1945 venne associato alla sola Germania Ovest, facendo tabula rasa di ogni responsabilità al di là del Muro.

Allo stesso modo, i discendenti dei coloni in America Latina* sembrano espellere dalle loro coscienze la violenza degli antichi Conquistadores, associandola ai soli europei ed estraneand

*Il termine “latino”, riferito a spagnoli ed ispanici, è da considerarsi improprio. Gli spagnoli discendono infatti dagli Iberi e dai Celti, spesso definiti “Celtiberi”.osene.

La strage di Capaci, le bombe del ’92, Yalta e l’ “effetto farfalla”. La scienza storiografica

falconeSecondo una parte della “Teoria del caos”, il battito d’ali di una farfalla in una zona della Terra può causare un tornado dall’altra parte del pianeta. Si tratta, appunto, del cosiddetto “effetto farfalla”. Potremmo, con una piccola concessione all’estro, applicare la tesi anche ai fatti di Capaci, di cui oggi cade il 23esimo anniversario.

Spostiamoci dal 2015 al 1945, per la precisione a Yalta, dove i cosiddetti “Tre Grandi” decidono, secondo una teoria convenzionalmente accettata dalla storiografia (seppur con una certa dose di approssimazione), la divisione del mondo in sfere di influenza.

Adesso facciamo qualche passo avanti, nel tempo e nello spazio, e andiamo a Mosca, il 1 gennaio del 1992, data dello scioglimento ufficiale dell’URSS e, quindi, della fine della Guerra Fredda.

Ora indirizziamoci verso Palermo, sempre nel 1992, in una tiepida giornata di gennaio, quando fu ucciso da Cosa Nostra l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima.

Che cosa hanno in comune, questi eventi?

E che cosa posso avere a che fare con l’assassinio di Giovanni Falcone e della sua scorta?

Per capirlo andiamo ancora a Yalta, dai “tre grandi”; il posizionamento di Roma nella parte atlantica dello scacchiere internazionale, obbligò al mantenimento ed alla conservazione, ad ogni costo, dei partiti moderati (in testa la DC), quali garanti di quegli equilibri, mancando, dall’altra parte, un’alternativa liberale (il PCI e sinistra e l’MSI a destra). Con il crollo dell’URSS , dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano perché non più indispensabili; ecco, dunque, il fiorire delle grandi inchieste sulla corruzione (ad esempio Mani Pulite), ecco che, non potendo più contare sulla sua impunità, la vecchia classe dirigente non era più in grado di garantirla nemmeno ai suoi “partner”, nel caso di specie la Mafia, ed ecco che la Mafia decide di utilizzare l’opzione stragista e l’omicidio per richiamare all’ “ordine” gli antichi “alleati” e per far sentire la propria forza, ormai declinante.

Da qui, l’ “avvertimento” ad Andreotti (l’uccisione di Lima) , poi le bombe siciliane e quelle milanesi e fiorentine.

La Südtiroler Volkspartei e il Tricolore. Ma l’Alto Adige non è il Donbas.

piaveLa polemica della SVP in merito all’esposizione del tricolore per le celebrazioni dell’entrata in guerra del nostro Paese nel 1915, dimostra tutta l’arroganza colonialistica di una fazione che occupa, proditoriamente, un territorio rientrante nella regione geografica italiana ed abitato, fin dal I sec D.C, dall’elemento etnico italico.

La SVP dimentica, inoltre, gli enormi vantaggi, in termini fiscali ed economici, di cui l’Alto Adige gode, grazie all’apparentamento con Roma. E’ a questo punto legittimo domandarsi che cosa gli austriaci avrebbero fatto agli italiani altoatesini, se avessero vinto nel 1918.

Una (parziale ed agevole) bibliografia consigliata, sulle atrocità austro-tedesche nei confronti dei nostri connazionali:

“Relazioni della Reale Commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti commesse dal nemico” (1920 – 1921)

“German atrocities 1914: a history of denial”, (New Haven – 2001)
“La violenza contro la popolazione civile nella Grande Guerra”, (Milano 2006, Bruna Bianchi).

“Italiani maledetti, maledetti Austriaci.” L’inimicizia ereditaria, (Bolzano 1986)

“Alla mercé dei barbari. Diario dell’invasione autroungarica del Friuli (1917-1918) (Trombetta G. Battista)

Russia-Occidente: perché Putin sembra più forte e perché non lo è

obama-putin-better-1024x689La mancata risposta americana e occidentale alle azioni sovietiche in Ungheria (1956), Cecoslovacchia (1968) e Afghanistan (1979) ebbe tra le sue conseguenze più evidenti la percezione, a livello mondiale, di una debolezza di fondo delle democrazie e di una superiorità del blocco socialista.

Si trattava, ad ogni modo, di un grossolano errore di valutazione (commesso anche da numerosi ed autorevoli analisi), che non teneva conto di come, per l’Occidente, quelle aree non rappresentassero un elemento chiave e vitale tanto da rischiare un confronto armato con la superpotenza sovietica (Ungheria e Cecoslovacchia si trovavano inoltre nella porzione “assegnata” da Yalta all’URSS).

Al contrario, quando gli USA si sentirono minacciati in modo diretto in occasione della crisi dei missili di Cuba del 1962, il loro intervento si mostrò rapido, risoluto ed inesorabile, e fu Mosca a dover retrocedere, intimorita. Nella sfida nello scacchiere caraibico, tanto lontano dalla zona d’influenza del Kremlino, furono infatti i sovietici a non considerare vitale la posta in gioco, rispetto al rischio di una guerra termonucleare con Washington e la NATO.

Allo stesso modo, l’idea di una maggior risolutezza russo-putiniana nel braccio di ferro estero riposa oggi sull’identica “misperception” ; l’assenza di una replica all’interventismo russo in Ucraina e nel Caucaso che non vada oltre le (pur efficacissime) sanzioni non va ricondotta ad una scarsa risolutezza occidentale ma alla marginalità, per l’Occidente, degli interessi in campo. A questo si dovrà aggiungere il fatto non vi sia mai stato un impegno militare diretto (se non, in parte, in Georgia) delle truppe russe, ma soltanto un appoggio di tipo esterno e indiretto.

Un pericolo concerto, tuttavia, è che Mosca finisca con il credere, come fece ai tempi dell’empasse cubana*, in una mancanza di polso degli USA e dei suoi alleati, spingendosi fino ad un “point break” dalle conseguenze impreviste ed imprevedibili, innanzitutto per la Russia.