23 agosto 1927: la “più grande democrazia del mondo” metteva a morte Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, come atto conclusivo di una vicenda paragiudiziaria inquinata dal razzismo e dal pregiudizio. Quasi un secolo dopo, il nostro Paese ricorda i suoi martiri mettendo in libertà Amanda Knox, per le pressioni esercitate dalla spocchiosa consorte di un politico famoso. Vero e proprio stato “clientes”, l’Italia attende ancora una Dottrina Sinatra che riscatti quella dignità ipotecata in un pomeriggio jaltiano. Nel frattempo, i filo-americani con l’anello al naso rimangono fieramente inchiodati alla Guerra Fredda
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Mutamenti
Con la sostituzione a sinistra delle vecchie declinazioni borghesi con l’anarchismo, il socialismo massimalista ed il comunismo, furono le destre (prima in parte rilevante contrarie ai processi risorgimentali) ad appaltare il ruolo di vessillifere del sentimento patrio. In anni, e in special modo dopo il 1945, nei quali dirsi nazionalista era considerata un’onta ed una patente di fascismo (le sinistre radicali rigettavano e rigettano l’identitarismo in nome dei principi dell’internazionalismo marxiano-marxista), soltanto il MSI, i monarchici, il PLI e la porzione più conservatrice della Democrazia Cristiana avevano il coraggio di manifestare la loro aderenza ai valori unitari e sciovinisti, non di rado a costo dell’incolumità individuale e della stessa vita. Il ventennale apparentamento con le (micro) leghe ha però determinato il risultato di snaturare ed in inquinare l’assetto ideologico di quella che fu la destra italiana, che ha trasferito il proprio afflato identitario dalla piattaforma nazionale a quelle locali, anche per effetto di un neo-revisionismo antiunitario vivo quasi esclusivamente nella pubblicistica astorica ma sempre più diffuso e vincolante. Alle icone risorgimentali e quindicidiciottiste, vengono quindi via via sostituiti feticci riconducibili ai “nemici”(Ad esempio gli austroungarici) combattuti dai patrioti di una volta (i nostri, i loro nonni e bisnonni), in un’ affannosa quanto grottesca ricerca di contiguità culturali e genetiche con circuiti non solo distanti ma tradizionalmente ed irriducibilmente antitetici alle genti italiche ed italiane.
La via dei dane’
Dopo la condanna dell’arcoriano e il palesarsi di un rischio “sudden death” per l’esecutivo Letta, i più moderati, nel M5S, avevano lanciato l’ipotesi di una convergenza con il centro-sinistra da tradursi in un governo di “scopo” che avesse come fine ed orizzonte alcuni punti, tra i quali la riforma elettorale. Puntuali e prevedibilissime, sono arrivate le smentite dei “pasdaran” pentastellati e del grande capo genovese. Perché? Non solo perché il M5S sviluppa nell’orgoglioso distacco dalle forze politiche “tradizionali” l’atomo primo della sua “alterità” (l’arma più potente ma allo stesso tempo la zavorra, sul lungo periodo, dei partiti catalizzatori il voto di protesta), non solo per le (probabili) riflessioni statunitensi (il M5S ha soppiantato, per il momento, la destra berlusconiana nella tutela degli interessi e negli indici di gradimento del grande fratello d’oltreoceano) ma, innanzitutto, per una ragione sociale e sociologica; Grillo e Casaleggio sono fondamentalmente due “ganassa”, che identificano nella sinistra l’archè e la trama di ogni male. Per loro, imprenditorotti arricchiti dell’opulento e produttivo Nord “che si dà da fare”, sinistra è tasse (il programma del Movimento è molto povero di traiettorie sulla lotta all’evasione), sinistra è difesa dei dipendenti incapaci e della pubblica amministrazione inefficiente (“eliminiamo i sindacati, voglio uno Stato con le palle”, ebbe a dire qualche mese fa l’ex comico), sinistra è immigrazione selvaggia (l’asserragliamento grilliano contro lo Ius Soli la dice lunga a riguardo), sinistra è caos (non come per Pizzarotti che stanga i barboni che “bivaccano”). Per questo, anche per questo, il Beppe nazionale e l’ex forzista di Ivrea non accetteranno mai un patto con quello che reputano il grande nemico culturale e sociale di ogni tempo e che, infatti, non perdono occasione di bersagliare con i loro strali, molto di più di quanto non facciano con il PdL o con i loro predecessori nelle preferenze dell’italico ventre, ovvero la Lega bossiana. Acquattati nel “grembo della provincia del Nord” (Belpoliti), i due compagni di viaggio incarnano alla perfezione i valori del “privatismo” ripiegato su se stesso tipico di quella borghesia italiana eternamente terrorizzata da un inesistente fantasma bardato da un lenzuolo rosso, quella borghesia “dell’ineleganza che si mette in mostra con il cartellino bene in vista” (Pellizzetti), quando il cartellino batte il prezzo di un panfilo alla fonda in Costa Smeralda o di una magione tran i boschi di Quincinetto.
De Boldrinite
Il Bandito e il Frescone
Con il termine ” treetops’ propaganda “, si intende e circoscrive quel tipo di propaganda diretta agli strati più “alti” della popolazione (intellettuali, artisti, scrittori, cineasti, scienziati, cronisti, opinion makers, ecc). “Treet”, infatti, sta ad indicare i rami più alti dell’albero. Parliamo di una strategia molto più sottile e potente rispetto alla più comune “grassroots propaganda”, diretta al “grass”, alla “massa” (“grass” indica il prato, ovvero la parte che sta alla base dell’albero) perché mirante a catechizzare e plasmare chi fa opinione, chi muove, in un certo senso, i sentimenti collettivi e le leve del consenso. Le dichiarazioni di De Gregori sulla TAV Torino-Lione (“la sinistra strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini”), rappresentano un caso lampante di propaganda “treetops” ben congegnata e giunta a bersaglio; premettendo, infatti, come la sinistra abbia iniziato la sua battaglia contro la realizzazione della linea quando ancora il M5S non esisteva ed uno dei suoi fondatori, Casaleggio Gianroberto, custodiva nel portafoglio la tessera di Forza Italia, la Torino-Lione si presenta come una soluzione inutile (le due destinazioni sono già abbastanza collegate), potenzialmente dannosa per la salute dei valsusini e costosa (la sua manutenzione sarebbe a carico dello Stato Italiano), voluta come contropartita a Parigi per aver acquistato parte del nostro debito pubblico. Una poderosa campagna mediatica, attuata da un circo-circuito di cronisti ” embedded”, è però riuscita, come vediamo, ad influenzare anche le menti più evolute ed attrezzate, facendo acquisire la traiettoria logica e l’equazione secondo cui il progetto sarebbe indispensabile e chiunque lo combatta un esaltato, un estremista, quasi una sorta di neo-luddista (possiamo intercettare casi sovrapponibili nel dibattito sulla Legge Biagi o sulle missioni di “peacekeeping”); ecco che approdiamo ad un’ altra declinazione del sistema propaganda, ovvero quella “sociologica”. Se il modello degregoriano di sinistra è quello centrista-renziano, appiattito al dettato mediatico irregimentato, beh, i progressisti non possono che rallegrarsi dell’uscita del cantautore dalla loro comunità.
Quando il cavallo d’acciaio si imbizzarisce,nulla fa piu’ paura…
I fatti, terribili, di Santiago, non possono che riportarmi alla mente il “Disastro di Balvano”, la peggiore sciagura ferroviaria della storia italiana. Era il 3 marzo del 1944, quando centinaia di contadini e profughi stremati dal conflitto salirono, sovraccaricandolo, sul treno merci 8017 diretto da Napoli a Potenza; lo scopo di quei poveretti era acquistare qualche alimento, scambiandolo con il caffè e le sigarette donate loro dalle truppe di liberazione statunitensi. Giunto all’interno della Galleria delle Armi, il convoglio si bloccò, e gli sforzi per farlo ripartire causarono lo sprigionamento di enormi quantità di monossido di carbonio e acido carbonico. Chiusi in quella prigione stretta ed oscura, con soltanto due vagoni, quelli di coda, alla luce del sole, ben 501 esseri umani persero la vita. Molto tempo dopo, Balvano dovette subire un’altra dura prova, per mano dell’ “Orcolat”, il sisma che sconvolse l’Irpinia e il Meridione nel 1980. “Nessuna Spoon River dei poveri ha mai raccontato le loro storie”, ebbe a scrivere un cronista de Il Mattino, su questa sciagura. Aveva ragione. La memoria collettiva e la pubblicistica, purtroppo, hanno smesso di sostare su quegli eventi, su quella tragedia nella tragedia, negando alle sue vittime, sfortunate una, due, tre, cento volte, l’onore del ricordo. Oggi come allora, a morire è stata la speranza.
Movimento 1 leader
Organigramma del MoVimento 5 Stelle (M5S)
Leader: Beppe Grillo
Segretario: Enrico Maria Nadasi
Presidente: Beppe Grillo
Vicepresidente: Enrico Grillo (nipote di Beppe Grillo)
Coordinatore: Beppe Grillo
Portavoce: Beppe Grillo
L’URSS brezneviana conosceva, almeno a livello nazionale, una distribuzione più equa ed equilibrata del potere, nonché una maggiore collegialità “de facto”. La mia osservazione non è né vuole essere una battuta (e non solo in segno di rispetto nei confronti di Leonid Il’ič). Quanto proposto si avvicina pericolosamente al modello kimiano, di cui il M5S mostra l’attitudine autarchica (a livello politico e gestionale) emanazione dello Juche ed il familismo impermeabile ed escludente.
Il modus cogitandi/operandi, messe da parte le differenze tra i due contesti di riferimento, è assai similare.
Chi ha paura dello shock economico?
Il fatto che il capo di una potente PR alluda, in modo sibillinamente vaticinatorio, alla Teoria dello Shock Economico, è motivo di un ampio e variegato ventaglio di inquietanti interrogativi.
; il potere di manipolazione e coercizione mentale delle PR. La Ruder Finn e la Hill e Knowlton furono tra i più grandi catalizzatori di consenso verso le iniziative politico militari statunitensi in Irak, Afghanistan, Serbia e, più in generale, ogni opzione bellica di Washington è sempre stata affiancata, da Woodrow Wilson in poi, da un corposo e robusto lavoro di preparazione da parte di questo tipo di agenzie.
; il personaggio in questione è un imprenditore, quindi legato alle leve di comando dell’economia di mercato
; il personaggio in questione è legato, politicamente ed economicamente, ad un altro imprenditore, dichiaratamente atlantista
; il soggetto politico di cui il personaggio in questione è cofondatore ha incontrato, da subito, il sostegno delle autorità statunitensi (l’ambasciatore Spogli) e la prima performance pubblica dei portavoce della suddetta compagine politica è stata un’audizione proprio all’ambasciata statunitense
; la Teoria dello Shock Economico è stata l’ apripista ed il grimaldello per l’estensione dell’influenza USA-NATO in vaste aree del pianeta (in particolare Sud America ed Est Europa)
Quanto sviluppato da Stanley Milgram potrebbe offrire una chiave di decodificazione importante a tal proposito, benché l’esegesi della grammatica politica alla base di una simile sortita non sia cosa facile ed agevole. Almeno al momento.
Detroit fallisce: ma agli americani ci fanno la morale su L’Aquila
L’amministrazione comunale della metropoli di Detroit, capitale del mercato nazionale dell’automobile (nonché della criminalità urbana), dichiara fallimento. I giornali statunitensi, però, trovano ugualmente modo, tempo e “faccia” per impartire con pedanteria didascalica lezioni agli italiani sul post-sisma aquilano, proponendo e presentando scenari di resa al nemico, nel caso di specie la sorte, di rassegnazione e di irreversibile declino. Di nuovo, entra in scena il “Manifest Destiny”, prodotto del biorazzismo coloniale statunitense, declinazione e cardine primo del loro massificante fascismo culturale. Loro che hanno ancora intere porzioni di New Orleans devastate dell’uragano del 2005. Loro che non offrono nessun contributo a chi perde il proprio alloggio.
Morra genovese
Il neo-capogruppo pentastellato al Senato Morra è apparso ieri, su La 7, intervistato da Luca Telese. Morra fa parte di quella ristretta cerchia di “eletti” che l’esperto di marketing Gianroberto Casaleggio (già “spin doctor” di Di Pietro) ha scelto per rappresentare il M5S sulle piattaforme mediatiche. La sensazione che ne ho ricavato è stata quella di una sorta di creatura mitologica, a metà tra l’impaccio del principiante e la sapienza retorica della vecchia volpe della politica, un centauro rivisitato e riadattato per i nostri tempi, insomma. Morra, difatti, in 40 minuti di trasmissione ha detto tanto, tantissimo, senza però dire nulla. Certo, ha teatralmente srotolato lo striscione che annunciava la restituzione di (parte) della diaria (le rimanenze), ha accusato di illegittimità Mediaset (quando lo facevano altri, Grillo era ancora un berlusconiano dichiarato), ma niente di più. La sua formazione filosofica (è docente della materia) gli ha consentito di districarsi negli scambi dialettici meno ardui, di alzare e lanciare un po’ di polvere, ma nessun lavoro di scavo, nessuna proposta, nessuna analisi economica e finanziaria di peso e densità concettuale. Il tutto, incorniciato dal quell’odioso complesso di superiorità morale che nemmeno la sinistra più snob della “Terza Via” e dell’ “esempio Emilia” riuscì mai a mettere in campo.