Perché Donald Trump ama gli ignoranti. Astuzia di una strategia.

trump cat reporter79

“Amo le persone ignoranti”; così il repubblicano Donald Trump, dopo la sua vittoria nei caucus del Nevada. La frase, ingenuamente catalogata come provocatoria, rientra invece nel quadro di una ben delineata strategia politica e comunicativa, tanto dirompente quanto sottile ed efficace.

Appropriandosi di uno degli stilemi classici delle destre populiste, il magnate cerca infatti di parlare all’ “uomo comune” (“everyman”) dell’ “uomo comune” con il linguaggio dell’ “uomo comune”. Trump si rivolge, nel caso di specie, alla “working class” (bianca) che, secondo la sua traiettoria concettuale, è “ignorante” perchè non ha tempo da perdere in vacui esercizi intellettuali, dovendo lavorare e produrre.

In questo modo, il candidato goppista rivolge un attacco anche alla sinistra, tradizionalmente bollata dalle destre populiste come lontana dal “Paese reale”.

La frase trumpiana sarà paragonabile alle cravatte allentate di Umberto Bossi o al “trash talking” grilliano e salviniano, tutti esempi di comunicazione concepita per suggerire alle masse vicinanza, pragmatismo e genuinità.

Unioni Civili: il centro-sinistra e l’alibi a cinque stelle

Oggi come nel 2007, a mettere a rischio il varo di un dispositivo che tuteli le “unioni di fatto” sono la mancanza di un maggioranza reale al Senato da parte del centro-sinistra (anche includendo l’ala cattolica del PD) e la disomogeneità della sua comunità parlamentare.

Puntare il dito contro elementi esterni quali il M5S, forza di opposizione estranea alle piattaforme valoriali del socialismo e del socialismo democratico, è dunque un “modus operandi” tanto immaturo quanto intellettualmente disonesto.

 

Altro errore marchiano, l’incaponimento sulla non urgente “stepchild”, che ha offerto un pretesto ideale al centro-destra per delegittimare l’intero DDL.

George W.Bush esce allo scoperto e commette subito un errore

bush berlusconi

L’ex Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, è sceso in campo per il fratello in South Carolina.

Questo, un estratto del discorso:

“Io so che le campagne elettorali sono stressanti e pesanti, ma è così che deve essere. Perchè essere presidenti è molto più duro che fare una campagna elettorale. E’ un periodo molto duro, e ci rendiamo conto che gli americani siano arrabbiati e frustrati. Ma non abbiamo bisogno di eleggere qualcuno allo Studio Ovale che sia lo specchio e che infiammi la nostra rabbia e la nostra frustrazione. Abbiamo bisogno di qualcuno che sia in grado di risolvere i problemi che causano la vostra rabbia e la vostra frustrazione. E questa persona è Jeb Bush”

Imperniato sulla frustrazione, sul pessimismo e sulla rabbia che affliggono il Paese, l’intervento, diretto contro il populismo trumpiano, ricorda molto da vicino la retorica utilizzata da Ronald Reagan nella sfida a Jimmy Carter del 1980. Tuttavia, l’origine di buona parte degli attuali problemi statunitensi proprio nell’ottennato di Bush jr, lo rende poco credibile e potenzialmente dannoso per la causa del governatore della Florida.

Cirinnà e voto segreto: la miopia comunicativa della Chiesa

bagnasco-angelo

In una società sempre più secolarizzata e in un momento storico come quello attuale, che vede la Chiesa nel mirino per gli scandali legati alla pedofilia ed allo stile di vita di alcuni suoi esponenti, incursioni plateali nella politica di uno Stato laico come quella di Bagnasco sul DDL Cirinnà rappresentano errori comunicativi tanto ingenui quanto controproducenti.

Un profilo più basso sarebbe senza dubbio una scelta migliore per l’altra sponda del Tevere.

La destra italiana e le contraddizioni del putinismo

Nonostante il crollo dell’URSS, la Russia ha mantenuto le sue partnership strategiche con i vecchi alleati dell’era sovietica, rinsaldandole con Vladimir Putin nell’ambito del progetto di rilancio della potenza russa voluto dall’ex ufficiale del KGB.

Questo apre una serie di interrogativi per quei settori della destra italiana (moderata come radicale) “convertiti” al putinismo in reazione alla presenza di Barack Obama alla Casa Bianca; dai rapporti con i paesi socialisti e comunisti superstiti (Cuba, Vietnam, Laos e, soprattutto, Corea del Nord, RPC e Venezuela) a quelli con le teocrazie islamiche (in primis l’Iran) all’amicizia con Israele e alla fedeltà alla NATO, i conservatori di casa nostra si trovano infatti alle prese con le contraddizioni sollevate dalla non facile posizione tra l’incudine e il martello rappresentata, da un lato, dal loro DNA storico e, dall’altro, dalle seduzioni di un potenza precipuamente anti-occidentale e vetero-staliniana.

Corea del Nord: perché Cina e Russia non staccano la spina

ChinaNKoreaRussia-Flag

Dopo il lancio di un missile a lungo raggio da parte di Pyongyang (pochi giorni fa, la Corea del Nord aveva annunciato di aver sperimentato anche un’atomica all’idrogeno*) sono in molti, tra gli analisti, a chiedersi per quale motivo Pechino e Mosca, ovvero i maggiori sponsor e finanziatori di Kim, non abbiano ancora rotto con il regime del giovane dittatore, considerato una bomba ad orologeria anche per Russia e Cina.

Con un’estensione di 220 750 km², una popolazione complessiva pari 74 565 898 e il background economico-industriale di Seul, una Corea nuovamente unificata e democratica diventerebbe una potenza paragonabile al Giappone ma libera da quei legacci, conseguenze della sconfitta nella II Guerra Mondiale, che limitano Tokyo. Un insidioso “competitor” per i giganti russo e cinese, dunque, ma anche una sponda militare americana ai confini di casa.

Da qui, le motivazioni che spingono i due Paesi, memori di quanto accaduto nell’Est Europa dopo il 1989-1991, a tenere in vita la tirannia nord-coreana.

Una soluzione non facile
E’ tuttavia necessario ricordare anche la non facile praticabilità di qualsiasi tentativo volto alla distruzione del regime nord-coreano. Chiuso ermeticamente entro i propri confini e privo di qualsiasi esperienza democratica, il popolo non ha infatti gli strumenti per concepire una sollevazione, mentre uno scenario di tipo romeno (un golpe dall’interno con la complicità delle forze armate) è reso improbabile dal fatto che difficilmente i militari rinuncerebbero ai privilegi concessi loro dall’attuale status quo.

*Con un numero limitato di testate, la Corea del Nord è considerata un “junior nuclear state”

Cirinnà: la (prevedibile e prevista) svolta a destra di Grillo.

Beppe_Grillo

La decisione di Beppe Grillo di lasciare libertà di coscienza ai suoi in merito alla “stepchild adoption” , dimostra e conferma il carattere smaccatamente conservatore e reazionario del comico.

Se infatti è vero che la base del Movimento non è stata consultata sull’adozione del figliastro (motivazione addotta da Grillo per spiegare la sua scelta) è altrettanto vero che il M5S aveva fino ad oggi sostenuto l’irrinunciabilità della “stepchild”, “conditio sine qua non” per votare il DDL.

 

Lo sbaglio

Incaponendosi sulla “stepchild” (clausola che riguarderebbe un segmento del tutto minoritario della comunità gay), i sostenitori del DDL hanno offerto una pistola carica ai contrari, un escamotage perfetto per delegittimare e far saltare l’intero progetto di legge. Più saggio e razionale sarebbe stato rimandare il passaggio, cercando intanto di colmare il vuoto della nostra giurisprudenza in materia di unioni di fatto.

 

Da Zapatero a Sanders passando per Tsipras e Blair: il perché delle “sbandate” della sinistra nostrana

La sinistra italiana viene spesso accusata di provincialismo per la sua disposizione ad “adottare” figure politiche (socialiste o socialdemocratiche) straniere. Questa tendenza, diffusa in misura minore anche all’estero, può invece trovare spiegazione in un’esegesi viziata dell’internazionalismo marxiano-marxista, trasformato in una lettura precipuamente antinazionale.

A fare il resto, la fragilità del sentimento patrio italiano, “vulnus” che ha alla sua base la relativa limitatezza del nostro percorso unitario, il tabù dell’esperienza fascista e l’azione dell’universalismo cristiano da parte di soggetti ed Attori quali, ad esempio, DC e Vaticano.

Gheddafi si, Rouhani no? L’etica schizofrenica delle destre italiane

Il movimento d’opinione conservatore che oggi polemizza per la scelta del governo italiano di ricevere in visita ufficiale Hassan Rouhani, difese ieri, in nome di un’immatura quanto stravagante lettura della “realpolitik” e del “linkage”, l’amichevole diplomazia berlusconiana nei confronti della Libia di Mu’ammar Gheddafi, arrivando persino a giustificare l’allestimento di un serraglio nei giardini dell’ambasciatore libico a Roma e l’utilizzo delle Frecce Tricolori per omaggiare il dittatore.

Ancora, si dimentica (o si ignora?) come l’Iran di Hassan Rouhani sia uno dei principali alleati della Russia (in piena continuità con le strategie sovietiche nell’aera), nazione guidata da Vladimir Putin, nuova icona della destra nostrana.

Quella strana destra che rivaluta l’Unione Sovietica.

Atlantista e filo-americana nella sua quasi totalità e per oltre mezzo secolo (anche al di là di una certa retorica di facciata), la destra italiana sembra vivere oggi un ripensamento delle sue linee tradizionali. Origine e causa di questo “turning point”, una reazione epidermica alla presenza di Barack Obama, democratico e afroamericano, alla Casa Bianca.

Questa migrazione ideologica, che ha trovato nell’uomo forte del Kremlino la sua destinazione ideale, si traduce però anche in un altro fenomeno, ugualmente sorprendete ma forse ancor più suggestivo e stravagante, ossia la rivalutazione e la (ri)scoperta, da parte delle destre italiane, del passato sovietico della Russia; consapevoli del legame, umano e politico, tra Putin e l’URSS, i conservatori di casa nostra sanno infatti di non poter scindere il loro beniamino dal suo humus storico, né la nuova Russia dalla vecchia.

Una “mutazione” soltanto apparente, tuttavia, destinata a rientrare quando al numero 1600 di Pennsylvania Avenue tornerà un esponente (bianco) della destra americana.