Il neocolonialismo cinese Quella collaborazione mai nata tra la “campagna del mondo”

La Cina vede oggi uno dei punti di forza della sua “foreign strategy” proprio nei suoi trascorsi di Paese colonizzato, grazie ai quali è in grado di porsi nella veste di amico e non di oppressore nei confronti di quelle nazioni del Terzo-Quarto mondo vitali per i suoi interessi economici.

Analizzando le sue linee di indirizzo, potremo tuttavia renderci conto di quanto Pechino sia, a tutti gli effetti, una potenza a vocazione neocolonialista, non diversa da quelle occidentali e forse addirittura più invasiva, facendo così lettera morta quelle aspirazioni terzomondiste di una convergenza Sud-Sud nate con la Conferenza di Bandung del 1955.

La tabella, i cui dati sono il prodotto di un’analisi effettuata dal Ministero della Difesa italiano, ci mostra le differenze tra la filosofia cinese e quella europea (UE) in materia di cooperazione con i Paesi africani.

UE
Obiettivi:
-Eliminazione della povertà attraverso lo sviluppo sostenibile
-Raggiungimento del Millennium Development Goals
-Pace e sicurezza
-Democrazia, good govenrnance, rispetto dei diritti umani e delle libertà

Principi:
-Titolarità e responsabilità africana
-Partnership
-Uguaglianza e solidarietà
-Dialogo politico sulla base del presupposto che i miglioramenti della good governnace sono fondamentali per lo sviluppo sociale ed economico

CINA
Obiettivi
-Promozione della pace e della stabilità
-Sviluppo economico e sociale
-Sviluppo armonioso
-Prosperità comune

Principi:

-Reciproco vantaggio
-Amicizia
-Uguaglianza e solidarietà
-Reciprocità (reciproco sostegno sostegno e stretto coordinamento, reciproco apprendimento, ricerca di uno sviluppo comune)
-Coesistenza pacifica
-Principio di una sola Cina
-Non ingerenza negli affari interni e rinunzia alle condizioni

Come possiamo notare, mentre la UE coniuga le esigenze dello sviluppo economico-sociale e della stabilità a quelle della democrazia e del rispetto dei diritti umani, la Cina esclude queste ultime opzioni dal suo ventaglio programmatico.

I motivi vanno ricercati nella fisionomia politico-istituzionale del Dragone (Paese non liberale) e nei suoi contenziosi interni con le repubbliche indipendentiste del Tibet, di Taiwan (“Principio di una sola Cina”, punto 6 dei “Principi”) e dello Xinjiang ; Pechino non può permettersi l’appoggio ad una dottrina che abbia la democrazia (e di conseguenza l’autodeterminazione dei popoli) e la tutela della libera partecipazione tra i suoi obiettivi, mentre il passaggio riguardante la “promozione della pace ed ella stabilità” dovrà essere letto come uno sostegno alla repressione di ogni velleitarismo democratico minante lo status quo.

Un attore che mira al raggiungimento del proprio interesse esclusivo, dunque, come confermato dallo “scambio ineguale” (altro carattere distintivo del neocolonialismo) con l’Angola.

ll “peccato originale” di Silvio Berlusconi

L’Italia che vide l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi (1993-1994) era un Paese che stava sperimentando una della fasi di maggior cambiamento della sua storia unitaria. Per l’effetto, sinergico, di elementi quali l’inchiesta “Mani Pulite” e la fine della Guerra Fredda (1945-1991/1992), dinamiche compresse per mezzo secolo si liberavano, i partiti che avevano retto e garantito gli ormai obsoleti imperativi yaltiani scomparivano o si aggiornavano, una nuova generazione aveva accesso alla guida dello Stato e la “società civile” tornava ad esprimersi, mediante piattaforme propositive quali comitati, liste referendarie, ecc.

Resuscitando un avversario/nemico ormai morto (il Comunismo) per catalizzare le forze conservatrici e dotarsi di una riconoscibilità ideologica, Berlusconi riportò la dialettica politica e il pendolo della storia nazionale indietro di 50 anni, rispolverando quel corredo di odi, esasperazioni, paure e rancori che sembravano ormai appartenere al passato ed infliggendo un colpo mortale all’ondata di rinnovamento che stava mutando la fisionomia del Paese.

Tra le sue colpe storiche (bilanciate da meriti che l’analista razionale non potrà negare o ridimensionare) questa è, a parere di chi scrive, la più grave ed eclatante.

Il delitto di Terni – Due incognite a confronto.

raggiLa vicenda del giovane David Raggi non dovrà trasformarsi in un ariete di sfondamento per il razzismo di matrice xenofoba (fattore già eccessivamente perturbante la convivenza nel nostro Paese) ma nemmeno dovrà essere risucchiata nei termini, semplificatori, dell’inclusione e dell’accoglienza “senza se e senza ma”.

Due elementi di rischio, il pregiudizio e la mancanza di un pragmatismo razionale sul fenomeno immigrazione dal Mediterraneo, differenti nella loro impostazione e sistemazione ideologica ma dagli effetti ugualmente devastanti.

L’attualità del “security dilemma”

Il linguaggio della geopolitica anglosassone, identifica con la formula “security dilemma” uno dei maggiori problemi nelle relazioni interstatuali*.

La dotazione di un apparato militare nettamente superiore a quello dei propri antagonisti, può infatti creare negli stessi un senso di inferiorità, preoccupazione ed una sindrome da accerchiamento capace di spingerli ad aumentare, a loro volta, il proprio potenziale bellico, offensivo come difensivo.

Una mano pericolosa sul tavolo degli equilibri internazionali, vincente (ma con rischi elevatissimi) in epoca reaganiana ma oggi gravida di incognite.

*Si parla, ovviamente, dei maggiori fattori di potenza.

Renzi a Mosca.

img1024-700_dettaglio2_Putin-e-Renzi-ReutersAl di là dell’accostamento, errato ed illogico, tra la situazione altoatesina e quella del Donbass, la linea d’indirizzo adottata dal premier nella sua visita a Mosca è, sostanzialmente, giusta e responsabile.

Escludere la Russia dalla gestione delle nuove emergenze mondiali significherebbe, infatti, ripetere gli errori commessi dal 1992 ad oggi, portando quello che, de facto, è un Pese occidentale, a pericolose “shifting alliances” con attori extra ed anti-occidentali e ad una atteggiamento sfavorevole dalle conseguenze difficilmente controllabili. Inoltre, l’entità dei rapporti economici tra Roma e Mosca obbligano il nostro Paese ad un atteggiamento equilibrato e prudente con il Kremlino, sfrondato da qualsiasi tentazione frontale e muscolare.

Renzi recupera dunque quella filosofia inclusiva ed amplipensante che fu tipica della governace democristiana, consapevole della dannosità della scelta unilateralista (o di blocco) e del ritorno a qualsiasi politica di potenza.

Questo, ovviamente, non dovrà né dovrebbe tradursi, in nessun caso, in un ripiegamento davanti al revanscismo post-sovietico.

La politica “di potenza” clintoniana e il tradimento del nuovo corso gorbacioviano-bushano Le origini della nuova Guerra Fredda

Durante le battute conclusive della Guerra Fredda, Michail Gorbačëv e George H. W. Bush dettero vita ad una fase del tutto inedita nei rapporti tra le due superpotenze, nonché di totale riordino ed aggiornamento degli assetti yaltiani. Questo “new thinking” prevedeva non soltanto la fine della contrapposizione bipolare (già preconizzata nel 1989 con la cosiddetta “Dottrina Sinatra”) ma escludeva qualsiasi velleità occidentale nell’Est Europa appena liberato dal gioco sovietico.

Figura meritevole di rivalutazione e ben diversa dall’immagine tratteggiata da una certa pubblicistica “liberal”, il primo dei Bush alla Casa Bianca rigettava dunque qualsiasi ambizione egemonica, per approdare ad una “nuova architettura di sicurezza europea , non pensando alla possibilità che, invece, il vuoto creato dal ritiro dei sovietici dall’Europa centro-orientale potesse essere colmato dall’allargamento dell’Alleanza Atlantica agli ex membri del Pato di Varsavia” (de’ Robertis).

L’elezione di William Jefferson “Bill” Clinton , produsse tuttavia un cambio di indirizzo radicale nella politica estera statunitense; con la Direttiva presidenziale n25, infatti, Washington rilanciava in modo aperto il suo “interesse nazionale”, tornando de facto ad una politica “di potenza” ed unilateralista in aperto contrasto con le scelte precedenti concordate con il Kremlino. La scomparsa dell’interlocutore sovietico sulla scena mondiale ed europea, fece il resto, persuadendo gli occidentali di poter relegare in soffitta il principio di “equal footing” nell’interazione con Mosca.

L’allargamento della NATO ad Est (percepito dai russi come una grave minaccia alla loro sicurezza nazionale) e l’intervento, forse frettoloso e privo del placet ONU, in Serbia, sono il risultato di questo nuovo “concept” atlantico, diverso da quel “new democratic order” di impronta rooseveltiana e dal “new thinking” liberale ed inclusivo gorbacioviano-bushiano.

Da qui, hanno origine buona parte delle nuove fratture tra Occidente e Russia, in un vero e proprio corto circuito politico e diplomatico in cui la diffidenza genera diffidenza; timorosi dell’ex oppressore, infatti, i Paesi dell’Europa centro-orientale ed ex sovietici chiedono la protezione occidentale, rendendo ancor più ostile la governance russa.

Nda: il nostro Paese giocò un ruolo di primo piano negli sforzi per la ricomposizione della frattura con la Russia dopo la guerra alla Serbia. Con il vertice di Pratica di Mare voluto dall’Italia, infatti, veniva ripreso il dialogo NATO-Russia attraverso il nuovo NATO-Russia Council

Il New Deal internazionale e l’importanza di ONU, NATO e UE Perché la “politica di potenza” è una seducente catastrofe

Nelle fasi conclusive della Guerra Fredda, molti analisti* si domandarono se la fine dell’equilibrio bipolare che aveva contraddistinto la politica mondiale per cinquant’anni non avrebbe riprodotto uno scenario simile se non identico a quello precedente il 1945, ovvero con il ritorno all’unilateralismo ed alla “raison d’etat” come bussola delle cancellerie più importanti.

La preoccupazione degli osservatori era quella di una reintroduzione delle “shifting alliances”, instabili e pericolose, in sostituzione di quella “ragion di blocco” basata sul solidarismo d’emergenza che aveva assicurato la pace su larga scala a partire dalla sconfitta dell’Asse. Il rischio non si concretizzò, perché l’ONU seppe dimostrare tutta la sua tenuta, sebbene tra non poche storture ed ambiguità, realizzando il sogno, prima wilsoniano e poi rooseveltiano (“international new deal”), di una concertazione paritetica che fosse in grado di allontanare lo spettro di una deflagrazione tra le grandi nazioni (complice, anche la deterrenza nucleare e il principio della “mutua distruzione assicurata”).

Allo stesso modo, l’UE rappresentò e rappresenta il primo esperimento nella storia di partnership organizzata su base stabile, paritetica e collegiale tra attori una volta e per secoli in contrapposizione violenta, sul piano militare come su quelli strategico ed economico. Stesso discorso, sebbene con alcune differenze di fondo, per la NATO, che nel suo “strategic concept” come nel suo “fonding act” illustra la sua fisionomia di garante del diritto internazionale, braccio ed espressione di quell’ “international policy power” voluto da F.D Roosevelt ma mai realizzato pienamente dalle Nazioni Unite (all’ONU mancano, in buona sostanza, quei “denti” di cui parlava Hull**).

Se ne deduce dunque come la fine di questi importanti e consolidati nuclei di ordine democratico avrebbe conseguenze devastanti ed imprevedibili, come l’esposizione dei paesi minori alle mire egemoniche di quelli maggiori e il ritorno alla politica di potenza per le “middle” e le “regional power”, trovatesi senza copertura e quindi costrette ad un aumento delle spese militari e ad una corsa all’opzione atomica, con una pericolosa e diffusa escalation verso la proliferazione nucleare. Alla linea d’indirizzo collegiale interstatuale si sostituirebbe un nuovo ordine basato sull’unilateralismo e la divisione, dove i paesi maggiori vedrebbero una crescita irrazionale del loro potere e del loro margine di manovra consegnando gli altri alla vulnerabilità, all’instabilità e al declino economico (tra le vittime di questo stato di cose, i paesi europei, non più in grado di rivaleggiare con i nuovi protagonisti della globalizzazione).

*Di notevole interesse i contributi di John Mearsheimer (“Back to the Future”) e Gregory Treverton (“Finding an analogy for tomorrow”)

**Cordell Hull (Olympus, 2 ottobre 1871 – Bethesda, 23 luglio 1955), 47° Segretario di Stato americano, Premio Nobel per la pace nel 1945. Tra i padri delle Nazioni Unite.

Ninive – Quando gli assassini dell’arte erano i nord-europei.

NapoleoneLa distruzione, da parte dei miliziani ISIS, delle statue contenute nel museo di Ninvie, dovrà essere uno spunto per ricordare anche il (recente) sacco dei tesori artistici delle civiltà mediterranee, africane e mesopotamiche messo in atto da popolazioni alle quali il comune sentire assegna (spesso in modo frettoloso) un ruolo di primo piano nell’evoluzione democratica, come britannici, francesi, olandesi, tedeschi, ecc.

Centinaia, migliaia, di ricchezze e testimonianze sottratte ai legittimi proprietari e ai loro discendenti e mai restituite. L’Italia, è bene ricordarlo, riconsegnò agli etiopi la Stele di Axum.

Chi padroneggia gli strumenti dell’indagine storiografica è insofferente alle esaltazioni in odor di primato biologico di questa o quella categoria etnica o nazionale.

Molte della pagine più oscure scritte dal genere umano hanno la firma (ed in tempi assolutamente recenti) proprio di anglosassoni e nord-europei. Fattori quali il trionfo nella Guerra anglo-spagnola (1585-1604), nella II Guerra Mondiale e il primato mediatico, hanno tuttavia condotto (in misure differenti ma sinergiche) ad un ridimensionamento di questa evidenza storica.

“Barcaccia”. Bene le riparazioni olandesi, ma senza perdere la memoria.

Fontana_della_Barcaccia_restaurata,_lato_Scalinata_Trinità_dei_MontiLa lodevole iniziativa web «ScusaRoma» (una raccolta fondi organizzata dagli olandesi per la restaurazione della “Barcaccia”) non dovrà far passare in secondo piano la pessima condotta non soltanto degli hooligan ma, anche e prima di tutto, della stampa e degli organi di polizia “arancioni”, violentemente critici nei confronti del nostro Paese, trincerati dietro un inopportuno sciovinismo che non ha lasciato spazio alle scuse.

Se, dunque, sarà fuori luogo l’assalto, miope e revanscista, ad un popolo nel suo insieme, altrettanto fuori luogo sarà la sua agiografia ed esaltazione (in odor di primato biologico), per questo episodio.

Medietas.

Oriana: le ombre di una “pasionaria”

Senza dubbio importante nel suo ruolo di apripista per le donne in un mondo, come quello del giornalismo, considerato prerogativa esclusiva dell’elemento maschile, Fallaci fu, tuttavia, una narratrice non affidabile ed inconcreta della storia e della realtá geopolitica. Troppo spesso scollata dal portato documentale, la giornalista fiorentina conferì alle sue analisi un’impronta emotiva e partigiana nonché una forma colloquilale lontane da ogni imperativo scientifico, elementi che segnano una distanza incolmabile tra i suoi lavori, la saggistica accademica e il “modus operandi” di ogni conoscitore del metodo d’indagine storiografico e della riflessione geopolitica più approfondita.